Sri Lanka 2014


Sri Lanka very low cost

(racconto di viaggio dal 27 luglio al 28 agosto di Cristina L.)

foto Sri Lanka 2014
« 1 di 13 »

Blog per vedere molte altre foto: http://randagianelmondo.altervista.org/

CAMBIO (aggiornato a luglio 2014)
La valuta dello Sri Lanka è la rupia (LKR)
1 LKR =  0.00563 Euro
1 Euro = 177.197 LKR

SPESE IN EURO
E’ veramente un paese economico. Quindi interessante da valutare nelle annate in cui il budget da dedicare ai viaggi è più ristretto, oppure, viste le ridotte dimensioni, se si ha meno tempo del solito. Queste due condizioni facevano proprio parte del mio caso personale nella estate 2014.
Cibo : 70.90 Eu (3.3 Eu algiorno)
Bus : 14.80 Eu
Hotel 206.34 Eu (9.82 Eu algiorno)
Ingressi a siti vari : 106.69 Eu
Tuktuk :13.29 Eu
Internet : 0.28 Eu
Massaggi ayurvedici : 11.26 Eu
Treno : 6.98
Bici noleggio : 1.41 Eu
SIM card: 7.32 Eu
Totale: 439.27 Eu (20.91 Eu algiorno)
Totale con volo 915 Eu

VOLI
SaudiArabian Airlines, comprato a fine febbraio, il più economico della storia, 475 Eu. Alcuni ragazzi in aeroporto mi hanno riferito di averlo pagato 430 Eu, anticipando di qualche giorno rispetto a me.
L’operativo è il seguente:
27/7/14
Malpensa 11.00 – Jeddah 17.10 / SV212
28/7/14
Jeddah 01.15 – Colombo 10.00 / SV782
18/8/14
Colombo 11.45 – Jeddah 15.00 / SV781
19/8/14
Jeddah 02.30 – Milano 07.00 / SV213
L’attesa a Jeddah è stata interminabile, per di più si era nel Ramadan, gli schermi in aeroporto trasmettevano in continuazione un flusso di pellegrini che ruota attorno alla pietra nera della Mecca. Presentando la boarding card è possibile ritirare un buono pasto (petto di pollo impanato, riso, pepsi, mela). Le sedie in plastica sono scomode e poche, rispetto alla gente che c’è, l’aeroporto è piccolo, una sola toilette, e non c’è niente da fare.
Gli aerei sono del tipo che sul sedile non c’è lo schermo personale, ma c’è abbastanza spazio per le gambe. Ho dormito quasi sempre, ma mi è sembrato che gli schermi trasmettessero video di tipo religioso.

SPOSTAMENTI INTERNI
BUS
Si riesce ad andare dappertutto senza problemi, certo è che bisogna adattarsi. Non hanno aria condizionata, sedili spesso rotti o sbilenchi, affollati, in molti casi, nei pressi di centri abitati, rallentano all’inverosimile, suonando il clacson per attirare clienti. I prezzi sono bassissimi, ho speso meno di 15 Euro. Per non rischiare di stare in piedi conviene partire dal capolinea, cosa che comunque gli stranieri quasi sempre fanno. Se invece capita che si debba salire a metà corsa, ancora prima che il bus si fermi il bigliettaio salta giù, afferra il bagaglio ingombrante e lo sistema nel retro. In tre settimane, sulle tratte lunghe, a me è successo soltanto una volta di non riuscire a sedermi. Un paio di altre, ma su tragitti brevi, era invece come stare sulla metropolitana di Tokyo. Quando invece non c’è moltissima gente è possibile lasciare lo zaino grosso accanto alla leva del cambio dell’autista. Non ho mai capito la differenza fra bus rossi e bianchi, in teoria i primi dovrebbero essere statali, meno cari, e con più fermate, e gli altri privati, più cari, e più diretti. In realtà la distinzione non è così netta. Le bagagliere sopra i posti a sedere sono alcune volte minute, è quindi necessario non caricarsi eccessivamente. Io ci sistemavo in genere borsa della macchina fotografica e bagaglio a mano (una sacca decathlon morbida), tenendomi addosso una tracolla coi soldi e i documenti. Durante le pause scendevo tranquillamente portando solo quest’ultima, nessuno ha mai toccato niente.
Non ho visto da nessuna parte dei VIP bus, li usano solo quelli dei viaggi organizzati.
TRENI
Ho utilizzato seconda e terza classe. La prenotazione anticipata è possibile solo mediante alcune agenzie, tipo questa
https://visitsrilankatours.co.uk/train-tickets-1.html
oppure recandosi personalmente agli sportelli ma soltanto alcune stazioni sono abilitate (ad esempio, Ella, Kandy e Trincomalee sì, Haputale no), e si paga comunque una congrua sopratassa. Agli sportelli non idonei alla prevendita, lo smercio dei biglietti disponibili inizia un’ora prima della partenza del treno, bisogna quindi mettersi in coda e pazientare. Un biglietto acquistato in questo modo dà diritto ad un posto a sedere soltanto se si è fortunati e lo si trova, altrimenti si sta in piedi.
Consiglio questo sito: http://www.seat61.com/SriLanka.htm

CLIMA/ABBIGLIAMENTO CONSIGLIATO
Caldo/umido, ma meglio di come pensavo, meglio del Vietnam, ad esempio. Trovato sempre bel tempo a nord, e nella zona centrale (Dambulla, Polonnaruwa), un po’ meno sulla costa est dove, pur essendo il periodo più favorevole, dalle 12 in poi il cielo si copriva di nuvole e regolarmente scaricava il pomeriggio. Nulla di sconvolgente. Relativamente all’abbigliamento, viaggiando alla mia maniera, peggio si è vestiti e meglio è. Sulle alture, tipo Haputalee Ella, alla sera, era necessario un pile.

ALBERGHI
Si riesce a spendere abbastanza poco. Le descrizioni delle sistemazioni, e le foto, sono nel diario di viaggio. Una precisazione riguardo i prezzi: vi è parecchia differenza di tariffe se si arriva da soli oppure accompagnati da un tuktuk o altro intermediario, a cui il proprietario dovrà pagare delle commissioni che automaticamente verranno scaricate al cliente.
Assolutamente più conveniente trovare sul posto e contrattare, anziché prenotare in anticipo tramite internet. Esempio, lo SriLak di Haputale, una singola su Booking costa 30 dollari, io l’ho pagata 2500 LKR, ossia 14 Euro…
Diciamo che pur di risparmiare mi sono adattata molto. Brevemente. Osceni il Reny di Tissa e la Cosy GH di Jaffna. Consiglio invece la OldDutch House a Galle, lo SriLak a Haputale, lo Gnanam a Jaffna, e soprattutto la Jayaru a Polonnaruwa, che per 1000 LKR è decente per chi vuol spender poco. Segnalo anche che le pensioni più economiche sono frequentate da turisti o lavoratori del posto. E’ un buon modo per conoscere gente non legata al turismo. Se dimostra cortesia e positività nei tuoi confronti non lo fa per un tornaconto.
La media spesa è stata sui 9.5 Eu al giorno.

COMUNICAZIONI
Nell’atrio arrivi dell’aeroporto ho comprato una SIM Dialog, 1300 LKR. Un sms costa 6.37 LKR, e parlare un minuto su un fisso 3 LKR al minuto.

CIBO
Sono rimasta un po’ delusa. Molto meno vario che in India. Forse è sbagliato fare paragoni, ma chissà perché mi aspettavo di più…. I ristorantini dove mangia la gente del posto si chiamano “hotel”, e si possono paragonare ai dhaba indiani.
Una creamhouse è invece una specie di pasticceria, dove si possono trovare anche gelati, succhi e frappè di frutta.

SHOPPING
Stessa cosa che per il cibo. Forse il posto migliore per fare acquisti è Kandy, fra tutti quelli visti. A Negombo ci sono molti negozi di souvenirs, ma molto meno abbigliamento rispetto a Kandy. In aeroporto, nell’area gates alle partenze, ci sono molti stands che vendono souvenirs, prezzi simili a Negombo.

VALE LA PENA ANDARCI?
Direi di sì. E’ una destinazione molto economica, ed in prima battuta mi ha attirato perchè il volo costava veramente poco. Secondo il mio modesto parere, non c’è nulla di così straordinario da lasciarti senza fiato, o così particolare da sorprenderti. Non lo consiglierei ad un viaggiatore alle prime armi, ma per altri con un curriculum corposo alle spalle è invece un must. Le esperienze migliori che ho vissuto sono legate alle persone, alle loro credenze, al loro carattere, alla loro apertura, curiosità. Il Nord e l’Est sono da poco aperti al turismo, e questo è un altro buon motivo per andarci. Jaffna è il luogo che mi ha dato di più, dal lato delle interazioni umane.
Eccezionali le cerimonie religiose. Mai vista una cosa come il Perahera di Kandy prima d’ora. Fantastica anche la passeggiata al Lipton’s Seat fra le piantagioni di thé. Mi ha deluso la rocca di Sigiriya, che è il sito archeologico più visitato del paese. Ho preferito Polonnaruwa.
Il mare va bene per riposarsi un paio di giorni, ma non di più, secondo me.

FREGATURE/CRIMINALITA’
Paese assolutamente sicuro, anche per donna sola. Abituali piccole fregature che si riscontrano nel SE asiatico, ma qui sono molto meno insistenti. Stare alla larga dai tuktuk, per quanto possibile.

DIARIO DI VIAGGIO
Colombo —-> Galle – 28 luglio
Il mio aereo atterra a Colombo alle 10.10. Il primo acquisto è una simDialog (1300 LKR) che mi consentirà di tenere i contatti con casa. Attraverso la strada di fronte all’atrio arrivi, e zompo su un bus pubblico diretto in città, 100 LKR. Sotto una fastidiosa pioggia, mi scaricano in un terminal che ancora adesso sono qui a domandarmi come si chiamasse e dove si trovasse. Faccio una pausa in una latrina orrida, e prego il guardiano di non farmi pagare nulla, perché ho appena ritirato contanti al bancomat dell’aeroporto e non ho spiccioli.
Di corsa mi fanno salire su un bus in partenza per Galle (220 LKR). Domando se sia un bus express e ricevo un grugnito affermativo dall’autista. A dire il vero, non si tratta di un express, ma di un razzo supersonico.
Appena fuori dagli ingorghi di Colombo lungo la Mount Lavina Road, inizia una folle corsa a tutta velocità, con tanto di sorpassi azzardatissimi e inosservanza delle distanze di sicurezza, nonché delle elementari regole del buon senso. Avevo letto sulla guida a proposito di gare spericolate, monetizzazione dei tempi di trasferimento, pressioni sugli autisti per fare tutto sempre più in fretta, e mi rendo conto che per una volta la Rough non esagerava… Il bus sorpassa indipendentemente dal fatto che dalla corsia opposta sopraggiunga qualcosa, non importa di che stazza, anche un camion, spara gli abbaglianti, strombazza il clacson, per intimidire, rallentare e invitare a scansarsi appunto chi gli arriva di fronte, ma anche chi gli sta davanti. A quest’ultima operazione contribuisce il bigliettaio, che si sporge dai gradini oltre la porta (aperta) e con il braccio invita i sorpassati a farsi da parte senza troppe storie, attirandosi ogni tipo di insulti, soprattutto dai tuktuk. Alla prima sosta sono già mezza morta, eppure non sono una cagasotto… Ci fermiamo nella piazzola di una specie di ristorantino locale, la toilette esterna è assai peggio di quella di Colombo, un enorme scarafaggio osserva dal bordo di un lavandino la mia faccia a 10 centimetri di distanza, le dimensioni del bugigattolo non mi consentono di starne più lontano, mentre faccio equilibrismi pazzeschi per 1) non toccare la tazza tenendo sollevati lo zainetto e la macchina fotografica 2) con le stesse due mani, tenere contemporaneamente sollevati dal pavimento i pantaloni, per non infradiciarmi di fanghiglia di chissà cosa. 3) non fare movimenti bruschi per non spaventare lo scarafaggio che, scappando, potrebbe venirmi addosso.
Nuovamente penso: minchia, se questi sono gli standard di guida e di igiene del paese sono a posto.
Attraversiamo tutta una serie di paesini di mare rinomati, ad esempio Unawatuna, ma procedendo alla velocità della luce mi riesce difficile afferrare un quadro completo del paesaggio, più che altro sono fotogrammi impressi sulla mia retina a caso.
Finalmente Galle. Scendo dalla trappola ambulante e vedo davanti a me le mura del forte. Mi sono studiata un po’ la mappa della città e so che posso raggiungerlo a piedi. Potrei stare nella città nuova, dove le sistemazioni sono economiche, ma poichè domani mattina ho già intenzione di andarmene, preferisco dormire nel settore più interessante. Mi informano che una delle sistemazioni più economiche in zona potrebbe essere la OldDutch House, ho la fortuna, entrata nella cittadella dalla parte giusta, di vedere una cartello che ne indica la posizione, per cui la trovo senza fatica.
Altro colpo di fortuna, hanno una stanza libera con bagno in comune, entrambi immacolati. Il costo è 2500 LKR. La camera nr. 3 è situata nel mezzanino, ed è mansardata, questo fa sì che il ventilatore a pala, fissato al soffitto obliquo, tentenni parecchio quando è in funzione. Tenendo aperte le due finestre si crea un fresco e piacevole ricircolo d’aria che permette di lasciarlo spento. Faccio una doccia ed esco in missione. Passeggio sui bastioni al tramonto, respirando il monsone e godendomi la sensazione di libertà e benessere che mi dà il viaggiare da sola. C’è parecchia umidità, ma non mi dispiace, visto che ormai il sole è sparito dietro densi cumuli di nubi scure. Penso abbia smesso di piovere da poco. E’ pieno di gente, soprattutto ragazzi, molti ancora in uniforme scolastica, che si gode il momento.
Ci sono molte belle case in stile coloniale olandese, trasformate in negozi o ristoranti chic. E poi parecchiechiese.
Percorrendo tutto il perimetro delle mura in senso inverso, passando vicino al faro, torno al terminal dei bus, sperando in un pasto economico, ma nulla mi ispira, per cui mi tocca ripiegare sullo chic. Agghiacciata dai prezzi, mi fermo all’Anura Restaurants, uno dei meno cari, 500 LKR per un rice and curry. Il record comunque lo batterò a Tissamaharama.
Rientro in camera, con le finestre aperte sto proprio bene senonchè mentre sono già sprofondata nel sonno un improvviso temporale mi rovescia in stanza tonnellate di pioggia, per cui sono costretta a chiudere le imposte ed azionare il cigolante ventilatore.

Galle  —->Tissamaharama – 29 luglio
Oggi splende un sole accecante, ed il cielo è blu come in montagna. La colazione non è compresa, quindi devo arrabattarmi stando alla larga dalle opzioni chic. Bevo un thè al latte al chiosco dello sport club, 30 LKR, poi biscotti, banane e una crepe (50 + 80 LKR). Faccio un giretto per il forte, ritiro i bagagli e mi reco al bus terminal. Bus da Galle a Matara 80 LKR, al volo coincindenza per Tissamahama 150 LKR. Oggi la velocità di crociera è umana. Inizio a pensare che forse l’eccezione fosse quanto successo ieri. Costeggiamo le spiagge. Mirissa, Tangalle, ed altre località dove hanno soggiornato amici viaggiatori. Strisce strette di sabbia, palme batture dal vento, mare cupo, gonfio e imbronciato. Non ho voglia di fermarmi. La stazione dei bus di Tissa è in centro, ma io voglio stare nella zona del lago, per cui mi ci faccio portare da un tuktuk (60 LKR). Non è distantissimo, ma non credo si possa fare a piedi, coi bagagli. Il tuktuk vorrebbe portarmi in un posto di sua conoscenza, proprio in riva al lago, ma per il mio basso budget, anziché in un bungalow, vorrebbero sistemarmi in una stanza adiacente al ristorante, e da esso separata solo da un paravento! Contrariata, lo liquido dicendo che voglio arrangiarmi da sola. Torno sulla strada principale, senza avere bene idea di che sto facendo. Per fortuna vedo subito una serie di alberghi, e mi fermo al primo, il Reny, che non è nominato sulla guida. Le stanze fanno abbastanza pietà, contratto per 2 notti a 4000 LKR, ne ho adocchiata una che ha un bel balcone sul retro, ed è ampia. Il bagno è in penombra ed ispeziono frettolosamente, scoprirò più tardi che è osceno, lo scarico della doccia è intasato da mozziconi di sigaretta e capelli. Che schifo. Chiedo informazioni per il safari allo Yala National Park, spunto 5000 LKR per mezza giornata, più tardi in strada guide indipendenti me lo offriranno a 4000 LKR. Faccio una passeggiata costeggiando il lago e delle verdi risaie, ed arrivando ad una specie di tempio.
Rientrando, compro dell’acqua, 120 LKR (tantissimo) per 2 lt. Ceno al New Cabana, recensito bene su Tripadvisor, ma prezzi allucinanti (949 LKR), sono all’inizio del viaggio e ancora devo prendere bene le misure sui prezzi.

Tissamaharama – 30 luglio
Ore 5 partenza per Yala. Divido la jeep con due ragazze spagnole e tre cinesi. Non consigliato, almeno per chi è stato in Africa al Masai Mara, qualche pozza con bufali, cerbiatti, sparuti elefanti, del leopardo nemmeno l’ombra.
Forse è anche colpa del nostro driver. Vediamo gruppi accompagnati da guide con ricetrasmittenti che ricevono e comunicano a loro volta segnalazioni di appostamenti, un pò come appunto succede in Africa, il nostro segue la filosofia del “parcheggiamo accanto a una pozza e vediamo chi arriva ad abbeverarsi”, con l’unico scopo di appisolarsi, mandare sms ai suoi amici, e risparmiare benzina. Sono sempre le due ragazze spagnole a spronarlo. Io sono rassegnata ad aver sprecato tempo e soldi, e penso che vorrei andare al Serengeti e Ngorongoro in Tanzania, che ancora mi mancano. Le tre cinesi, che non spiccicano una parola di inglese, quindi non so come riescano a cavarsela a girare il paese, non fanno altro che scattare foto a se stesse, ignorando il paesaggio attorno a loro, anche nei rari momenti in cui si riesce a scorgere qualcosa degno di essere immortalato.
Mi è stato detto da più fonti che nei safari organizzati a Minneriya-Giritale si vedono elefanti a frotte, in questo periodo dell’anno, forse vale la pena informarsi, e poi saltare Yala.
Raggiungiamo una spiaggia deserta battuta dal vento, che nel 2004 fu devastata dallo tsunami. La scala e la base di un bungalow, spazzato via, sono lasciati a ricordo, insieme ad una targa.
Pranzo in albergo, 450 LKR. Verso le 15.30 salto su un bus verso Kataraghama (46 LKR all’andata su uno scassone e 60 LKR al ritorno su un semiluxury, che di luxury non ha nulla e nemmeno di semi). Kataraghama è una città sacra a buddisti, indù e mussulmani, meta di pellegrinaggi di importanza inferiore soltanto ad Adam’sPeak. Anche qui si celebra un perahera, molto meno turistico di quello di Kandy. La peculiarità è che i pellegrini praticano vari tipi di automutilazioni, deambulazione su carboni ardenti, ingestione di chiodi appuntiti, spade, ecc. Il festival è sfalsato rispetto a quello di Kandy, il clou è già stato celebrato una decina di giorni fa, mi spiegano alcuni ragazzi. Questa sera, quindi, assisterò “soltanto” alla puja. Soltanto si fa per dire perché, come scoprirò, le celebrazioni religiose indù sono frastornanti e trasudanti di fascino, colore, magia.
L’area dove sorgono i templi non è distante dal bus terminal, sembra un parco cittadino, i numerosi alberi mitigano un po’ la calura.
Un lungo viale sterrato, bordato da venditrici di fiori di loto, e animato da scimmie e cani che si rincorrono, conduce al principale tempio indù, affiancato da un enorme albero sacro di banyano.
La scena si anima verso le 19, arrivano processioni di devoti che offrono fiori e cestini di cibo, i preti li benedicono.
Parallelamente, nello stesso spiazzo si svolge la cerimonia delle noci di cocco, che vengono incendiate e poi scagliate con forza contro una roccia, se si spezzano è indice di buona fortuna.
Dopo un’oretta decido che ne ho abbastanza, e mi incammino verso la zona centrale, ceno in un chiosco davanti ad un ristorante che serve cibo vegetariano (290 LKR).
Quello che mi preoccupa è il rientro a Tissa con il buio, un po’ perché i bus sono meno frequenti, un po’ perché, in assenza di luce, temo di non essere in grado di riconoscere la fermata vicino al mio albergo. Comunque, mi arrangio.

Tissamaharama  —->Haputale – 31 luglio
La colazione è orrenda. Il gestore promette di accompagnarmi al terminal bus ma, prima di partire, mi attacca un bottone interminabile e non smette più di parlare.
Il collegamento fra Tissamaharama e Haputale è lungo, ma nulla di eccezionale, solo un po’ noioso. Sono necessari due cambi. Ho aspettato pochissimo le coincidenze. Partendo da Tissa verso le 10, arrivo a destinazione nel primo pomeriggio. Ecco lo schema ed i costi.
Tissa – Thanamalwhila 51 LKR / Thana – Wellawaya 67 LKR / Wella – Haputale 93 LKR.
Haputale è un paesino piccolo, e, volendo restare nel centro, per la ricerca dell’albergo ci si può muovere a piedi. Chiedo indicazioni per lo SriLak Holiday (2500 LKR) che mi era stato raccomandato da altri viaggiatori.
La maggior parte delle pensioni, in ogni modo, è un po’ più defilata, molte sono sulla via che conduce al monastero di Adisham (TempleRoad). Unica opzione economica nel centro abitato, accanto alla stazione, è la Royal Top RestInn che ha vista formidabile, e prezzi più bassi dello SriLak.
Il paese sorge su un crinale, circondato dal verde, e panorami mozzafiato.
Non c’è alcun tipo di negozio turistico, soltanto botteghe, ambulanti che vendono frutta/verdura, qualche ristorante locale, fra cui svetta l’edificio colorato a due piani del RisaraBakery and Pastry shop, gestito da mussulmani.
Il signore che prepara il thé, all’imbocco della scala, già un po’ anziano, è di una cortesia incommensurabile, grande come il suo sorriso. Balbetto con lui qualche parola in arabo, le uniche che conosco. Un po’ presto per gli standard italiani, ma perfetto per quelli tedeschi, mi presento alle 18 per cena. In fin dei conti, quello che ho smangiucchiato sul bus a mezzogiorno era solo uno spuntino. Salgo al piano superiore dove sono esposte in bacheche i piatti del giorno, caldi, e giovani aspiranti masterchef si danno un gran daffare a tagliare verdure con velocità e precisione. Cena eccellente, 250 LKR. Mi fermo a parlare con una coppia di neozelandesi, sui 55/60 anni.

Haputale – 1 agosto
Una delle giornate più belle della vacanza. Mi sveglio prestissimo. Bevo un thè all’ECB Hotel, 10 LKR, sulla strada principale. Alle 6, mentre sta rischiarando, aspetto il minibus per la Dambatenne factory sullo spiazzo retrostante Risara Bakery. Mi fa compagnia un cane, una specie di levrierina, dalle sopracciglia arcuate che sembrano sorridere. Mi dà dei buffetti sulla coscia con il muso, le regalo parte della mia colazione, che ho comprato ieri da Risara. Arriva un suo amico, una specie di incrocio fra uno shibu e un pastore tedesco, un po’ strabico, simpaticissimo anche lui. Sopraggiungono esseri umani, sono tutti lavoratori diretti alla fabbrica di thè. Attendiamo per circa 20 minuti. Quando è chiaro che, per qualche ragione, il minibus diserterà, ecco che compare un tuk tuk che carica su tutti. Siamo in 4, e altri ragazzini, almeno un paio, li raccatta strada facendo. Pago 50 LKR la mia quota, uguale a quella degli altri. Il bus sarebbe costato poco meno (credo 38 LKR). Arrivati a Dambatenne, il tuk tuk mi chiede tipo 300 LKR per salire sino a Lipton’s Seat, ma il tempo è splendido, e adoro camminare in quel paesaggio. Accanto alla grossa fabbrica c’è un villaggio, e bambini in uniforme sciamano da ogni dove. La strada è tutta una curva, in salita, ad ogni angolo si aprono scorci pittoreschi, colline ricoperte di piante di thé, il sole inizia a far capolino e si riflette sulle foglie brillanti.
Credo di aver percorso sui 5 km, quando arrivo in cima (ingresso 50 LKR).  il sole è già caldo. La Rough Guide raccomanda di visitare Lipton’s Seat prima delle 9, ora in cui la nebbia inizia a salire dalle pianure.
Mi affaccio dal belvedere ed è proprio vero! Grossi ciuffi come di ovatta stanno risalendo pian piano, offuscando la visuale.
Incontro sul piazzale due signore francesi, con il loro autista, ci scattiamo a vicenda fotografie panoramiche. Le saluto, ed inizio la discesa. Dopo una decina di minuti la loro macchina si accosta e mi chiedono se voglio un passaggio sino alla fabbrica del thé, che hanno intenzione di visitare. Accetto, poiché era la mia stessa intenzione.
Scendendo incontriamo le operaie al lavoro nei campi, guadagnano 4 dollari e mezzo, per raccogliere almeno 18 kg di foglie al giorno.
Arriviamo a Dambatenne, ex Lipton. La visita è abbastanza frettolosa (ingresso 250 LKR), ma in ogni caso istruttiva perché mai avevo assistito a qualcosa di simile. Ci vengono mostrate le varie fasi della lavorazione. Ho la conferma che quanto contenuto nelle nostre bustine comunemente acquistate al supermercato costituisce lo scarto, alla faccia di quello che dicono in pubblicità.
Prima di ridiscendere a valle, l’autista, che è originario di Haputale, sosta a sorpresa accanto ad una scuola materna. Le maestre ci danno il permesso di entrare, ed i bambini ci vengono incontro e ci squadrano  come fossimo marziani. Alcuni sono affettuosissimi. La cosa più particolare che noto sono delle specie di “fagotti”, composti da lenzuola legate ad una corda tesa, che contengono dei bimbi più piccoli, che dormono, imbozzolati nell’interno, oppure sporgono la testa curiosi.
Salutate le due donne, mi reco alla minuscola stazione per sapere se posso comprare anticipatamente un biglietto per Ella, ma mi spiegano che non è possibile, e l’unico modo è procurarmelo all’apertura degli sportelli, 50 minuti prima circa dell’arrivo del treno.
Leggerò poi sulla guida che solo le stazioni più grandi hanno un sistema che permette la riservazione dei posti, previo pagamento di una cospicua sovratassa. In casi di tragitti notturni, secondo me, ne vale la pena, ma in questo caso si tratterà di una o due ore e quindi non è un problema anche farsela in piedi. Sulla stessa via, mi fermo ad un internet point, 30 LKR per mezz’ora di navigazione. Per pranzo Risara Bakery prepara un ottimo rice and curry, (160 LKR) forse uno dei migliori. Compro dei dolcetti (86 LKR) e poi dei manghi al mercato. Dopo aver girellato ancora, mi dirigo al Thikala Ayurvedic Centre, dove avevo prenotato il massaggio facciale (2000 LKR) che mi lascia una pelle liscia come la seta. Ceno in hotel. Gli ospiti stanno praticamente tutti mangiando nel ristorante, non ho mai visto nessuno di loro assaggiare qualcosa nei locali dove va la gente del posto. Il pasto non è male, devo dire.

Haputale —-> Ella – 2 agosto
Perfino il tempo sembra accorgersi del mio sommo dispiacere nel lasciare Haputale, un cielo grigio ed una pioggerellina finissima intristiscono l’atmosfera.
Lascio i bagagli in reception avvisando che tornerò a prenderli verso le 13.30. Decido di camminare verso Adisham Hill ed il monastero. E’ una passeggiata di circa 3.7 km, stando a Google Maps, andando sulla Temple Road e poi seguendo le indicazioni, costeggiando altre piantagioni di thé.
L’ultimo tratto è in mezzo ad una foresta. Soltanto una parte dell’edificio è visitabile.
Rientro alla base sotto una pioggia più fitta, pranzo da Risara, 160 LKR, cerco il sorridente signore anziano addetto al thé, ma non è il suo turno, mi spiace non vederlo più senza avergli detto addio e grazie di tutto.
Gli sportelli della biglietteria aprono precisi 50 minuti prima dell’arrivo del treno, mi metto in fondo alla lunga coda, ed acquisto un posto di 2° classe per Ella (50 LKR). Incontro dei francesi molto simpatici, ma purtroppo vanno in direzione opposta alla mia. Un procacciatore di affari mi mette in contatto con un suo corrispondente alla destinazione. Sul treno non ci sono posti a sedere, quindi mi metto in piedi accanto alla porta, per vedere almeno un po’ di panorama. Le guide dicono che la tratta sia molto scenografica, ma, dopo quello che ho visto ieri, tutto perde un po’ di significato.
Il piazzale antistante la stazione di Ella è un carnaio, il procacciatore mi aveva detto di cercare una donnina piccola e magra, lo standard srilankese di corporatura femminile, quindi rinuncio in partenza, miracolosamente riesce a trovarmi lei. Mi accompagna a casa sua, alla pensione Rock Face, su per una scalinata ripidissima che ci porta a mezza costa, distante dalla via principale, sotto un gigantesco traliccio da elettrodotto, ma con una discreta vista, e, soprattutto, molto silenzio.
Mi mostra un paio di camere, scelgo quella che mi sembra la migliore, con ingresso indipendente, costo 2000 LKR, considerando i prezzi di Ella mi sembra un buon affare. Il bagno è abbastanza carino.
Confermo ad una delle graziose figlie della padrona di casa che mi fermo da loro a cena. Torno in stazione, per fortuna sono nell’orario giusto, e decido di comprare subito il biglietto per Kandy (600 LKR), prenotando il posto. Non posso permettermi di farmi 7 ore in piedi di notte senza dormire! Incontro i due neozelandesi di Haputale. Torniamo indietro insieme, ci sediamo al Bloom Café, io ordino un thé al ginger (150 LKR), e parliamo di un sacco di cose interessanti, dal conflitto arabo/palestinese al rigore imposto dalla trojka a Italia e Grecia (loro vogliono sapere cosa ne penso), poi passiamo a temi più personali. Ci salutiamo all’ora di cena, scambiandoci gli indirizzi email, ed augurandoci di ritrovarci presto. Passeggiando mi rendo conto che non ci sono ristoranti economici, quindi, qualsiasi cosa pagherò, ho fatto bene a rimanere a cena alla pensione. Un riso e curry, con frutta mi costa 350 LKR, più 80 LKR di acqua. Conosco due ragazzi francesi che hanno occupato la stanza ricavata nella casa padronale che io avevo scartato per avere più indipendenza. Anche con loro, conversazione molto interessante, questa volta su letteratura varia

Ella – 3 agosto
Colazione alla pensione, 385 LKR, visto i prezzi in città, non credo avrei trovato a meno. Mi incammino verso il Little Adam Peak, peccato che sia appena scoppiato un incendio, la vista è desolante, una volta giunti in cima.
La strada per arrivare non era male, ma nulla in confronto a Haputale. In bus raggiungo il Dowa Temple, niente di che (andata 30 LKR, ritorno 20).
Tornta a Ella, un vegetable roti che non sa di nulla lo pago ben 295 LKR al Down Town Roti. 80 LKR per 2 arance per togliermi l’arsura. Pomeriggio alle Ranawa Falls, andata 20 LKR, ritorno non ho pagato, non è passato il bigliettaio, il bus era strapieno. Anche queste non sono niente di che, ma è divertente perché si incontra un sacco di gente locale, che come al solito è gentile e viene a parlare con te.
Molti si portano dietro shampo e bagnoschiuma, alla faccia dell’ecosostenibilità. Alcune turiste straniere si spogliano rimanendo in bikini, e si mettono a bagno, bersagliate dai flash dei maschi indigeni. Ritorno e mi prendo un lemon ginger al Blow Cafè, è il primo posto in Sri Lanka dove riesco a trovare questa dissertante bevanda. Compro 2 sfoglie con verdure da mangiare in treno, 80 LKR. Vado a piedi in stazione, con largo anticipo, ma davvero non sapevo più cosa fare e, in un certo senso, da Ella non vedo l’ora di andarmene. Il treno è puntuale. Nonostante le luci fioche, i sedili neri, ed il buio noto che le carrozze non brillano certo di pulizia.
Dormo pesantemente, sinchè il posto vicino al mio, che è rimasto vuoto a lungo, viene occupato da una ragazza cinese, la quale è già stata a Kandy, e quindi in pratica mi rovescia addosso tutte le foto del suo iphone, relative al festival buddista, e perfino al menù di un ristorante che mi raccomanda con enfasi. E’ la mia prima occasione di parlare con una viaggiatrice fai da te cinese, di solito vedo solo e sempre gruppi organizzati, e non me la lascio sfuggire.

Kandy – 4 agosto
Il treno arriva puntuale alle 2.20 a Peradenya. Grazie all’aiuto degli altri passeggeri è facile trovare il binario giusto dove attende la coincidenza per Kandy. Piove a dirotto. Rimango in stazione nella sala d’aspetto, sulle sedie di plastica. Nonostante il freddo, sono infastidita dalle zanzare. Mi copro con tutto quello che ho, mantellina impermeabile compresa. Non so come, mi abbiocco di brutto con la testa piegata di lato sullo zaino, e quando riapro gli occhi sono le 7. Una sosta breve nei bagni lerci della stazione, e mi incammino a piedi in cerca di una pensione. Mi perdo ad una rotonda, un tuk tuk per 100 LKR mi porta sul lago alla base di Sarankara Road, la zona backpackers.
Questo angolo di città è verde e molto suggestivo, la via si arrampica sulla collina in mezzo a giardini e begli edifici. Siamo in periodo di Perahera, e dunque mi aspetto una lievitazione stratosferica dei prezzi delle sistemazioni, in ogni caso la mia intenzione è fermarmi solo una notte. Trovo una guesthouse che mi dà una stanza a 3000 LKR, ma decido di salire ancora ed arrivo alla Highest View Inn, il prezzo è un po’ alto, 5000, ma poiché ho appena risparmiato una notte dormendo in stazione penso che per una volta posso coccolarmi un po’. La mia stanza è carina, sui toni del rosa, pulita, con vista mozzafiato sul lago, tuttavia non la consiglierei perché i gestori a lungo andare risulteranno antipatici, il marito non farà altro che andare su e giù tutto il tempo per le scale, parlando a voce alta con il suo tono sgradevole, e disturbando. La moglie invece mi chiede subito soldi e passaporto come se non si fidasse. Il ristorante è caro.
Faccio una doccia e, alle 9 di mattina, sono pronta ad uscire. Prima passeggio un po’ lungo le rive del lago,  mi sento in pace col mondo. Inverto la rotta verso il centro. In zona Clock Tower è tutta un’altra storia, code, ingorghi, auto, bus, clackson, tuk tuk che slalomeggiano. Per caso mi trovo davanti al Muslim Hotel, che mi è stato raccomandato dalla ragazza cinese seduta vicino a me in treno, e sosto per colazione (35 LKR thè e dolcetti). Locale aperto sulla strada, ampio, affollatissimo, con un enorme viavai, eppure vengo servita velocissimamente. Spicco comunque fra gli altri clienti, sono l’unica pallidiccia con una macchina fotografica a tracolla. Attraverso un enorme mercato nei paraggi, sembra un po’ l’India, ma più pulita e senza mucche. La pioggia fine cessa. Mi lascio attrarre dalle bancarelle che espongono tessili, ci sono pantaloni stile odalisca di tutte le fogge e colori, tanti con disegni di elefanti, e poi bluse, camicie, magliette. Se uno vuole fare acquisti del genere conviene qui. Io purtroppo commetto l’errore di rimandare alla fine ma non troverò più questa abbondanza, c’è perfino da rimanere frastornati, tutti mi chiamano. Vado a perlustrare alcuni negozi di souvenirs, ci sono alcune catene, tipo Laksala e Odel, sempre nei pressi, ma già in un’aerea meno congestionata. I prezzi mi sembrano alti. Qui vedo altri bianchi oltre a me, sembrano americani dei viaggi organizzati, mettono mano al portafogli senza battere ciglio.
Nell’area stanno allestendo le tribune per la parata serale, si può comunque assistere alla processione anche dietro alle transenne posizionate lungo la via, ma bisogna sistemarsi molto tempo prima, diciamo nel primo pomeriggio, e poi non muoversi più.
Poiché il tempo è incerto, mi informo sui prezzi praticati all’hotel Queen, lo storico edificio coloniale che si affaccia sul lago, e ad un tiro di schioppo dal tempio, perché le tribune sono sistemate sotto le arcate, e quindi riparate.
Forse arrivo troppo presto, e magari più tardi i prezzi sarebbero scesi (nel pomeriggio infatti un posto sulle tribune dall’altro lato strada, non coperte, me l’hanno offerto a 3500 LKR e magari c’era ancora margine di contrattazione), ad ogni modo da 6000 che eravamo partiti riesco a strappare 5000 LKR, e mi dicono di arrivare alle 18.30, quindi mezz’ora prima.
Archiviata la pratica per l’avvenimento più importante che mi ha portato in questa città sono tranquilla e mi dedico alla sua esplorazione, in primis il tempio sacro. C’è gran fermento di devoti del luogo perché sono i giorni più sacri dell’anno, ed a questo si aggiungono i turisti che arrivano a frotte per vedere la sfilata.
Al momento, nel tempio, gli elefanti sono tenuti in catene e foraggiati con foglie di palma.
I loro mahut li sorvegliano. Mi fanno una pena incredibile. Molti si dondolano nervosamente. Ammiro il tempio ma non entro, non ho voglia di pagare l’esosa tassa di ingresso, e vedere, ammesso che ci riesca, il dente di Buddha.
Non sono nemmeno le due e, accanto al perimetro esterno, che costeggia il lago, in un luogo dove non ci sono tribune già c’è gente accampata per il posto in prima fila e gratis. Alcuni danzatori stanno facendo le ultime prove.
Vado in cerca di un dhaba dove far pranzo e poi mi compro alcune cose da consumare a cena durante la processione. Un rice and curry scadente al Mallden hotel mi costa 190 LKR più altre 60 di acqua, poi mi compro 105 LKR di dolcetti e 120 LKR di samosa e ciambelline salate.
Non avendo più nulla da fare, alle 18.30 mi accomodo come un abbonato in prima fila. Tutti i posti sembrano essere stati venduti, su ciascuna delle sedie in plastica è appiccicato un bigliettino con i nomi. I miei vicini sono una famiglia di americani con figlie già grandi, che girano con autista, e stanno in un hotel fuori dalla città, dove si sentono un po’ tagliati fuori, mi confida il papà.
La sfilata inizia alle 19.15 circa, prima giocolieri col fuoco, poi ballerini, e poi gli elefanti, in successioni alternate, con costumi dai colori diversi, come le gualdrappe dei pachidermi, il tutto inframmezzato da orde di sbandieratori e bande con trombe e tamburi
In poche parole: due ore di spettacolo da non perdere. Lo Sri Lanka, dal lato manifestazioni religiose, non delude le mie (alte) aspettative.
Ultima sorpresa, prima di rientrare: alcune parti della città splendidamente illuminate.

Kandy —-> Dambulla – 5 agosto
Pioviggina finemente quando un tuk tuk alle ore 8 mi scodella alla stazione dei bus di Kandy, ne acchiappo uno di corsa con destinazione Dambulla (101 LKR)
Il clima a destinazione è decisamente diverso, cielo blu e sole a picco. So che il grosso delle pensioni si concentra nella zona delle grotte rupestri, ad un paio di km dal centro, in città non ho idea di dove girarmi, per cui mi lascio avvicinare dai tuk tuk, ne scelgo uno poco aggressivo, e gli spiego la mia situazione: guesthouse che sia in centro, ma in posizione silenziosa, budget basso. Per 50 LKR mi porta al Gamadegara Resort, una specie di pensione famigliare, poco distante dalla rotonda della clock tower, in una strada tutta infiorata ed alberata, che risuona di canti di uccelli. La camera costa 2000 LKR e son sicura che, se fossi arrivata per conto mio, il prezzo sarebbe stato molto più basso. Tuttavia riconosco che non sarei mai stata in grado di scovare da sola, a piedi, con tutto il bagaglio, un posto così. I gestori sono dolcissimi e gentilissimi, veramente carini.
Scopro per caso un ottimo ristorante, nei pressi della rotonda della clock tower. Non compare da nessuna parte su internet. Dovrebbe chiamarsi Kirula, ha una grossa insegna “Juice Bar”, è aperto sul marciapiedi senza muri o vetri, e le pareti interne sono dipinte di verde pisello. E’ molto pulito, economico, si mangia bene, e preparano anche un sacco di frullati. 100 LKR un frappè al mango, preparato col latte, e poi uno squisito rice curry. Mi incammino con calma verso i templi nella roccia, sulla strada principale, fermandomi in posta a comprar francobolli.
L’ingresso costa 1500 LKR. Nel piazzale hanno costruito uno stupa dorato, ed un tempio pacchiano.
Una scalinata popolata di scimmie, gatti, cani, tutti assetati, conduce ai templi. Carini.
Seguendo le indicazioni della Rough Guide, faccio la visita a rovescio.
Al rientro prendo un bus (10 LKR). Faccio spese da Cargill, 330 LKR, e poi ottima cena al Kirula, (300 LKR compresa l’acqua) per verdure bollite ma saporite, con pepe, riso e curry. Passo la serata seduta in veranda su una sedia in plastica, qualche insetto, non so come, riesce ad attraversare la barriera di cotone dei pantaloni e mi punge le chiappe, procurandomi un prurito insopportabile. Guardandomi allo specchio, sembra che mi sia seduta su un grosso fornelletto elettrico, di quelli con le resistenze a spirale, in quanto i ponfi si susseguono in una serie di cerchi concentrici perfetti.

Dambulla/Sigiriya fai da te —-> Polonnaruwa – 6 agosto
Esco che è buio e lascio i miei bagagli all’ingresso.
Sono al bus terminal alle 6.30 del mattino, uno stallo è espressamente dedicato alle partenze per Sigiriya, con tanto di cartello, ma mi dicono che è troppo presto per il bus diretto.
Di fatto aspetto quasi un’ora, nel frattempo faccio colazione in un hotel lì davanti (15 LKR) e noto che i samosa del giorno prima vengono dati in pasto ai cani e ai corvi. Poi inizio ad impensierirmi, chiedo informazioni e mi dicono di lasciar perdere lo stallo ed aspettare in strada, balzo quasi immediatamente su un bus che fa un sacco di fermate, e ci mette  un’ora (40 LKR all’andata e 37 LKR al ritorno).
All’ingresso del sito sborso l’astronomica cifra di 3900 LKR, non ne vale la pena e se potessi tornare indietro non lo rifarei. Inoltre, tutte le mie buone intenzioni di iniziare presto/finire presto per evitare le folle svaniscono come neve al sole. Già ho perso un sacco di tempo aspettando a vuoto nel posto sbagliato, poi ho preso un bus lento, ora ci si mette di mezzo anche un CRETINO che mentre mi sto dirigendo decisa verso la roccia, mi si para davanti, informandomi che dopo la discesa sarò obbligata a seguire un percorso diverso, e quindi non posso tralasciare la parte della cittadella in rovina che sto attraversando di corsa. Gli sto ancora tirando degli accidenti adesso. In realtà tutto questo NON E’ VERO!! Ergo, arrivate presto, fiondatevi su per quelle scale e fate tutto PRIMA che arrivino i bus delle escursioni organizzate, poi scendete, e vedete DOPO tutto il resto.
Dopo aver girellato fra perimetri di muri in decadenza, alle 9 mi metto in fila per l’accesso alla stretta scalinata in ferro che si abbarbica sulla grande roccia.
Il lato positivo dell’attesa è che si è all’ombra ed esposti alla brezza, per cui l’inattività non pesa molto. Gli affreschi delle damigelle a mezzo percorso sono l’unico motivo per visitare questo sito, ma questo non giustifica il prezzo salato del biglietto.
La salita prosegue sino ad uno spiazzo brulicante di gente, da qui parte un’altra scalinata che raggiunge la sommità.
Vengono distribuite, non capisco con quale modalità, giacche di tela gommata per proteggersi dalle punture delle vespe che hanno costruito nidi nelle nicchie e sono evidentemente disturbate dall’eccessivo clamore del flusso di esseri umani. Numerosi cartelli invitano al silenzio, ma la noncuranza a tale disposizione è direttamente proporzionale all’isteria che si scatena alla vista di un solo singolo insetto. Di certo essere attaccati da uno sciame mentre si è su una scala di ferro sospesa nel vuoto non deve essere il massimo, immagino il panico che si scatenerebbe.
La buona sorte mi assiste ed arrivo in cima. A me il panorama non pare granchè, ma altre persone ne sono state entusiaste nei loro scritti, per cui è solo una questione personale, immagino.
Rientro a Dambulla, ritiro i bagagli in guesthouse, pranzo al Kirula Juice Bar, e prendo al volo un bus per Polonnaruwa (95 LKR). Non ci sono sedili liberi, ma il bigliettaio ha riposto lo zaino grande nel bagagliaio, per cui non sono carica e mi rilasso prendendo il fresco che arriva dai finestrini aperti. Farmi tutta la strada in piedi (saranno due ore e mezzo) non mi disturba poi così tanto, visto che nel corridoio non c’è calca.
Il luogo più carino dove soggiornare, per chi è diretto a Polonnaruwa, sarebbe Giritale, un villaggio alberato sul lago, ma qui si è troppo isolati, e quindi preferisco proseguire fino in città. Ho visto sulla Rough Guide che vicino alla fermata del bus, sul canale che porta verso il lago c’è un hotel economico, il Gajaba. Tallonata dai tuk tuk vado in avanscoperta, le camere economiche sono tetre, e care, nonostante il personale, notato il mio disappunto, ne decresca il prezzo di 100 LKR ogni metro che percorro a ritroso verso la porta di uscita. Tornata sulla strada principale, noto un piccolo ristorantino che promette bene, e mi propongo di tornarci a cena. Chiamo un tuk tuk per ispezionare un’altra zona della città, oltre la rotonda dove c’è la sede della polizia, ma pure così non riesco a combinare nulla, allora scendo, lo pago (100 LKR) ed inizio a cercare a piedi. Capito per caso alla Jayaru Guesthouse dove una stanza spoglia ma pulita mi viene offerta a 1000 LKR, il record per questa vacanza.
L’acqua varia dal freddo al tiepido ma vista la calura che c’è fuori non è indispensabile lo scaldabagno elettrico. Tutta contenta mi lavo, faccio il bucato, deposito le mie cose e poi esco, alla ricerca di un luogo dove noleggiare una bici (la mia pensione non le ha). I tuk tuk cercano di trascinarmi in luoghi dove vorrebbero propinarmele a prezzi esorbitanti, ma sulla strada principale, proprio vicino alla fermata del bus ne trovo uno e mi accordo per 250 LKR, scoprirò poi che questo esercizio è nominato sulla LP. Consumo una ottima cena all’Ariyasinhala Hotel (150 LKR paratha con dhal) e, nel negozio accanto, il record della bottiglia meno cara 50 LKR per 1.5 lt. Torno a piedi alla mia pensione, e mi fermo a parlare col proprietario ed i suoi figli.

Polonnaruwa —-> Kalkudah – 7 agosto
Buonissima colazione all’Ariyasinhala Hotel (60 LKR un pancake al cocco). Ritiro la bicicletta (250 LKR), vado ad acquistare il ticket di ingresso al museo archeologico (3250 LKR) e pedalo verso il sito. Attenzione: all’ingresso delle rovine non vendono biglietti, bisogna appunto approvvigionarsene al museo. Oggi è una bella giornata, ma non soffro eccessivamente il caldo e la stanchezza. Mi sono munita di acqua, succhi di frutta, banane. Il sito è splendido, molto meglio, e più vario, di Sigiriya.
Nelle parti più lontane si è quasi soli. Nei settori più frequentati stazionano dei venditori di souvenirs, se c’è qualcosa che piace conviene prenderlo qui, contrattando, anche se i prezzi sono già bassi di partenza, perché poi non è che si trova molto in giro nel paese. Un signore proponeva dei braccialetti che poi non ho più trovato e mi sono rattristata. Pranzo al all’Ariyasinhala Hotel (180 LKR un rice and curry), vado alla guesthouse a ritirare i bagagli  e comincia la trasferta verso Passekudah. Dapprima raggiungo Kuduruwala (13 LKR), lo snodo principale, poi un altro bus mi porta sino a ciò che io ritengo essere Passekudah ed invece è soltanto Valachchennai Junction (la strada qui si biforca ed il mezzo prosegue per Batticaloa). Un altro bus, per 9 LKR, mi porta sino al capolinea, nel paese di Valachchennai. Nel piazzale deserto, col nulla attorno, capisco che la mia corsa coi mezzi pubblici è davvero finita, e l’unica alternativa ai tuk tuk è camminare. Mi instrado trascinandomi dietro i bagagli, dopo un po’ fermo un tuk tuk e chiedo di farmi portare a Passekudah (250 LKR). Lui dice che ci sono solo alberghi costosi, e mi consiglia Kalkudah, la Rough non è molto esauriente in materia, su internet avevo trovato pochissimo, e quindi acconsento, e mi faccio fermare nei pressi della Newland Guesthouse, sulla Kalkudah/Valachchennai Road. Questa è al completo, per cui inizio il pellegrinaggio sino a che giungo ad una costruzione nuova dove contratto 1500 LKR per la notte. La stanza è decente, soltanto molto calda, e dopo un po’ non posso neppure tenere aperta la finestra perché comincia a piovere di stravento. Mi sento un po’ a disagio perché sono l’unica donna, e gli altri occupanti sembrano essere lavoratori del posto in trasferta. Una riprova del fatto che non sia un luogo turistico è che non hanno bici a noleggio. Mi sento tagliata fuori dal mondo. Dopo aver cenato in un dhaba agghiacciante, decido che l’indomani proverò a raggiungere Passekudah a piedi, non credo possa essere così lontana.
In definitiva: non consiglio Kalkudah, è troppo distante dalla spiaggia, è necessario noleggiare biciclette (a meno che la guesthouse ve le dia gratuitamente), non passano bus e sarete alla mercè dei tuk tuk che praticheranno prezzi da estorsione.
Evitare dunque la Valaichchenai Road, e qualsiasi indirizzo che contenga la parola Kalkudah. Passikudah è il posto da scegliere!
Questo è forse l’unico sito web dove ho trovato info: http://welcometobatticaloa.com/guesthouses-hotels/

Passekudah – 8/9 agosto
8/8
Mi alzo prestissimo, verso le 7, carico a spalle il bagaglio e mi incammino a piedi verso Passekudah, percorrendo circa 1.2 km.
Le pensioni più economiche si trovano ad inizio paese, fortunatamente dal lato da cui sto sopraggiungendo. Ad un incrocio c’è una specie di parcheggio tuk tuk, i guidatori cercano subito di mandarmi verso Monya Guesthouse, che in effetti dovrebbe essere economica, ma temo per la commissione e quindi istintivamente mi dirigo dalla parte opposta, dove si erge una costruzione abbastaza elegante, il Passi Bay Hotel, ampi finestroni e tende bianche. Lo ignoro (in effetti scoprirò che una stanza costa 6000 LKR). Subito dopo c’è un palmeto con bungalows che attira la mia attenzione, è l’Inn on the Bay.
Mi offrono una capanna di legno e tetto di foglie a 1500 LKR, con bagno annesso, ma esterno, alla maldiviana, per intenderci.
La costruzione è ovviamente molto semplice, ma pulita, le lenzuola infatti hanno un buon odore, e quindi dò conferma per un paio di notti.
Sinora ho girato come una trottola mi sembra giunta l’ora di riposare. L’Inn on the Bay è stata la prima pensione costruita a Passekudah. E’ uno dei pochi che si inserisce bene nel contesto naturale in cui si trova. Lascio i bagagli in stanza e mi dirigo in spiaggia, dapprima verso est, passando davanti al Monya ed ai tuk tukkari che mi guardano storto. Raggiungo una bella distesa di spiaggia dorata, deserta, punteggiata qua e là da colorate barche in legno. Sono le 8 del mattino, sole basso all’orizzone, e sciabolate di luce calda e bassa che acceca. Palme in lontananza.
Andando invece a ovest tenendo come punto di riferimento l’Inn on the Bay si va invece verso l’azione. Un grosso spazio sabbioso adibito a parcheggio, dove frotte di bus e tuk tuk scaricano bagnanti per la gita del giorno.
Baracchini di legno espongono giocattoli e dolci. In uno di questi, un ragazzo sta preparando del chapati per colazione.
Vengo invitata a sedere all’interno, dove sembra un po’ di stare in un pollaio, ed ordino thè e dolcetti. Hanno una specie di brioche che ricorda un po’ il pan dolce di Susa, 50 LKR, mi offrono anche un piattino di banane. Passano dei turisti mattinieri diretti ai resorts, si avvicinano curiosi ma squadrano il botteghino con orrore, e me come se fossi una portatrice sana di colera. Nei due giorni che trascorrerò qui non vedrò mai, e dico mai, nessun bianco fermarsi qui a mangiare. Al negozietto a fianco compro delle specie di croccanti di arachidi, una prelibatezza (50 LKR). Cammino lungo la spiaggia diretta a ovest, nella zona dove ci sono hotel di lusso, e cantieri in costruzione. Un pò sopra le righe, direi.
Alcune persone del posto mi riferiranno con gli occhi fuori dalle orbite il prezzo per notte: 22mila LKR, ossia sui 120 Euro. Per loro sono cifre che vanno al di là della umana comprensione, io una cifra simile giornaliera non la spenderei neppure in Polinesia. Proseguendo la spiaggia si restringe, e si espone ai venti, il fondale è molto basso, e l’ondina increspata.
Alcune coppie di turisti si riparano sotto le poche palme, io non riesco a trovare ombra, e quindi rientro verso il centro, al baracchino della colazione, dove consumo pranzo (samosas, thè e acqua da 1.5 lt, 150 LKR), e mi sistemo nella zona affollata dai locali, l’unica dove ci siano palme. Rimango vestita, per non attrarre sguardi indesirati, più che per rispetto alle usanze locali. Nessuna delle donne che mi circondano è infatti in costume. Preciso invece che nel tratto di spiaggia davanti ai resorts che ho percorso la mattina ero svestita e nessuno mi ha dato noia.
L’abbigliamento femminile varia dal sari allo shalwar cameez, per arrivare al pastrano nero con tanto di chador che indossano le signore mussulmane più osservanti, chissà che caldo devono avere!
Noto la folla che si muove in acqua, quasi nessuno sa nuotare. Per fortuna la baia è riparata, l’acqua è calma e digrada dolcemente. Peccato io non ami particolarmente nuotare imbrigliata in bermuda e maglietta, perché qui è veramente una pacchia, anche se l’acqua non è trasparentissima.
Presto il cielo si oscura e viene a piovere, per cui mi rintano nel mio bungalow, in compagnia di cani, pavoncelle e anche grosse scimmie. Queste non sono particolarmente invadenti, infatti, pensando che non ce ne fossero affatto, ho lasciato tutta la mattina in veranda dei vestiti appesi ad asciugare, e non mi hanno fatto nessun dispetto.
All’ora di cena il quadro è desolante. Sebbene non particolarmente attraente, il ristorante del Inn on the Bay, con il suo tetto di foglie e le lucine colorate è una delle due alternative ai resorts, la più gettonata, l’altra è il buffet del Passi Bay hotel, dove però non c’è nessuno. All’Inn on the Bay sono invece costretti a mandar via la gente, per via dei pochi tavoli e del servizio non proprio celere.
A me era stato detto che se volevo cenare da loro dovevo prenotarmi con molto anticipo, cosa che ho fatto, specificando ora e anche già cosa volevo mangiare. Nonostante questo, aspetto per oltre 40 minuti. Le recensioni non sono male, io però non sono rimasta soddisfatta, il pesce era pieno di lische, molte parti erano scarti, tipo testa, ed il riso era poco, rispetto alla montagna che danno nei dhaba.
Ne ho chiesto altro e volevano farmelo pagare, che rabbini, così ho rinunciato. Per un pasto scarso ho speso la bellezza di 590 LKR

9/8
100 LKR a colazione al solito baracchino (3 brioches ed un thè), mi informano che preparano rice and curry e ci torno a pranzo (130 LKR). Cena da Inn on the Bay (390 LKR)
Giornata trascorsa in spiaggia, tempo bello al mattino, nuvoloso al pomeriggio. Meno male che questa è la stagione migliore per il lato est dell’isola 🙂 .. Approfittando del brutto tempo passo parte del pomeriggio a parlare con gente del posto, cercando di capire come arrivare alla fermata del bus di Valachchennai Junction spendendo meno possibile. Mi confermano che non ci sono bus, il che mi pare bizzarro, dato che ne ho visti ovunque. Mi accordo con un tuk tuk. L’autista mi dice che ci sono bus diretti per Jaffna, e non è neppure necessario cambiare a Vavuniya.

Jaffna – 10/11/12 agosto
10/8
Il tuk tuk (300 LKR) mi aspetta davanti alla pensione alle 5 del mattino e mi porta alla Valachchennai Junction. Del bus delle 6 diretto per Jaffna nemmeno l’ombra. Alle 6.30 ne passa uno per Vavuniya, che sarebbe di strada, ma lo snobbo per il diretto. Dopo un’altra mezz’ora decido che ne ho abbastanza e, qualsiasi cosa passi prossimamente, Jaffna, Vavuniya, non andrò troppo per il sottile. Il tragitto sino a Vavuniya non è male (384 LKR), e prendo al volo la coincidenza (190 LKR) per la mia destinazione finale, un bus scassato, senza le porte, e molto affollato. Sono anche dalla parte dove batte il sole, maledizione. Ci fermiamo ad un posto di blocco e devo compilare una specie di registro, indicando i giorni di permanenza. I controlli sono teorici, nessuno al ritorno (parto un giorno prima di quanto dichiarato) sta a verificare.
Jaffna, estremo avanposto a nord dell’Isola, è molto più simile all’India, meno pulita, e ci sono anche alcune mucche in giro. La stazione dei bus, circondata da portici giallo taxi,  è abbastanza un casino, ed il caldo, unito alla confusione, inizialmente piuttosto fastidioso. La classica prima sensazione da arrivo in India. 🙂
Mi faccio portare da un tuk tuk alla Cosy Guesthouse, 1650 LKR, scelgo la stanza 203, grande, con ampia finestra, bagno enorme, e discretamente pulita.
Non c’è acqua calda, ma, come in altri luoghi, il clima è talmente torrido che non se ne sente il bisogno. Mi riposto un po’, praticamente ho passato quasi 10 ore in autobus, e mi sono svegliata alle 4.30. Faccio doccia e bucato, e noto che: 1) dal lavandino l’acqua, anziché nel sifone, mi va direttamente sui piedi 2) la doccia non scarica bene, e ristagna una bella pozza d’acqua. Avendo una specie di presagio, intuisco che forse è meglio uscire a fare una passeggiata, e nel frattempo cercare un’alternativa. Ritornando verso il terminal, che disterà circa 500 mt, passo davanti ad un albergo decoroso, che mi era stato suggerito da una viaggiatrice solitaria malese, il Gnanam Hotel. E’ caro, 3500 LKR, ma i ragazzi alla reception sono gentili, mi mostrano una camera, e quindi prendo il loro biglietto da visita, caso mai…
Il centro è un’accozzaglia di negozi, ma nulla di interessante, invece ci sono parecchi ristorantini locali, che sembrano promettere bene. Mi informo sulle corse da Jaffna a Trincomalee, scoprendo che c’è un bus notturno. Mi fermo a cena al ristorante della Cosy GH, buona cucina indiana, la preferisco a quella dello Sri Lanka, è più varia. Rientrando in stanza, noto con un po’ di disappunto che tutta l’acqua della doccia e del bucato non solo non è ancora trapassata nello scarico, ma addirittura si è riversata in stanza.
Ripongo tutte le mie mercanzie su tavolo, sedie e letto, e scendo in reception a denunciare il disguido. Il manager manda su un manutentore, che ispeziona velocemente e mi promette che tornerà. Alle 21 nessuno arriva per cui spengo la luce e mi metto a letto vestita, con la porta aperta. Alle 21.30 nulla, chiudo la porta, mi spoglio, vado in bagno e mi metto a letto. Particolare degno di nota: è la prima volta che uso il wc e tiro lo sciacquone del water.

11/8
Durante la notte, forse alle 3, vado un’altra volta in bagno. Verso le 6 di mattina la prima luce mi sveglia, ed anche un odore strano, tipo fogna. Guardo il pavimento: diciamo che, per metterla giù in modo carino, lo sciacquone funziona a rovescio.
La sera prima avevo già preparato quasi tutto pronta a sloggiare in quattro e quattr’otto se le cose si fossero volte al peggio. Racimolo dunque le ultime cose e, senza più avvicinarmi al bagno, scendo, pago e mi eclisso. La tentazione di dileguarmi senza pagare è stata forte, ma in fondo non mi sembrava comunque corretto. Allo Gnanam mi aspettano a braccia aperte, diciamo che il personale è molto più professionale, simpatico, attento e premuroso.
Colazione di thè e torta ad un hotel al bus stand (80 LKR), poi vado a comprare il biglietto per la sera successiva con destinazione Trincomalee, 508 LKR. Decido di visitare le isole a nord, tramite il bus pubblico 779 (70 LKR andata, ritorno 80) che raggiunge la punta estrema di Punkudutivu. La traversata dell’istmo è spettacolare, sembra di scivolare sull’acqua.
Bassi cespugli lasciano il posto ad una natura rigogliosa, palmeti oltre le staccionate dei giardini, il verde brillante delle foglie che spicca contro il blu del cielo.
Il bus ci scarica al terminal traghetti. L’andata è in un barcone blu di legno panciuto, con finestre piccole tipo cantina, molta gente assiepata in piedi come in autobus, e Ganesh a protezione.
Prezzi variabili, così come gli gira, 50 LKR all’andata e 30 al ritorno. Pago la stessa cifra degli altri passeggeri, non è una fregatura riservata agli stranieri. A proposito di stranieri, sul 776 faccio conoscenza con 2 ragazze cinesi, una di esse, Aileen, dice di avermi notato ieri all’arrivo al terminal dei bus. Mi ha vista scendere e poi fermarmi a mangiare. Vuole sapere che giri ho fatto ed intendo fare, se viaggio da sola. Lei e la sua compagna, partite sole, si sono incontrate in aeroporto, e hanno deciso di condividere l’esperienza.
Il ferry attracca alll’isola di Nainativu, più piccola, e con vegetazione più rada. I punti di interesse sono due templi, uno buddhista ed uno indù.
Compro alcuni samosas e me li sbocconcello camminando sotto un sole impietoso nel rettilineo che collega i due siti. Nel secondo si sta svolgendo una puja, molto più animata di quella di Kataraghama: chiasso infernale, musica di tamburi e trombe, folla di fedeli in adorazione, offerte di cibo, nuvole di incenso, preti e processione di statue dorate, divinità sconosciute. Molto interessante e coinvolgente, anche se non ne capisco nulla. Come sempre, e come in India, non mi interessa sapere momento per momento cosa succede, quanto piuttosto assaporare il momento mistico, l’onda e cogliere l’attimo.
Rientro in bus nel primissimo pomeriggio, 80 LKR, e decido, sempre con un mezzo pubblico di raggiungere il tempio di Nallur, alla periferia di Jaffna, in tempo per la puja delle 5. Se a Nainativu ero rimasta un po’ defilata, questa volta mi lancio nella mischia e vado a sedermi per terra sul lato dove stanno tutte le donne. Inizialmente i preti recitano formule, a cui ogni tanto i fedeli rispondono animatamente, un po’ come quando noi diciamo “amen” ma questi urlano proprio. Dopodichè, la processione, le offerte di cibo, un po’ come era successo questa mattina. Finita la cerimonia, vago nel tempio poi, uscendo vengo incuriosita da una piccola costruzione, della dimensione di un grosso garage, al cui ingresso campeggia la scritta “cultural centre”. Davanti un capannello di gente, ed alcune ragazze vestite da danzatrici, inanellate ed ingioiellate. All’interno, bambini suonano e cantano, come in un saggio di fine anno. Vengo avvisata che c’è la TV che riprende. Alcune signore passano offrendo vassoi di thè, e ne approfitto. 🙂
Ho una mezza idea di come siano articolate le danze indù e voglio assistere allo spettacolo, le ballerine, inghirlandate da fiori arancioni, hanno costumi bellissimi, colorati, lucenti d’oro.
L’esibizione è discreta, una delle due ragazzine è molto aggraziata, l’altra un po’ più legnosa, ma non importa.
Il pubblico era composto quasi tutto di sole donne, all’uscita dalla sala si radunano un po’ come fa la gente da noi sul sagrato della chiesa, noto che molte mi osservano, smartphone alla mano, come se volessero fotografarmi ma non si osassero. In vena di socializzazione, mi avvicino e mi presto al gioco. Vengo bersagliata da decine di scatti, con le ballerine, con i parenti delle ballerine, con altre ragazze, in gruppo con tutti i bimbi, addirittura mi mettono in braccio dei neonati.
Non sono mai stata una persona cui piace stare al centro dell’attenzione, ma in vacanza ci si trasforma, c’è chi all’estero si scatena, si ubriaca, e fa a pezzi una fontana antica, io divento socievole. 🙂
Arriva un’altra processione verso le 19 ed inizia a rabbuiare, vedo paramenti bardati di luci, o forse sono elefanti?? .. ma c’è così tanta gente che non riesco ad avvicinarmi, sciami di esseri umani brulicano nel piazzale, fra le bancarelle che vendono giochi e dolci come alle nostre feste paesane.
Mi sento felice e a casa. Magari questo paese non ha molto da offrire dal lato paesaggistico, o artistico, ma il calore e l’accoglienza della popolazione compensa le lacune, è un’esperienza che bisogna fare una volta nella vita.
Cena da Sanje, vicino al bus terminal. Un locale semplicissimo, dove vengo trattata con ogni onore, il ragazzino che fa un po’ da cameriere è premurosissimo, e non manca di rabboccarmi il bicchiere non appena lo vuoto.
Rientrando in hotel, vedo spazzini che si danno da fare raccogliendo rifiuti e portandoli via nelle carriole. Voglio godermi un po’ la bella stanza, la tv coi canali satellitari americani, le sensazioni di ciò che ho trascorso. Vado a letto più tardi del solito. Questa, Haputale, e Negombo sono state le giornate più belle della vacanza.

12/8
Solita colazione di thè e dolcetti in un hotel (80 LKR), non mi sono mai abituata al cibo locale alla mattina presto, al primo pasto preferisco mantenere le tradizioni di casa. Vado a visitare le sorgenti calde di Keerimalai, (50 LKR andata e idem il ritorno) ma sono una mezza delusione. Per intanto non sono calde, non ci sono sorgenti, e contengono acqua di mare. La sezione femminile è un buco di cemento circondato da muri, sembra una prigione. La spiaggia antistante è abbastanza sporca, decido quindi di rientrare a Jaffna. La parte più carina di tutta la spedizione è stato il tragitto in bus. Pranzo al Rolex Hotel, 210 LKR.
Un sole deciso ha vinto la battaglia contro le coltri di nubi del mattino, decido di esplorare la città, e, per non scottarmi, mi proteggo con un ombrello. Fa piuttosto caldo. Le rovine della guerra, case pastello sventrate, mi passano davanti a testimonianza delle atrocità commesse.
Le chiese decantate sulla Lonely Planet, con la loro atmosfera placida e silenziosa, non compensano la pena provata precedentemente. Ne approfitto comunque per trovare riparo all’ombra, e riposarmi.
Qualcuno si sta riposando un po’ troppo, scorgo infatti un uomo, rosario alla mano, sdraiato lungo disteso su un banco, che russa come un maiale. 🙂 🙂
Il giro mi mette sete, sono così disidratata che ritorno al Rolex, ordino un succo di frutta, e me lo scolo alla velocità della luce senza nemmeno pormi il problema di quale acqua abbiano utilizzato per allungarlo. Me ne rendo conto oramai troppo tardi, ossia un’ora dopo quando, ordinato un succo simile in un altro baretto, mi viene chiesto se voglio acqua normale o acqua minerale, con sovrattassa. Per fortuna va tutto bene e niente squaraus.
Passando accanto alla torre dell’orologio, vado quindi a bighellonare al forte, anch’esso bombardato durante la guerra. E’ in fase di ristrutturazione, ma comunque poco è rimasto.
E’ divertente passeggiare sui bastioni, per godersi l’aria, ammirare il mare, e l’istmo che ho percorso ieri in bus.
Aspetto il tramonto per qualche foto suggestiva.
Ceno nuovamente da Sanje, saluto i miei nuovi amici, vado in hotel a ritirare la roba, e ritorno al bus terminal. Non che nutrissi grandi speranze, ma il bus notturno che mi aspetta è del tutto simile a quelli che a decine ho già usato nei tragitti giornalieri, non ci sono sedili spaziosi, reclinabili, non c’è aria condizionata e neppure altri turisti bianchi. Quello che invece non manca, appena si parte, è una fastidiosa musica a tutto volume, che tuttavia non mi impedisce di addormentarmi, nonostante la scomoda posizione, ed il via vai di persone che sale e scende continuamente intorno a me.

Trincomalee – 13/14/15/16 agosto
13/8
Il bus arriva alle 4 del mattino, cerco di riposare un po’ sulle sedie di plastica della sala di attesa del terminal, ad un certo punto penso di avere le allucinazioni perché scorgo un cervo pomellato, con un palco magnifico di corna, che si aggira per i marciapiedi. Con l’arrivare della luce scopo che la città pullula di questi graziosi mammiferi, alla ricerca di scarti nei cassonetti dei rifiuti, o che brucano l’erba nel cimitero o nelle rotonde.
Faccio colazione al City Hotel, gestito da musulmani, 40 LKR, un thè e delle paste secche, e mi incammino verso la New Silver Star GH, che non è distante, 2500 LKR, ma la stanza è pessima, e carissima, vista la qualità, per cui decido di starci solo una notte. Peccato perché i gestori sono molto cordiali.
Vado a curiosare in spiaggia sulla Dutch Bay, cielo e mare sono color acciaio, però la baia è calma, la spiaggia pulita.
Percorro in avanscoperta la Dyke street, fronte mare, dalle graziose casette colorate, dove alcuni viaggiatori mi avevano indicato alcune pensioni, ma le più economiche si affacciano sui cortili interni privi di alcun panorama, e comunque costano più della mia. Inquietanti cartelli segnalano le vie di fuga da tsunami.
Non è una gran giornata per far vita balneare, ed infatti dopo poco viene a piovere, mi rintano nella lugubre stanza. Dopo un paio di ore riesco.
Tre samosa al City Hotel mi costano 120 LKR, ma ovunque se ne trovano di ottimi. Un fruit juice veramente buono alla Kumars Cream House costa 100 LKR.
Pattuglio le vie intorno al cimitero e mi imbatto nell’ottimo Sunshine Hall, in Green Street, dove una stanza costa solo 1200 LKR, ed è molto meglio della New Silver Star. I gestori però sono scorbutici, soprattutto la signora. Fisso la stanza per l’indomani.
A piedi vado in stazione per informarmi sulla prenotazione del treno per Colombo, mi vengono forniti i prezzi, ma l’emissione ed il pagamento si possono fare solo al mattino, per cui mi toccherà tornare. La cuccetta di prima classe costa 1200 LKR, la poltroncina in seconda classe 500 LKR. Ci son due treni, uno alle 7 e uno alle 19.30. Ritorno in città e oltrepassando le mura del forte Frederick, attraversando un bel parco di frangipani e conifere, visito il tempio di Koneswaram, piuttosto insignificante, devo dire, come costruzione, anche se spettacolarmente edificato sulle rocce a strapiombo sul mare. Bella la vista sul golfo e sulla città al tramonto.
Anche qui, magnifici cerbiatti che rosicchiano i gusci delle noci di cocco. Cena al City Hotel 120 LKR per un rice and curry soltanto così e così, e che non si avvicina nemmeno lontanamente a quello di Haputale.
Vado a letto presto.

14/8
Alle 7.30 trasloco i bagagli al nuovo albergo. Colazione al City Hotel, 35 LKR per una crespella con latte di cocco e thé. Poi compro un’anguria da un ambulante, 40 LKR.
Approfittando del sole splendente, vado al bus terminal e chiedo informazioni per raggiungere Nilaveli. Prendo un bus in direzione Palmude, costo 40 LKR all’andata e 45 al ritorno. Noto dal finestrino che vi sono strade sterrate che, perpendicolari a quella principale asfaltata, raggiungono il mare, e scendo in prossimità di una di queste non appena qualcuno gentilmente mi avvisa che si è raggiunto l’abitato. Il sentiero che percorro è quello maggiormente usato dai locali, infatti è un via vai di tuk tuk, microbus, e veicoli di ogni genere.
Arrivo ad un grosso spiazzo che funge da parcheggio, e poi bancarelle di dolci, frutta, giocattoli, pesce secco puzzolente.
Impressioni: bah! La spiaggia è ampia, di colore dorato, nulla a che vedere col bianco accecante di Zanzibar, o la Repubblica Dominicana. Il mare è pulito, ma verde, nulla di più. Calmo, ma con l’onda lunga. Le palme ai bordi fanno parte di proprietà private, per cui c’è pochissima ombra.
Diciamo che va bene per riposarsi un paio di giorni, ma una settimana c’è da spararsi.
Altro particolare che valga la pena raccontare, pure qui le donne fanno tutte il bagno vestite, una occidentale in bikini attira l’attenzione se accompagnata, se sola è molto probabile che molti dei maschi locali verranno a parlarle, soltanto per guardarla più da vicino, e chiedere di fare una foto. Io non rifiuto le foto ma per farle mi rivesto, alcuni protestano. Alla fine faccio che restare in pareo e maglietta. E’ un po’ una scocciatura, ma d’altra parte è comprensibile.
Nonostante questa sia la stagione migliore per la costa est, a mezzogiorno il cielo si oscura, per cui penso bene di battere in ritirata. Alle 14 inizia a piovere, smette alle 17.30 circa. Sarà così per tutta la permanenza. Pranzo al City Hotel 180 LKR (dolci ed una macedonia). Cena un po’ unta al Ristorante Vegetariano Anna Poorani, vicino al City Hotel, 200 LKR

15/8
220 LKR colazione da Kumara (thè, un pancake al cocco, un dolcetto al cioccolato, ed un sandwich al pollo che da solo ne costa 120)
Mi organizzo per tempo e parto abbastanza presto, prevedendo soltanto una mattinata di sole. La destinazione di oggi è Oppuveli, stesso bus di ieri ma si scende prima di Nilaveli (costo 17 LKR andata e 20 al ritorno). Qui ci sono molti più occidentali in spiaggia, e non do nell’occhio spogliandomi. Le costruzioni sono basse, in legno, e non stonano col paesaggio circostante come i resort della spiaggia di Passekudah. Sembra un po’ di stare in certe isole thai non ancora rovinate dal turismo di massa.
Il sole, velato, nuovamente, sparisce a mezzogiorno, stessa solfa di ieri. Spendo 20 LKR in un internet point di fronte a Cargill, e poi ceno al Park Restaurant (200 LKR)

16/8
Colazione City Hotel 80 LKR. Di nuovo Nilaveli. Arrivando presto riesco a prendere possesso dell’unica palmetta da ombra della porzione di spiaggia.
Essendo da sola però non mi fido a stare troppo in acqua perché ho i soldi nella borsa, dato che sarebbe da pazzi lasciarli in stanza.
Questa situazione appena descritta, ed il destreggiarsi in equilibrismi da cinque du soleil  in un cesso merdoso con tutti i bagagli sono gli unici inconvenienti del viaggiare soli, secondo me.
Opto per una passeggiata a sud, direzione opposta al centro, e finalmente davvero nessuno, solo una famigliola, qualche pescatore.
Mezzogiorno: nuvole. Oggi è domenica, e non passa nessun bus. Due backpackers olandesi fermano il loro tuk tuk e mi danno un passaggio (200 LKR la mia parte). Non ero ancora davvero preoccupata, ma stasera alle 19.30 ho il treno e non vorrei perderlo.
Dopo quattro gocce di pioggia un pallido sole fa capolino, decido di andare alla spiaggia di Dutch Bay. Mentre sono seduta, si avvicinano delle adolescenti, che iniziano a parlarmi, una di esse è particolarmente attratta dalla mia pelle, mi tocca prima l’avanbraccio, poi, dato che io non mi ritraggo, si lancia, e mi sfiora prima il ginocchio e poi i capelli, allora ne approfitto e ricambio la cortesia, la loro capigliatura è corvina e lucente, però il mio tatto è sorpreso, perché è molto ispida, quasi come le setole, come se la lavassero con sapone. Le ragazze mi presentano alle loro madri, compare un signore emigrato in Belgio che ora è in vacanza, che ci fa da interprete. Tutti vogliono la foto.
Vado a recuperare i miei bagagli, e mi faccio portare in stazione sotto una pioggia battente, il tuk tuk non scende di nulla, 150 LKR è il prezzo della corsa. Treno puntuale e come al solito un po’ sporco.

Negombo 17/18 agosto 2014
17/8
Arrivo a Colombo Fort alle ore 4.30.
A prima vista pare un po’ complicato capire dove comprare il biglietto. Chiedo comunque indicazioni dapprima ai ferrovieri, e poi agli altri passeggeri. Bisogna girare a sinistra subito dopo l’uscita e percorrere pochi metri, ci sono sportelli numerati, ognuno serve una linea diversa. Le file sono molto lunghe, lenti gli impiegati. Conviene controllare bene la corrispondenza sportello/linea, o si fa la fila per niente. I treni per Negombo hanno soltanto la terza classe, costo 40 LKR.
Il primo utile è alle 5.40, il vagone è un misto di merci e passeggeri, tavoli e altri mobili sono accatastati al centro, lungo le pareti sono disposte panche dove siedono gli utenti. I nuovi arrivati buttano a loro volta la mercanzia sopra quella degli altri e poi si sistemano dove riescono. Grandi sorrisi ovunque. Ricordo che alcune stazioni sono le stesse incontrate arrivando da Trincomalee, quindi potevo anche scendere qua e guadagnare tempo, se lo avessi saputo. Ho fatto una ricerca su internet per capire quali siano, ma invano. Passiamo anche vicinissimo all’aeroporto, a Katunayake.
All’arrivo a Negombo, oramai alle 7.30, divido un tuk tuk con due ragazzi, e mi faccio portare nella zona di Lewis Place, rimanendo però sulla via parallela più interna, Cemetery Road. Un jogger americano mi informa che qui le pensioni costano meno rispetto a Lewis Place, che è fronte mare. Dopo un po’ capito alla Sri  Devi Guesthouse, 031 2224497, 3000 LKR, dove mi aggiudico la stanza spaziosa con un grande terrazzo coperto del primo piano. Il bagno è esterno, ma è tutto per me.
Sistemo le cose, faccio doccia e bucato, decido di non mettermi a letto nonostante la nottata in treno, della serie chi dorme è perduto, e mi avventuro alla scoperta di Negombo. La zona è prettamente turistica, non ci sono hotel dove consumare una economica colazione e quindi decido di comprarmi delle merendine in un negozio.
Incontro, anzi è lei a chiamarmi, Aileen, la ragazza cinese già incontrata a Jaffna, e decidiamo di trascorrere parte della giornata insieme. Il tempo è bigio, anche se fosse stato bello la mia priorità sarebbe comunque stata quella dei souvenirs e non certo la spiaggia.
Decido di dedicare un paio di ore allo shopping e di ricongiungermi con Aileen più tardi. Ho deliberatamente deciso di acquistare tutto all’ultimo per non appesantirmi troppo, ma ora sono un po’ angosciata. Su Tripadvisor mi avevano rassicurata che ci sono più negozi del genere a Negombo rispetto a Colombo, ma i prezzi che vedo sono un po’ cari e quindi rimpiango di non averne approfittato a Kandy, soprattutto per il vestiario. Sbrigata questa formalità, raggiungo Aileen alla sua pensione, la Lion In Guest, che non è male e molto meno cara della mia. 1200 LKR è la tariffa walk-in, se portati da un tuk tuk con la commissione magari si arriva a 2000. I cinesi spuntano sempre i prezzi migliori, sono dei mastini a contrattare, tenaci, non mollano mai, a volte anche aggressivi, li ho osservati nei negozi. Fa parte della loro cultura, ma forse già in partenza gli srilankesi gli sparano prezzi più bassi rispetto agli europei. Decidiamo di andare in centro città, Aileen è già passata da queste parti e conosce la zona, quindi mi lascio guidare, prendiamo un bus al volo (a dire il vero non sono troppo frequenti), 20 LKR che ci lascia al terminal dei bus. E’ la prima volta che incontro turisti cinesi fai da te, e sono curiosissima. Un’altra delle loro peculiarità che ho avuto modo di scoprire osservandoli e parlando con gli srilankesi è che hanno molte difficoltà ad adattarsi al cibo del posto, alcuni si portano dietro i loro noodles, e chiedono negli hotels se possono cucinarseli nelle cucine. Aileen mi fa capire che non apprezza molto il curry, ma ci troviamo d’accordo nel pranzare all’Hotel Raheemya, che ha una facciata di tipo circolare, e che ha un menù davvero amplissimo. Io spendo 140 LKR, il rice and curry costa 100 LKR, e la macedonia 80. Aileen ordina riso fritto. Le porzioni sono enormi. Dopo pranzo, passeggiamo nella zona del porto, fermandoci per parecchio tempo a parlare sul ponte, perché qui soffia un vento gradevolmente sostenuto che mitiga molto il calore, ed è piacevole per una volta non sudare.
Con un bus, 20 LKR, rientriamo alla pensione Lion In, dove banchettiamo a base di frutta fresca nel cortile davanti alla stanza di Aileen.
Ci raggiungono delle signore cinesi che avviano una conversazione molto animata, quando se ne vanno Aileen informa che il soggetto delle discussioni ero io, o meglio il mio piano di rientro in aeroporto per l’indomani. Aileen rende partecipi le sue connazionali che la mia idea sarebbe quella di prendere un tuk tuk alla modica spesa di 650 LKR, mi sono già informata sui prezzi. Le signore non sono assolutamente d’accordo che io spenda questa folle cifra, manco dovessero tirar fuori loro i soldi! Insistono che è meglio che io vada con loro in bus (i nostri aerei più o meno partono allo stesso orario). Il problema è che loro hanno la fermata del bus locale davanti alla pensione e io no, e poi ci sarebbe da prendere lo shuttle per l’aeroporto che però lascia i passeggeri a circa un km di distanza. Spiego ad Aileen che in questa vacanza ho speso pochissimo, e quindi la corsa in tuk tuk non mi manderà in bancarotta, e soprattutto mi eviterà di sbattermi coi bagagli, allora lei si offre di venire alla mia pensione per aiutarmi, e non vuole sentire ragioni, anche se per lei significherebbe fare un’alzataccia. Sono veramente sbalordita da tanta cortesia, e soltanto dopo parecchio tempo riesco a convincerla. L’arte della contrattazione è nel suo DNA e sicuramente il mio atteggiamento deve sembrarle bizzarro. Anche a me non piace buttare i soldi, ma ci sono dei momenti in cui valuto la proporzione tra risparmio e sbattimento e agisco di conseguenza.
Dopo la merenda io e Aileen facciamo ancora un giro di shopping, io spendo, lei mi assiste. Passando dalla spiaggia notiamo una folla enorme ed andiamo a curiosare. Sembrerebbe una sagra paesana, ma credo che semplicemente la gente si raduni per parlare con gli amici, mangiare zucchero filato, far volare gli aquiloni.
Ho letto nei diari di viaggiatori che sono stati in questo immenso paese che i cinesi che vivono in Cina sono molto diversi da quelli che emigrano. Più parlo con Aileen e più la sento simile a me. Sono dispiaciuta nel lasciarla, e sono dispiaciuta di non averla incontrata prima, o aver approfondito la conoscenza a Jaffna. E’ veramente una splendida persona e sono commossa nel salutarla. Spero di rivederla, un giorno, nel frattempo continuiamo a sentirci via email.
Si congeda da me, la portata di riso fritto era troppa e per cena si limiterà a consumare della frutta che ha in camera. Io invece, dopo essere rimasta sola, mi lascio sopraffare dalla sindrome da “ultimo giorno” e, un po’ malinconica, mi compro dei samosa. Rientro alla pensione verso le 21, e vorrei andare a letto perché la nottata in treno non è stata delle più rilassanti, tuttavia vengo bloccata dalla padrona di casa che cerca di coinvolgermi in un giro di chiacchiere con amici che ha invitato. Sono veramente gentili, e non mi sento di allontanarmi.
Finalmente, dopo un’ora, riesco a congedarmi e me la svigno in camera. Dormo benissimo.

18/8
L’indomani mattina il tuk tuk puntuale mi aspetta, e mi accompagna al Bandaranaike Airport per la cifra pattuita.
Incontro le signore cinesi amiche di Aileen, che parlano pochissimo inglese, e nonostante ciò mi rimproverano ancora per i 650 LKR.
Scopro con gioia che l’area transiti è piena di chioschi di souvenirs, e nell’attesa rimpinguo ulteriormente il bagaglio a mano, più ci penso e più mi vengono in mente persone a cui vorrei portare un pensierino.
Lascio lo Sri Lanka così come sono arrivata, con una sensazione di leggerezza, la stessa degli aquiloni visti volare la sera prima…


scrivi qui il tuo commento