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Cuba 2006

Cuba 2006


diario di viaggio dal 3 al 13 novembre di Marzia

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3 novembre
Oggi, giorno della nostra tanto attesa partenza per L’Avana, ci svegliamo sotto il cielo di Madrid battuta da una  pioggia  torrenziale. Cosa fare con un tempo simile, se non recarsi all’aeroporto almeno un’ora prima del previsto? Ogni altro piano della giornata, molto più allettante, è spazzato via da un tempo talmente infame che ci fa solo desiderare di essere al più presto sotto il cielo caraibico. Anche per quello, sospetto, il volo è sembrato interminabile. Orario di decollo previsto da Barajas: 15.05. Alle 12 siamo già al banco del check-in della Air Europa, affollato che sembra ferragosto. Lo  avevamo già capito da soli, prima di averne la conferma, che l’aereo partirà  senza nemmeno un posto libero.
A fatica arriva il nostro turno: biglietti in regola, passaporti pure, ma a sorpresa senza il Visto turistico non si parte. All’hostess peraltro gentilissima spieghiamo che il consolato cubano In Italia mi aveva assicurato che potevamo farlo all’aeroporto di Josè Martì una volta arrivati, stessa risposta avevo avuto dall’Avana. L’hostess è inflessibile: le disposizioni di Air Europa parlano chiaro, niente visto niente volo. Poco male, il tempo non ci manca e tutti i tour operator dell’aeroporto vendono il visto allo stesso prezzo del consolato, 15 euro a persona. Rimaniamo però con il dubbio di sapere se da Milano invece un’altra compagnia ci avrebbe fatto salire lo stesso.
Rifacciamo la coda al check in e alla fine, nonostante il largo anticipo, abbiamo giusto 10 minuti per un panino veloce prima dell’imbarco per un volo che parte spaccando il secondo.
Le ore di viaggio previste sono nove e la vicina di posto simpatica con cui chiacchierare lo rende piacevole ma non più corto. Air Europa si distingue per il cibo molto buono ma per il servizio molto cattivo: cuffiette a pagamento, personale di volo assente. Dove sono stati imboscati per le nove ore di volo per noi è rimasto un mistero, le chiamate dei passeggeri  rimanevano disattese nella  metà buona dei casi!
Arriviamo all’aeroporto alle 18 del pomeriggio, almeno secondo l’ora locale.
Il nostro più grande desiderio è posare il bagaglio nella nostra stanza ma ci scontriamo con la burocrazia pedante dell’ufficio immigrazione cubano. Almeno cinque minuti buoni per passeggero per controllare non si sa bene cosa, alla fine ci  mettiamo più di un’ora prima di poter anche solo pensare di raggiungere i nostri bagagli. Per un attimo quando vediamo dei camici bianchi temiamo ci tocchi anche la visita medica ma siamo arrivati a Cuba o a Ellis Island?? Per fortuna dopo averci chiesto da che paese veniamo ci lasciano passare senza neppure sentirci il polso.
Superati i medici, recuperiamo finalmente i nostri bagagli dal mucchietto dove erano stati gettati.
Dopo un veloce prelievo di pesos convertibili alla cassa automatica (la coda pure al cambio non possiamo reggerla oggi) siamo in un  taxi a tempo di record (almeno quello), diretti in Via Consulado in Centro Habana dove ci aspetta la nostra prima casa particolar.
Quando il tassista ci deposita davanti alla porta della casa sono passate le otto, Via Consulado è in tripudio di suoni che ci investono appena apriamo le portiere.
I bambini giocano per strada e gli adulti chiacchierano sulle porte e dai balconi delle loro case, mentre l’aria è piena della musica che  esce da tutti gli edifici. La porta di Miriam, come quella di molte altre nella via, è spalancata, scopriremo ben presto che qui è un’abitudine.
Entriamo chiamandola per nome, visto che non troviamo campanello, e lei ci si fa incontro. Ci mostra  subito la nostra camera, davvero superiore a ogni aspettativa: talmente grande da poter ospitare quattro persone, ha anche il frigo e l’aria condizionata, oltre al bagno privato. Lasciamo i bagagli in mezzo alla stanza, siamo troppo stanchi anche solo per guardarli, preferiamo dedicare le ultime forze a un giro a piedi dell’isolato mentre Miriam segna i nostri passaporti sul suo registro, pratica che nessuna casa particolar scorda di fare. La nostra Via è al confine tra il Centro Habana e Habana Veja, e al confine staziona un poliziotto. Un po’ ci sorprende, ma poi ci abitueremo anche a questo.
Camminiamo tra le case, notando come per loro sia davvero un’abitudine lasciare che la vita di strada sia parte della vita che si svolge all’interno delle loro case. Mi rimane impressa un’immagine: una casa fatiscente all’esterno, le pareti all’interno dipinte di un blu vivace.  Dalla porta e dalle finestre spalancate, si vedono le tre generazioni che la abitano, sedute su delle sedie a dondolo nella grande  stanza, davanti alla tv accesa chiacchierano e ridono. Rimpiangiamo di non avere la macchina fotografica ma forse una simile foto  sarebbe  davvero una grossa invasione della loro privacy.

4 Novembre
Ci svegliamo all’alba, l’orologio puntato sull’ora locale segna appena le sei. Venendo da un altro fuso orario è dura pretendere di più  da noi  stessi. Molto prima delle otto siamo già in strada e percorriamo il Prado, ufficialmente Paeso Josè Martì, nei colori un po’ rarefatti di una giornata non soleggiata, che tinge gli edifici di un colore splendido.
Vedere il Prado come primo assaggio di Cuba ha qualcosa di magico, soprattutto se si ha la fortuna di vederlo quasi deserto ha qualcosa di surreale.
Mentre lo percorriamo lenti, sbirciando in ogni vicolo che ci sembra interessante, risaliamo fin verso l’Habana Veja sbucando nella piazza del Capitolio. La somiglianza con quello di Washington è evidente per chiunque abbia visto quello americano anche solo in  foto, eppure colpisce il suo stridore quasi tra le auto anni 50, i bici e i cocotaxi e le case degradate che si affacciano sulla sua piazza.
Mentre scendiamo a piedi verso le Quattro piazze intorno alle quali si stringe il nucleo architettonico dell’Habana Veja veniamo invitati  a diversi generi di contrattazione: acquisto di sigari, di ron (il  rum), cubani che si offrono da guida turistica, basta un gentile rifiuto e quindi la sensazione di essere assediati a cui ci avevano preparato non l’avvertiamo più di tanto, forse proprio perché manca l’insistenza.
Visitiamo le quattro piazze una di seguito all’altra per  un  primo  assaggio,  tanto  dedicheremo durante la vacanza altri giorni all’Avana, avremo modo di tornarci con calma.
Sono tutte e quattro belle, la più scenografica è forse Plaza Veja, soprattutto se ammirata dall’alto della Torre su cui ci avventuriamo, al prezzo di 2 cuc che paghiamo rassegnati, ormai abituati che nelle città  turistiche anche la vista ormai non è più gratis.
Sulla torre però, a sorpresa, riempiamo gli zaini di roba da bere in pesos cubani, chiedendoci poi quanti cubani spendano 2 cuc per salire su una Torre!
L’ultima piazza che vediamo è però anche quella che mi colpisce di più.. In Italia ne abbiamo di talmente splendide che ormai più  nessuna chiesa dovrebbe sorprendermi eppure non pensavo di trovarne una ai Caraibi che mi piacesse tanto.
Arriviamo all’ora di pranzo sfiniti dalla camminata e dal caldo, il cielo coperto crea un po’ di afa.
Dopo una rapida occhiata alla nostra guida, decidiamo di cambiare panorama e di recarci a vedere Cojimar, il piccolo paese di pescatori a pochi km dall’Avana famoso soprattutto per Hemingway.
Prendiamo un taxi in Plaza Veja e mentre ci facciamo portare a Cojimar chiediamo all’autista se conosce sul posto un paladar dove possiamo mangiare del pesce. La risposta è scontata, ovviamente ne conosce uno, come poteva essere altrimenti? Arrivati a  destinazione ci deposita davanti a una bella casetta dipinta in toni allegri, con un portico dove sono preparati in tutto quattro tavolini. Siamo gli unici clienti, cosa a cui ci abitueremo ben presto nei paladar: mangiamo aragosta e marlin (o pesce imperador,  come lo  chiamano loro) con  contorno di mori e cristiani (riso con fagioli, contorno classicissimo della cucina cubana), tostones (banane tagliate e fette spesse, pastellate e fritte letteralmente deliziose!!), insalata di papaia e caffè. Il caffè soprattutto si rivela una sorpresa deliziosa, è buono e forte, assomiglia molto al nostro anche se con un aroma particolare che è solo cubano. Paghiamo 33 cuc con piacere, per un pranzo che non solo è stato ottimo ma talmente abbondante che facciamo fatica a finirlo.
La tappa successiva può solo essere una passeggiata digestiva per Cojimar: paesino un po’ triste perché sembra degradato e anche  un po’ abbandonato. Ma forse è colpa anche del tempo, grosse nuvole coprono il cielo rendendo i colori un po’ spenti. Con il senno di poi difficile capire chi ce l’ha fatto fare con un tempo simile, forse il fuso orario che ci rendeva impossibile camminare oltre, forse un attacco improvviso di pazzia, ma concordiamo con un taxi particular una corsa fino alla poco lontana Playa di Santa Maria, una delle Playas del Este.
Arriviamo che ai nuvoloni si è unito un vento talmente forte che stare in spiaggia è impossibile, ma date le premesse non poteva essere altrimenti.
Ritorniamo all’Havana un po’ rinsaviti e un po’ riposati, talmente riposati che anche se due ore prima non ci sembrava possibile fare un altro passo, ora ci facciamo addirittura lasciare davanti all’Hotel National per percorrere il Malecon a piedi fino alla nostra casa particular.
Sono più di tre chilometri, siamo sicuri di essere rinsaviti del tutto??
Eppure è impossibile pentirsi di una decisione simile, con il tempo in tumulto lo spettacolo che si gode lungo il Malecon vale tutti i polpacci doloranti del mondo.
Le onde scavalcano le barriere per tuffarsi in strada, mentre i bambini sotto giocano a farsi investire dall’acqua.
Lo percorriamo tutto senza fretta, ammirando l’opera di restauro dell’Avana, qui più che altrove si vede come sia ancora molto incompleta. Edifici completamente sistemati convivono accanto ad altri talmente fatiscenti che si ha quasi il timore che da un momento all’altro possano cadere in testa ai poveri inquilini che li abitano.
Quando arriviamo alla casa particular sono quasi le sette, e ci buttiamo sul letto per un riposino prima di cena o almeno, così ce la raccontiamo. Peccato che ci dimentichiamo di mettere la sveglia: quando ci svegliamo dalla breve siesta è quasi l’una di notte.
Siamo stanchi e sudati come due profughi.. Miriam si arrabbierà se accendo l’acqua calda in piena notte?

5 Novembre
Oggi forse non ci vorremmo svegliare alle sei, ma è proprio l’ora in cui squilla la sveglia. Alle 8.15 abbiamo il pullman per Trinidad e bisogna essere alla stazione della Viazul almeno un’ora prima, quindi il taxi ci aspetta per le sette davanti alla porta.
Sistemiamo le valigie: la “grande”, un trolley grigio dalle dimensioni di un cucciolo di elefante, e la “piccola”, un trolley rosso che sembra non possa contenere nulla invece deve essere stato costruito da un prestigiatore, perché in partenza per la California l’avevo riempita di ricambi per 5 giorni. Ora deve limitarsi a contenere il cambio per un paio di giorni, visto che l’elefantino.. pardon, la valigia grande rimarrà affidata a Miriam. Fatta la sistemazione di tutto l’indispensabile nel bagaglio leggero, siamo pronti per il nostro taxi.
Non ci avanza il tempo per la colazione, ma Miriam ci regala un piccolo cestino da viaggio con dei panini e della frutta.
Il cestino da viaggio non fa un grande viaggio a dire la verità, diciamo che in taxi ci conteniamo ma arrivati alla stazione dei pullman gli facciamo subito festa.
Il famoso pullman per Trinidad, tra parentesi, non lo prenderemo mai. Veniamo quasi investiti, appena arriviamo nella stazione, da un tassista che si propone di portarci a Trinidad allo stesso prezzo del bus, unico problema: trovare altre due persone. A noi sta benissimo, come non potrebbe essere altrimenti? Il Viaggio in auto dura poco più di tre ore contro le cinque del viaggio in pullman, tutto tempo guadagnato!
Nei primi venti minuti quasi disperiamo di trovare altri due compagni di viaggio, la gente declina gentilmente ogni tentativo di approccio del tassista, c’è anche una coppia che fugge quasi terrorizzata senza starlo nemmeno a sentire. A una nostra domanda, più o meno: “ma cosa gli è preso?” la risposta filosofica di Rafael (il tassista) è stata: “I tedeschi sono fatti così” Cosa intendesse dire, a tutt’oggi per noi rimane un mistero.  Mezz’ora prima della partenza del pullman abbiamo un colpo di fortuna: troviamo una ragazza svizzera, Isabelle, che accetta di viaggiare con noi.
Una breve contrattazione con Rafael che alla fine accetta di non farci pagare la quarta persona e partiamo. Il viaggio si  rivela  piacevole, anche se incappiamo in un violento acquazzone che dura però solo 10 minuti.
Rafael non solo si ferma ogni volta che ci garba di fare una foto ma ci rivela la sua anima artistica: poesie e canzoni ci accompagnano per buona parte del tragitto. Non ho avuto il coraggio di chiedere a Isabelle se ne avrebbe fatto volentieri a meno, io magari un riposino…
Arriviamo a Trinidad che manca poco alle dodici, Rafael vuole proporci una casa particular.
Accettiamo di vederla e devo dire che supera ogni aspettativa: la casa è bellissima ma anche la stanza lo è, anche questa con due letti matrimoniali. I proprietari vogliono 20 CUC a notte, quella dove volevamo dirigerci ne voleva 25 perciò accettiamo al volo. Salutiamo Rafael e Isabelle e dopo aver mollato armi e bagagli, usciamo nell’esplorazione.. culinaria della città. L’orologio ha battuto le dodici e noi siamo una preda più che felice quando una signora ci abborda per strada e ci propone il paladar di una sua amica. Non aspettavamo altro! La seguiamo in una casa, nel vero senso della parola. La cucina è un corridoio in cui passiamo per accedere ai quattro tavolini sul retro, dove già mangia una famiglia di turisti. Il posto ci piace e ci piace anche il prezzo proposto (8 cuc tutto compreso a testa) così ci fermiamo.
Mangiamo abbastanza bene, forse non all’altezza di Cojimar ma del resto.. come paragonare l’aragosta con il pollo?
Alla fine paghiamo il conto.. in euro, visto che oggi è domenica e gli uffici di cambio sono chiusi, preferiamo tenerci i cuc che abbiamo e la signora accetta il pagamento in euro al cambio ufficiale, con tanto di calcolatrice che tira fuori dal cassetto del tavolo. Decisamente, non ci vuole fregare.. noi saremmo stati pronti a pagare 1 a 1 visto che il piacere lo chiedevamo noi.
In piena siesta ci buttiamo nell’esplorazione di Trinidad: tanto meglio, nella prima ora del nostro giro i turisti sono ancora con le gambe sotto il tavolo e noi abbiamo modo di girare a nostro piacimento.
Il centro di Trinidad è stupefacente: da una parte sembra minuscolo, tranquillamente  girabile in un intero pomeriggio. Dall’altra parte non basterebbe una settimana per scoprire ogni gioiello che si può trovare nei vari vicoli.
Rispetto poi all’Havana si respira subito un’aria diversa: la città ha una nota indolente e sonnacchiosa che alla capitale un po’ manca, forse proprio per il suo status.
Rientriamo nella nostra casa alle 18, per una doccia e una breve siesta ma ben attenti a non farci fregare come la sera prima stavolta mettiamo la sveglia!
Appena fa buio siamo già fuori: Trinidad è piena di gente che passeggia a piedi, quasi tutti cubani e pochi turisti. I grandi bus turistici dei villaggi che qui programmano una gita in giornata se ne sono andati, sono rimasti i pochi che si fermano qua a dormire.
Stavolta non ci facciamo tentare da nessun sponsor di paladar, preferiamo accontentarci di mangiare qualcosa seduti su una panchina del Parque Central.
Proviamo a entrare in Rapido, la catena di fast food cubani, il Mac locale per intenderci, il pollo fritto dovrebbe essere la loro specialità. Sarà, ma il suddetto pollo costerà  anche solo 1,5 cuc ma ha l’aria di essere deceduto da troppo tempo così lasciamo perdere e usciamo. Mentre torniamo alla nostra panchina vediamo passarci davanti un ragazzo cubano che regge in mano dei panini che emanano un profumo molto invitante. Lucky si alza subito e lo blocca per chiedergli dove li ha comprati. Il ragazzo ci indica un banchetto poco lontano, in strada, dove un cubano massiccio come un lottatore di wrestling e vestito molto più elegantemente di noi affetta un maialino arrosto e imbottisce dei  panini  che  vende ai cubani per pochi pesos locali. Da bravi ci mettiamo in fila e prendiamo i nostri panini: ci sediamo a mangiarli su una panchina del  parco, sono semplicemente deliziosi. Mentre mangiamo discutiamo di come in questi chioschetti improvvisati tutto sia molto pulito, nonostante l’aria spesso dimessa: e ne siamo la prova vivente! In dieci giorni, nonostante il cibo spesso provato, mai un mal di pancia tranne per una cena in hotel a Varadero…ma questa è un’altra storia.
Dopo esserci rimpinzati la pancia torniamo nella piazza principale per vedere se anche senza cavalletto ci esce qualche foto decente della chiesa visto che c’è la luna piena e lo spettacolo è splendido (E’ dura davvero, prima del prossimo viaggio la spesa sarà il cavalletto).
L’atmosfera ha qualcosa di magico, forse perché la gente sembra essersi dissolta come per incanto. Incontriamo anche un simpatico vecchio signore cubano che si fuma un sigaro in piazza e che si lamenta con noi per il freddo. Ormai abbiamo sentito talmente tanti  cubani lamentarsi del freddo che non ci facciamo nemmeno caso: hanno 34° di giorno da 24 se va male la notte, per noi niente è più lontano dall’idea di “freddo”.
In un mio momento di “distrazione” (tentativi alquanto fallimentari di fotografia notturna) il vecchio approfitta inoltre per interrogare Lucky e sapere se ha delle “pastigliette” da regalargli, visto che il signore è tanto vecchio e sua moglie così giovane… avrei proprio voluto essere lì per vedere la faccia di mio marito mentre gli veniva rivolta la domanda.

6 Novembre
Tutta la notte un forte vento ha spazzato Trinidad, si sentiva attraverso le finestre. Ci svegliamo convinti di trovare brutto tempo invece c’è un bel sole e alle otto fa già caldo. Ci alziamo e ci dirigiamo verso Parque Central, in cerca di un posto che ci ispiri per la colazione.
Un delizioso profumino arriva dal davanzale di una casa: una signora vende caffè versato da un thermos, è forte e molto buono. Per 8  pesos cubani con il caffè prendiamo anche due tortillas y pane (due omelette chiuse in un panino) e facciamo colazione su una panchina mentre pianifichiamo la giornata.
Alle 14.25 abbiamo il pullman per Varadero, decidiamo pertanto di passare la mattinata a Playa Ancon a prendere un  po’ di sole. Andiamo all’incrocio principale di Trinidad, dove si fermano tutti i taxi, e ne prendiamo uno con un ragazzo francese che viaggia da solo.
Come nostro solito facciamo conoscenza: il ragazzo vive a Lione, ma è sposato con una ragazza cubana e sono qua in vacanza. Come per tutti i cubani, anche per sua moglie ora fa freddo per andare in spiaggia perciò lo aspetta a casa. Noi e il francese invece, non temendo nessun raffreddore, ci godiamo il caldo e i bagni della spiaggia. L’acqua è caldissima, forse perché siamo nella  parte  sud  dell’isola:  il clima  è  davvero  fantastico. Mentre cammino sulla spiaggia incontro anche Isabelle, la nostra compagna di viaggio dall’Havana.
Chiacchieriamo un po’, scambiandoci le impressioni su Trinidad. Lei ha un mese di ferie davanti a se beata, può permettersi di spendere una settimana in questo favoloso posto, per noi invece è già tempo di cambiare meta. Prima di pranzo salutiamo anche il ragazzo francese, dobbiamo rientrare. Riusciamo a pelo a prendere un cocotaxi che ci riporta a Trinidad, la nostra meta è ancora Parque Central dove vogliamo mangiare qualcosa.
Visto che non ci va di passare l’ultima ora a nostra disposizione in un paladar, passeggiamo per le vie in cerca di un’ispirazione.
Ci fidiamo di una lunga fila di cubani che attendono a una finestra dove il cartello recita pizze a 5 pesos cubani l’una. Il profumo è davvero delizioso, ci sembra il caso di contravvenire alla nostra regola “mai pizza fuori dall’italia” chissà, magari stavolta non ce ne pentiremo. Ne varrà  più che la pena: avevamo sentito che i cubani se la cavavano bene con la pizza ma quella mangiata supera ogni aspettativa. E’ buonissima, una delle migliori pizze al trancio mai mangiate (perché quelle fatte in forno a legna sono un mondo a parte)!
Dopo il pasto dobbiamo dire addio alla deliziosa Trinidad, recuperiamo il nostro bagaglio alla casa particular e poi ci rechiamo alla stazione della Viazul per prendere il pullman che ci porterà verso Varadero. Abbiamo avuto molte riserve ad includere un giorno di  tappa in questo posto, ma alla fine abbiamo voluto vedere con i nostri occhi il luogo di prigionia preferito degli italiani in vacanza a Cuba.
Il viaggio in pullman è abbastanza terrificante, lungo e tedioso. La temperatura non è polare come mi aspettavo, una felpa basta a ripararsi dell’aria condizionata, epperò dura la bellezza di 6 ore perché sono previste soste a Cienfuegos e Santa Clara.
Che sfortuna non aver trovato altre due persone per un taxi!
Arriviamo a Varadero che è buio pesto, prendiamo un taxi verso il nostro albergo, l’unica prenotazione da noi fatta dall’Italia: abbiamo scelto uno dei pochi alberghi a prezzo ragionevole che ci accettasse una sola notte di pernottamento. L’unica notte è in all inclusive e appena arrivati ci vengono subito rifilati i malefici braccialetti che mi fanno tanto pensare al collare del cane.
Abbiamo 15 minuti giusti giusti per approfittare del buffet della cena prima che chiuda così poco tempo prima della chiusura non è rimasto poi molto da mangiare ma sospettiamo che anche nel pieno dell’orario la cena non fosse granché. Cibo internazionale dall’aspetto e dal sapore mediocre, dopo aver provato il cibo vero cubano è di una tristezza infinita! Andiamo a nanna ma prima tentiamo di farci una doccia: l’acqua è fredda gelata! Protestiamo e ci viene risposto che, causa cielo un po’ coperto, oggi l’acqua della caldaia non si è scaldata molto bene, incredibile se si pensa che in nessuna casa particular abbiamo mai fatto la doccia fredda. Ma dove siamo finiti? Già  desiderosi di ritornare nella braccia dell’ospitalità  cubana andiamo a nanna.

7 Novembre
Ci svegliamo senza nessuna sveglia intorno alle 7.30. Varadero sbirciata da una finestra del sesto piano non sembra molto diversa da come ce l’aspettavamo: un albergo via l’altro. Oltretutto, il tempo un po’ coperto non sembra volerci far godere l’unico motivo valido per venire a Varadero: il sole e la spiaggia. Scendiamo a fare colazione e visto che l’albergo è popolato per la stragrande maggioranza da inglesi questo pasto ci ripaga della mediocrità della cena: è buona, varia e abbondante. In attesa che il sole si decida a uscire, decidiamo di camminare un po’ per i dintorni del nostro albergo. I due passi non sono particolarmente esaltanti, per fortuna il sole si decide a fare capolino. Hotel, altro Hotel, di nuovo un Hotel ah no, ecco un ristorante che vende aragosta a 50 cuc (!!!!!). Torniamo di corsa alla spiaggia e ci dedichiamo ai bagni di sole e di mare anche se, sorpresa, l’acqua mi sembra un po’ fredda, rispetto a quella del giorno prima a Playa Ancon. Alle 12 saliamo in hotel per liberare la stanza dalle nostre valigie per non pagare un’altra notte ma siccome siamo arrivati la sera tardi, ci lasciano usufruire dell’all inclusive  tutto il  giorno  e  non  solo, ci presteranno anche una camera e degli asciugamani per fare una doccia prima di andare a prendere il pullman. Decisamente, a livello di gentilezza il personale è squisito, peccato che non sia il tipo di vacanza che fa per noi.
Alle cinque siamo alla stazione dei Pullman Viazul in attesa del passaggio per L’Avana ma oggi siamo più fortunati di ieri, riusciamo subito a formare un taxi particular con un ragazzo del Ruanda e uno olandese che viaggiano da soli. Concordiamo 10 cuc a testa, lo stesso prezzo del pullman, e partiamo.
Il viaggio è piacevole, passa veloce chiacchierando con i due compagni di viaggio: il ragazzo del Ruanda vive in Svizzera e fa lo studente, mi loda la bellezza delle spiagge di Guardalavaca e della parte orientale in genere, da cui è appena tornato. Nel prossimo viaggio non posso farmelo mancare ma dico, non ho ancora finito questo e già   penso a un ritorno? Il ragazzo olandese fa l’agente di borsa. Oddio, l’ultimo mestiere che avrei pensato però è simpatico, parla inglese in modo impeccabile.
Arriviamo all’Avana un’ora in anticipo sulla tabella di marcia, il tassista ci deposita davanti a casa di Miriam. Per nostra sfortuna, la sua bellissima stanza è occupata. Ma ovviamente Miriam ha già pensato all’alternativa. Recuperato il piccolo pachiderma rosso, attraversiamo la strada e andiamo dalla vicina di Miriam che ci ospiterà stanotte.
Una delle contraddizioni del centro Habana: un palazzo molto fatiscente all’esterno nasconde un appartamento dotato di tutti i confort, con tanto di ascensore interno e allarme elettronico alla porta. La camera è moderna ma carina, con tanto di minuscolo bagnetto tutto suo. Molliamo i bagagli senza curarci nemmeno di dargli un’occhiata e usciamo subito risalendo verso il Malecon. Sarà che è ora di cena, ma dove sono tutti i turisti? Incontriamo tutti cubani, senza esserne troppo dispiaciuti.
Decidiamo di cenare in un paladar lungo il Malecon che un procacciatore che ci aveva abbordato per strada ci aveva fatto vedere il primo giorno. Allora, sazi come due pitoni, non ne avevamo approfittato, ma il posto ci aveva colpito molto: aveva uno splendido balconcino che guardava proprio sul malecon, in grado di ospitare 3-4 tavolini, non di più. Facciamo un po’ fatica a trovarlo, praticamente dobbiamo sbirciare in diversi portoni prima di trovare le scale che riconosciamo.
La posizione è davvero splendida come ce la ricordavamo: dal balcone c’è una vista capace di mozzare il fiato. Ci concediamo una cena da re e regine: aragosta e pesce, conditi con mori e cristiani e un enorme piatto di patate dolci fritte. Per finire, un piatto di frutta tropicale che sappiamo a casa rimpiangeremo molto.
Paghiamo tutto compreso 30 cuc per una cena che volendo ci si poteva mangiare in tre, compresa la Bucanero Fuerte che Lucky vuole  prendere  nonostante gli alcolici li regga un po’ poco.
Dire che lo stordirà un po’ è un eufemismo, con la cattiveria dell’astemia lo costringo a camminare un po’ (o come direbbe lui.. un bel po’!) in Habana Veja, lanciandoci in vicoli che il primo giorno ci erano sfuggiti. Ne avremo di cose da vedere e rivedere in città gli ultimi due giorni della nostra vacanza!

8 Novembre
Anche oggi la sveglia suona alle 7.30. Velocemente facciamo il cambio degli abiti: la piccola valigia rossa viene di nuovo riempita con il necessario per pochi giorni, e riportiamo il pachiderma grigio da Miriam. Alle 8, puntualissimo, il taxi ci viene a prendere sotto la casa particular per portarci alla stazione dei pullman. Alle 9 parte il bus con destinazione Vinales, ma come al solito vorremmo tentare di dividere un taxi. Siamo di nuovo fortunati: Ronald e Alexandra, una coppia di ragazzi tedeschi, accettano la proposta che facciamo loro. Riusciamo a partire in leggero anticipo e in meno di due ore siamo a destinazione. Anche i ragazzi tedeschi non hanno prenotato nulla quindi decidiamo di andare tutti all’indirizzo che abbiamo reperito noi sulla guida routard. La signora non ha posto, ma manda la figlia in bicicletta a chiedere a delle vicine: in 10 minuti siamo tutti sistemati in due casas particulares molto vicine tra di loro. Vinales apparentemente non ha molto da offrire, però ci conquista subito per i suoi dintorni davvero affascinanti.
Visto che la casa ci piace molto, è molto economica (vuole 15 CUC a notte) e la signora Blanca, la padrona di casa, si offre di cucinarci anche tutti i pasti decidiamo seduta stante di fermarci tre notti e dedicarci a un po’ di relax e di spiaggia. Sacrifichiamo dalla tabella di marcia Pinar del Rio ma lo facciamo senza colpo ferire, il bello di una vacanza senza itinerari fissi è proprio lì! Tra una cosa e l’altra è quasi mezzogiorno quando usciamo per una prima esplorazione del paesino, dopo aver consumato due panini in una delle bancarelle lungo la strada andiamo un po’ a zonzo, ammirando la bellezza delle casette. Vinales si conferma molto affascinante come ci era sembrato nella prima impressione: è inserito in una zona deliziosa ma sono le sue stesse vie a essere affascinanti. Ogni angolo è una nuova scoperta.
Mentre gironzoliamo entriamo nell’agenzia Cubacan, una delle tante agenzie cubane di turismo che organizzano escursioni. Guardiamo il loro programma e decidiamo di partecipare all’escursione a piedi attraverso la Valle. Costa 8 cuc a testa per tre ore di passeggiata, con guida parlante spagnolo e inglese.
L’appuntamento è alle tre, così ne approfittiamo per gironzolare ancora un po’ prima di presentarci puntuali all’appuntamento davanti all’agenzia.
L’escursione è davvero bella, non solo perché attraversiamo luoghi affascinanti ma anche perché, visto che oltre a noi ci sono solo due ragazzi svedesi, la guida è praticamente tutta per noi.
Gentilissima, risponde alle nostre domande che a volte esulano un po’ dalla coltivazione del tabacco.
Le tre ore voleranno in un attimo, attraversando luoghi che ci colpiranno molto per la loro bellezza.
Sarà quasi il tramonto quando torneremo alla deliziosa Villa Blanca. La nostra padrona di casa sta già pensando alla nostra cena, tanto che appena finita la doccia la troviamo praticamente già pronta: pesce stufato con patate dolci e cipolle con l’immancabile contorno di riso bianco, zucca e tapioca bollite, un enorme piatto di frutta tropicale, è davvero dura arrivare in fondo ma noi ci impegniamo con tutte le nostre forze!!!! Mangiamo nel piccolo portico, il cielo è ormai buio pesto ma le molte stelle in cielo sembrano prometterci un’altra splendida giornata per domani.

9 novembre
Oggi abbiamo deciso di dedicare la giornata alla spiaggia. Abbiamo scelto Cayo Jutias, a un’ora di strada da Vinales. Visto che non è un cayo molto attrezzato per il turismo l’unico mezzo per andarci è di noleggiare un taxi, se non si ha una propria auto, così ci siamo messi d’accordo con Roland e Alexandra, i due ragazzi conosciuti il giorno prima nel viaggio dall’Havana. Alle 8 il taxi arriva puntuale.
L’attimo di perplessità appena lo vediamo è d’obbligo: arriveremo sani e salvi a destinazione?
Arriviamo, arriviamo, in soli quaranta minuti. Il taxi sfreccia veloce.. troppo veloce! Arriva all’ingresso del Cayo in meno di un’ora. Un ponte collega Cayo Jutias alla terraferma, per accedervi dobbiamo pagare 5 cuc a testa. C’è da dire che a Cuba nulla è gratis per i turisti!
Il nostro tassista ci aspetterà fino alle cinque, quando torneremo indietro. Non si può tardare perché alle sei è già buio pesto e la strada, piena di buche che sarebbe più esatto chiamare voragini, diventa molto pericolosa perché non illuminata.
Al piccolo parcheggio del cayo c’è l’unico servizio presente sull’isola: un piccolo bar che affitta qualche ombrellone. Ma a noi non interessa.
Noi e i nostri compagni di viaggio ci dividiamo, ognuno di noi alla ricerca del proprio piccolo eden. I ragazzi tedeschi partono alla ricerca di un buon posto per fare snorkelling, i sottoscritti di una spiaggia tutta per loro. Non so a Roland e Alexandra com’è andata, ma noi abbiamo ottenuto il risultato sperato….
Cayo Jutias è selvaggio, quindi la spiaggia non è certo pulita come a Varadero visto che nessuno se ne cura. Ma è proprio lì il suo bello, passiamo la giornata a fare bagni, a leggere, a rilassarci completamente.
Alle cinque puntuali siamo al taxi e ripartiamo in direzione Vinales. Lungo la strada ci godiamo il bellissimo tramonto che non stanca mai, il sole che cala tra i mogotes è uno spettacolo davvero suggestivo.
A Vinales ci dedichiamo a qualche compera per il giorno dopo prima di rientrare da Blanca, che anche stasera ci fa trovare la cena pronta appena finita la doccia. Ci chiede com’è andata la giornata mentre noi ci abbuffiamo con il suo maiale arrosto e i soliti contorni per almeno sei persone!
Dopo una simile lauta cena è dura rimanere svegli a lungo ma ci aspettano i saluti finali con Roland e Alexandra che il giorno dopo partono per Trinidad.

10 novembre
Anche oggi sveglia alle sette, sta diventando un’abitudine di questa vacanza. Veramente qua a Vinales è dura dormire a lungo, i galli della zona si fanno sentire con grande prepotenza già all’alba. Compreso quello del pollaio dietro la nostra stanza.
La consueta colazione di Blanca ci aspetta: latte freschissimo e delizioso e ovetti delle sue gallinelle, la frase preferita di Lucky è: “e pensare che le uova a Brescia a me non piacciono!”, e ti credo, sono uova del supermercato, non di galline che razzolano tutto il giorno.
Ci spazzoliamo il consueto piattone di frutta e poi andiamo davanti all’agenzia della Cubacan, dove la sera prima abbiamo prenotato un posto sul pulmino che va a Cayo Levisa.
Stavolta andare per conto nostro non era affatto conveniente perché con i propri mezzi costa 15 cuc a testa solo il traghetto che porta al Cayo. Noi invece paghiamo 21 cuc tutto, traghetto e bus per arrivarci, un’ora di strada circa da Vinales.
Il pulmino a 10 posti, che corre come un taxi (ma a Cuba corrono tutti??), arriva a Palma Rubia in poco meno di un’ora, da lì prendiamo il traghetto che in mezz’ora arriva dall’altra parte dove ci aspetta pure il mojito di benvenuto da parte dell’Hotel Cayo Levisa, unica struttura presente sull’isola.
Il Cayo non è affatto turistico come me l’aspettavo: l’unico hotel, che fa anche da bar e da ristorante, ha pochi bungalow su un solo tratto del  cayo  che ha così chilometriche spiagge completamente libere.
All’arrivo gli straordinari colori del Cayo ci lasciano a bocca aperta: praticamente è ancora prima mattina, il sole non è ancora fortissimo e l’atmosfera è quasi lattiginosa: come se cielo e mare si confondessero senza linea di demarcazione… uno spettacolo unico…
Anche oggi la giornata è bellissima, con un sole fantastico, e passa nel più completo relax. Alle cinque, un po’ a malincuore, facciamo armi e bagagli e torniamo all’imbarco del traghetto, prima che ci lasci a terra.
Il viaggio di ritorno verso Vinales avviene con un po’ di malinconia, sapendo che domani lasceremo questo paradiso! Così ci godiamo dal pullman il nostro ultimo tramonto sui mogotes.
Blanca ci accoglie con una cena se possibile ancora più superba delle precedenti, passiamo la serata facendo qualche foto per non scordarci non solo di Cuba ma nemmeno della sua grande ospitalità.

11 Novembre
Oggi si ritorna all’Avana, però abbiamo scelto di farlo subito dopo pranzo, per goderci ancora una mattinata a Vinales. Dopo la sveglia e la colazione, decidiamo di andare a vedere la vista sui Mogotes che si gode dall’Hotel Jazmel, come suggerito dalla nostra guida. L’hotel si trova a 3 km dal centro di Vinales, si potrebbe prendere un taxi ma decidiamo di farli a piedi. In fondo, non abbiamo fretta di andare da nessuna parte!
Così ci godiamo la passeggiata con calma, facendo molte foto e godendoci il panorama.
L’hotel è molto grazioso, la cosa forse più notevole è la sua panoramica piscina, ma la vista che si gode sui mogotes è davvero molto bella e noi spendiamo il tempo a fotografarli da tutte le angolazioni possibili.
Ce la godiamo un po’ prima di ridiscendere verso il paese, dove facciamo provvista di acqua e di biscotti e poi ce ne stiamo in panciolle nella graziosa piazzetta fino all’ora di pranzo. Alle 12 in punto siamo alla nostra casa per il pranzo. Salutiamo Blanca poco prima dell’una e ci avviamo verso la stazione dei pullman, dove abbiamo appuntamento con Fabrizio, un ragazzo italiano che vive in Irlanda  che  abbiamo  conosciuto  il  giorno prima a cayo Levisa, con cui divideremo un taxi per tornare all’Avana.
Siamo tutti puntuali all’appuntamento così saliamo sul taxi concordato e partiamo.
Prima delle 4 siamo all’Avana, stavolta andiamo in una casa che ci ha trovato Blanca telefonando da Vinales, perché la casa di Miriam non aveva posto per noi. La casa è graziosa, ha una terrazzina con vista mozzafiato sul Malecon, mentre la camera non è granché, il letto non è comodissimo e il bagno è in comune con gli altri abitanti della casa. I proprietari però sono molto simpatici, la camera ce la lasciano per  20  cuc  così  accettiamo  di rimanere per una notte. Come nostro solito molliamo subito i bagagli per approfittare delle due ultime ore di luce, visto che sono solo le quattro.
Risaliamo il Malecon fino al Prado e torniamo in Plaza de la Catedral per visitare la zona che la circonda. Quando cala il tramonto la gente si riversa in strada e le vie si riempiono di musica.
Ancora sazi dall’ultimo banchetto a Vinales spendiamo i nostri ultimi pesos cubani per dei panini di fronte al Capitolio.
Nel tornare a casa abbiamo anche una lieta sorpresa: dopo molte sere che è stata lasciata al buio, pensiamo per risparmiare corrente, la fortezza è finalmente illuminata e lo spettacolo notturno è davvero magico.

12 Novembre
Anche oggi c’è il sole e la giornata si preannuncia sin dal mattino molto calda.
Facciamo colazione sulla terrazzina che guarda sul Malecon e per la prima volta assaggiamo la spremuta d’ananas fresca deliziosa, e pensare che a me l’ananas in Italia non piace!
Dopo colazione lasciamo libera la stanza e andiamo da Miriam, che ospita ancora parte dei  nostri bagagli. La sua camera è ancora  occupata  ma  le lasciamo tutto, sperando che i ragazzi che la occupano oggi decidano di andarsene. Oggi abbiamo deciso di rilassarci a Playa Santa Maria, una delle playas dell’Este a pochi chilometri dall’Havana. A piedi andiamo al Capitolio, dove stazionano più taxi e quindi dove c’è più probabilità di trovarne uno a un prezzo conveniente. Concordiamo con uno della panataxi 10 cuc per portarci e per la stessa cifra promette di venirci a prendere alle cinque. Affare fatto, partiamo.
Quando arriviamo la spiaggia è ancora molto deserta, anche se è domenica. In un certo senso ci sorprende, perché essendo una spiaggia  a  pochi km dalla capitale ci aspettavamo un’acqua un po’ più torbida, invece.. è chiara e trasparente come da altre parti, solo la  sabbia  non  ha  l’estremo biancore trovato in altre zone. Inoltre la spiaggia è molto sporca: rifiuti, lattine abbandonate, bottiglie, finché non passano a ripulire un  po’ facciamo davvero fatica a trovare un angolino tranquillo.
Insieme ai pulitori comincia ad arrivare tanta gente: qualche turista, poco, e davvero tantissimi cubani, vista la giornata di festa. Ben presto tutti i lati intorno ai nostri asciugamani saranno occupati! Il sole tiene botta fino alle quattro e noi passiamo il tempo in dolce far niente. Poi decide di entrare in sciopero, nascondendosi dietro una nube passeggera. Ammazziamo così l’ora di attesa per il taxi ascoltando il gruppo che si esibisce davanti all’Hotel Tropicoco mentre in spiaggia cominciano a servire gli aperitivi.
Alle cinque, ci avviamo alla zona dei taxi scommettendo se il tassista si presenterà  o no. Lucky sostiene che non verrà, anche se il ritorno glielo pagheremo i 10 cuc perché dovrebbe venire fin qui a prenderci? Io invece sostengo che verrà, fino ad ora sono stati di parola! Alle cinque e cinque minuti, proprio mentre mio marito voleva convincermi a prendere un altro taxi, ecco il nostro tassista che si presenta sgommando, scusandosi del ritardo di 5 minuti! Ci lascia davanti a Miriam che purtroppo, non ha la stanza ancora libera. Ma non c’è problema, la camera libera ce l’ha la signora del portone accanto. Una bella stanza con il suo bagno che ci costa 20 cuc. Marito e moglie sono una coppia di una certa età  davvero gentili e socievoli, che stanno ritinteggiando casa.
Alle 7, dopo la doccia, usciamo per fare il bis al Paladar lungo il Malecon. Siamo davvero affamati, visto che il nostro pranzo sono stati dei biscotti, quindi facciamo onore alla nostra ultima aragosta.
Dopo cena, facciamo con un po’ di malinconia l’ultima passeggiata notturna in Habana Veja. Anche se ci attende ancora un giorno intero, non  avremo più la possibilità di vedere Calle Obisbo immerso nel suo caos notturno fatto di musica e via vai continuo di persone.

13 Novembre
Ci svegliamo abbastanza presto oggi, vogliamo fare molte cose. Dopo la nostra ultima colazione cubana, facciamo i bagagli e lasciamo le valigie in un angolo anche se la padrona di casa ci avverte che se non arriverà  nessuna la stanza rimarrà  nostra tutto il giorno. In ogni caso raccogliamo tutto prima di uscire.
La nostra prima tappa di oggi è la fabbrica di sigari dell’Avana, che si trova subito dietro il Capitolio. Si possono fare solo visite guidate, ne parte una ogni quindici minuti.
Ovviamente, sono vietate fotocamere e telecamere. Noi scegliamo la visita in inglese, visto che non capirei un bel nulla di quella in spagnolo, e dopo un’attesa di cinque minuti partiamo con la nostra guida e un ragazzo inglese, diciamo metà  inglese e metà  italiano, i suoi genitori sono di Napoli e lui parla un italiano un po’ stentato ma davvero buono.
La visita è davvero molto bella, e impariamo molte cose che nemmeno immaginavamo, sui sigari. Apprendiamo che ogni sigaro è fatto da cinque foglie diverse, ognuna con la sua funzione e vanno arrotolate nell’ordine giusto. Ogni sigaro è fatto a mano da un operaio che ne cura ogni singola parte, dalla foglia ottiene il sigaro finale.
C’è anche un reparto addetto alla divisione dei sigari per colore, perché nella scatola l’effetto scenico non sia rovinato.
Nella fabbrica tocchiamo di nuovo con mano una delle contraddizioni di Cuba. Nella fabbrica più importante di uno dei regni del comunismo gli operai lavorano a cottimo. Non solo, ma esiste anche un controllo di qualità che certifica la bontà dei sigari prodotti da ognuno. Ogni sigaro viene pagato anche in base a quello e gli operai migliori finiscono a produrre le marche più prestigiose.
Noi scopriamo questa cosa casualmente, perché nella fabbrica vediamo un’operaia che appoggiata sul banco da lavoro dorme! Alla nostra domanda se si può, ci viene risposto dalla guida che certo che si può, se dorme non prende i soldi nessuno glielo vieta. Da lì la spiegazione Vediamo anche, attraverso un vetro stavolta, la scuola dove si imparano a fare i sigari. I prodotti della scuola vengono venduti a poco prezzo sul mercato interno e, come ogni scuola, alla fine c’è un esame. Chi lo passa diventa operaio, chi non lo passa può tornare a scuola e ripetere l’esame infinite volte, non c’è limite.
Un’altra cosa che colpisce è che mentre gli operai lavorano un loro collega, ad un microfono, legge ad alta voce dei giornali.
Scopriamo così che è stata una vittoria sindacale: siccome il lavoro è molto noioso, una trentina di anni fa i lavoratori avevano chiesto -e ottenuto-qualcuno che li intrattenesse con letture ad alta voce. Ora probabilmente potrebbero avere la radio e la musica, ma l’abitudine è rimasta.
Mentre passiamo tra i banchi dove gli operai preparano i sigari qualcuno spazza il pavimento e raccoglie le briciole di tabacco che finiscono per terra, buttandole in un bidone.
“Queste” ci dice la guida “vengono vendute alle multinazionali che producono sigarette..”
Terminiamo la visita al reparto che mette le etichette ai sigari e li inscatola.
Io vorrei tanto portarmi via come ricordo una scatola vuota, ma proprio non si può, sono un po’ dispiaciuta ma non mi resta che andarmene con la coda fra le gambe.
La visita è stata davvero bella, è costata 10 cuc a testa ma li è valsi tutti.
Usciti dalla fabbrica decidiamo di andare a vedere la parte nuova dell’Havana, i quartieri di Miramar e del Vedado.
Prendiamo un cocotaxi fino all’Hotel Nacional, uno degli alberghi più famosi dell’Havana, che vanta davvero una bella architettura e una splendida posizione sul Malecon.
Dietro l’hotel inizia il Vedado e noi iniziamo a camminare a piedi. C’è da dire che ciò che vediamo ci entusiasma poco o nulla, c’è una bella differenza rispetto alla zona dell’Havana Veja e centro Habana. La zona fino alla plaza de la Revolution è più nuova ma insieme sembra già decadente, mi ha ricordato i sobborghi meno belli di Los Angeles.
Anche la piazza non dice poi molto a due persone che non ne sentono il peso simbolico. E’ solo dell’asfalto che non ha molto da dire.
Qua  prendiamo un cocotaxi per la zona di Miramar dove ci sono tutte le ambasciate. Questa zona è quella che ci piace di più, gli edifici sono davvero belli anche se su molti pervade un’aria un po’ di abbandono, ambasciata italiana in primis.
Finito il giro torniamo all’Habana Veja con un cocotaxi per pranzo molto tardivo, scegliamo un locale consigliato dalla routard dove mangiamo due piatti di tipica cucina creola (pollo con riso) spendendo poco più di 10 cuc in due.
Ci rimane poi il tempo per un ultimo giro prima di dover tornare nella casa particular. La nostra stanza non è stata occupata, quindi la signora insiste perché la usiamo pure per farci una doccia.
Mentre la faccio io, mio marito mi fa anche una lieta sorpresa: confabulando con la signora ho finalmente la mia scatola vuota di sigari!!! La signora me la regala volentieri, tanto lei l’aveva in casa in un angolo.. io vorrei darle qualcosa ma lei non sente ragioni.
E’ davvero una signora meravigliosa e la salutiamo con lo stesso piacere e la stessa malinconia con cui abbiamo salutato le altre persone conosciute qui.
E’ ormai buio quando scendiamo incontro al nostro taxi, pronto a riportarci all’aereoporto.

Alcune info pratiche:

Guida usata: Routard
Volo prenotato a luglio su lastminutetour.com  Madrid-Havana-Madrid e il ritorno a Milano, andata Bergamo-Madrid con myair.com. Spesa totale del volo per 2 pp: 1220 euro.
vitto, alloggio, trasporti e tutti gli extra: 1000 euro totali.
Per ogni info scrivete senza esitazione a martiab@libero.it



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