Agenzia a
Sana’a: Universal Travel (proprietà di un italiano)
Sabbia,
incenso e mirra
È difficile,
quasi impossibile raccontare lo Yemen; se non mi avesse colpito la frase di
un’amica nel racconto sull’India non ci avrei neanche provato: “ … ci sono dei
luoghi dai quali si torna cambiati per sempre”.
L’India è
certamente il luogo principe da dove si torna cambiati; lo Yemen è un altro di
quei posti, solo che non te lo aspetteresti mai.
Ma come mi
sarà mai saltato in testa? Tutti coloro ai quali parlavo del mio progetto
sgranavano gli occhi, spalancavano la bocca, e con voce grave e stravolta
tentavano di dissuadermi da quello che sembrava loro un viaggio all’inferno
senza ritorno; senz’altro sarei stato rapito o, peggio, avrei fatto la fine dei
turisti spagnoli a Mar’ib.
Certo: il pensiero che fa dello Yemen un Paese estremamente pericoloso non è né
stupido né infondato; solo un pregiudizio, però, è in grado di ridurre questo
posto ad una scatola di sabbia piena di beduini armati fino ai denti pronti a
depredarvi.
Lo Yemen è invece uno dei più antichi centri di civilizzazione del mondo.
Il regno di Bilquis, la regina di Saba, del IX sec. a.C. le cui grandiose opere
idriche sono ancora testimoniate dalla diga presso Mar’ib; la leggenda del suo
incontro con il re Salomone, testimoniato in tutti i libri sacri: nel Talmud,
nella Bibbia e nel Corano! I tempi andati dei lucrosi traffici commerciali, per
cui questa terra era già nota agli antichi Romani come Arabia Felix; i falliti
tentativi di conquista da parte di Augusto; l’annessione al regno etiope di
Aksum, successivamente all’impero dei Sasanidi, la divisione e la recente
riunificazione… per tutto questo, per il fascino incredibile che questa terra
sconosciuta esercitava su di me … ecco come mi è saltato in testa di andare
nello Yemen.
E così, dopo anni di progetti, itinerari studiati e mai realizzati, rinvii,
ripensamenti, paure, senza grandi drammi e con molta naturalezza un giorno mi
trovo in albergo, a Sana’a.
Si vede che era giunto il momento, …il momento giusto. Perché anche questo è un
viaggio che si deve sentire; inizia da dentro, ed è un percorso che si fa ancora
prima di partire.
Proprio perché è un viaggio che coinvolge l’anima, che costringe a fare i conti
con la propria cultura, le proprie convinzioni, le proprie radici, non posso
fare un resoconto a mo’ di diario di viaggio; mi limito pertanto a ricordare
alcuni luoghi o episodi, sperando di riuscire a trasmettere anche solo una parte
delle emozioni che mi hanno regalato.
Sana’a, da
sola, vale il viaggio. Affermare che fa concorrenza a Venezia è forse esagerato,
ma gli alti ed eleganti palazzi color biscotto con le finestre incorniciate da
bianche trine e merletti fanno pensare alla casa di Marzapane nella favola di
Hansel e Gretel. Il Suk non è solo un mercato di merci e di spezie; è la
fotografia della vita yemenita, è la complessa anima della città; intorno ad
esso ruota sia l’impianto economico della capitale che la tela dei rapporti
sociali.
L’attraversamento in jeep dei Wadi (greti di fiumi temporaneamente in secca), o
del deserto con i suoi mille colori sono esperienze che impressionano per la
bellezza e la singolarità dei paesaggi.
Mar’ib ha una diga spettacolare per l’ingegneria modernissima con la quale è
stata costruita. Il palazzo della regina Bilquis e il tempio del Sole e della
Luna –con l’immancabile presenza di Kalashnikov- sono luoghi noti, purtroppo,
più per i numerosi ed efferati attentati ai danni di turisti ignari e indifesi
che per la singolare bellezza dei reperti archeologici e per il loro
ineguagliabile fascino quando, illuminati da un flebile tramonto dalle dita
rosate tra le sabbie del deserto, rivelano i propri riflessi dorati.
Il Wadi Dhahr è invece un villaggio posto ai bordi di una gola scavata da un
antico fiume, dove sorge il palazzo simbolo dello Yemen, il Dar Al-Hajar o
“palazzo sulla roccia”.
E poi Shibam, la famosa “Manhattan del deserto”; la città appare improvvisamente
dalla sabbia con l’affascinate altezza dei suoi palazzi di terra e paglia, alti
fino a otto piani.
In realtà lo Yemen è molto di più di questo: è un insieme di montagne, di decine
e decine di villaggi senza nome, di vallate, di canyon, di sconfinate distese
desertiche, di architetture di vario tipo. Sarebbe difficile scrivere anche un
solo appunto per ogni luogo che è sfilato davanti ai miei occhi.
Lo Yemen è lo sguardo festoso delle persone, è la variegata umanità che affolla
i suk e le viuzze delle città. È l’enorme quantità di merci strane, l’odore
delle spezie profumate esposte fuori dei minuscoli negozietti. È l’immagine
degli uomini fieri ed annoiati che masticano il qat mostrando orgogliosamente la
loro fedele jambyyia stretta in vita. È il sorriso dei bambini che ti circondano
e ti seguono per avere una penna, fare una foto o, più spesso, giocare a palla
con te!
Lo Yemen è l’immancabile presenza di armi, kalashnikov e pistole portate con
disinvoltura in spalla o in mano, moschetti e mitra appoggiati sulle stuoie al
ristorante.
Lo Yemen è la segregazione del mondo femminile da quello maschile, dove gli
uomini vivono serenamente nel medioevo, rassicurati e difesi nel loro ruolo
dalla incrollabilità degli assiomi sociali-religiosi, mentre le donne – piccole,
veloci, uniformi matrioske nere- sono consapevolmente proiettate nel 21mo secolo
con una improbabile coniugazione tra tradizione e realtà. Il mondo femminile
yemenita è, però, per noi impenetrabile; troppo poco tempo per comprendere
davvero. Come spiegarsi quindi l’abbinamento di una sgargiante borsetta rossa
all’uniforme e impersonale velo nero, dal quale fa capolino il tacco alto di un
paio di scarpe occidentali e il risvolto di un jeans con decorazioni di strass e
paillettes in perfetto stile Cavalli? Ma che dire della guardia al museo che,
dopo essersi guardata intorno per essere certa di non essere vista dai colleghi
uomini, ha alzato completamente la manica fino alla spalla per farci ammirare lo
splendido tatuaggio all’henné? O della mamma che, per ringraziarci del
complimento che avevamo fatto al figlio, si è sollevata il velo per sorriderci,
mostrando un volto e degli occhi stupendi? (Sempre dopo essersi accertata di
essere al riparo dagli sguardi dei connazionali). O della magnifica scena di
solidarietà, tutta femminile, che ha vissuto una nostra compagna di viaggio,
improvvisamente circondata da un gruppo di donne festose, rigorosamente velate,
sulla spiaggia di Bir Alì! Istanti, momenti, uno stuolo di veli neri che le si
aggrega intorno e si disperde in un attimo, come uno storno di rondini; eppure,
momenti così intensi che rimarranno fotografati nella mia mente per sempre!
Lo Yemen è un luogo complesso, pieno di contrasti e paradossi. Impossibile da
esprimere a parole perché ogni emozione e sensazione viene esasperata dalla sua
bellezza travolgente, primitiva, che ruba l’anima.
Il sorriso delle persone, la loro gentilezza e generosità, la spettacolarità dei
paesaggi non possono che far innamorare e farti un dono prezioso; arricchirti
dentro. Perché capisci subito, appena arrivi, appena respiri la sua aria, che
questo posto non è affatto il viaggio che hai visto sulle guide, ma tutta
un’altra cosa; le fotografie, le informazioni, i racconti non riescono a
catturare quella energia, quelle emozioni che ti travolgono e ti catturano
appena arrivi e, inconsapevolmente, ti ci immergi, proiettandoti in un mondo e
in un tempo distanti anni luce dal tuo. Eppure altrettanto reale, tangibile.
Così anche lo Yemen ci ha cambiato, per sempre.
Dario,
Teodora & Marco
Qualche
consiglio pratico: lo Yemen non si può girare liberamente. Per recarsi da una
città all’altra bisogna dotarsi di un permesso della polizia dove vengono
indicati il percorso e la località di arrivo, numero di targa e numero di
passeggeri; inoltre è necessario avere un certo numero di fotocopie di questo
documento perché verrà ritirato ad ogni posto di blocco. In certe località è
obbligatorio (se ci tenete alla vostra incolumità) dotarsi di una scorta
dell’esercito per impedire gli ormai famosi “rapimenti”.