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di Alessandra e Marco
 

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L’inizio del libro “Non dite a Sandokan che sono stato qui” - di Simone Mariotti

Capitolo 1: Sulle orme di James Brooke 

Un piccolo groviglio di fiumi fangosi che dall’alto si facevano desiderare di più ad ogni metro di quota che si perdeva. Una foresta spaccata, o quel che di lei rimaneva, stretta tra strade e canali. Un aeroporto non troppo in salute, un po’ scalcinato, che sembrava più che altro una stazione degli autobus. Un grande caldo. Kuching, finalmente il Borneo.
Nel giro di poche ore, dalla frenesia della metropoli più moderna del mondo mi ero trovato a passeggiare lungo il
sungai[1] Sarawak, che scorreva lento tra le due metà di una città sonnolenta e affascinante, tra gli sguardi curiosi delle ragazze cinesi affaccendate dietro le loro bancarelle di collanine e dolciumi e quelli disimpegnati di qualche coppia di turisti seduti nei tavolini poggiati alla ringhiera, a osservare il lento scorrere dei battelli sorseggiando l’immancabile Tiger Beer, mentre sullo sfondo il palazzo bianco dei rajah dominava su di noi. 

Borneo: perché questo nome ancora affascina come pochi altri? Perché si percepisce una strana sensazione, quasi di mistero romantico, al solo scandire delle sue sillabe? Perché nessuno ne parla mai e quasi nessuno ci va, e quei pochi quasi sempre per affollare i soliti due o tre posti, o le solite isole tropicali, che sono uguali in tutto il mondo? Ma il Borneo è tutt’altro che una barriera corallina per riviste patinate.

La prima volta che restai incuriosito da questo nome fu in quarta elementare. Eravamo alla fine degli anni settanta, e lo ricordo bene perché allora si era piuttosto diffuso un album di figurine sul mondo animale pubblicato dalle Edizioni Flash. Ricordo bene la mattina che trovammo davanti alla scuola quelli che a me sembravano grandi uomini, ma probabilmente erano solo ragazzi che arrotondavano con qualche lavoretto, che distribuivano ai bambini gli album vuoti con alcune bustine in omaggio. Ogni tanto capitava di trovare simili personaggi, ed era sempre bello attaccare le prime figurine, anche se poi la maggior parte delle raccolte viveva la gloria di una settimana o poco più, eccettuate quelle sui calciatori, rigorosamente maschili. Quell’album sugli animali, invece, benché piuttosto grossolano e semplice e con gli animali presentati solo con dei disegni (ma forse il bello era proprio quello), aveva avuto un successo superiore agli altri e ancora lo posseggo, integro come allora.
Nelle prime pagine, dedicate ai mammiferi, la bestiola più strana di tutte era una piccola scimmia dal manto nero, con due occhi enormi e zampe quasi da rettile. Era chiamata, con un italiano zoppicante, Mago di Borneo. Chissà perché quel nome? Da dove lo avevano pescato? Dall’immagine sulla figurina si vede chiaramente che si trattava del tarsio malese (Tarsius bancanus), che in alcune parti delle Filippine chiamano anche mago, o anche mamag, magau e magatilok-iok. Ma “tarsio malese” non avrebbe avuto forse lo stesso fascino di “Mago di Borneo”.
Cercai sul mio libro di scuola, ma il Borneo era solo un piccolo punto lontanissimo dall’Italia in una cartina geografica globale. Il fascino cresceva, e dilagò con Sankokan, Labuan, il Sarawak e James Brooke.
Poi, il mio primo vero atlante rappresentò quasi un passaporto per stabilire rotte estreme, scovare approdi e identificare finalmente la grande isola del Borneo, nel mezzo del fantastico arcipelago indonesiano tra le Molucche e la penisola malese, tra la Cina e l’Australia, tra i sogni e le leggende che affollavano la mente di un bambino.
E un mondo così lontano, che in alcune sue zone è rimasto quasi completamente isolato sino all’ultimo dopoguerra, non poteva che fare quell’effetto, a tutti. 

L’antropologo ed esploratore inglese Tom Harrisson - che si paracadutò nelle Kelabit Hilghlands per comandare un’azione militare anglo-australiana contro i giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale, e da lì iniziare la liberazione del Borneo -, un uomo che legò al Sarawak gran parte della sua esistenza, assumendo per dieci anni la direzione del museo di Kuching, così descrisse l’altopiano
di Bario, quando vi giunse dall’alto, sessant’anni prima di me
[2]

In una terra dove quasi tutto viaggia lungo i fiumi, questo altipiano può essere raggiunto solo a piedi, con grande fatica sotto il sole dell’Equatore. Ci sono alcuni posti sulla mappa del Borneo – e, più in generale, sulla mappa del mondo – dove tu puoi spingerti lontano da un posto conosciuto o da un buon punto di decollo. Ma ce ne sono pochi, in realtà, dove puoi essere più distante da quello che la gente chiama “il mondo”. E ne esistono ancora meno in cui ti puoi sentire più remoto, più tagliato fuori dal resto della civiltà. 

Chissà, forse sarà stato solo un caso, ma anche Joseph Conrad, che tanto aveva viaggiato lungo i mari del mondo, si decise a scrivere il suo primo romanzo, non più giovanissimo, durante una traversata che da Singapore lo aveva portato a costeggiare il Borneo, e ad ambientare in quelle terre e in quei mari i travagli interiori dei suoi primi personaggi. 

E poi cos’erano i midin? Un uomo con un cumulo di frutta e verdura stese su un telo poco fuori l’aeroporto di Kuching urlava questo nome a tutti i passanti, ma aveva almeno altre dieci cose diverse in vendita. E io ero già sull’autobus che mi stava portando in città.


[1] Fiume
[2] Harrisson, Tom, World Within. A Borneo Story. The Cresset Press, Londra 1959.


qualche foto:


assieme a dei bambini di etnia Sihan

Labuan, non più così selvaggia come ai tempi di Salgari

I villaggi lungo il fiume Rejang

Le splendide risaie delle Kelabit Highlands

una fermata lungo la ferrovia della giungla, vicino a Tenom, nel Sabah

 

Un articolo:

Meglio le sanguisughe
di Simone Mariotti
 

Mezzogiorno era passato da poco. Il sole, tornato a splendere sopra di noi, aveva nuovamente permesso il decollo del piccolo Twin Otter della Malaysian Airlines (minuscolo bimotore ad elica da 19 posti) che ci stava trasportando sulle Kelabit Highlands. Era appena iniziata la manovra per planare lentamente su Bario. Oltre a me sull’aereo c’erano altre 5 persone, due locali e 3 uomini di Singapore, professionisti in pensione, da quelle parti per la quarta volta e smaniosi di immergersi tra le montagne per una battuta di pesca fluviale.
Le tante risaie sfumate che si vedevano dall’oblò, e che sembravano volersi tuffare nella foresta, diventavano velocemente sempre più definite, con i loro particolari e i loro colori. Poche strade di collegamento, tutte fangose (l’asfalto o i ciottoli non esistono qui); pochi gruppetti di case qua e là.
Descrivere a parole questo posto non è semplicissimo, specialmente se si vuole trasmettere un po’ del suo mistero leggendario, come lo può avere solo il posto più remoto della Malesia e probabilmente di tutto il sud est asiatico, tornato al mondo solo dopo la guerra, e dopo il “Konfrontasi” con l’Indonesia nei primi anni sessanta, quando l’aggressione voluta da Sukarno contro il Sarawak fu orgogliosamente respinta dai malesi (ma con l’aiuto più che rilevante dei vecchi colonizzatori inglesi).
Per fare un paragone italiano, avete presente la piana di Castelluccio, col suo fascino, i suoi campi isolati e protetti, i colli che abbracciano le più buone lenticchie del mondo? Bario è un po’ lo stesso, in versione “riso”, e quello coltivato qui è uno dei più pregiati del mondo, il migliore in assoluto per i giapponesi. Con qualche distinguo.
Il Borneo non è così facilmente visitabile come la zona dei monti Sibillini. Non ci sono strade, non esistono mezzi pubblici, e i pochi fuoristrada (e quando dico pochi dico 5 o 6 in tutto!) che circolano da queste parti sono stati portati a pezzi e poi rimontati. Un solo volo al giorno (quello da 19 posti) collega Miri, città costiera affacciata sul caldo Mare Cinese Meridionale a pochi chilometri dal Brunei, a Bario che quindi non è proprio un porto di mare. Il permesso che mi ha rilasciato l’ufficio di Miri per entrare nelle Highlands è il n° 87 dall’inizio dell’anno, e siamo già ai primi di settembre.
Non c’è luce elettrica pubblica, e i pochi generatori autonomi non sempre ricevono il carburante necessario al loro funzionamento dall’unico Skyvan, tra quelli ancora attivi in Malesia, che riesce ad atterrare sulla minuscola pista di quassù.
Per il resto si va a piedi, o trainati dai tanti bufali che sono parte integrante della vita del popolo Kelabit.
Ma c’è un grande orgoglio e consapevolezza di essere riusciti a mantenere intatto qualcosa di speciale, e un sistema di irrigazione eccellente (e misterioso!) che fa si che il riso delle Kelabit sia così unico.
Un vecchio contadino incontrato all’aeroporto il giorno della mia partenza, mi chiese con curiosità cosa si coltivava in Italia, con quali tecniche, se amavo quello che la terra mi dava. Ai suoi tempi, prima che alla fine degli anni ’40 venisse costruito l’aeroporto, le Kelabit Highlands erano un mondo a se. Arrivare a Miri richiedeva circa 20 giorni di duro e pericoloso cammino tra fiumi e foresta, e solo per i pochi mesi l’anno in cui le piogge lo permettevano. La maggior parte degli abitanti, specialmente le donne, trascorrevano la loro intera esistenza senza mai lasciare Bario. Tempi lontani, di cui qualche traccia è rimasta ancora oggi, soprattutto attraverso le sembianze delle donne ultra settantenni con i loro piedi tatuati da un inchiostro scuro e le inconfondibili orecchie con i lobi forati e abnormemente allungati, simbolo di un’idea tramontata di bellezza e femminilità, obbligatorio fino a qualche decennio fa.
Nei villaggi sparsi tra le highlands in un raggio di 30-40 Km, sino oltre il confine con l’Indonesia, i ritmi sono ancora lenti e gli stessi di un tempo, anche se nelle case dei leaders (quelle col generatore) fanno bella mostra di se enormi parabole per ricevere, perlomeno, la tv.
A Pa Lungan, la culla del riso per eccellenza, dove sarei arrivato qualche giorno dopo, con ore di cammino, i cacciatori avevano portato a casa un grosso cervo che sarebbe stato venduto il giorno seguente a Bario per 7 ringgit al chilo (circa 1,6€), trasportato a spalla ovviamente, con tre ore di marcia su per la montagna. Non capita spesso una preda così. E allora si festeggia dopo cena, seduti attorno al fuoco, bevendo litri di “caffé” e the, in compagnia di un bottiglione di whiskey scozzese, con il fuoco che ci illumina e ci scalda mentre piccoli tranci di carne abbrustoliscono, forse un po’ troppo, sulla brace.
La pioggia batte forte sul tetto, ed anche un ragno gigantesco che pareva non aver paura di nulla si trincera sotto una tegola. Mentre il resto della carne appesa ad un chiodo attende il suo destino.
Altri uomini del piccolo villaggio ci raggiungono. Si parla di commercio, della foresta, della caccia che non è più concessa ai Kelabit come un tempo, per proteggere gli animali: “ma loro vanno avanti con quel fottuto disboscamento, e non è peggio? La nostra cultura sparisce per avere un cervo in più, ma la foresta muore. Se uccido un Hornbill (“bucero”, un maestoso uccello dal grande becco, simile a un tucano, simbolo del Sarawak) mi fanno una multa colossale, ma loro indisturbati distruggono il suo habitat”. Saggezza semplice ed umana; poi silenzio, notte e luce.
Non ho voglia di tornare subito alla sbobba nauseabonda sul relativismo, alle pugnette dei nostri politici e a quelle dei banchieri. Preferisco, ancora per oggi, le tante sanguisughe di cui porto ancora i segni addosso, quelle vere, quelle che ti tolgono il sangue solo per sopravvivere un po’ anche loro; e che vita. 

                                                                                                                                                                   Simone Mariotti  
                                                                                                                                                                   simomariotti@libero.it 

Pubblicato il 28 set 05 su La Voce di Romagna in prima pagina