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Marocco 2012

Marocco 2012


Marrakech e dintorni

(racconto di viaggio dal 5 al 16 dicembre di Carlo)

Eravamo già venuti 12 anni fa in Marocco, con la nostra macchina (arrivandoci col traghetto da Almeria a Melilla) e girando il Nord e il Centro in luglio-agosto, ma poi abbiamo dovuto interrompere il viaggio e ritornare, e così mi era sempre rimasto il desiderio di completarlo.
Ora avremmo dovuto partire prima, ma mi è venuta una otite e non potevo andare in aereo, così adesso lo stesso volo costa un po’ di più… Comunque prendiamo Royal Air Maroc, volo da Bologna a Casablanca, e poi da C. a Marrakech il 5 dic., al ritorno il 16 volo da Ouarzazate a Casa. e poi da lì a Bologna, totale 356 €uro. Prenoto anche un albergo nella Medina e contatto dei tizi locali per organizzare un giro prima in una valle verso l’Atlante e poi nelle casbe dall’altro lato della catena montuosa. Quindi 4 giorni staremo a Marrakech, e 7 giorni in giro.

Prima di partire, al solito, mi preparo e leggo vari diari di viaggio dai diversi siti di viaggiatori, in primis “Viaggiare Liberi”, mi studio le cartine geografiche-stradali, e le guide che ho già in casa (Fodor, Traveller, TCI-touring club, Petit Fouté…), compero la nuova ed aggiornata della guide Routard, ascolto musica del paese (ma non solo quella, anche ad es. “Medina” di Pino Daniele, o “Alhambra” di Omar Shanti, o le canzoni di Khaled), leggo qualcosa di narrativa, come un resoconto di viaggio di E.Canetti a Marrakech, e un romanzo di T.Ben Jelloun, mi guardo le mie care vecchie enciclopedie geografiche Il Milione e Il Pianeta con i volumi di Folco Quilici sull’Africa, e soprattutto guardo su internet siti web, immagini, filmati su YouTube, e prendo contatti via e-mail…
così comincio a entrare nel contesto…

1a sera – mercoledì 5 dicembre 2012
Siamo un po’ emozionati… Partenza da Bologna alle 3.45 del pomeriggio per Casablanca (in arabo Dar el-Beyda). Eccoci di nuovo in Marocco, il regno di al-Maghrib-el-Aqsa = di Estremo Ponente, cioè dell’estremo Occidente del dominio arabo, detto anche “il regno fortunato”.
Da quel che già ho visto è un paese complesso, con mare e monti, e con una popolazione che per circa due terzi è di lingua araba (ma la metà di questi sono in effetti berberi arabizzati), circa un terzo berberi (tra quelli del Rif e quelli dell’Atlante e oltre), e un decimo bilingui; il 75% è popolazione rurale o che abita in piccoli paesi, e che gravita per le sue attività attorno alle campagne (ma attualmente invece moltissimi si stanno urbanizzando).
Poi qui a Casablanca dobbiamo aspettare un bel po’ (2 ore e mezza) per l’aereo che va a Marrakech; ma è in un certo senso quasi “consolante” questa noiosa attesa chiusi nella Transit Area dell’aeroporto di Casablanca, perché vi si trova di nuovo conferma (come accade in tutti quei non-luoghi che sono gli aeroporti internazionali) che fortunatamente esiste ancora una grande varietà nel mondo: varietà non solo di colori della pelle, ma di tipi umani, non solo di abiti e costumi, e di abitudini e usanze, nonché di mentalità e culture, e non solo di religioni. Casablanca è un crocevia per molti che vanno verso destinazioni africane, anche perché i voli se pagati in dirham ai prezzi locali, costano molto meno da qui, quindi ci sono soprattutto molte persone dell’Africa nera, ma non solo.
Qui in questo salone ora ad es. c’è una nutrita presenza di berberi del Rif (la regione mediterranea ex spagnola) con i loro vestiti tradizionali. E questo è dovuto al fatto che proprio da questi gates fra poco partono voli verso il Nord (sia per Oujda che per Nador). Forse è un gruppo di una qualche confraternita musulmana (zaouïa) venuta a Casà a visitare la grande moschea d’occidente in occasione di un moussem (pellegrinaggio in luoghi santi). Hanno le loro djellaba di tela grezza fatti a mano nei loro villaggi di montagna, e con varie fogge di cappelli, tra cui alcuni col fez. Sono proprio come vengono rappresentati i rifani in tanti quadri, pitture, disegni e schizzi da artisti rimasti colpiti dal fascino di quelle fogge e di quei loro portamenti un po’ altèri. Quei cappucci a punta, quelle barbe, quelle pantofole, i cappelli, le vesti, quegli occhi vispi, acuti, e quella calma e signorilità … pur nella semplicità per non dire modestia delle fogge. Mi paiono degli “antichi” comparsi qui per magia in questo salone.
Accanto c’è una stanza d’angolo, che è uno dei luoghi pubblici per poter pregare (una m’calla) e molti ci vanno, magari un po’ di corsa, ma per poi attardarsi a fermare il tempo, per la grande concentrazione che vi profondono. Compiono i loro piegamenti e le genuflessioni. E’ un angolo di pace (pace si dice salam, come il saluto salam aleikum, la pace sia con voi, e il nome stesso della loro fede i-slam, nella pace di Dio).
Ci si sente già nell’ Altrove.
Infine arriviamo, ma la valigia di Annalisa non compare, è una delusione, ma speriamo che domani arrivi, e però poi ci toccherà ritornare fin qui a prenderla, che scocciatura…
C’è il taxista che l’albergo in cui avevo prenotato ha mandato a prenderci, e ci porta finalmente in città, la serata è limpida e fresca. Entriamo dalla stupenda porta Bab Agnaou (o Aguenaou) nella cinta delle mura che sono già di per sé uno spettacolo (12 km. di mura rossastre di argilla e calce, con bastioni e 10 porte monumentali), poi ci addentriamo un poco nella medina sino a un parcheggio dopo la prefettura, lì lasciamo il taxi e si entra a piedi passando un arco, e poi si percorre la stradina pedonale. Infine l’arrivo vero, alla pensione “Riad Alisma” poco prima di mezzanotte. La casa, in rue de la Bahia 50 (nel retro di quel che fu il palazzo della bella favorita del gran Vizir, la bahià), è di quelle case tradizionali in stile arabo moresco che si chiamano Riad. Un riad è un palazzo patrizio con un cortile al centro su cui guardano i vari piani della casa con balconate. In questo cortile  infatti c’è un pozzo ed è allietato da piante fiorite (riad etimologicamente significa giardino). La proprietaria è una francese, Madame Chantal, una insegnante, con cui ho combinato per telefono  (0033 611640527 – www.riadalisma.com riadalisma@wanadoo.fr), e che ora è al lavoro a scuola in Francia, ma in realtà chi la gestisce a tutti gli effetti nella quotidianità è la signora Khadija (pronuncia chàggia – forse il nome le viene dall’essere stata in pellegrinaggio alla Mecca, dato che significa questo, pellegrina), che ufficialmente è la “femme du mènage”, e che ci accoglie calorosamente in pigiama e vestaglia (assieme con la sua figlia minore, una giovane sorridente che ha finito le superiori, e la inserviente Jamila), in effetti questa è casa loro.
La nostra camera è molto bella, e grande, è una koubate (suite), cioè di quelle in origine destinate alla famiglia o a ospiti di riguardo della casa, e l’indomani mattina mi scatenerò per l’entusiasmo a fare un sacco di foto: abbiamo anche una sala da bagno con doccia, e un wc separato. Il tutto per 25 €uro a testa compresa una abbondante ottima prima colazione (è bassa stagione e non c’è quasi nessuno); ma per il momento è umida e fredda.
Il condizionatore con inverter non funziona, e ci mettono una stufetta elettrica, cui poi chiederemo che ne venga aggiunta un’altra, ma ci vorranno 24 ore prima che l’ambiente si riscaldi (e spesso le due stufette faranno saltare la corrente). Comunque ci sono delle gran belle coperte, il letto è ottimo e il silenzio della stradina in cui siamo è totale essendo solo pedonale. Ci avevano preparato una bella cena calda, e ora aspettano finché noi abbiamo terminato, per potere anche loro andare a letto. Mangiamo una zuppa, un tajine con kefte (polpette), tutto buonissimo. Non c’è proprio nessun altro cliente, la casa è tutta per noi… Il marito fa da guardiano-portiere (in effetti nella piazzetta della prefettura, dove si devono fermare le auto e poi si deve proseguire a piedi, c’era un ragazzotto un po’ fatto che era molto agitato…).

6 dicembre giovedì (2° ma in realtà primo giorno) 
Dopo aver fatto una lauta e buonissima colazione, parliamo un po’ con Said, il taxista di cui si serve la casa, (tel. 00212 – 662061305, da Marrakech sostituire con 0 il prefisso internaz. 00212) e combiniamo per una escursione fuori città, e per il giro che faremo nel Sud. Intanto telefoniamo all’aeroporto per sapere se il bagaglio è arrivato, e poi un suo amico, Rachid, ci porta là a riprendere la valigia finalmente ritrovata; è lui che ci porterà in giro nel percorso delle Casbeh (06 66169061 oppure 06 62496308). E’ gentile e sorridente, un tipo mite e gradevole (che sa anche l’inglese). Prima di partire avevo consultato via internet vari autisti 4×4, ma questo è quello che ci propone il giro migliore, e a minor costo (quindi avviso subito gli altri che avevo contattato -mancano ancora 4gg all’inizio del giro- e al mio rifiuto si sono offesi e uno mi ha risposto anche molto male al telefono… incazzatissimo. Per un giro di 6gg e mezzo, che ora ci propongono a 525€, ci avevano chiesto per 5 notti anche 650€ e più…!). Ma che vogliono dalla vita? Però quello incazzato ci ha fatto un po’ preoccupare con le sue minacce di ritorsioni (ma la materna e protettiva Khadja ci rassicura sorridente).

Poi andiamo a spasso, ma per prima cosa vogliamo comprare una carta telefonica per il cellulare in modo da comunicare con casa in Italia con la minor spesa. Andiamo alle vicine Poste ma non fanno quel servizio. In piazza Qzadria (o Place des ferblantier, cioè dei lattonieri), delle ragazze a cui chiedo ci indicano un punto vendita della MarocTélécom (una delle due ragazze che ci danno informazioni ha gli occhi di un celeste chiarissimo incredibile, è bellissima, bruna). Il tizio di questo mini-bugigattolo ci dice che questa mattina è l’ultima occasione per prendere una promozione, per cui siamo molto fortunati, e in effetti c’è un bonus di parecchi scatti.
Poi andiamo su per la via dei negozietti e bottegucce con i suoi colori e odori, rue Zitoun el Kadim. E’ un’ ottima cosa essere già nel centro storico, nella città vecchia, cioè nella Medina, così basta uscire dal portone del Riad per essere già subito immersi “in situazione”.Eccoci in Marrakech! Dice un dépliant: “fondata nel IX sec. dagli uomini velati venuti dal Sahara, è la seconda delle città imperiali, conosciuta come “la città rossa” e “la perla del Sud” “.Vari re, pascià, vizir, sultani, eserciti coloniali, se la sono contesa nella storia del nordAfrica e dell’Occidente arabo (Maghreb), diverse dinastie si sono succedute alla sua guida; artigiani, architetti, pittori, ceramisti, intagliatori, scultori l’hanno abbellita, e vi hanno costruito palazzi, magioni, giardini, parchi, piazze, moschee, minareti, medrese, hammam; vari saggi, studiosi, filosofi, dottori, scienziati, letterati, poeti, musici vi hanno soggiornato e vi hanno insegnato; è la capitale del sud, del paese che si inerpica sul grande Atlante, del paese berbero, delle carovane provenienti dal deserto di dune di sabbia, e dalle più lontane oasi per mercanteggiare qui i loro prodotti, le spezie, gli oli, le essenze, i tappeti, i gioielli della più straordinaria e raffinata fattura…

Non è facile riferire dell’ambiente e dei tipi umani, e delle straduzze laterali, dei prodotti, eccetera. Ed è senz’altro inutile che racconto, dato che ci sono tantissimi diari, testi e libri e romanzi e film che ne parlano.
Uomini con le loro ampie djellaba col cappuccio, donne con i loro caftani ricamati e decorati, certe col velo (alcune sopra, alcune sotto al naso, o senza), qualcuna coi pantaloni larghi, i serwal, molti con le babbucce, le pantofole tradizionali, o in sandali.
Ma posso avvertirvi che in questa stretta e lunga via invasa di mercanzie e di gente (pochi i turisti) sfrecciano a velocità assurde motorette e motorini vari (chiamati mobilettes) ma anche carri e carretti, e bisogna sempre ricordarsi di stare attentissimi, perché anche se non senti nel casino generale i loro squilli di clacson o di campanello (che non sempre adoperano e a volte si limitano a gridare balek, balek, = attenzione!, cioè fate strada!) e anche se loro sanno ben svicolare e scansare all’ultimo istante, però il rischio di prendersi addosso uno scooter è grande e si impara presto a schizzare subito di lato. Per cui pur non essendoci che poco traffico (questa ed altre strade della Medina sono -o meglio sarebbero- pedonali) il via vai di questi scooter o motorini è continuo. A Fès ricordo che il traffico pericoloso era per lo più dovuto a asini e cavalli (che scherzosamente loro chiamano petits e grands taxis) spesso con carri o comunque con grandi carichi ingombranti, e sporgenti, ma non di mezzi motorizzati, ma si vede che ora questi motocicli negli ultimi dodici anni sono di molto aumentati…!

Poi nella grande spianata della famosissima piazza Jemaâ-el-Fna (il cui significato è appunto gran slargo, grande area sgombra, o anche spiazzo del nulla, poiché vi incontravano la morte i condannati) che è un po’ la calamita per tutti i visitatori di Marrakech, e come si usa dire è “tranquilla solo durante il giorno”.Dopo esserci guardati attorno, a metà mattina facciamo una sosta ad un bar-café d’angolo con tavolini all’aperto (“Les terrasses de Alhambra”), per riposarci, ci mettiamo al sole e restiamo in t-shirt pur essendo già dicembre. La differenza di temperatura tra sole ed ombra è notevole e la si sente nettamente ad ogni passaggio. La quantità di mosche è inaspettata essendo inverno, per cui preferiamo prendere un thé caldo che non rischi di risentire della loro non-igienica presenza. E poi il thé marocchino alla menta è buonissimo… Io prendo un piattino con fette di arancia spolverate di cannella. Intanto lì seduti ci dedichiamo a quella attività spontanea del fantasticare, cui ho già accennato anche in diari di altri viaggi; si osservano tipi umani, persone un po’ particolari per qualche loro caratteristica o comportamento, e si favoleggia inventandosi per associazione libera di idee, storie di vite sconosciute. E’ un po’ anche quella attività di cui parla il grande scrittore marocchino Tahar ben-Jelloun nel suo “Lo scrivano” del 1983, in cui questo scrivano che svolge la sua attività proprio presso una delle porte di ingresso alla medina di Marrakech, a partire da ciò che i clienti gli dicono su quel che vorrebbero fosse scritto nelle lettere che gli commissionano, costruisce nella sua mente dei veri e propri racconti o addirittura romanzi, prendendo liberamente spunto da quel che ascolta raccontare, e diventa uno scrittore, da scriba si trasforma in virtù della suggestione e della magia delle parole ascoltate, uno scrittore…
E’ una attività che mi piace molto e che mi viene spontanea nei viaggi in luoghi dell’Altrove.
Poi giriamo ancora un po’ e leggiamo il programma del festival del cinema che ci sarà tutte le sere all’aperto, e curiosiamo in viuzze e piazzette minori.

Alla una e mezza ci fermiamo a pranzare nel posto consigliato dalla “guide du routard”, cioè lo “snack Toubkal”, dove vediamo tutti i non molti turisti presenti (escludendo quelli dei gruppi intruppati) lì radunati, e mangiamo per 61 dirham in due, cioè 6 €, io prendo un piatto di carne dolce, la cosiddetta pastilla, con tacchino tritato e mandorle ed una spolverata di aromi, e Annalisa un tajine vegetariano, con pane buonissimo (il kesrah rotondo) e acqua minerale.
La bstila, chiamata dai francesi bastilla e dagli spagnoli pastilla, è rara nei ristoranti perché viene fatta di solito per pranzi di matrimonio o altre situazioni particolari. Consiste in un misto di carni (di solito pollo o manzo, o tacchino, o piccione), combinate a piacere.
Occorrono burro, uova, farina, zucchero, mandorle, cannella, peperoncino, cipolla, zafferano, coriandolo, e carni. Si fa la sfoglia, poi la si farcisce con uova, aromi al limone, e mandorle dolci, viene sagomata a polpetta piatta, più o meno grande, e cotta al forno, oppure fritta, il composto per farcirla sta all’interno di strati di pasta-sfoglia, e viene infine spolverata con zucchero-velo e cannella.
Il tajine (plurale touajen) è una specie di stufato, di solito è con carne (che può essere di pollo, manzo, montone, agnello, o capra), ma a volte è fatto col pesce, oppure solo con legumi. Si chiama così perché è il nome della pentola di terracotta in cui viene cucinato. La terrina con il cibo viene chiusa da un coperchio anch’esso di terracotta a forma conica o di cappuccio alto, e messa in forno, per cui il contenuto si cuoce anche per il vapore interno, e gli aromi non vanno dispersi perché la chiusura è ben ermetica (una antesignana della moderna pentola a pressione ….).
Al mattino presto non c’è molta gente in giro, mentre poi col passare delle ore il volume di fondo aumenta, e poi dicono che di sera (e di notte) si raggiunga il vertice dell’animazione.
Al pomeriggio dopo una pausa al Riad, in cui raccontiamo le cose a Khadija che ci chiede incuriosita le nostre impressioni, usciamo nuovamente e ci fermiamo un po’ a scambiare due chiacchiere con uno di un negozio di artigianato vicino al riad, che è affabile, e che parla un po’ italiano; lui è molto religioso ma anche aperto e cogliamo l’occasione per chiedergli quanto siano strettamente obbligatori i famosi cinque pilastri (Arkàn al-Islàm), o precetti-base del fedele (che sono: 1° accettazione dell’unicità di Dio, o più precisamente la Shahada, il pronunciare la professione di fede, nella quale si prende pace, questo il significato di islaam; 2° pregare cinque volte al giorno, Salat ; 3° fare la dovuta beneficenza, Zakat  (o tassa religiosa per i poveri); 4° osservare il digiuno del mese di Ramadan, Siyam; e 5° se si può, compiere il pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita, Hadji ), e lui ci intrattiene in modo gradevole e con semplicità, spiegandoci come ognuno possa regolarsi secondo il suo sentimento e anche secondo i suoi impegni di lavoro. Bisogna adempiere ai precetti senza sforzi, con serenità. E’ così che si ottiene la grazia di Dio, la sua benedizione, la barakà. Degno erede della dinastia locale dei Saadiani, che fu tollerante e aperta, si chiama Thoufik; ci soffermeremo ancora con lui.

Dunque ci avviamo di nuovo verso la piazzetta e attraversiamo il quartiere Diour Sabone che prese il nome dal fatto che là c’erano molte lavanderie, e ancora adesso ci sono vari negozietti di tintoria e stireria. Seguiamo un poco la via Zitoun-el-Jdid, che è abbastanza parallela a quella percorsa al mattino, e si vedono varie belle case antiche dipinte di un rosso tenue e con belle porte in legno di cedro intarsiate, in cui abitavano le famiglie agiate e che ora sono spesso trasformate in alberghi tipo Riad. Lì vicinissimo c’è la casa Dar Si-Saïd, che è anche un museo d’arti tradizionali marocchine, ma che come diceva Thoufik è comunque interessante per vedere come era una volta una grande dimora signorile. Era stata la casa del fratello del gran Vizir, il gran ciambellano di corte Si Saïd, e poi nel 1932 è stata “salvata” dal degrado convertendola in “musée des Beaux-Arts maroquines”. Qui si trova “la quintessenza” delle arti tipicamente marocchine. Dar significa casa, ma anche porto, e da l’idea (come nella parola Riad) del fatto che la casa nella sua parte interiore, si distacca dal mondo confuso e rumoroso dell’esterno, per offrire un rifugio, un approdo, un ristoro, un luogo gradevole, fiorito, magari con acqua (una grande vasca o una fontanella), e degli alberi dove si trovano degli uccellini (liberi o in belle gabbiette), e tranquillo in cui condurre appartati la propria vita privata, nell’intimità domestica.
Ci sono bacheche con esemplari dell’artigianato tradizionale markchì (cioè di Marrakech) e del sud berbero. Ci sono varie sale che ora non sto a descrivere, e dei cortili-patii con buganvillee, e alberi, e relativi uccellini, e un bacino d’acqua pavimentato con le tipiche piastrelle smaltate e colorate, zélliges.
Ci sono oggetti di campagna o da cucina, o per decorazione, in maillechort, cioè in una lega rame-zinco-nickel, armi antiche, come pugnali a lama curva di argento cesellato con inserti di onice e avorio, carabine lunghe, le moukkala, e poi collezioni di gioielli, tipici bijoux di varie regioni del sud, in argento, oggetti in filigrana (oro o argento), fibbie per la haïk (veste in lana o cotone) che è anche il velo sulla testa delle donne berbere, diademi per i matrimoni, collari, serrature, balaustre e i tipici moucharabiehs in ferro ritorto, tappeti rurali della regione circostante lo Haouz, farri di lana o di pelo di cammello, chiamati chichaoua, a sfondo rosso con decori a righe, e tappeti klimt dei nomadi, fatti con fibre di cocco, oggetti in legno lavorato con boiseries, intarsi e intavolati su porte, separé, abiti tradizionali, jellaba, e burnus, o altro. Insomma varie sale con cose belle, e poi soprattutto una situazione di pace e serenità che aleggia ovunque. Merita la visita.
Poi io e Annalisa non ci ritroviamo all’uscita, e allora ritorno indietro, poi vado a vedere nei bagni, alla fine torno all’uscita e tutti già sapevano della mia ricerca (Annalisa era lì ma non l’avevo vista…) anche i tipi che stazionano là fuori nei pressi del museo… e tutti si congratulano del “ritrovamento”… giunti al negozio dove lavora Thoufiq che è lì nei pressi (cioè il negozio “Byouz Youssef”) anche lui mi chiede, e gli racconto. Già siamo noti nel quartiere… un po’ perché è già la seconda volta che ci vedono passare (mentre la gran parte degli stranieri arriva e riparte in giornata nell’ambito di una gita organizzata, o ci passa una notte sola, per un weekend) e in parte forse a causa della mia coda grigio-bianca che si fa notare…

7 dicembre venerdì (terzo giorno)
Usciamo e mentre Annalisa si informa da un negoziante sulla piazzetta, di un piatto grande di ottone che è un vecchio vassoio per la cena della pasqua ebraica (quante cose abbandonate dagli ebrei si trovano in vendita nei negozi…!), come già varie volte tra ieri e oggi ad ogni nostro passaggio, il tipo davanti all’hammam mi chiede se voglio entrare e gli dico di nuovo di no, e anche gli spiego che stiamo ancora vari giorni quindi di smettere per favore di allungarmi sempre il volantino e chiedermelo ogni volta che passo. Si scusa poverino. Annalisa poi commenta: “sono davvero molti gli oggetti ebraici anche a distanza oramai di diversi decenni dall’esodo di massa degli ebrei marocchini. Nel periodo della guerra dei sei giorni hanno subito troppe tensioni e hanno dovuto o voluto lasciare il paese per andare in grande numero sopratutto in Israele o in Francia, Italia, ecc… Dopo secoli di convivenza, sentendosi arabi tra gli arabi, si sono trovati ad allontanarsi dalla loro terra, a lasciare tante cose, per ritrovarsi in Israele collocati ai livelli sociali più bassi, in un confronto perdente con gli altri ebrei di origine occidentale. Ora le cose sono molto cambiate. Vedere tanti oggetti di ebrei in una società che li ha respinti fa una certa impressione; gioiellini d’argento, vasi semplicemente decorati, ma di una loro bellezza, pezzi di arredi sacri forse saccheggiati, forse ceduti per bisogno… Non posso fare a meno di pensare alla nostalgia degli oggetti famigliari curati ed amati che hanno dovuto abbandonare.”
Oggi andiamo a vedere i souk che stanno a nord del grande spiazzo Jemaa el-Fna, tra la moschea Quessabine e la moschea ben-Youssef. Dal retro della moschea entriamo a destra nel souk S’marine, che è un bazar coperto, chiuso, con bei prodotti di qualità, poi ne usciremo da una porta sulla destra perché è troppo freschino essendo in ombra, per sfociare in Rahba Kedima, la piazzetta degli speziali e quindi dei farmaci e delle spezie (dove si vendono anche pelli di serpenti, e altri animali), graziosa, soleggiata. Qui ci sono cumuli di zafferano, cannella, cumino, curry, pepe, coriandolo, girofle, ginepro, e muschio, rassoul, henné (hennà), pomice, ed essenze. Poi c’è il settore dei tappeti ber-bèr, e davanti a Sidi-Ishak c’è il souk dei bijoutiers. Da lì saliremo verso sinistra in direzione del mercato di frutta e verdura, del souk Cherratine per arrivare all’edificio della Medresa (ovvero della antica scuola superiore) “Ben-Youssef “.

A metà di questo percorso, scelto anche in base alle parti più soleggiate, ci soffermiamo a chiacchierare con un negoziante che ci invita a salire sulla sua terrazza da cui si gode di una bella vista di tutta l’area. E’ gentile e non insiste più del necessario a chiedere se comperiamo qualcosa da lui. La vista da lassù è veramente splendida. Annalisa annota: “Nel negozio in cui sei salito a vedere il panorama io resto a parlare con la signora che sta di sotto. Guardo gli oggetti bellissimi, commento. C’è un vaso molto semplice di colore bianco con scritte azzurre in ebraico e tante stelle di Davide. Chiedo se sia d’origine berbera, e la signora mi dice di si perché una volta i berberi erano ebrei e poi si sono convertiti all’Islam. Non credo che il vaso sia tanto antico, ma lo trovo affascinante nella sua semplicità. E allora lei mi dice che Maometto era molto buono con gli ebrei e mi racconta una storia del Corano in cui si dice che  c’era un ebreo che tutti i giorni insultava Maometto e lui non diceva niente; ma la mattina in cui l’ebreo non comparve nella strada, Maometto gentilmente si volle informare del suo stato di salute.  E invece secondo lei gli israeliani fanno la guerra alla Palestina per questioni religiose. Le dico che non è così e che dovrebbe cercare di vedere quelle problematiche da un punto di vista politico. Ci lasciamo con gentilezza, ma io mi sento a disagio.”

Orientarsi non è semplicissimo anche se la zonizzazione delle corporazioni medievali degli artigiani (i souk sono stati fondati nell’XI sec. dagli Almoravidi) aiuta, ma è meglio munirsi di una buona cartina (nonostante spesso non ci siano le indicazioni o siano solo in arabo). Nella medina ci sono 40 corporazioni artigiane, e le stradine sono letteralmente ricoperte dalla esposizione dei loro prodotti, per cui non ci si rende conto di quando il percorso gira o di quando si sta imboccando un’altra strada. Ci si può orientare un poco anche “a naso”, letteralmente parlando, in quanto l’odore o a volte il profumo ad es. del thuya, del cedro, o delle spezie, o del cuoio, può aiutare. Ma non è facile perché tanti odori si mischiano, da quelli meno gradevoli dei macellai senza frigo, a quelli delle essenze e dei profumi, o quelli delle olive o dei legumi, alle spezie e aromi, ai fiori, alla menta, al muschio, eccetera ecc. Oppure vale la pena chiedere, e i marrakchis saranno così gentili da indicarvi dove si trovano persino i loro concorrenti.
Magari al ritorno per orientarvi vi ricorderete di un colore, di un oggetto, o di un negoziante, oppure di certe scene di certi film come alcuni di Indiana Jones per es. “Alla ricerca dell’Arca perduta”, che in parte sono stati girati proprio qui.
In molti casi si tratta di prodotti artigianali che veramente vanno direttamente dal produttore al consumatore, ma molte volte ciò non è vero, anche se vi diranno che è così, e dunque bisogna distinguere tra artigiani e commercianti (p.es. molte cose sono made in India). E bisogna ricordarsi che un antico detto arabo è: non è sempre oro tutto ciò che brilla.
In ogni modo non è sgradevole soffermarsi a guardare e chiedere informazioni su ciò che è esposto, a volte vi si appiccicheranno senza lasciarvi più andare, ma molte più volte saranno contenti e orgogliosi di mostrarvi il loro negozio, ed è bene -soprattutto se siete già ben convinti di non voler acquistare proprio nulla- dire che hanno tante belle cose e un bel negozio, e che lo avete apprezzato molto, così magari vi racconteranno delle storie su certi oggetti o su certi commerci, che possono essere pure interessanti e fanno entrare nell’atmosfera e nella storia dei luoghi.
Una vecchina mi chiede dei soldi per andare a fare la spesa, perché vorrebbe comprare anche delle uova ma non ha abbastanza, le do nientemeno che una banconota da venti dirham! (=2€) ed è molto molto contenta.
Ci sono pure degli strani prodotti, come ad esempio di quelli che lavorano i pneumatici e ne traggono delle cornici, dei barattoli, dei coperchi, delle cinture, dei sandali, persino dei vestiti…! è una lavorazione particolare che era specifica degli ebrei e che dopo il loro esodo è stata ripresa da alcuni artigiani del souk.
Giungiamo infine al nostro obiettivo, la grande Medersa (o medresa, o madrassa a seconda delle pronunce), una delle più importanti dei domini della civiltà araba per molto tempo. Si tratta di una scuola superiore di studi teologici e scientifici, fondata a metà del Trecento, e poi ampliata e rinnovata nel Cinquecento da parte dei Saadiani, e intitolata all’emiro della dinastia almoravide Ali ibn-Yusuf che regnò nella prima metà del MilleCento.
Contiene camere per gli studenti, che raggiunsero il numero di 900 e che provenivano da tutto il maghreb (cioè Marocco-Algeria-Tunisia) e da ogni paese arabo o islamico, soprattutto del nordAfrica. Le celle per i non residenti erano 132.

Oggi è uno dei simboli monumentali di Marrakech, chiuso nel 1956, a causa del degrado, è stato restaurato e aperto al pubblico nel 1403 (=1982) per volere di un magnate della cultura, il ricco e generoso Omar ben-Jelloun (infatti la mia vecchia guida Fodor che comprai nel 1974 per un viaggio che poi non feci, la segnava solamente nella cartina stradale della medina), l’ultima ristrutturazione è terminata nel 2001.
Non sto ora a descriverne la bellezza e l’interesse che può suscitare, dato che si può leggere in ogni guida e in molti siti in internet. E’ comunque un luogo magico, in cui si possono rivivere con l’immaginazione quei tempi un po’ mitici in cui il mondo arabo era il più raffinato dal punto di vista culturale, artistico, filosofico, scientifico, sociale, eccetera, e gli studi superiori erano molto curati. Un vero gioiello.
Annalisa annota: “Questa Medersa è bellissima, l’atrio centrale è amplissimo ed in centro c’è un enorme lampadario in legno intarsiato, delicatissima e preziosa opera d’arte, che lascia senza fiato.”
Sull’architrave in cedro è scolpita questa iscrizione (che riprendo in trad. dalla guida “petit futé”, Paris, 2011):
Sono stata edificata per le scienze e per la preghiera dal Principe dei Credenti, il discendente della stirpe dei profeti, Abdallah, il più glorioso dei Califfi. Prega per lui o tu che passi la mia soglia, alfine che le sue più alte speranze vengano realizzate“.
Subito dopo ci rechiamo nell’adiacente “Museo di Marrakech”, dove c’è pure un bar all’aperto in cui si può mangiare e riposarsi. Anche il museo, che sta in un bel palazzo (M’nebhi) anch’esso restaurato dalla Fondazione Benjelloun nel 1995, in cui si entra con lo stesso biglietto (6€), è degno di una visita. Si tratta di una grande magione, costruita su un terreno di più di duemila metri quadri, e con un patio di più di settecento mq., comprendente anche le cucine e un hammam che pure si possono vedere. Ci sono pure delle esposizioni di pittori marocchini contemporanei (dei bei quadri un po’ astratti). Ci fermiamo dopo la visita per uno spuntino ai tavolini nel cortile: dei panini con tonno, uova sode, formaggino, pomodori, mayonese, e un thé alla menta.
Riprendiamo il cammino e dopo un rapido sguardo alla Koubba (ovvero cupola e mausoleo) di epoca almoravide (gli A. erano una dinastia berbera della mauritania che dominò nell’occidente arabo e in Spagna dal 1062 al 1145) che è l’unico monumento rimasto di quel periodo, ed è il più vecchio della città. Si trova ad un livello di sette metri più basso del livello attuale del terreno e perciò era sepolta da terra e detriti quando la si scoprì durante degli scavi nel 1948, e poi nel 1952 venne dissepolta e restaurata; si attribuiscono a questo luogo sacro dei campi energetici importanti (vedi: http://www.duepassinelmistero.com/koubba.htm).
Ma subito ci dirigiamo verso i souk sulla sinistra che sono più poveri di quelli prima visitati (si tratta dei souk del ferro battuto, dei tintori, dei lanieri, ma anche delle babbucce, della terracotta, della maroquinerie…), ci vengono dietro alcuni ragazzini e bambini a cui regaliamo alcune cosine che ci eravamo appositamente portati dietro, ma poi saputo da loro che il luogo dei conciapelli, i tanneurs, che volevamo andare a vedere, era invece verso nord-est, ci dirigiamo in quella direzione. Si tratta del souk el-Maazi cioè quello delle pelli di capra e quello delle pelli di montone. Per arrivarci si attraversa il quartiere di el-Btana, che è una zona povera, dove un tempo stavano anche i lebbrosi, e dove attualmente ci sono mendicanti ed emarginati, è un quartiere in poche parole che non gode di buona fama.

Ci accompagna un ragazzo che ci si è appiccicato appena siamo entrati da quelle parti, nel percorso vediamo dei bimbi che escono di scuola (l’unico elemento gioioso di tutto l’insieme). Infine ci consegna a un tizio che fa il guardiano delle concerie, e che ci spiega che gli animali grandi sono appannaggio degli arabi mentre quelli più piccoli, dei berberi, e ci illustra l’uso che si fa della cacca di piccione per raschiare le pelli e liberarle da residui di carne grazie a immersioni in liquidi corrosivi.
Insomma la puzza è sovrana ed è forte, puzza di putrefazione. Le pelli stanno in seguito a essiccare al sole su della paglia. Poi i tintori, teintouriers, utilizzano lo zafferano per ottenere la coloritura giallo-rossastra, del coquelicot per il rosso porpora, l’indigo per il blu, e dell’antimonio per ottenere il nero.

Quindi usciamo e siamo a questo punto stanchi, e d’altronde -come dice Paul Bowles- “l’unico modo per vedere qualsiasi cosa nella medina è quello di camminare. Per essere là, di persona, bisogna avere i piedi per terra, e sentire vicino ai volti quegli odori caldi e impolverati, dei muri di fango seccato” (“Leurs mains sont bleues”).
Il ragazzo ci indica la vicina porta Bab Debbarh dopo cui si esce dalle mura e c’è un immenso spiazzo di terra e in quella stradona che è la route des remparts passano i taxi. Dato che aveva avuto da me una moneta da 10 dirham senza aver fatto assolutamente nulla, pretendiamo che ci accompagni almeno a chiamare un taxi, dato che “siamo un po’ stanchini”… e non abbiamo voglia di rifarci tutta la camminata all’inverso. Contrattiamo il prezzo e dopo poco ci ritroviamo nel parcheggio della piazzetta della prefettura.
Imbocchiamo la nostra stradina, ci fermiamo da un negozietto minuscolo di alimentari a comperare due yogurt, e scambiamo due parole, e poi al negozio dove lavora Thoufiq, che ci invita a sederci all’interno. Parliamo di varie cose e non so come poi ci racconta di quel che il Corano dice degli antichi profeti, Moussa, cioè Mosé, e di Aissa, o Issà, cioè Gesù e sua madre Meriem, o Maryiam. Quindi ci riferisce una leggenda che è riportata nella sura (cioè nel paragrafo di versetti) n°18 del Corano la “Sura Al-Kahf ” (cioè “la caverna”), che contiene tre storie, una riguarda una messa alla prova di Mosé.
Dice: “In nome di Dio, il Compassionevole, il Misericordioso. (…)
60. [Ricorda] quando Mosè disse al suo garzone: “Non avrò pace, finché non avrò raggiunto la confluenza dei due mari, dovessi anche camminare per degli anni!”. 61. Quando poi giunsero alla confluenza, dimenticarono il pesce che avevano con loro, che miracolosamente, riprese la sua via nel mare. 62. Quando poi furono andati oltre, M. disse al suo garzone: “Tira fuori il nostro pranzo, ché ci siamo affaticati in questo nostro viaggio!”. 63. Rispose: “Vedi un po’ [cos’è accaduto], quando ci siamo rifugiati vicino alla roccia, ho dimenticato il pesce – solo Satana mi ha fatto scordare di dirtelo – e miracolosamente ha ripreso la sua via nel mare. 64. Disse [Mosè]: “Questo è quello che cercavamo”. Poi entrambi ritornarono sui loro passi. 65. Incontrarono uno dei Nostri servi, al quale avevamo concesso misericordia da parte Nostra e al quale avevamo insegnato una scienza da Noi proveniente. 66. Chiese [Mosè]: “Posso seguirti per imparare quello che ti è stato insegnato [a proposito] della retta via?”. 67. Rispose: “Non potrai essere paziente con me. 68. Come potresti resistere dinnanzi a fatiche, che non potrai comprendere?”. 69. Disse [Mosè]: “Se Dio vuole sarò paziente e non disobbedirò ai tuoi ordini” 70. [e l’altro] ribadì: “Se vuoi seguirmi, non dovrai interrogarmi su alcunché, prima che io te ne parli”. 71. Partirono entrambi e, dopo essere saliti su una nave, quello vi produsse una falla. Chiese [Mosè]: “Hai prodotto la falla per far annegare tutti quanti? Hai commesso qualcosa di atroce!”. 72. Rispose: “Non ti avevo detto che non avresti avuto pazienza insieme con me?”. 73. Disse: “Non essere in collera per la mia dimenticanza e non impormi una prova troppo difficile”. 74. Continuarono insieme e incontrarono un giovanetto che [quello] uccise. Insorse [Mosè]: “Hai ucciso un incolpevole, senza ragione di giustizia? Hai certo commesso un’azione orribile”. 75. Rispose: “Non ti avevo detto, che non avresti avuto pazienza insieme con me?”. 76. Disse [Mosè]: “Se dopo di ciò ancora ti interrogherò, non mi tenere più insieme con te. Ti prego di scusarmi”. 77. Continuarono insieme e giunsero nei pressi di un abitato. Chiesero da mangiare agli abitanti, ma costoro rifiutarono l’ospitalità. S’imbatterono poi in un muro che minacciava di crollare e [quello] lo raddrizzò. Disse [Mosè]: “Potresti ben chiedere un salario per quello che hai fatto”. 78. Disse: “Questa è la separazione. Ti spiegherò il significato di ciò che non hai potuto sopportare con pazienza: 79. Per quel che riguarda la nave, apparteneva a povera gente che lavorava sul mare. L’ho danneggiata perché li inseguiva un tiranno che l’avrebbe presa con la forza. 80. Il giovane aveva padre e madre credenti, abbiamo voluto impedire che imponesse loro ribellione e miscredenza 81. e abbiamo voluto che il loro Signore desse loro in cambio [un figlio] più puro e più degno di affetto. 82. Il muro apparteneva a due orfani della città e alla sua base c’era un tesoro che apparteneva loro. Il loro padre era uomo virtuoso e il tuo Signore volle che raggiungessero la loro età adulta e disseppellissero il loro tesoro; segno questo della misericordia del tuo Signore. Io non l’ho fatto di mia iniziativa. Ecco quello che non hai potuto sopportare con pazienza”.

Interessante. In effetti per i musulmani l’egizio Moshé e il galileo Gesù nazareno, sono considerati dei grandi profeti, pur essendo ebrei. Lui ha nel cellulare tutto il Corano in files vocali. Quindi può ascoltare sia come lo recitano vari lettori di suo gradimento (a causa del tono o del timbro della voce), sia in altri files come va cantato dai hezzab i cantori della moschea, e dagli imam, che rispettano un certo ritmo musicale e si esprimono perfettamente con la pronuncia in arabo classico.
Torniamo al nostro riad e ci sdraiamo in camera. Dopo un po’ io vado a fare un giro perché se no mi addormento. Così faccio un giretto verso una via grande e moderna dove non eravamo ancora passati, la Avenue el-Fetuaki. Là ci sono delle belle pasticcerie e bar, in fondo c’è la sede della polizia turistica, un istituto professionale femminile, e un istituto per sordomuti (infatti vedo due ragazzi che si parlano con i segni), e in fondo un grande parcheggio di taxi, di pullman, e di auto con una gran massa di gente che va verso i giardini che si intravedono più in là. Chiedo e vengo a sapere che da quel giardino Arset el-Bilk inizia praticamente la zona della piazza Jemaa el Fna, e che tutte quelle persone vengono per allestirvi le loro bancarelle, o per andare a passare la sera là. Torno indietro e vedo una piccola libreria, mi incuriosisco di un libro in francese ed entro a comprarlo, intanto ne vedo anche un altro sulla cultura marocchina. Compro solo il primo perché mi mancherebbero dieci dirham (cioè un €uro) per prendere anche l’altro, chiedo se mi fa uno sconto comprandone due, ma mi dice che non può. Il libro che prendo tratta delle origini dell’autoritarismo nella cultura maghrebina, che l’autore, un sociologo arabo, individua nella relazione rigida e gerarchica tra maestro e discepolo nella tradizione religiosa nelle confraternite (zaouïa) fondate da sant’uomini in cui gli allievi hanno il dovere di perpetuare gli insegnamenti e l’influenza del maestro fondatore. Il maestro spirituale (cheïkh) insegnava una via, un percorso iniziatico (tarika), e la confraternita lo avrebbe proposto ai fedeli. Sembra addirittura che il 15% dei marocchini appartenga a qualcuna di esse. Ve ne sono anche di esoteriche e mistiche, e altre che insegnano come raggiungere la trance e mettersi in contatto con gli spiriti (djinns). Sono aspetti importati e interessanti di questa cultura.
Torno al riad, e oramai passando alcuni mi salutano perché mi riconoscono, non solo quelli che lavorano nel negozio Byouz Youssef, ma anche quello del negozietto alimentari, e uno di un negozio là vicino dove non sono mai entrato ma che ogni volta che passiamo dice “non venite nel mio negozio? no? forse domani?” e rispondiamo “sì forse domani”. Poi mi saluta un ragazzo disgraziato (forse un drogato?) che sta sempre accucciato là per terra all’inizio della vietta tutto il giorno, e a cui do una monetina. E una vecchia che mi chiede di aiutarla cui pure do delle monete. E salutano anche quelli dello hammam, e uno del posteggio. Se restiamo qui un altro po’ ci conosceranno tutti…
Viene Saïd con cui combiniamo di andare domani per tutta la giornata a fare una gita nei dintorni di Marrakech verso le montagne, nella valle dell’Ourika.
La sera Khadija è incollata ala televisione perché è molto stravolta dalle notizie sulla Siria (Suryia). Il marito (che mi sembrava dall’aspetto un pover’uomo) è al computer che si connette a internet e parla via Skype con la figlia maggiore che è sposata ed è andata a vivere in Germania. Mentre la minore ci dice che lei al momento non vuole neanche pensare al matrimonio.
Ecco cosa significa viaggiare!, significa incontrare nuovi contesti, calarsi essere dentro nuovi contesti, e arricchirsi di stimoli, conoscenze, sensazioni, emozioni, prendendo tutto quel che un altro mondo ti può dare. Oggi e ieri abbiano visto cose nuove, cose belle, mercati, colori, oggetti, a Dar Si-Saïd e alla Medersa e al museo abbiamo potuto assaggiare un’altra civiltà, un’altra storia, un’altro modo di fare arte, di esprimere la bellezza, un patrimonio di forme di straordinaria e raffinata fattura, e poi abbiamo incontrato persone, abbiamo avuto contatto con forme di spiritualità e di pensieri e concezioni del mondo, e della vita, con forme diverse di espressione, abbiamo avuto percezione di altre mentalità… Mi sento proprio bene ad essere venuto qui, grazie Marrakech e grazie a voi markchis… Quanto ti arricchiscono i prodotti della creatività umana, il toccare con mano la possibilità reale di altri contesti formativi, di altre precondizioni per il pensiero e per l’espressione del gusto …!
Vado a letto contento nella nostra suite da “Mille e Una Notte”, mentre il muezzin intona il suo richiamo notturno… e penso alla visita di domani.

8 dicembre sabato (4° giorno) IN UNA VALLE TRA I BERBERI DELL’ATLANTE
Stamattina dopo la solita buona colazione siamo partiti alle 8 con Saïd sul suo grand taxi (cioè un taxi che fa servizio anche fuori città, nella provincia, di solito un auto capiente e confortevole). Ci dirigiamo verso l’obiettivo della valle dell’Ourika, alle falde dell’Atlante.
Annalisa annota: “Il sole è apparso e ci ha accompagnati per quasi tutta la giornata. Fuori in periferia ci sono varie ville e residences, e campi da golf, e industriette, e quartieri nuovi di lusso; qui abitano diversi europei (cinquant’anni fa erano 300 mila, poi all’indipendenza ci fu un grande esodo di quasi tutti, ma oggi c’è una ripresa e pare che il numero di stranieri sia ritornato a quei livelli precedenti). Poco dopo essere usciti dalla città, nella pianura, la plaine de Haouz, si sono presentate alla vista sull’orizzonte le montagne coperte di neve lucida per il sole. Uno spettacolo bellissimo, si vedeva bene una grande estensione della catena dell’Atlante, come un po’ sollevata rispetto all’orizzonte e con cime altissime (la più alta è djebel Toubkal, a 4165 mt.).
Ci siamo fermati varie volte per fare delle foto: ai panorami stabilianti, ai mucchi di olive di varie qualità in vendita lungo la strada (ma il secondo venditore non ha voluto che le fotografassimo), alle donne in attesa fuori dai frantoi, e a quelle povere che aspettavano di ricevere la loro “quota di elemosina” (la decima in termini religiosi) sotto forma di olio. L’aria era fresca e gradevole.”

Ad A’Ghmat si fermarono gli Almoravidi per stabilire il loro primo quartier generale, per poi scendere in pianura e fondare Marrakech (da cui poi prese il nome il Marocco).
Gradualmente si lascia la pianura e la strada si eleva, passato un panorama di campagna collinosa con vari paesi di contadini (le campagne marocchine si chiamano bled, in quanto luoghi di conservazione della vita tradizionale), si entra nella valle. E’ un percorso piacevole, con un bel paesaggio, in cui si susseguono verdi pendii, pascoli, e paesini. Il fiume, lo oued Ourika, scorre a lato della strada irrigando orti, frutteti e giardini. Ci sono dovunque dei simpatici uccelletti. Qui si produce anche molto zafferano, è un lavoro stancante, non è possibile farlo altro che a mano staccando uno per uno gli stimmi. La raccolta ora è finita (si fa in novembre). Ci fermiamo in un villaggio berbero (douar) dove c’è una cooperativa femminile che lavora i frutti e i semi di argan, una pianta tipicamente marocchina, “facendone un particolare olio, e altri derivati per la bellezza della pelle, o dei capelli, o per fare i massaggi. Prima sbucciano (e le capre volentieri mangiano queste bucce esterne), poi con una pietra rompono la noce che è molto liscia, e tolgono la mandorla o seme, che è amara e ancora non commestibile. Le macinano facendone una pasta da cui poi ricavano l’olio per applicazioni estetiche, e infine le pestano per fare olio alimentare, che contiene molto Omega3. Ma i loro prodotti poi sono molto cari…”. Ci illustra tutto ciò una ragazza sui 28 anni con cui chiacchieriamo e che ci dice di non volere pensare ancora al matrimonio, vive in famiglia ma è indipendente economicamente e sta bene così.

Continuiamo a salire, e ci fermiamo dove il fiume diventa più impetuoso e visitiamo una casa berbera. Si tratta di una famiglia che è rimasta danneggiata dall’alluvione della scorsa stagione, e ora fa visitare la propria casa per prendere un po’ di soldi per aiutarli a ricostruire le parti rovinate dalla alluvione. Diamo volentieri un aiuto, dopo la visita. Vivono in condizioni molto disagiate, di povertà, e la loro casa, come tutte quelle circostanti del loro douar, e lungo il corso del fiume è molto rustica, fatta in pisé, cioè un impasto di fango e paglia seccati.

Il re, chiamato familiarmente M6, ha mandato molti aiuti per ricostruire la strada, le infrastrutture, i ponti, e le aziende, ma non bastano. I ponticelli sono estremamente rozzi e precari, delle lunghe passerelle dondolanti e sballonzolanti, su cui dovrebbero far passare anche il bestiame. Ci fermiamo in un paesino dove c’è una targa che segnala una vecchia sinagoga dato che qui c’era una comunità ebraica. Entriamo e c’è solo un vecchio ebreo ottantenne un po’ sordo e rimbambito, che se ne sta seduto lì da solo e in silenzio, gli parliamo in francese ma capisce poco, Saïd deve tradurre in arabo. Annalisa gli da dei soldi come aiuto, ma lui forse non ha nemmeno capito. La piccola sinagoga è bellina. Fa una strana sensazione pensare che molti di questi villaggi di campagna o di montagna fossero comunità ebraiche secolari, o millenarie, e oggi non ci sia più nessuno di loro.
Continuiamo e raggiungiamo a Tnine l’Ourika i “giardini bio-aromatici”. Si tratta di un Istituto di studi professionali per la produzione naturale di aromi e essenze, che fornisce anche lavoro alla popolazione della valle. Vediamo dei cactus senza spine, l’alberello dell’Argan, vari tipi di piante officinali, e di aromi e spezie, la lavanda, il timo, il timo al limone, differenti varietà di salvia ecc.

Ci sono grandi nidi di cicogne sui tetti delle casupole (ma ora le cicogne sono andate a svernare più a sud in paesi dell’Africa subsahariana). Si prende la strada a sinistra. Raggiunto in una trentina di km il paese di Dar Caïd Ouriki, si prosegue in un paesaggio sempre più verde. La strada va sempre più in salita nel pays berbère con villaggi in pisé dello stesso colore della terra, arroccati lungo i versanti delle montagne, sullo sfondo monti innevati. Ci fermiamo a curiosare in un casolare dove fanno delle belle lavorazioni in legno, costruendo statue lignee originali. Ci sono sempre più frequentemente venditori di succosi frutti rossi locali (il cui nome non ci dice nulla) sistemati in cestini di vimini, e venditori di minerali, e di fossili; poco più in là si potrebbe raggiungere con un sentiero un sito preistorico a djebel Yagour, dove ci sono duemila graffiti rupestri. Lungo i pendii in luoghi riparati si vedono cactus con fichi d’India.
Al 65 esimo km si raggiunge Setti Fatma, setta o settaoun vuol dire sorgenti, dove finisce la strada asfaltata a circa 1500 mt di altitudine. Da qui si potrebbe fare una escursione in montagna per andare a vedere le famose sei cascate (setti fatma) di Ouzoud, con una caduta di più di cento metri. Mentre svoltando a destra ad Aghbalou si sarebbe potuto arrivare sino a Oukaimeden, praticamente sull’altra cima montana di fronte, dove c’è una stazione sciistica a 2600 mt. e si può raggiungere la cima a 3270 mt con una seggiovia.

Ci fermiamo per il pranzo in una trattoria con tavoli all’aperto vicino alla riva del fiume. L’aria è primaverile e piacevole. Mangiamo bene e a buon prezzo (soupe aux legumes e una omelette au fromage blanc, e brochettes, cioè spiedini, di tacchino, e patate fritte eccezionali), ci sarebbe stato anche il famoso mechoui, ma essendo un arrosto di carne di montone alla brace, ci pareva pesante. Poi proseguiamo verso il paesino facendo una bella camminata al sole. Vari ci affiancano per cercare di vendere qualcosa o avere un bakshish (mancia). Diamo qualcosa a chi è bisognoso e gentile. Soliti regalini ai bellissimi bambini montanari con le guance belle rosse, che però non vogliono farsi fotografare. Infine torniamo con Saïd e incontriamo molti pastori con i loro greggi di capre e montoni.
Said ci racconta che lui è analfabeta (!) e poi constatiamo che sa solo i numeri. Annalisa lo sprona a impegnarsi per imparare in una scuola serale per adulti, dicendogli che lui farebbe presto ad apprendere, ma lui non si sente molto motivato, ha il suo lavoro in cui è stimato, può sostentare moglie e figli, parla bene l’arabo e il francese… Lui è sahariano, infatti è piuttosto scuro di pelle, e di lingua madre Amazight, cioè berbera.
Nel viaggio di ritorno ci fa notare come vivono in questi paesi e villaggi, e ci racconta che sino a pochi anni fa i membri della grande famiglia allargata restavano assieme a vivere in grandi case, mentre oggi i figli sposati tendono a rendersi indipendenti, e i padri danno loro la quota parte dell’eredità per potersi prendere casa per proprio conto, ma nel bisogno sono tutti uniti e si danno mutuo soccorso. In pratica dato che le persone anziane non avevano mai versato contributi per la propria pensione (cosa che è stata introdotta solo da poco come azione volontaria tramite assicurazioni), il sostentamento della vecchiaia sono proprio i figli, che quindi sono considerati come in dovere di rendere quel che è stato loro assicurato nella minore età col lavoro dei genitori. Di qui nasce (o dovrebbe derivare) la cooperazione tra fratelli, e il fatto che le famiglie sono numerose è quasi un investimento per il futuro. Quindi l’architettura locale è composita, si distinguono: la dar che è la dimora di un notabile e della sua grande famiglia allargata, costruita in pietra e con un piano superiore in muratura; poi la mechta, costruita in pisé e con il tetto di paglia (o oggi in lamiera ondulata); la nouala, una semplice capanna; e infine la tenda berbera dei nomadi.Alla fine ci salutiamo calorosamente, lui ci chiede 60 €uro per la intera giornata (fossimo stati in due coppie, avremmo potuto condividere la spesa, che comunque sarebbe stata uguale, spendendo meno a testa), il tutto per una gita di circa 200 km, inclusa benzina e sue spiegazioni (telefono di Saïd: 06 62061305).
Arriviamo al nostro riad stanchi ma contenti. Alla sera andiamo per cena in piazza, e vediamo (poco) un film in programmazione per il festival del cinema in corso, l’indiano “Barfi!”, che mi sembra abbastanza ben fatto e interessante. Ma in piazza c’è un caos incredibile, e decine decine di bancarelle per mangiare, moltissime propongono il kebab, tanti negozietti e banchetti aperti, illuminazione dappertutto, grande affluenza di gente, musica, spettacolini, circoli di gente attorno ai vari eventi come recite, commediole da ridere, cantanti, buffoni, contastorie con magari un assistente che mima ottimamente le varie scene, danzatori e suonatori, acrobati, l’incantatore di serpenti con i suoi cobra in un cestino di vimini, gli ammaestratori di scimmie, eccetera. E’ tutto un grande spettacolo. E di sottofondo il tam tam dei tamburi africani della Mauretania. Intanto certi venditori di trottole azzurre luminose continuano a lanciarle con elastici più in alto possibile nel buio fitto, e c’è questa continua pioggia di punti fosforescenti. Centinaia e centinaia di persone partecipano a questo grande happening serale e notturno. C’è davvero quel brusio di fondo, permanente, di cui diceva Elias Canetti: “Al crepuscolo mi recai sulla grande piazza al centro della città, e ciò che cercavo non era il suo aspetto pittoresco né la sua confusione, che conoscevo già bene. Ero alla ricerca di una matassa bruna raso-terra, che non aveva nemmeno una voce, che non emetteva che un solo suono. Un profondo, in interminabile mormorio: ä, ä, ä, che non decresceva né si ingrandiva, ma non si arrestava mai, e dietro le migliaia di richiami e di gridi della piazza, si poteva sempre percepire. Era il suono invariabile della piazza Jemaa el-Fna che restava il medesimo nel corso di tutta la sera, e di sera in sera.” (“Le voci di Marrakech. Note di un viaggio”, trad. mia). Si legge nella sintesi del volume Adelphi, 1983: “Elias Canetti soggiornò per un certo periodo a Marrakech, nel 1954. Era giunto a un momento di stasi e lo scrittore sentiva il bisogno di nuove voci, (sia pure) di voci incomprensibili, come quelle che lo avvolsero nella splendida città marocchina. Vagando per i suk, per le strette vie, per i mercati e le piazze, fra cammelli, mendicanti, donne velate, cantastorie, farabutti, ciechi e commercianti, Canetti capta forme e suoni: “gli altri, la gente che ha sempre vissuto là e che io non comprendevo, erano per me come me stesso”.

Ceniamo su una terrazza chiamata “Les 7 saints”, dove per un po’ guardiamo giù il via vai incredibile, e tutte le luci, ma poi chiediamo di entrare perché là in alto c’è vento freddo. Per primo una minestra harira, poi per secondo io prendo cotolette d’agnello con patatine, e Annalisa un couscous di legumi, e una bottiglia d’acqua, totale 12 €uro in due.
La harira, un zuppa prevalentemente invernale, può essere preparata in vari modi, ma in sostanza consiste in questo: si fa un brodo con frattaglie di pollo, montone a dadini, pomodoro, cipolle, ceci, prezzemolo, zenzero, zafferano. Lo si tiene un paio d’ore sul fuoco, e poi gli aggiunge un bel pezzo di burro. Intanto si prepara un po’ di riso che viene poi insaporito da spezie, e delle lenticchie. E si fa una mistura di pomodori, coriandolo, e lievito per pane. Infine si mette assieme tutto ciò, aggiungendo delle uova, pezzettini di carne, e vecce (un’erba leguminosa). Ne risulta una soupe un pochino piccantina, che è buona calda.
Il cous-cous, contrariamente a quel che pensavo, non si trova di frequente perché sarebbe il piatto del pranzo del venerdì, e richiede tempo per la sua preparazione, perciò di solito non c’è nei ristoranti, ma ora si vendono anche qui quei pacchetti precotti e allora qualche trattoria comincia a proporlo. Si tratta di semolino cotto al vapore con un buon brodo di carne e verdure e poi servito con la guarnizione che si preferisce, di solito carne e salsa, ma anche vegetariano. ce ne sono pure di dolci, come il macfoul, con vitello, cipolle e pomodori, ma con aggiunta di zucchero e cannella.
Torniamo per una strada pedonale che parte dai giardini Arset el-Bilk, affollatissima, ma che dico? superaffollatissima, tipo un autobus all’uscita dalle scuole. Una via moderna con negozi, vetrine, ristoranti, cinema, c’è un gran caos; e poi proseguiamo lungo la Avenue el-Fetouaki, e ritorniamo al riad. Suoniamo col convenuto triplice drin, e il marito viene lentamente ad aprirci, e poi a nanna!

9 dicembre, domenica (5° giorno)
Ultima giornata a Marrakech, lungo la nostra stradina salutiamo questo e quello, do un tramezzino di pollo confezionato al giovane accucciato, che mi manda tanti baci con la mano, e poi andiamo dietro a place des ferblantières, a cercare l’ingresso all’ex quartiere ebraico, il cosiddetto Mellah, adiacente alla Kasbah, ma giriamo un po’ lungo le mura invano, intanto vediamo che sugli spalti ci sono molti gradi nidi di cicogne e in alcuni c’è una cicogna e in altri una coppia.
Ricapitolando, medina, ovvero madinah, è il vecchio quartiere arabo che spesso è in una cinta muraria; mellah è il vecchio quartiere ebraico; casba, ovvero qasbah, o kasbah, è “la cittadella” storica, che a Marrakech ha anch’essa una cinta cinta di km. 2,5 per 2; e suk o suq è il mercato degli artigiani, e dei commercianti, con laboratori e bancarelle. Poi fuori dal centro storico c’è la ville nouvelle costruita dai francesi negli aa. 20 e 30 per i residenti europei, e oggi ampliata con la città moderna; nei quartieri nuovi e moderni ci sono ampi viali alberati e con giardini e parchi, e una grande palmeraie a nord.
Poi troviamo la stradina stretta stretta di accesso e andiamo per prima cosa a vedere la sinagoga Lazama grande e ben tenuta. Ci danno un dépliant che spiega che oggi è il secondo giorno della settimana di Hanouccah, e insegna come si accendono i lumi della hanucchìa, qual è il senso di questa festività, come si prepara, quali pratiche fare e quali benedizioni dire, eccetera, il tutto a cura di un gruppo Lubavitch e a spese della comunità israelitica di Casablanca; il che fa capire che le persone rimaste non sono più bene a conoscenza di certe cose o non hanno un referente come un rabbino locale cui rivolgersi. Poi giriamo per il quartiere dove ci sono negozi di spezie, e alcuni bambini ci mostrano un paio di luoghi dove c’erano altre sinagoghe più piccole. Il quartiere è ancor oggi povero e malmesso (ma vanno visti anche questi quartieri per non farsi un quadretto falsato della realtà della città).

Anche qui in certi negozietti si trovano oggetti di culto, o altri oggetti di uso domestico di provenienza ebraica in vendita.
Le comunità ebraiche in Marocco risalgono ai tempi dell’impero romano o prima. I berberi, di “vocazione” monoteisti, si avvicinarono in parte all’ebraismo prima della loro islamizzazione. Durante il periodo della dinastia degli Almohadi, islamisti molto stretti e rigorosi, il loro statuto di “protetti” (dhimmi) dovuto al fatto che sono monoteisti (i cosiddetti “popoli del Libro”) viene ridotto, e certi da allora condussero un cripto-giudaismo in casa, e mostravano in pubblico un islam di convenienza, essendo culturalmente e linguisticamente molto assimilati nel contesto. Nel 1438 a Fès gli ebrei vengono raggruppati in un quartiere separato vicino al controllo del palazzo, dove c’era un vecchio deposito di sale (il mellah) e da allora questa parola designa i “ghetti” ebraici nel mondo arabo. Con la guerra di conquista cristiana dell’Andalusia moresca, molti ebrei spagnoli trovano rifugio al di là dello stretto di Gibilterra, e il numero delle comunità aumenta. Data la loro conoscenza del castigliano e altre lingue europee (il catalano, il provenzale e il francese) divengono intermediari nelle relazioni diplomatiche e commerciali ed assumono sempre più importanza. La cultura giudaico-marocchina è ricca e diversificata; benché nell’età moderna tutti adottino i riti sefarditi (cioè hispanici), resta una differenza tra ebrei di lingua e cultura araba, ed ebrei di lingua e cultura berbera dei paesi della catena dell’Atlante e dell’oltre-Atlante. Ci furono politici, dotti rabbini, letterati, scienziati, poeti, filosofi, una musica specifica e molti artigiani in varie arti, dai gioielli alla lavorazione della gomma, o all’arte delle decorazioni… Gli ebrei marocchini raggiunsero il numero di 400mila (quasi il 10% della pop. totale). In effetti a giudicare dalla cartina il cimitero è di grandi dimensioni. Ancor oggi si avverte il lascito della loro influenza, anche se oramai quasi tutti sono fuggiti in Israele o in Europa in differenti ondate corrispondenti a momenti di drammatico esplodere di antiebraismo a causa di eventi bellici tra Israele e stati arabi (265 mila tra 1948 e 1956; e poi ancora nel 1967 e nel 1973), e l’unica comunità un po’ “numerosa” rimasta è a Casablanca. L’altra volta nel nostro primo viaggio avevamo visitato alcune piccole comunità e luoghi di culto nelle “città imperiali” (Fès, Rabat, Meknès). Oggi restano solo 5 mila ebrei in tutto il Marocco. Nella nuova costituzione approvata con referendum il 1° luglio scorso, e varata da re Mohammed VI, si parla nel prologo di una nazione marocchina che fonda la sua unità identitaria su diversi contributi culturali e storici, tra cui si citano la cultura araba, quella Amazight (berbera), quella sub-sahariana, quella andalusa e mediterranea, e quella ebraica. Il re nel 1997 aprì a Casablanca un museo nazionale sulla cultura ebraica marocchina, l’unico esistente in tutto il mondo arabo. Ciò nonostante tra il popolino è diffuso il concetto che gli ebrei in generale siano collettivamente colpevoli in quanto uccisori degli arabi palestinesi.
Gli ebrei marocchini che ora vivono in Israele e in altri paesi, hanno in ogni modo conservato pur in quei nuovi contesti un forte sentimento della loro identità comunitaria marocchina, ed oggi il governo del Marocco li considera come marocchini all’estero.
Ora il quartiere comunque è molto trascurato e delabré e preferiamo andarcene. Il resto è un intrico di vicoli tra la rue de la Luneta e la rue du docteur Pulido, dove non ci addentriamo.
Ne usciamo per andare a visitare le tombe della dinastia dei Saadiani. Fu la dinastia di markchis che dominò su tutto il paese e parte del Maghreb, a cui si deve il fatto che il Marocco è restato indipendente dall’Impero Ottomano. Il più famoso fu el-Mansour (=”il Dorato”) alla fine del Cinquecento. Hanno lasciato un traccia importante in campo culturale, artistico, e commerciale. Il Marocco, tramite la città di Sijilmassa, da allora si è legato al commercio con i paesi del Grande Soudan occidentale (i regni del Ghana, del Mali, di Songhai) fino a Timbuktu, o Tombouctou, e con l’importazione e il traffico di oro e avorio (e di schiavi neri) dalle rive del fiume Niger, tramite lunghe vie carovaniere. Dal Cinquecento la grande immigrazione di andalusi musulmani ed ebrei, ha molto incrementato la popolazione urbana, e le attività produttive e commerciali.
Anche l’accesso alle tombe in cui sono sepolti, non è semplice da trovare, nonostante alcuni cartelli, e si può andarci anche attraversando alcune abitazioni-negozi di commercianti, che hanno l’obbligo (e il gran piacere) di farvi passare attraverso i loro magazzini. Così giriamo un po’ il quartiere della Kasbah, e infine arriviamo a queste Tombeaux Saadiens, che stanno sul retro della grande moschea, e pagando un biglietto da 10 dirham, si passa per un tortuoso e stretto corridoio che permette anche ai non mussulmani di vistare questo luogo in quanto così non passano per la moschea. Valgono la visita, l’architettura è splendida, e se c’è poca gente l’atmosfera è molto bella per la calma e serenità che ispira il luogo, e gli uccellini sulle palme, il silenzio, eccetera.
Andiamo poi a pranzare proprio di fronte al lato della moschea, al “Kasbah Café”, appena rinnovato, con una bella terrazza panoramica con dei tavolini (rue Boutouil 47), aperto dalle 9 alle 23h. Chiacchieriamo con degli italiani.
Poi camminiamo verso il minareto della Koutoubiya, capolavoro della architettura hispano-moresca del XII sec. a cui è ispirata la Giralda di Siviglia. Era il minareto del quartiere dei librai, da qui il suo nome. Terminato nel 1199, è  indubbiamente di perfetta armonia delle misure, alto 70 metri, austero e sobrio, ed è circondato da un giardino e da palme della grande piazza Abd el-Moumen.
Sulla destra, vicino alla avenue el-Fetouaki, c’è il mausoleo di Youssef ben-Tachfine, luogo di pellegrinaggi, perché è il fondatore della città e della dinastia Almoravide. E’ l’unica koubba, cupola, di quell’epoca che sia rimasta intatta, forse a causa del cenotafio riportato all’esterno: “Generoso, benevolo, disdegnava i piaceri mondani; austero, giusto e santo, fu modesto sin nel vestire: per quanto potere Iddio gli diede, lui non si vestiva d’altro che di lana, escludendo qualsiasi altra stoffa. Si nutriva di orzo, e di carne e latte di cammello, e si attenne strettamente a questa dieta sino alla morte. Non inflisse mai pene più gravi della detenzione a tempo determinato. Onorava i dottori della Legge, e venerava i sapienti e i saggi; sottoponeva loro i problemi dei pubblici affari per riceverne il loro avviso, che si impegnava a rispettare” (dalla guida “petit futé”).
Poi ripercorriamo quella strada pedonale e ci fermiamo a riposare nei giardini accanto alla piazza Jemaa-el-Fna, dove poi ci spostiamo, come calamitati, e ci stravacchiamo stanchi in un bar prendendo un thé che non consumiamo. Restiamo di nuovo catturati dal brulichio della piazza, dalla sua perenne vitalità.
Scriveva Elias Canetti, sempre nel 1954 a proposito di Marrakech: “Davvero in quel momento mi sembrò di essere altrove, di aver raggiunto la meta del mio viaggio. Da lì non volevo più andarmene, c’ero già stato, centinaia di anni prima, ma lo avevo dimenticato, ed ecco che ora tutto ritornava in me. Trovavo nella piazza l’ostentazione della densità, del calore della vita che sento in me stesso. Mentre mi trovavo lì, io ero quella piazza. Credo di essere sempre quella piazza.” (Adelphi, p.57).
Quando ce la sentiamo ci incamminiamo di nuovo, ma verso casa.

Do uno yogurt che ci è avanzato al giovane accucciato, e poi entriamo in un museo privato che pur essendo vicinissimo al riad non avevamo ancora visitato, il Museo Tiskiwin. Si tratta della casa-museo dell’etnografo olandese Bert Flint che ha raccolto nei suoi viaggi negli anni Cinquanta nel Sud sahariano moltissimi e interessanti reperti. Lui è lì che scrive al computer il suo prossimo libro, ha un po’ più di ottant’anni e ci soffermiamo a chiacchierare con lui.
La sua convinzione è che i berberi dell’Atlante perfezionarono la cultura africana del Mali e dei paesi dell’area del cosiddetto Soudan occidentale, dal Niger al Senegal, portandola alle popolazioni mediterranee. Secondo lui i Mauri e i Numidi e i Getuli (e forse anche i Nubiani) erano gli antichi predecessori dei berberi, e con questi reperti qui raccolti nel suo museo, vuole dimostrare una continuità culturale della cultura africana e nera, di ceppo cuscitico, con la cultura dei popoli camitici -di pelle più chiara- della catena dell’Atlante. Accennavo poco sopra ai collegamenti di scambi commerciali fino al Niger. E’ estremamente interessante chiacchierare con lui. Mi chiede dei miei studi e gli dico che mi sono occupato di storia dei percorsi formativi, allora mi dice due parole sull’importanza dei processi iniziatici nelle culture ancestrali. Mi mostra la foto una antichissima ascia bipenne in pietra, raccolta nel territorio ora abitato dai Touaregh, simile a quelle minoico-micenee, e mi accenna a legami delle civiltà africane e dell’Atlante con la civiltà cicladico-egea, dovuti anche alla continuità di flora e fauna (leoni e pantere erano presenti ancora nei territori elladici arcaici), mi mostra sulla carta il suo percorso, e mi dice che tutti i reperti, anche quelli grandi, li ha trasportati fin qui lui andando e tornando più volte. Poi infine gentilmente mi autografa il suo libro-catalogo su “L’art de la parure” (l’arte dell’ornamento, della decorazione). Gli dico che nel ’76 avevo fato un giro in Tunisia nella parte a Sud dello Chott el-Djérid, e nel ’77 ero andato con la mia auto fino al sud dell’Algeria nello M’zab a Touggourt, Ouargla, Beni Isguen e Ghardaïa, e ci salutiamo con cordialità.
Mi ha fatto ricordare un bel reportage di Folco Quilici, uscito in tre puntate su “Epoca”, quando attraversò il Sahara dalla Tunisia sino in Nigeria, “Viaggio nel Sahara”, poi pubblicato in “Terre d’avventura”, A.Mondadori.
Tornati in riad Annalisa si addormenta, e io vado a fare una corsa alla libreria vicina prima che chiuda. Non vedo più quel libro che volevo prendere. Il tipo si ricordava di me e appena è libero mi da il libro che aveva messo da parte. Gli do il corrispondente prezzo di 117 dirham, ma ne prende solo cento, e così mi fa lo sconto che avevo chiesto…
A cena andiamo nel bel ristorante “Riad Si-Saïd” (vicino al portone del museo), dove mangiamo benissimo nel bel patio centrale con impluvium e fontanella. Una cena raffinata e leggera, serviti di tutto punto, in un ambiente straordinario, per 15 €uro a testa, tutto compreso.
Ma anche se il distacco dispiace, da domani inizia il nostro secondo tempo, e dunque l’avventura continua

10 dicembre 2012, lunedì (6° giorno)
Al mattino presto lasciamo con un po’ di dispiacere la nostra bella camera del Riad nella medina di Marrakech, salutiamo Khadja e poi anche tutti gli altri della stradina che ci riconoscevano e salutavano, e con il nostro buon Rachid usciamo dalla città con la sua 4×4.
(indirizzo di Rachid Labid: rachmer@live.fr tel. 06 66169061 o 06 62496308, se si chiama dall’Italia anziché iniziare con 0 mettere 00212).
Dal nostro amico Thoufiq abbiamo appreso che ogniqualvolta si incomincia una qualsiasi cosa, si dice bismillah, cioè bismi Allah, in nome di Dio (come dire: se Dio vuole), con cui si invoca la benedizione divina; e quando la si porta a termine, si dice amdullah, cioè: grazie a Dio, o per grazia di Dio, più esattamente: al-hamdulilah. Per cui appena l’auto si muove diciamo tutti e tre bismillah! Da giovane avevo studiato un po’ di arabo, ma ora ho completamente dimenticato tutto, se non alcune pochissime parole, e un po’ ancora a leggere le scritte.
Appena fuori rivediamo alzarsi dall’orizzonte azzurrato il maestoso complesso dell’Atlante innevato di bianco, e attraversiamo la zona nuovissima di insediamento di hotel, residence, resort, campi da golf e ville di lusso. Rivediamo i cumuli di olive e gli ingressi ai frantoi.
Ci avviamo verso la catena di montagne, e la strada dopo Aït-Ourir passa da una pianura piatta ad una salita; entriamo nella regione del Pays Glaoua. Cielo azzurro terso, bel sole splendente, parecchio verde, con alberi diversi dai nostri di montagna, tra cui i cedri. Dopo poco la neve non è più solo là sulle cime, ma già sui bordi della strada. Tizi-n-Aït-Imguer a 1470 m. (tizi in berbero significa passo, o colle). Ci fermiamo ogni tanto a fare foto. La strada è buona e ben tenuta. A lato pini di Aleppo.
Ci sono fasce di colori nelle pietre e nelle rocce di questa zona arida. Ci sono terre rossastre fiancheggiate da scogliere nere.I villaggi sono tutti dello stesso colore della terra, poiché le case sono in pisé, cioè fango misto paglia, e adobe.
Al km 110 raggiungiamo il passo Tiz’in Tichka (in berbero: colle dei pascoli) a 2260 mt. con la neve tutt’attorno, cui fa seguito un vasto altipiano. L’aria è pulita e trasparente, la temperatura è mite, e il sole fortissimo.

Poco dopo il passo, a 2210 m. giriamo a sinistra per una stradina con il vecchio asfalto rovinato e con buche, piuttosto stretta, che scende, scende in mezzo ad alcuni boschetti fino a Telouèt.
Già lungo la strada avevamo cominciato a vedere delle vecchie Kasbah e degli Ksour (plurale di ksar) che si stanno sgretolando, sfaldando, disfacendo… peccato…
Per arare il campo vediamo che uno utilizza anziché i buoi, un cavallo e un asino affiancati.
Ci fermiamo nel villaggio di Telouèt a 1800 mt. per pranzare. Bell’albergo in stile rustico moresco, tutto restaurato. Per il pranzo ci mettono in una “tenda berbera” all’aperto su un terrazzamento di fronte all’albergo. E ci godiamo l’arietta pulita, piena di ossigeno, il sole splendente, e il silenzio, la calma, i tempi rilassati.
Scambiamo due parole con Ali, che vuole imparare un po’ di italiano e di spagnolo, e ci racconta un poco anche della condizione dei berberi, che si chiamano Tamazight (plurale di Amazigh), che etimologicamente significa “uomini liberi”, e in cambio delle parole italiane che gli abbiamo detto, ci insegna varie parole che mi annoto. Allora bismillah in berbero amazigh si dice: psaurrahà; alhamdulillah =shbaàche; e il saluto salaam aleikoum, salute a voi, si dice lai ‘aunn; sbah ‘l kher, buona giornata = ‘ammi; mentre salve, salut, si dice ‘azol; e arrivederci, bi’slaama = lai hnick… è una lingua camitica con influssi semitici, non facilissima… Già mi contenterò di ricordarmi qualche parolina di convenienza in arabo, e per fortuna il francese lo sanno quasi tutti… E poi scherzo un po’ col cameriere ‘Abdul – ‘Aziz, che ha voglia di divertirsi ed è simpatico. Ci parla di varie cose mentre aspettiamo che sia pronto. Tra l’altro dicono che siamo stati fortunati perché la settimana scorsa aveva nevicato, era tutto bianco, e il passo era anche stato chiuso. Mangiamo molto bene intanto che ci guardiamo attorno nel silenzio e nell’arietta fresca sotto il forte sole. Escono dei ragazzi da scuola; c’è un panorama montano bellissimo; e si vede il grande palazzo della kasbah che poi visiteremo.

Un po’ tra tutti e due ci raccontano di quello che al tempo del Protettorato francese era il pascià di tutto il Sud, il famoso Glauì. La sua famiglia, e il suo clan con tutti gli agganci dei subordinati e dei soci, cioè gli El Glaouì, svolsero un importante ruolo politico e di potere nel contesto di un organizzazione sociale e istituzionale di tipo feudale. In particolare hadj Tihami el-Glaouì, il pascià per quasi 50 anni, fu un fondamentale collaborazionista dei colonialisti, e contribuì alla decisione dei francesi di mandare il sultano (o re) Mohammed V° in esilio in Madagascar. Quando poi le rivolte indipendentiste riuscirono ad ottenere la fine del dominio straniero e il re poté tornare, lui fece pubblico pentimento e chiese l’aman, cioè il perdono, e subito dopo morì. Ma per molti anni fu il signore assoluto di tutte queste terre e genti, e l’autorità tradizionale più importante, e in assenza del re non ebbe rivali. Costruì molte kasbeh in tutti i suoi domini, e viveva gran parte del tempo in questa di Telouèt, che rese molto simile all’Alhambra, in stile moresco-berbero.
La kasbah era allo stesso tempo la residenza principesca e uno ksar cioè un villaggio fortificato (si pensi a kasr), che, posto in questa posizione, cioè alla sommità dell’unica strada di collegamento tra il versante est dell’Atlante, con alle spalle tutti i commerci con l’Africa nera, e la città di Marrakech.
Eccoci a contatto con i drammi delle lotte di potere, delle rivalità politiche, e della storia di eventi che spesso sono simili in vari paesi e epoche, con tutti gli strascichi e le conseguenze a volte indelebili e gravi che essi lasciano nel tempo…Ali ci porta a visitarla e ce la illustra. Nella parte esterna è tutto decadente e rovinato, e una gran parte della casba è crollata (fu abbandonata così dopo che vennero confiscati tutti i beni dell’ultimo “Signore dell’Atlante”), ma dentro ci sono ancora alcuni ambienti in buono stato di conservazione, e di eccezionale bellezza. Una delle grandi sale che si visitano era per lo harem (alcune scene del film “harem” sono state girate proprio qui), con decine di donne in gran parte avute in regalo o comperate nei mercati del Caucaso, o prese nei villaggi, un’altra saletta era per le musiciste e per le danzatrici, e una grande per i ricevimenti. I saloni sono in marmo di Carrara. Ci sono raffinati mosaici e stucchi, vetrate e soffitti, e i tipici muqarnas, o nidi-d’ape in gesso o legno. Le porte, come le pareti, sono decorate da dipinti geometrici detti zouaq, e i soffitti hanno tutti le travi a vista in legno di cedro dipinte. Dalle belle finestre con inferriate (un po’ tipo le musharbiye di legno intarsiato) si vede sullo sfondo l’Atlante innevato! Ali dice a ragione che è un vero peccato che in generale i turisti non abbiano voglia di fare la deviazione per Telouèt, e che anche quelli che lo fanno, sostino solo per mangiare e poi vadano tutti dritti giù a ‘Aït ben-Haddhu, che è famosa, ma che dentro non ha mantenuto nulla, mentre qui è l’interno la parte più bella, e invece non sapendolo la trascurano. All’ingresso non hanno da darmi il resto per il biglietto, e così lo anticipa Ali, e ora alla fine della visita gli do una banconota in modo da tenersi anche il suo compenso come cicerone, oltre a restituirgli il prezzo del biglietto, e mi da lui il resto.
Sia lui che il tizio qui della cassa all’ingresso, dicono che la cultura berbera oggi è sì riconosciuta, ma va ancora fatto molto per la sua protezione e valorizzazione. Per es. loro vorrebbero che nelle scuole locali si insegnasse in amazigh (attualmente si insegna solo in arabo, o almeno che si insegnasse come materia facoltativa la lingua e la cultura autoctona. C’è una sola radio con alcuni programmi in amazigh, ma loro vorrebbero che ci fossero almeno un canale radio e uno televisivo in amazigh. Comunque sta tuttora di fatto che il 60% della popolazione marocchina si sentono arabi, e questi sono la gran parte degli abitanti delle maggiori città, ed hanno in mano non solo economia e finanza, ma anche la radio, la televisione, i giornali, la scuola; mentre solo un terzo dei marocchini si dichiara come berbero, e sinora non detengono che una piccola parte della ricchezza nazionale, e sono influenti solo in settori come quelli commerciale e dell’artigianato. E poi a loro dire ci sono ancora certi che usano il termine berbero come per dire barbaro.
Infine ci mostrano che qui c’è anche un piccolo quartierino di casupole in cui abitano gli haratines, (in berbero uomini scuri) neri discendenti da schiavi africani.
Siamo stati bene qui, e abbiamo fatto bene a fare una lunga sosta.
Poi ripartiamo e la strada diventa presto un tracciato di terra e sassi stretto. Si procede lungo dei canyon che da lontano non si vedono neanche, perché le sponde sono ripide e quindi a distanza sembra che non ci sia nulla e che il terreno continui. Invece giù c’è verde e vita, con gli orti e gli alberi, ed è pieno di casette abbarbicate alle pendici. Il panorama è semplicemente meraviglioso. C’è poi un terzo tratto che è una strada asfaltata nuovissima e ben fatta. Arriviamo quindi rapidamente ad ‘Aït ben-Haddhu.

Ci fermiamo e andiamo ad ammirare la bella casbah che l’Unesco ha dichiarato di recente patrimonio culturale dell’Umanità.
Effettivamente è molto suggestiva, posta in una posizione favolosa, come appoggiata ad una collina in riva ad un fiume, in un oasi rigogliosa, e il villaggione è pieno anche di altre belle kasbeh minori, però noi, dopo quel che ci avevano detto, restiamo all’esterno e a debita distanza in modo da abbracciare il tutto con lo sguardo. (tra l’altro qui sono stati girati film come il Gladiatore, Sodoma e Gomorra, o Asterix e Cleopatra.

Poi giungiamo al capoluogo di tutto l’oltre-Atlante, cioè la città di Ouarzazate (nome che deriverebbe dall’amazigh: war ezzalat, cioè  “nessun problema”.
A Ouarzazate, l’albergo prenotato è nella parte nuova dopo il ponte sullo ouadi, ed è un quartiere distaccato e moderno, che si chiama Tabounte. Alla sera facciamo due passi, ma questo come altri centri anonimi moderni, è del tutto privo di identità, e dunque abbastanza squallido, per quanto ben fatto; fa spavento l’idea che il prossimo futuro (visto l’attuale forte tendenza all’inurbamento) sia questo, sia di vivere in luoghi asettici, neutri, anonimi… come delle periferie ma a sé stanti, e in molti casi sorti in mezzo al nulla, oltre che senza storia.
Comunque sia, da che esiste, e a tutt’oggi, Ouarzazate è la città più importante oltre l’Alto Atlante, e  il punto di partenza obbligato per ogni viaggio attraverso e verso il deserto, dato che è da qui che si dipartono le due strade che percorrono le due valli principali esistenti, cioè sostanzialmente quella del Dadès e quella della Draa.
Da domani iniziamo a percorrere il territorio degli ksour e delle kasbeh, e delle oasi. Cioè la parte forse più suggestiva del viaggio, nelle aree più desertiche.

dalla nostra finestra

Come anche noi stessi abbiamo subito potuto constatare, ci sono tipologie diverse di deserto, per lo meno tre: il territorio arido di pietre e rocce basaltiche sgretolate, chiamato hammada, inoltre il reg, di terra, ghiaia e sassi, con qualche minimo cespuglietto qua e là, e quello “classico” di sabbia con le dune, chiamato erg, che occupa solo uno scarso 20% del totale. Si pensi che il 42% del Marocco è suolo improduttivo, mentre il 13% è di palmeti e boschi, e il resto (cioè meno della metà) sono coltivazioni e pascoli.
In questi territori dunque chi ci vive?
Si possono identificare varie tipologie anche tra i nativi dell’oltre-Atlante: i Tamazight sono prevalentemente suddivisi in due attività, i pastori e allevatori di bestiame da un lato, e i contadini e gli orticoltori dei terreni attraversati da un corso d’acqua dall’altro. Inoltre si possono suddividere in nomadi e sedentari. Infatti ci sono quelli che vivono appunto nelle oasi, nei palmeti, o che fanno riferimento ad essi, e quelli che vivono in relazione al deserto. Così guardando da un’altra prospettiva, ci sono i berberi arabizzati e arabofoni, cioè che usano nelle relazioni quotidiane, e anche nel privato, l’arabo (anche se conoscono il berbero), quelli perfettamente bilingui (13% che mischiano un po’ le parole e le frasi nelle due lingue), e quelli che ancora usano correntemente e nel loro privato solo l’amazigh (37%). Ma la complessità non finisce qui, oltre ai Tamazight ci sono pure i sahariani (o Sahrawi), i Touaregh, e spesso dei neri “del luogo” (gli Haratines), e ora anche africani immigrati. Ma ovviamente ci sono anche mulatti e misti derivati da vari incroci… (si dice che praticamente la maggioranza dei marocchini in generale abbia origini di sangue berbero, e che dunque solo meno della metà della popolazione abbia componenti di lignaggio arabo). L’arabo parlato è la versione “volgare” dell’arabo classico e letterario (quello in cui è scritto il Corano), e in Marocco ci sono un paio di patois (di parlate correnti) ma non sono ammessi questi linguaggi nella stampa e nei mezzi di comunicazione di massa, e nelle scuole. Solo qualche trasmissione, o il teatro “dialettale”, o nei film di tipo popolare, se lo possono permettere.
Così come fino a pochi anni fa c’erano state da secoli, anche qua nei villaggi di oltre-Atlante, anche numerose comunità ebraiche. Gli ebrei parlavano il berbero e l’arabo, oppure quelli di origine andalusa parlavano tra loro nel cosiddetto spagnolito, o ladino. I riti religiosi erano quelli secondo la tradizione sefardita (da Sefarad = Spagna).
Oggi è diffuso il francese (seconda lingua ufficiale), e in certe zone lo spagnolo, e comincia a essere conosciuto in ambiti turistici anche un po’ di inglese.
Quanto alla religione, la stragrande maggioranza sono musulmani di fede sunnita (la Sunna, o Hadith è la raccolta dei detti del Profeta), che praticano il rito malachita instaurato dai tempi della dinastia degli Almoravidi che nell’ XI e XII sec. crearono un unico regno sulle due sponde dello stretto di Gibilterra, e che ebbe poi le sue ultime tracce nel regno moresco di Granada e Cordoba.
Dunque anche il Paese berbero si presenta piuttosto complesso e articolato.
Dal punto di vista storico-artistico e dunque anche turistico, questo è “il Paese dalle mille Kasbeh” (o delle “mille e una” kasbah), o anche “il Paese degli ksour”.
La kasbah sostanzialmente era una fortezza-palazzo in cui abitavano famiglie potenti o le autorità. Mentre lo ksar (al pl. ksour) è come un castello di famiglie, o una comunità, praticamente composto da grandi casone contigue, circondato da bastioni e con torri di guardia. Vi abitavano i coltivatori e contadini e vivevano in regimi di condivisione. Un’altra tipologia architettonica diffusa è lo agadir, un granaio-magazzino fortificato, tra cui i granai collettivi erano detti ighrem, assai alti (come quelli che furono rappresentati nei quadri del pittore Jacques Majorelle che amava girare questi villaggi a dorso di mulo in cerca di soggetti pittoreschi).
In sostanza era tutto fortificato, in quanto si tratta di costruzioni delle famiglie o dei clan dei sedentari, per difendersi dai nomadi che vivevano in tende e accampamenti mobili, e che ogni tanto in periodi di difficoltà potevano trasformarsi in predoni. Quindi al giorno d’oggi hanno perduto la loro funzione e per questo molti sono abbandonati e in disgregazione (le costruzioni in pisé, cioè in terra, ovvero argilla, detriti e paglia, abbisognano infatti di una continua e costante manutenzione, altrimenti si disgregano). Resta sempre il fatto che i palmeti, le oasi, o il fondo delle valli rinverdite dall’acqua degli uidian (pl. di ouadi), sono il punto d’appoggio per tutti. Qui sino a pochissimi anni fa la vita era ancora regolata da ritmi immutati nei secoli, ma sostanzialmente resta in gran parte tale ancor oggi. E ancor oggi la struttura sociale è fondata su comunità di grandi famiglie allargate, del medesimo clan, che possiedono in comune le terre e greggi di capre, pecore e montoni. I clan più influenti sono gli Shleuh (o Chleuh) nell’Antiatlante e nell’Atlas occidentale, e nella parte centrale della catena dell’Atlante i Ber-ber (o Barabér), i Glaua, i Masmuda, gli Zenata, e i Sanhaja (che sono più scuretti di pelle); ma all’interno dei clan vi sono poi anche numerose tribù: gli Amazir (tra cui la grande famiglia dei Naam), la famiglia al-Jakani, i Reggeibat, gli Ida, i Blal, gli ‘Aït Hussa, Aït Haddidou, le varie tribù barabér (degli Idrassen, Nadhir, Seri, Serruchen, Sokhnon, Yafelman, Yussi, Zaer, Zayan, Zemmun), quelle delle valli del Draa e Dades: i Mezgita, i Seddrat, o i residenti di Fezwala, Ktawa, Mhammid, Ternata, Tinzulin, e altri…

martedì 11 dicembre, settimo giorno
Ripartiamo, passiamo dalla vecchia kasbah di Taourirt, grandissima e esternamente molto bella, con le sue torri merlate incorpora le case in pisé.

Ci sono botteghe con fuori appesi i tappeti di stile Ouazguita, tessuti a mano dalle donne, famosi per i disegni geometrici e simbolici di colore spesso arancione, e sempre su sfondo nero. Molto belli. (In questa kasbah è stata girata anche una scena del film “il thé nel deserto”, e infatti proprio di fronte c’è uno degli studios della Atlas, la Bollywood di Ouarzazate). Proseguiamo e poco fuori città si vede il grande lago artificiale el mansour ed-dahbi, creato nel ’75 dal barrage, da una diga; e un complesso d’epoca, restaurato e poi lungo la strada vediamo tanti cristalli di salgemma emergere dal terreno arido. E’ indicata a sinistra una “miniera di sale”; è con questo che pagavano i commercianti delle carovane che venivano fin qui dall’est a vendere i loro prodotti. Per cui al ritorno i carovanieri passavano ad esigere i loro blocchi di salgemma.
Rachid è un po’ stanco non avendo dormito bene stanotte, perché ci dice di essere stato ospitato nella grande casa di un suo conoscente, che era vuota e un po’ inquietante.

Inizia la valle del Dadès che si snoda per 150 km.
D’ora innanzi indicherò con precisione il percorso fatto e le varie deviazioni, con anche nomi di posti per mangiare e di alloggi, per dare info a chi volesse percorrere lo stesso itinerario.
Poi attraversiamo il grande palmeto (palmeraie) di Skoura,  fondato nel XII secolo da Yacoub el Mansour, alterna palmeti e giardini. Si producono moltissimi datteri.

La kasbah di Amerhidil è quella che si vede sulle banconote da 50 d. Quindi facciamo il passo di Tizi n’Taddert a 1370 mt. e si vedono già diverse Kasbeh, erano costruite da capi locali, e portano con sé il ricordo di lotte per l’influenza sulle varie zone in questa vallata che è sempre stata un crocevia di comunicazioni. Sulle pareti delle Kasbeh si tramanda nell’argilla l’arte dei decori, che sono poi fondamentalmente gli stessi che si trovano nei tappeti, nei ricami nelle vesti, nei caftani, nelle ceramiche o nei bijoux.

Quindi scendiamo giù a El Kelaa M’Gouna (o des Mgouna), capoluogo della regione della vallée des roses, (si raccolgono circa mille tonnellate l’anno di rose). I paesaggi sono molto belli, sul fondo-valle ci sono frutteti (pere, mele, albicocche, pesche, prugne fichi), campi arati, palmeti, e soprattutto roseti di rosa damascena… e per tutto il percorso si susseguono panorami differenti. Burroni vertiginosi, vette innevate sullo sfondo, rocce infuocate dal sole, e improvvisamente si ergono kasbeh fiabesche, fortezze di adobe, villaggi in pisé, è tutto un susseguirsi di emozioni. La fortezza di M’Goun sulla sinistra del oued è a 1467 mt., fu anche una malfamata prigione per detenuti politici ai tempi del precedente sovrano.
Ora non è più stagione di fioritura (maggio), comunque ci sono decine di botteghe che vendono i derivati dai roseti, di cui i marocchini stessi fanno ampio consumo. Si consideri che ci vuole una tonnellata di petali per distillare un litro di acqua di rose.

Andiamo fino a Tourbist, in fondo. Qui sono berberi ‘Aït-Imegran, e c’è la kasbah Imassine che fu anche sede di una guarnigione di mercenari neri Haratine. Di qui andiamo verso Tinghir dove c’è una kasbah ristrutturata molto bene come albergo, “Kasbah Itran”, che è posta in un punto panoramico spettacolare sulla sporgenza di una roccia in corrispondenza con una larga curvatura del canyon.

E’ stupenda dal punto di vista estetico, ha persino le stanze col caminetto per una stagione come questa, e varie terrazze con tavolini a picco sulla scarpata (www.kasbahitran.com), ha persino una sua carrozzella privata per fare un giro nei dintorni. Peccato che la quasi totalità dei turisti vadano di fretta dritti alle fantastiche gole del Dadès e non facciano la deviazione per venire qui, è veramente “mozzafiato” come oggi si usa dire.
Quindi andiamo avanti in questa deviazione addentrandoci parecchio verso Boutarrar, o Amallout bou-Taghrar, e andiamo a vedere una vecchia kasbah nel villaggio di Timtziguite.

Le donne lavorano tutte nei campi dove ciò è possibile, ora negli orticelli, ora a raccogliere legnetti secchi e paglia, ora nelle piantagioni; e poi lavano il bucato o le stoviglie al fiume. Proprio ora davanti a noi c’è un camion pieno di donne in piedi sul cassone che vengono portate al lavoro.

La pista nel hammada
Poi in base ad indicazioni dei paesani facciamo una “scociatoia” tagliando nel deserto di pietre, quindi da lì prendiamo a sinistra una pista di terra e sassi che fiancheggia lo ouadi M’Goun (forse) e insomma dopo 14 lunghi km percorsi molto lentamente in questa hammada deserta (di cui gli ultimi 3 km sono molto malmessi e assai difficili da percorrere), si esce dalla pista e si sbocca sulla strada goudronnée, a Tazgzawite (o El-Goumt?), oramai abbastanza vicino al paesone di Boumalène Dadès.
Ci abbiamo messo molto tempo ma ne è valsa grandemente la pena.

Questa è stata la nostra maggiore avventura del viaggio, e tutto è andato bene (tranne qualche piccola difficoltà momentanea) anche se non abbiamo mai incontrato anima viva, sin quasi alla fine quando abbiamo incrociato un’altra 4×4 che stava iniziando lo stesso tragitto all’inverso. Per tutto il percorso non c’era mai nulla e nessuno, solo oramai alla fine abbiamo visto qualche raro animale isolato, delle capre, un dromedario, e forse in lontananza un capraio, e all’ultimo una piccola autentica tenda nomade fatta di lenzuoli, e un rifugio di sassi con tetto di pelli e grezzi teloni scuri intessuti a mano.
Spettacoli indimenticabili, nel silenzio assoluto.

Verso le gorges du Dadès
Prima dell’ingresso in un paese si vedono scritte fatte con sassi bianche sul fianco delle colline in cui si dice: “Allah al-watan al Malik”, Dio è il Signore del luogo, il re del paese. anche qui nel verde del fondo valle ci sono delle kasbeh abbandonate. C’è il grande ksar della tribù Aït Seddrat.
Grandi casone quadrangolari per più famiglie allargate, chiamati tirremt. E c’è tutta una zona di rocce lisce di forme strane, che chiamano “pattes des singes”, cioè a zampe di scimmia.

Arriviamo ad ‘Aït Oudinar, al km.27 quasi all’imbocco delle famose gole del Dadès, e prendiamo alloggio all’ Auberge “chez Pierre” (www.chezpierre.org).
Ci sono bellissime semplici stanze con arredo di tipo tradizionale, e nella salle à diner c’è in centro una bella stufa di ghisa per riscaldare l’ambiente dopo il tramonto.
Per pranzo-merenda mangiamo due buonissimi panini tipo pità farcita, uno di mozzarella e pomodori, e uno di pollo allo zafferano. Andiamo a fare due passi e compriamo altre caramelle da dare ai bimbi, dato che quelle che avevamo, come pure i giochini, e i portachiavi, e le biro, sono tutte finite. Quindi ci dirigiamo subito, finché il sole non è ancora tramontato, a un bar-café proprio sull’imbocco delle gole, salendo con l’auto per un dislivello di più di cento metri, grazie a vari tornanti stretti, e ci troviamo nelle terrazze di questo locale che è stato non so come costruito proprio su una punta sporgente della roccia, a precipizio sul canyon. La vista è favolosa e siamo proprio a picco sull’apertura delle gorges. Si tratta di enormi blocchi di calcare che pare come tagliato da un fendente. Il canyon si prolunga per un centinaio di kilometri tra le pendici dell’Atlante e il monte gebel Saghro. Le gole col passare dei quarti d’ora si fanno color lilla, poi ruggine, e infine rossastro, e porpora… e stiamo lì incantati sul burrone vertiginoso.

Queste gorges, questo cañyon dello ouadi Dadès è assolutamente fantastico!
La sera si cena in modo squisito, da hâute cuisine (un po’ tipo nouvelle cuisine) con piatti elaborati, buoni e ben presentati (tra cui ricordo l’anatra al vino rosso)per cui sembra di essere chissà in quale ristorante chic, c’è il nostro vicino che continua a fotografare i piatti col cellulare e li manda a una sua amica, “che -dice- non potrà mai credere da dove li sto inviando…” e intanto appunto si chiacchiera con gli altri clienti (sì qui c’erano ben 9 clienti!…: 2 amiche americane, una coppia di olandesi, una coppietta di giovani cinesi d’Australia, un signore argentino che si era appena inerpicato su per una ardua pista con la sua 4×4).
A fine serata i due tipi dell’albergo, e il cameriere e due autisti, suonano con i tamburi (bendir) ritmi incalzanti (ci sono quelli doppi, “a clessidra”, tobal, e quelli con membrana singola e più sottile, guidra), uno canticchia, e insomma si crea un’atmosfera divertente. Bravi soprattutto i due fratelli proprietari, con i ritmi africani.
Andiamo a letto tutti col sorriso in volto.

mercoledì 12 dic., ottavo giorno
Chiacchieriamo a colazione con gli altri viaggiatori, c’è una bella disposizione amichevole. Poi partiamo tutti quanti. Attraversiamo Bou-malne, che è una cittadina berbera dove tutti parlano tra loro in tamazight (ma sanno arabo e francese, e non solo, anche spagnolo e un pochino di inglese…).

Intanto che andiamo Rachid (45 anni) parla al cellulare spessissimo con sua moglie Meriem che gli telefona continuamente ogni giorno. Si sono sposati con matrimonio combinato dalle famiglie, si sono trovati bene, e poi si sono innamorati. Hanno due figli, m. e f. Lui all’età di 20 anni avrebbe dovuto venire a lavorare in Italia, i suoi hanno pagato migliaia di euro per tutto quanto, ma sperando che fosse un investimento che valesse la pena, e invece lo avevano imbrogliato… le carte erano false, e quando è arrivato all’aeroporto in Italia al controllo lo hanno fermato e non ha potuto nemmeno uscire dalla porta e guardare fuori, l’hanno subito rinviato indietro col primo aereo che partiva. La sera stessa ha telefonato a sua madre dall’aeroporto di Tangeri perché lo venissero a prendere… per tutti loro è stata una vera catastrofe.

Alla gola del Toudra
Da qui in poi tutto cambia nel paesaggio: ora c’è una landa piatta piatta di sassi e ciuffetti, larghissima con lontano dalle due parti due catene montuose. Il sole è fortissimo.
Imiter è nel nulla, e così pure lo ksar isolato di Timadriouine. Ci sono in lontananza a destra delle miniere d’argento, sono private, scoperte da non molti anni, sono piuttosto importanti. Qui non c’è niente da fare, ma nemmeno niente da vedere, da guardare dal finestrino, e i giovani di questi villaggi fantasma non sanno che fare, a parte stare al bar-café. Ci sono effetti ottici tipo miraggi, sembra di vedere degli stagni o laghetti d’acqua…
Ed ecco ora Tinerhir, già sede di una guarnigione della Legione straniera, con la sua “lussureggiante” oasi.
Palme sparse e un’altra bella kasbah del Glaouì in pisé abbandonata, come tutta la città vecchia, che va in rovina, “lentamente muore” (come si esprime Martha Medeiros in una sua poesia attribuita a Neruda), si disfa, scivola del passato, ne va a far parte, svanisce. E nel contempo tutto il resto della cittadina è anche qui una tipica città nuova in sviluppo in mezzo al deserto di sassi, insulsa, uguale uguale a tutte le altre.. ça y est… come dicono: sayé… cioè: ecco… ma nel senso di: oramai è fatta, passiamo oltre… va beh …
Ci sono ulivi, melograni, aranci, e frumento, e una leggera brezza. Poi ci si avvede che le palme della “lussureggiante” oasi lungo lo ouadi sono davvero migliaia e migliaia, fittissime, tanto che là in mezzo c’è una compatta ombra.

La strada prosegue verso uno stretto cañon e dopo un paio di villaggi si infila nella famosa gola del Toudra (o Todhra, o Todgha): passaggio spettacolare, scendiamo dall’auto e lo compiamo tutto a piedi, in mezzo a pareti di roccia diritte alte e impressionanti. Le scogliere ai due lati si elevano per 300 metri in verticale, e la gola è stretta 20 metri. Ci vengono pure degli appassionati di arrampicata.

Sono colorate, di grigio, di verdastro, e a lato scorre un torrente con acque limpide che proviene dalla sorgente blu di Meski, dove si recano le donne sterili per riacquistare la fertilità, si può fare una escursione alla cosiddetta “sorgente dei pesci sacri”. Una leggenda racconta che un marabutto (morabit cioè un sant’uomo musulmano) colpì per due volte la roccia, alla prima si mise a zampillare acqua e alla seconda battuta ne uscirono miracolosamente dei pesci.
Anche in queste gole ci hanno girato dei film (tipo il classico “Lawrence d’Arabia” ma non solo). Rincontriamo i due giovani cinesi, lei è una entusiasta di tutto.
Vediamo due cani randagi, sinora avevamo visto solo molti gatti dappertutto.
Riprendiamo il viaggio verso la regione del Tafilalt (o Tafilalet), di nuovo deserto arido, e con una montagna sulla sinistra.
Entriamo in un nuovo palmeto, quello di Ferkla,  con ksour in rovina. Ora sono le 12e12 e oggi è nientemeno che il 12.12.’12, non credo proprio che ne vivrò un’altro. Ci fermiamo a pranzo a Tinejad, a poco più di mille mt. di altitudine; prendiamo tajine de poulet au citron, con olive, e una bottiglia di acqua minerale senza gas (eau plat), 6 €uro a testa. Il tajine col pollo al limone e alle olive è composto da carne di pollo preparata su uno strato di erbe e spezie (cipolla, aglio, coriandolo, zafferano, pepe), poi coperto per metà di acqua e con molto olio d’oliva, e fatta cuocere a fuoco lento, finché il liquido non si è ridotto. Poi si aggiungono olive e limone e si chiude la pentola di tajine, che va messa al forno brevemente. Ma c’è pure il t. dolce con prugne e mandorle.

La valle dello Ziz
Riprendiamo il viaggio, e anziché proseguire lungo la nazionale 10, prendiamo a destra una strada più stretta ma più bella per il panorama, scendendo in direzione di Erfoud (o Arfud), e dopo un po’ incomincia ad esserci della sabbia lungo i bordi della strada. Qualche miraggio.
Ricordo un bel reportage di viaggio di Folco Quilici, su “Epoca”, intitolato “Il deserto senza sete”, sul suo viaggio da Gadamès a Tamanrasset e oltre.
Ci fermiamo ad una tenda berbera in mezzo al nulla, no anzi in mezzo a tantissimi mucchi sparsi di terra sabbiosa grigia, poi una volta fermi ci accorgiamo che sono disposti in tre file regolari, e che dunque il tendone è in prossimità di una fila lunghissima di pozzi.

Ci mostrano come si tira su con carrucole di legno e corde di paglia intrecciate. Si tratta del chadouf, o délou, pozzo tipico della valle del ouadi Ziz, fatto a bilanciera, per cui l’acqua viene attinta con un otre di pelle di capra, sospeso con una fune.
Mi fanno cenno di scendere pure sotto, lungo un cunicolo d’accesso, e vedo con meraviglia che c’è un tunnel sotterraneo pazzesco. E’ lungo 20 kilometri (!) e collega tutti i pozzi; in quel modo ogni tot c’è della luce che illumina da sopra la volta del passaggio. Pare che prima di Tinejad ci sia addirittura una sorta di orologio idraulico per regolare i flussi di irrigazione. E’ un’opera antica e rifatta nel settecento, poi costantemente mantenuta, per scopi di irrigazione delle colture, un’arte di costruzione di gallerie appresa da esperti artigiani che vennero da lontano, straordinaria.  Loro ne sono i guardiani.
A turno tratti di canali vengono allagati. La rete di canali sotterranei, che si dicono foggaras, o anche khettara, è tipica della zona.
Arriva -provenendo dal nulla all’orizzonte- un vecchio camioncino con su delle capre e delle cose per un pozzo.
Ci invitano a sederci sui “divani” nella tenda, forse per mostrarci quel che vendono. Anche qui c’è un cane. Nella tenda poi si mettono a suonare uno strumento a sole due corde tese su una vecchia lattina, e da cui riesce a ricavare dei suoni, delle note, e canticchia, è un po’ monotono e banale…
Avevo letto invece le parole di un canto di donne, che mi erano molto piaciute: “I giorni avanzano con lentezza/ come un gregge di pecore/ che la notte scaccia dai pascoli,/ delle pecore bianche, delle pecore nere./ Si allontanano nel tempo i giorni/ verso il rifugio dei merrah ignorati,/dove riposa tutto ciò che fu e non è più./ I giorni se ne vanno veloci e frettolosi/ sulle loro larghe ali silenziose/ come degli ibis in un campo/ o dei corvi che ritornano sui rami/ nella calma della notte che scende./ I giorni che si allontanano da noi/ hanno nidi rotondi e tiepidi/ sui rami mobili del tempo/ nell’immutabile eternità…” (Henri Duquaire, “Antologia della letteratura marocchina araba e berbera”, Plon, Parigi).
Ed eccoci alla terza valle, arriviamo alla valle del oued Ziz, le cui acque -si dice- sono “fonte di bellezza”, si scava il proprio letto tra rocce impressionanti, taglia il calcare per crearsi un lungo corridoio orlato di palme, a un certo punto cambia direzione e mira verso sud, dove prodiga le proprie acque alla grand palmeraie del Tafilalet, per poi perdersi completamente nelle sabbie di Taouz e scomparire alla vista. Ed ecco che dopo un poco entriamo in Erfoud. Anche se purtroppo anche qui la parte moderna in via di sviluppo è anonima e piuttosto estesa (con viali bordati da tamerici), la cittadina ci colpisce molto, con un souk animato e più vita e costumi tradizionali. Moltissime qui le arabe, e le sahariane velate.
In questa regione (chiamata anche El-filalt), tra Erfud e Zagora, crescono oltre un milione di palme, e il dattero è dunque simbolo di prosperità, lo si festeggia in ottobre con festeggiamenti che dicono siano scatenati.
Ci fermiamo a vedere un laboratorio artigiano, di un certo Aziz, in cui si tagliano lastre nere di grandi pietre prese dalle vicine cave di goniatite, lastre di marmi neri ricche di fossili all’interno, con cui fanno tavoli di pietra e altri oggetti di arredamento. Alcuni molto belli.
Erfoud ai piedi dell’omonimo jebel (=monte, collina) è dominata dal forte di Bordj-est.
A breve distanza da qui, ma non ci andiamo, ci sono le rovine della tardo-romana Sigillum Massae, che poi fu chiamata Sijilmassa, e dal 757 fu capitale della regione e controllava tutte le lunghissime piste carovaniere trans-sahariane, per cui era un centro molto prospero di commerci a livello continentale, che giunse a contare centomila abitanti. Da qui in cammello si giungeva fino a Timbuctù (o Tombouctou) in “soli” 52 giorni di viaggio.

Ma poi nomadi predoni della tribù degli Aït Atta, la saccheggiarono completamente nel 1818, lasciando solo morti e distruzione, e la città non si riprese mai più.
Poi andiamo a Rissanì e Rachid ci dice che la dinastia reale regnante è originaria di qui, gli Alaouiti, che regnano da tre secoli, provengono proprio dalla regione del Tafilalt, e qui c’è il mausoleo del fondatore, l’emiro Moulay Cherif (moulay significa principe, e cherif, pronunciato scerif, significa discendente dal Profeta Maometto), proclamato sultano nel 1640. Passando vicino al souq si vedono uomini col grande turbante bianco, e la djellaba azzurra, tipici delle popolazioni sahariane. Le donne anche sopra al caftano portano pesanti monili che si tramandano nelle generazioni.
A Rissanì c’è anche uno ksar di Moulai Ismail, grande sultano della fine del Seicento. Ci sono vari ksour color ocra in rovina (Abbar, Oulad Abd-el-Halim, e altri), con le loro torri quadrate, che sorvegliavano il passaggio dell’oro, dell’avorio, e degli schiavi neri provenienti dal sud Soudan occidentale. Sembra che nell’epoca d’oro fossero addirittura diverse centinaia gli ksour che la attorniavano. Sulle rive dello ouadi oggi le donne fanno il bucato all’ombretta degli albicocchi.
Una bella ragazza berbera in abito tradizionale mi passa davanti e noto anche i suoi aggraziati piedini zozzi, sporchi di “melma” e terra; mi viene in mente una poesia di Neruda in cui diceva: “…..Pero no amo tus pies/ Sino porque anduvieron /Sobre la tierra y sobre/ el viento y sobre el agua, / hasta que me encontraron” (…) (= ma non amo i tuoi piedi se non perché andarono sulla terra e sul vento e sull’acqua, fino a che mi incontrarono…).

L’oasi di Merzouga e il grande Erg
Un deserto di terra nera piattissima e dune all’orizzonte, terreni secchi, pietre, poi sabbia, sabbia, e infine il gran palmeto. Da lontano si vede già Merzouga, dominata, o meglio sovrastata da una grande duna che incombe sul paese e dà una bella connotazione al paesaggio.
Fuori dal paese c’è un laghetto, Dayet Srji, che è un grande invaso d’acqua, un reservoir. Ci vivono fenicotteri rosa e varie specie di uccelli.
Gli ouidian (plurale di ouadi) Ziz e Rheriss che scorrono un po’ paralleli, bagnano l’immenso palmeto del Tafilalet soprannominato anche “La Mesopotamia del Maghreb”, e grazie a ciò i Filalì (gli abitanti del te-Filalt) si arricchirono grazie a datteri (come dicevo si parla di un milione di palme), legumi, mais, orzo, frutta e verdura, e anche grazie all’artigianato e al commercio, che oggi soffrono per la persistente siccità (non ha mai gocciolato una singola gocciolina da più di tre anni) e sono a rischio di desertificazione.
Dalla periferia di questo villaggio, si elevano le dune dell’Erg Chebbi, alte anche 250 metri, oltre c’è l’Algeria. Si narra che il vento provochi tra le sabbie una sorta di mormorio sommesso, detto anche il canto delle dune, prodotto da leggendari abitanti sotterranei (o dagli spiriti degli schiavi neri qui sepolti). L’erg Chebbi è lungo 27 km e largo 6.
Rachid ci racconta che una volta che era in sosta qui e aveva dormito in auto, quando si è svegliato al mattino c’era la strada invasa dalla sabbia, e non ha potuto ripartire. Ci dice che M6 (soprannome abbreviativo per il re Mohammed sesto) ha da subito dato una svolta innovativa e ammodernatrice anche più tollerante e moderata. Il padre Hassan secondo osservava ancora delle antiche tradizioni come quella di tenere nella sua corte a palazzo le donne più belle o più interessanti che per vari motivi gli venivano presentate e/o offerte.
A Merzouga, il luogo di sosta di touaregh, degli “uomini blu”, delle tribù dei Reggeibat, degli Ida, dei Blal, e degli ‘Aït Hussa, così chiamati perché le loro djellaba erano tinte con l’indaco che lasciava il colore sulla pelle.
Ci fermiamo all’Auberge bivouac “Palais des dunes”, che è un po’ isolato e fuori dal paese, ed è in corso di rinnovamento. Le stanze sono ben fatte e spaziose, ma poco illuminate.
Stiamo a chiacchierare con Rachid, poi vado sul terrazzo sopra le stanze, a vedere il tramonto rosso con la silhouette delle palme controluce.
Preferiamo poi cenare in camera anziché nella “tenda berbera” all’aperto perché c’è molta arietta freddina. Le temperature vanno facilmente allo zero.
Poi quando il venticello si ferma usciamo a veder le stelle, anche perché stanotte non c’è la luna, e rimaniamo letteralmente strabiliati dalla limpidezza, grandezza, luminosità e nitida visione!! C’è la stella della croce del sud che sembra un faretto. Per la prima volta vedo tutta la Via Lattea completa da orizzonte a orizzonte, e soprattutto ci ammalia e meraviglia il fatto che il cielo sia così fitto… si vedono una miriade di stelle in più del solito! Che cielo che c’è! Si sono viste pure un paio di “stelle cadenti”. Nonostante l’arietta freddina restiamo fuori a lungo, sempre con lo sguardo all’insù (purtroppo niente foto… sigh)

13 dicembre, giovedì  (IX nono giorno)
Sveglia alle 5 e mezza! per andare con i dromedari a vedere l’alba sulle grandi dune dell’Erg Chebbi. Il nostro accompagnatore è un ragazzo di 16 anni, carino, simpatico e gentile, aiuta Annalisa a montare, poi a scendere, e a camminare in salita sulla duna. Il percorso dura una ventina di minuti abbondanti, e poi si ferma sotto una cima, e ci saliamo arrancando nella sabbia che cede e scivola. In cima mette delle coperte sul crinale per farci sedere, e in effetti la sabbia è ben fredda. Arriviamo in tempo prima che albeggi. Dinnanzi a noi l’oceano con le onde sabbiose. L’Algeria è là davanti a meno di 60 km. Purtroppo si formano delle nuvole all’orizzonte, e dunque il sole spunterà sopra di loro solo un po’ più tardi. E’ bellissimo, il silenzio è totale. Poi comincia tutto a cambiare colore, e si delineano le differenze nette tra luci e ombre. I colori continuano a modificarsi.
Restiamo incantati là a guardare l’orizzonte. Poi ritorniamo coi dromedari, e andiamo a fare la prima colazione.

Verso Zagora passando per N’kob
Quindi partiamo alle 9 da Merzouga verso Zagora. Prendiamo la N12. “Attention! risque d’ensablement” avvisa un cartello stradale. Poi attraversiamo una grandissima piana piatta di terra nera. Ascoltiamo “Radio AMZ” che è l’unica che si riceve qui e Rachid dice che è in un patois tamazight arabizzato. La trasmissione è un dialogo sui problemi delle scuole, perché oggi c’è una manifestazione di protesta di studenti delle medie a Rissanì. Dopo Rissanì prendiamo a sinistra la 3454, una strada minore ma buona, si passa a fianco dello ksar degli Ouled Saadan.
Rachid ci confessa che quella prima notte a Ouarzazate nella grande villa vuota del suo amico, non aveva dormito, ma non perché avesse paura dei ladri, ma dei mostri, di vampiri, o esseri di quel genere …. (!).
E vai, e vai, cambiano i paesaggi, i colori, i diversi “tipi” di deserto, o di terreni aridi. Infine, dopo Al Nif, ci sono effetti-miraggio. Ma è solo una illusione ottica perché il vero problema è la siccità, e gli alberi sono senza acqua. Ci sono in questa zona, ma solo alla notte, il fennec, con le sue lunghe orecchie, lo scinque, che significa “pesce della sabbia”, il cosiddetto “grand-duc”, che ulula, degli “scoiattoli” (uno ci attraversa la strada proprio ora davanti a noi), lapins selvatici, capre pelose, uccellini, cicogne, rospi… insomma c’è tutta una vita particolare tra le sabbie e le pietre roventi.
Continuiamo il percorso, con 3454, poi 3458, e un tratto della 3460.
Si possono a volte fare dei pozzi profondi e tirare su acqua per le coltivazioni, ma nella zona arida spesso l’acqua è troppo salata o contiene dei minerali, degli elementi chimici che fanno poi morire le piante. Sono complessi e gravi i problemi legati alla aridità dei suoli, senza acqua non si può fare niente, nemmeno tenere delle capre, né altro, tipo un orto per coltivarsi legumi o ortaggi, persino le palme che hanno radici molto profonde non fanno più i datteri.
I giovani se ne vanno se non trovano da fare qualcosa con il turismo, unica fonte di guadagno da queste parti (che è anche causa di defezione scolastica). Ora certi villaggi cominciano ad avere pannelli solari come fonte di energia. All’ingresso in villaggi, borghi e cittadine, bisognerebbe andare a 40 kmh. Ci sono frequenti controlli della polizia stradale.

Attraversiamo Taret, poi Tezzarine, poi ci conviene prendere a destra la 3460 (se no dopo poco poi la strada diviene una pista, oramai in malo stato). Il giro comporta aggiungere 35 km in più, ma ne vale la pena. Forse fra un anno e mezzo la strada diretta R108 verrà restaurata, rinnovata e ripristinata. Da Tazzarine a destra sulla 6956. O se no, da Al Nif c’era anche una buona pista.
Ci fermiamo per il pranzo all’Auberge “En-Nakhile” (=le Palmier), con un bel cortile fiorito e una terrazza panoramica stupenda. Si trova in internet in www.kasbah-nkob.com
Questo paesone, N’kob, è detto “il paese  dalle 45 kasbeh”, ed è effettivamente così.
La cittadina è alle pendici del djebel Saghro, dove ci sono qui nei dintorni graffiti rupestri preistorici, e fossili di trilobiti (i primi esseri viventi dotati della vista) e di odontochile. Qui ha anche vissuto padre Charles de Foucault.
Si producono in gran quantità datteri, frutta, henné (che si dice hannah), che si vende in foglioline secche o in polvere, safràn (=zafferano in pistilli, non polverizzato come da noi) nella misura di 25 quintali per ettaro, e ortaggi e legumi.
Rachid ci dice che nelle case si mangia con le mani (già lo avevamo visto, e provato, nel precedente viaggio, e non è per noi cosa facile…), e durante le festività, quando c’è il gran piattone centrale di couscous, il prendere da lì con le mani e portarselo direttamente alla bocca rende il mangiare più buono, perché di maggiore soddisfazione, e lo si digerisce anche meglio (!?…). Ieri sera ci aveva detto che dormire sotto le stelle è cosa che non fa bene, un detto arabo è che bisogna avere sempre qualcosa per tetto, anche solo una tenda, se no causa mal di testa e si dorme disturbati. Lui questa notte in albergo ha dormito male, e allora gli ho detto: eppure avevi un tetto sopra… ma lui non ha colto la battuta ironica, e mi ha risposto di no, che non era dovuto a quello (quindi??…).
Prendiamo: Annalisa un tajine con prugne e mandorle e uova sode, e io il pollo alla brace (spolverato di zafferano) con patatine al forno, che bontà !! le patate erano veramente ottime!! tra mangiare e bere in due spendiamo 135d, quindi sono meno di 7€ a testa.
Il sole è fortissimo (ci sono 26° gradi) e ci facciamo spostare il tavolino all’ombretta di un alberello.
Ci sono cammelli (in realtà sono sempre solo dromedari) e capre tra i sassi dell’hammada. Lungo la strada c’è un cartello triangolare con il disegno di un cammellino e sotto la scritta “attraversamento cammelli!”. Qui più che altro sono marroni scuri, o neri, vicino a Marrakech sono gialloni-ocra, in certi posti sono persino bianchi o chiari.
Rachid quando parlando ha da fare riferimento a un certo mese, dice i mesi indicandoli non per nome ma con il numero (il mese sette, o il mese due…), forse fatica a imparare le denominazioni del nostro calendario, che è sfasato rispetto al loro anche nella numerazione dei giorni.
Vediamo spesso studenti che vanno o che tornano da scuola, e questo è dovuto al fatto che ci sono turni in ogni scuola perché gli edifici scolastici sono insufficienti, e quindi vengono usati alternativamente durante tutto il corso della giornata.

Nella valle della Draa
Eccoci nella valle della Draa!!! Lo ouadi (o oued) Draa è un lungo fiume, il più lungo del Marocco, che nella parte alta, che vede la confluenza anche del rio Ouarzazate, ha un buona portata d’acqua, e vi sono molte canalizzazioni (seguia) che da tempi immemorabili si dipartono per l’irrigazione, ma il fiume invece poi nel corso inferiore è piuttosto asciutto e si riempie quasi solo d’acqua piovana, e poi si interra e scompare alla vista, inghiottito dalle sabbie, si perde nell’altopiano Hammada du Draa, e attraversa nella profondità la regione a oriente dell’anti-Atlante, per 250 km, infine per riaffiorare in superficie dal nulla, fare da confine con l’Algeria, e poi un tempo era il confine tra il protettorato francese e il territorio spagnolo, e infine sfociare nell’oceano. Quindi si calcola che dalla sorgente alla foce misuri 750 km.
Andiamo dunque a sinistra sulla P31. Lungo la valle gli ksour e le kasbeh ancora in piedi sono almeno una cinquantina.

Giustamente la vecchia guida Fodor dice (a p.344) che sarebbe bello poterla sorvolare e vederla da un aereoplanino (ne partono da N’kob) per rendersi pienamente conto della realtà di questi territori: da entrambi i lati della striscia verde del fondo valle, a sole poche centinaia di metri dallo ouadi, non vi è che la sconfinata distesa del hammada, del deserto sassoso, assolutamente brulla e spoglia (ma dai bellissimi paesaggi e colori). Tutta la vita, l’attività umana è ristretta in questa striscia rigogliosa, in cui le popolazioni sono da sempre state “condannate” a vivere isolate e a contare solo su se stesse; in questo straordinario paesaggio ecco una miriade di ksour di terra rossastra o color ocra, a guardarle ci si sente ri-trasportati indietro nel tempo al medio evo, o all’antichità o ancor prima a tempi arcaici.
Qui a Tanzigt (o Tansikht) si producono grandi quantità di datteri; i datteri da quando vengono colti si conservano in un luogo fresco anche per un anno o due. Datteri e fichi sono prodotti solo naturali, dai fichi si fa un olio, un estratto che è buono per i capelli. Ci sono anche melograni. Ci sono palmeti grandissimi. Le palme da dattero si dice che “hanno i piedi in acqua e la testa infuocata”, per dire che hanno radici molto profonde e il loro carico di frutti è esposta ad un sole cocente.
Spesso ad occuparsi degli orti e dei giardini sono gli Harratines, i neri già menzionati, che discendono dagli antichi schiavi africani (‘abid) e che ora sono in pratica dei mezzadri.
Passiamo Igdâoun, e poi attraversiamo Tiazourine con una vecchia e bella kasbah in rovina. Tinzouline… si vedono cartelli che segnalano attività legate a vari progetti di sviluppo e di cooperazione internazionale. Infine breve sosta a Tizergat con una casbah-castello molto suggestiva, subito prima di Zagora, già quasi in periferia.

Nella grande oasi di Zagora
Ed ora eccoci arrivati a Zagora (o Zagoura), che chiamavano anche porto, perché vi trovavano ristoro nei caravanserragli i dromedari delle carovane. A Zagora, gli Almoravidi vi avevano costruito nell’ XI secolo una fortezza di grande importanza strategica.
Andiamo alla Maison d’hôtes “Riad Lamane” (= che significa “albergo di fiducia”), che è un pochino in periferia dopo un ponte in uscita sud, andando a destra lungo un canale, poco prima del “camping de la palmeraie”, nel quartiere Amezrou, che è il nome del palmeto. Ha un magnifico giardino e ci danno una grande camera-bungalow (anche questo albergo è semi-vuoto), il tutto in stile tradizionale, molto ben fatto da un bravo architetto (cfr. www.riadlamane.com). Ci porta in camera il giovane Jallal, molto gentile, sorridente e simpatico, con cui scherzo un po’. Ma anche qui tutto è concepito in modo che non entri mai il sole, e soltanto poca luce, le finestrelle sono schermate con vetri colorati, quindi la camera che è sempre stata chiusa e all’ombra, è fredda, e i condizionatori anche qui funzionano malino per fare calore. Quindi pure qui, in questo bellissimo albergo, soffriamo il freddo alla sera, di notte, e al mattino. Zagora è alla stessa altitudine della nostra casina a Cencenighe, e ora è pur sempre inverno. Ce ne lamentiamo un poco con Jallal, che ci dice di non preoccuparci che sa lui una soluzione.
Per cena prendiamo del couscous con cipolline dolci affettate a striscioline fini e uvette, e legumi, stupendo. Anche se la bella sala ristorante è freddina, nonostante mettano delle braci in un piatto nel caminetto.
Usciamo a fare un giretto lungo il canale. Torniamo in camera e troviamo che Jallal ha acceso a tutta forza la doccia calda sinché ora veniva un getto potente di acqua bollente e fumante, e avendo lasciata aperta la porta del bagno ormai tutto è in una nuvola di vapore caldo!! La sua trovata era di fare un hammam! Ma ora la spegne e c’è umidità ogni dove, è tutto un po’ bagnatino in superficie, lo specchio, le porte, i muri…

venerdì (X decimo giorno) 14 dicembre 2012 (per i berberi invece è l’anno 2962)
Al mattino, in quella stessa bella sala freddina, ci servono una sontuosa prima colazione. Con le varie “crèpes” che a me piacciono tanto: ci sono le piccole Bghir rotonde, le Sefenge, quelle con tanti piccoli buchini, e le mes’eman quadrate. Ci si mette dentro un po’ di marmellata, ad es. di fichi, o di arance, o di ciliege, o di mandarini, oppure il loro magnifico e saporito miele. Poi ci sono delle buonissime brioches, e il pane che è tanto buono, burro, formaggino, eccetera, con vari tipi di thé (verde, alla menta, o nero), oppure caffelatte, ecc…. insomma un petit déjeunner per nulla petit…

Tamgrut
Usciamo dalla cittadina verso sud, e per molti kilometri non c’è nulla, assolutamente nulla a perdita d’occhio in ogni direzione si guardi.
Arriviamo a Tamgrut, o Tamegroute, un interessante paesino nel deserto, di una miseria e di uno squallore assoluti. E’ noto per la sua antica moschea, e per la annessa medersa, scuola di teologia coranica, che attualmente è ancora frequentata, ci sono 80 allievi al momento. Si tratta della scuola della zaouïa (ovvero confraternita musulmana) dei Naceuryia, ed il motivo della sua attrattiva è che possiede una biblioteca del XII sec. con ben quattromila manoscritti antichi e medievali, codici minati e testi di filosofia, di religione, di storia, di astronomia e geografia, e di arti mediche. La visita vale assolutamente la gita a Tamgrut. Non ho potuto fotografare, ma ci sono degli esemplari magnifici e rarissimi, che interessano sia la storia delle scienze che quella religiosa e letteraria.
Ora, tornati a casa quel che mi fa impressione è che circa solo un mese dopo questa nostra visita, è giunta in Europa la notizia che la straordinaria grande biblioteca di Timbuctu nel vicino Mali (per certi versi simile a questa), è stata parzialmente distrutta e incendiata durante gli scontri bellici tra islamisti e l’esercito francese. Si trattava della più importante e ricca biblioteca di tutta l’area sahariana, che documentava la ricchezza culturale di queste popolazioni, di cui questa biblioteca di Tamgrut non è che un piccolo esempio. Testi stupendi e importantissimi che furono portati in queste cittadine isolate, uno ad uno sui dromedari attraverso l’oceano di sabbia, nel  corso dei secoli.
La kasbah ha 7mila abitanti, e comprende anche una ville souteraine, una parte ipogea, dove d’estate si può stare più al fresco (e che era anche un nascondiglio per la popolazione nei casi in cui veniva presa di mira da predoni. Anche qui c’era una importante e numerosa comunità ebraica, ora emigrata.
Ecco entriamo nelle interiora del borgo. Giriamo per la medina, che è buia e misera, e consta in un vero labirinto di ruelles, di vicoletti, con ripari di paglia sopra al percorso stradale in modo da garantire ombra. Sembra di percorrere un tunnel. Ogni tanto si aprono di lato dei passaggi a volte molto bassi, o dei portoni che danno su case e ambienti domestici intercomunicanti (e si intravede lo squallore di questi abitacoli). Il terreno è di sabbia e polvere.
Ad un certo punto ci si affianca un giovane Harratine (che però non conosce la lingua originaria della sua comunità d’origine) e che invece sa un po’ di italiano perché sua sorella è andata a lavorare in Sardegna. La povertà che si vede è estrema e malinconica. Ci sono abitazioni tristissime. Ad un certo punto un anziano non vuole lasciarlo passare davanti alla sua casa,  si mette ad urlare, lo minaccia col bastone, grida e strepita, e allora facciamo tutto un gran giro per raggiungere il suo negozietto, dove vende i prodotti del laboratorio famigliare di ceramiche. I vasai cuociono piatti, boccali, giare, in forni arcaici all’aria aperta. Il colore verde si ottiene con il manganese e il rame, il marrone con l’antimonio e il rame. Non sono un granché. Questi forni riforniscono anche gli edifici religiosi di tutto il paese con le tipiche tegole verdi.

Si potrebbe poi proseguire per Tagounite, e verso il deserto di Salah, e vedere le dune dell’Erg Laudì (cioè “degli ebrei”), e più in là lo Erg Chegagà, altrettanto bello di quello di Merzouga, ma noi ci fermiamo qui. Il nostro “amico” harratine ci mostra alcune abitazioni che furono ebraiche.
Un po’ in tutta la regione Trans-Atlas c’erano comunità ebraiche sin dall’antichità. Le prime comunità giunsero ai tempi della prima distruzione del tempio di Gerusalemme nel 586 avanti C., e altre ondate si prolungarono dal 70 sino al VII sec. d.C. In 160 mila sono emigrati da questa zona nel 1948-56. E oramai è tutto abbandonato e in rovina, anche se poi alcuni sono venuti di recente in Marocco per tentare di ri-vivificare la presenza ebraica.
Ancora sino a pochi anni fa la maggioranza assoluta degli abitanti di Israele era composta da immigrati (o rifugiati) da paesi islamici. In particolare i lavoratori del sud marocchino (così come quelli yemeniti, o libici) essendo generalmente non qualificati per inserirsi in quel mercato in via di rapido sviluppo, si sono trovati ad essere collocati ai livelli più bassi della scala sociale e occupazionale. Ancora oggi comunque conservano forte il sentimento di identità marocchina.
Dalla data sul giornale locale “Le matin” (in cui la data è indicata secondo quattro calendari) apprendiamo che oggi nel calendario lunare ebraico è il 1° giorno del mese di Tevét 5774.
Torniamo a Zagora (pronunciato Shgura), e andiamo al mercato coperto, dove Annalisa compra a buon prezzo una scatola di due kili di datteri di buona qualità (6€ per 2kg270), e poi passeggiamo nello stradone centrale con negozietti e bar-café. Anche qui Annalisa si ferma in alcune botteghe a cercare dei regali da portare a casa e compera qualcosa, ma più che altro queste soste sono occasioni per conversare di un po’ di tutto con i negozianti, poi si contratta a lungo, e si passa il tempo. Comunque qui si trovano dei bei bijoux e monili berberi anche d’argento, che riproducono in modo simbolico la stella della croce del sud.

Intanto Rachid è andato a pregare in moschea (dove c’è praticamente quasi tutto il paese). Quando è finita la preghiera, un fiume di gente esce, e Rachid ci raggiunge e ci dice che prima aveva comprato per noi tre sacchetti di spezie: uno di zafferano in polvere (che è meno concentrato del nostro), del cumin (per il tajine), e un terzo sacchetto di b’zar, che è una sorta di pepe leggero. Poi vorremmo prendere un sacchetto anche di mélange des épices, ras el-hanout, composto da decine di spezie in proporzioni variabili. Ma ora andiamo a mangiare in un bar moderno sulla piazza d’angolo con la rotonda, con i tavolini all’aperto (ci sono 27° gradi al sole) il café-restaurant-snack “chez Omar”, frequentato sia dai locali che dai rarissimi turisti, dove mangiamo bene e molto a buon prezzo. Ma questa volta non prendiamo nessun tipo di tajine. Prendiamo invece due ottime omelettes au fromage blanc, e Rachid prende i kefte (polpette) con sopra due uova fritte, e da bere prendiamo un succo misto di arancia e avogado (senza acqua aggiunta) che è squisito. Si tratta di un frullato, per cui si spreme l’equivalente di un bicchiere e mezzo di arance (che in arabo si chiamano limùn), lo si versa assieme a mezzo avogado maturo nel frullatore, e viene una crema squisita. Totale complessivo 110 dirham, cioè 10 €uro per tutti e tre…

Impariamo che wakh è equivalente a naham, cioè oui, sì; mentre wakà sta per ok.
C’è una bella aria pulitissima e nitida, e il clima di qui a quanto dicono è salutare.
Rachid ci racconta che ha una sorella più che quarantenne non sposata, e che qualche anno fa si era invaghita di un uomo che la corteggiava e che la voleva in moglie, ma lui quale fratello maggiore si è ben informato e poi non ha dato il suo permesso perché aveva visto che era dipendente dall’alcol, dopo di ché lei non gli ha più rivolto una sola parola per tre mesi; poi il tale è stato arrestato per ubriachezza, e lei ha accettato la cosa.
Vado a sbirciare dietro alla moschea dove ci sono dei venditori (e dei/delle acquirenti) venuti dalla campagna in occasione del venerdì.

Sentiamo casa per cell. e ci dicono che da noi è caduta della neve e fa veramente freddo…(!)
Comunque qui in camera ora l’aria condizionata incomincia a fare effetto e riscalda bene; le coperte sono di fustagno!
A cena riprendiamo la soupe aux legumes (forse avremmo potuto scegliere la harira, che ci era piaciuta… e che è una zuppa a base di legumi, carne, pomodoro e spezie), e poi un tajine anch’esso aux legumes, e una crèpe au miel squisita. In sala da pranzo il piatto di braci non basta, e il condizionatore si è guastato, per cui viene uno con tante foglie di palma secche, e dei pezzetti di legna, e accende il caminetto
Le stelle fuori sono sempre straordinarie, è uno spettacolo che non manca di sorprendere.
Diamo la buonanotte (layla saïda) a Rachid che ci racconta di turisti sussiegosi e indifferenti che lo trattano come autista e nulla più, durante i tour nemmeno gli rivolgono mai la parola, e se ne stanno solo tra di loro di dietro, e altre lamentele simili…

15 dicembre sabato, undicesimo giorno di questo viaggio
(nel calendario musulmano è il 30 Moharram 1434, cioè la fine del primo mese)
Partiamo per percorrere verso nord tutta la valle del Draa. Appena appena fuori dalla cittadina, di nuovo il nulla, o oasi isolate.
Ci sono tante rocce come a riquadri, a cubetti… che strane formazioni. Si susseguono vari grandi palmeti e villaggi, e ksour fantastici uno dietro l’altro in ogni villaggio.

Vediamo donne trasportare legna, o assai cariche vecchie con sacconi enormi, donne con pesi sulla testa, e anziane con grandi gerle sulle spalle. Uomini al lavoro, asinelli, passiamo Tumzmout, si cambia strada ad Afra a sinistra.
Si segue lo ouadi Al-emta fino a Tanzigt, poi si passa il bivio verso Tazenught (dove fanno i famosi tappeti berberi, del tipo klimt). Anche qui al mercato sotto questa kasbah, facevano sosta i carovanieri arabi e africani.

Ci fermiamo all’uscita di Agdz (pron. agdès) in un bar-ristoro lungo la strada. Ci sono all’ingresso nel cortile due dromedari che sono appassionati di bottiglie d’acqua e anche di bibite. Se gli si da una bottiglia di plastica da un litro con acqua mescolata con un po’ di cocacola (che qui, scritta in arabo, diventa Kù-Ka Kù-La), la prendono tra le labbrone e tirano su la testa allungando il collo in verticale e si bevono tutto, e poi con un colpo del capo, buttano lontano la bottiglia vuota. Abbiamo provato a ripetere la cosa con le bottiglie vuote cadute, ma non si lasciano imbrogliare. Sono in due e fanno a gara tra loro per dare questo divertente-stupido spettacolino che comunque fa molto ridere. Ma il nostro Rachid ci dice che solo poche persone sanno di questo e vengono apposta in questo punto-ristoro, mentre in generale la gente passa oltre il cortile e va direttamente al bar. Ci fermiamo a riposare tra le palme sparse.
Poi si va su al passo Tizi n’Tinififft, col dosso di ‘Aït – Sadoun, che da il nome alla regione, e si giunge a 1660 mt slm, con una salita rapida e ripida di tornanti che mi disturba un po’ lo stomaco, e su c’è un altipiano tutto sassi e con montagne e colline con i rilievi della loro formazione geologica, che sembra di guardare una cartina topografica con le linee di altitudine, cañyons di pietra con “pavimentazione” e pareti lisce lisce. Paesaggi variabili e fantastici. Poi dopo jebel Tifernine si scende direttamente giù fino a Ouarzazate, che è a 1000mt. slm.

Ouarzazate e alla kasbah Taourirt
Stesso albergo “Les jardins de Ouarzazate”, ma questa volta in un’altra camera che è buona e col condizionatore che funziona. Già alla partenza Rachid aveva telefonato dicendo loro di accendere sin da quel momento il condizionatore, in modo che avremmo trovato la stanza già calda al nostro arrivo, ma quando ci accompagnano su al piano, aprendo la stanza in quell’istante soltanto accendono. Così usciamo subito e andiamo a visitare la casbah Taourirt e la medina che l’altra volta avevamo solo visto da fuori. Giriamo nel quartiere berbero e in quello arabo. Ci abitano circa 350 famiglie.

Siamo un po’ frastornati e stanchi, e non andiamo a vedere la mellah, il vecchio quartiere ebraico, tanto, anche questo è abbandonato (le comunità ebraiche furono in buoni rapporti col pascià berbero el-Glaouì, e con i francesi, cfr. Canetti, p.81), a cui si ha accesso dall’altra parte, né entriamo nel palazzo dello ksar dato che ci sono da fare scale (e poi è simile al primo che avevamo visitato a Teluèt), mentre ci soffermiamo in un negozio che è anche un passaggio, e ammiriamo un soffitto in legno di cedro dipinto. Pranziamo in un posto che è lì davanti dall’altro lato della strada, in tavolini all’aperto (anche qui ci sono 27° al sole) un ottimo e abbondante couscous (ce ne facciamo portare ancora, dato che ci dicono che si può…) per 60 dirham a testa (“Lakasbah restaurant Etoile”).
Poi arriva con il pullman da Marrakech la moglie di Rachid che è venuta a conoscerci e a passare il weekend col marito. Si chiama Meriem (pron. m’riem) ed è una giovane cordiale.
Con lei e Rachid andiamo a “le souk municipal”, anche nella parte all’aperto, dove non c’è proprio nessuno straniero, e dove ci comprano dei regalini (olio d’Argan, olio di rose, rose secche, hennà, crema, paglie per togliere il tartaro dai denti) dato che loro li pagano il giusto, e sanno anche verificare la qualità. Lui già ci aveva dato zafferano, pepe e comino, quindi sono davvero molto gentili. Vediamo un paio di negozi di passamaneria-merceria molto forniti. Gabbie di conigli (che mi impediscono di fotografare), e di polli vivi, che si passano lanciandoseli da lontano. Drogherie, macellai, eccetera.
Passeggiamo e chiacchieriamo nella grande Place el-Mouahidine moderna. Diamo le ultime caramelle a dei bambini (ma uno ci dice che i dolci fanno male), e dell’elemosina a delle vecchie contadine berbere venute giù in città al mercato, e a dei vecchi poveracci. E così finiamo le nostre scorte di cose da dar via.
Torniamo in albergo dove lei ci fa foto e video con il suo tablet Blackberry, e Rachid mi chiede consigli su come farsi da solo un blog.
Prepariamo le valige. Anche a cena siamo a tavola con loro. Prendiamo harira, e brochettes di tacchino (gli spiedini di carne alla griglia sono uno dei piatti più diffusi in tutto il Marocco).
Rachid e  Meriem a cui chiediamo se è obbligatorio per un musulmano non bere neanche un bicchiere di vino, raccontano la storiella di un certo “Saïd” che da anni viveva a Parigi e era molto integrato nella vita francese, per cui si comportava come tutti gli altri, se c’era un ritrovo tra amici si beveva qualche bicchierino, se c’era da andare a divertirsi lo faceva, ma credeva e si diceva musulmano, a Ramadan magari faceva un digiuno simbolico al primo giorno; e un suo amico che aveva interesse e simpatia per la religione musulmana va da un Imam (o da un alim) e gli dice che vuole convertirsi, allora quello gli risponde che dovrà rispettare i cinque pilastri della fede (che ho già menzionato nella prima puntata di questo diario), niente bere, né lussuria, digiuno per tutto il mese del Ramadan, eccetera, e lui risponde: no, no, io voglio essere quel tipo di musulmano come lo è il mio amico Saïd…

Abbiamo dunque fatto un giro di circa 1250 kilometri in sei giorni pieni più l’ultima mattina (accompagnamento all’aeroporto) per 525 Euro a testa inclusa auto, benzina, autista e sue spiegazioni (suo dormire e mangiare), prenotazione alberghi, cena, notte, prima colazione.
(Rachid Labid, mail: rachmer@live.fr).

16 dicembre domenica, dodicesimo e ultimo giorno del viaggio
Sveglia alle 3 di notte, Rachid ci porta in aeroporto per prendere il volo della Royal Air Maroc delle 5:30 per Casablanca (che in Marocco tutti chiamano Casà), dove poi aspettiamo la coincidenza con il volo della RAM, AT946, di ritorno a Bologna. Scesi dall’aereo, in cui ancora si parlava arabo e francese, e c’erano molti marocchini, il viaggio è oramai proprio finito…

I figli ci vengono a prendere e nel tragitto in auto verso Ferrara incominciamo a riferire, c’è nebbiolina fredda e un po’ di neve ai bordi stradali, il cielo è grigio. La realtà che ci aveva fino ad ora circondato si è già trasformata in racconto, un po’ fiabesco…
carlo_pancera@libero.it
Questo mio diario è presente anche in internet su:
www.viaggiareperculture.blogspot.it



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