Sono a Kandy, nella zona centrale del paese. Ci sono arrivato dopo la
solita trafila degli stop tecnici, della notte passata in bianco a 10.000 metri
d’altezza, del rincoglionimento che ne deriva, e col quale ho dovuto gestire il
procacciamento di un mezzo di trasporto per la stazione di Colombo, nonostante
gli accalappia-turisti, e la venuta in questa città col rinnovarsi della
scocciatura dei mandati degli alberghi che cercano a tutti i costi di portarti
là dove ricevono la commissione; tutto ciò senza fare cazzate come quella volta
che persi la Lonely Planet neanche arrivato all’albergo di La Paz, il primo
giorno in Bolivia, sconvolto dal soroche.
Il tassista che mi ha adescato all’aeroporto, per tutto il tragitto fino alla
Stazione Fort di Colombo, mi ha fatto la testa così per convincermi a tenermelo
per una settimana intera, durante la quale mi avrebbe portato a spasso per lo
Sri Lanka. Parla, parla, ma ormai ho spento il cervello per la stanchezza,
tenendo accese solo alcune funzioni di controllo per le questioni più
importanti, come la borsa, i soldi, i documenti. Continua a propormi questo e
quello, io guardo fuori dal finestrino, e penso che ho fatto bene a venire qui:
ci sono i risciò non più della Piaggio, ma quelli indiani, a insinuarsi nel
traffico, veloci a portare quelli che hanno dentro a destinazione; le auto
dietro gli bussano, ma gliene frega un cazzo agli autisti. Ci sono pure delle
moto con due a bordo; quello di dietro tiene un secchio d’acqua che butta in
faccia a un ciclista. Ma che fa, chiedo io; niente, è solo una gara col
montepremi dell’equivalente di circa 450 euro, e i ciclisti hanno bisogno di un
rinfresco al volo, di tanto in tanto, altrimenti stramazzano dal caldo umido
che spossa, di questi tempi e a queste latitudini.
Con la promessa falsa di richiamarlo, saluto il tassista e prendo un biglietto
ferroviario; il treno non c’è ancora, cosi familiarizzo con la prima sbobba che
vedo, in una vetrina di un self service singalese, c’est-a-dire un pacco
contenente riso con verdure varie e un pezzetto di pesce, il tutto infiammato
dal curry che lo chef ci ha generosamente versato. Con un poco di vergogna, lo
mangio coll’aiuto di un cucchiaio, unica posata disponibile alla locanda,
anziché colle mani, come di norma bisognerebbe fare qui. Garbatamente, un
astante mi fa notare che bisogna lavarsele prima di mangiare, cosi eseguo quanto
consigliatomi, e a questo punto comincio anch’io a mangiare mettendo il cibo fra
indice ed anulare, e spingendolo col pollice verso la bocca.
Un trenino sferragliante che assomiglia a quello dell’Edelandia quando ci andavo
da bambino, mi porta attraverso campagne disseminate di palme e fiumiciattoli
verso l’interno del paese, salendo fino alla zona collinare. E’ affollato alla
grande, e ci stanno appesi fuori grappoli di persone che ne approfittano per
prendere un poco di vento. Io sto a ciondolare la testa per la stanchezza e a
sudare come un maialino sulle poltroncine di finta pelle sudice, che mi si
attaccano addosso col sudore come collante, e perciò, dopo che mi sono rotto le
balle della situazione, mi faccio l’ultima ora e mezza anch’io appeso fuori, a
prendere il vento e a farmi sfiorare dalla vegetazione, frustrata dall’avanzare
del trenino.
Ora sono qui, e tutto deve ancora cominciare: vado a mangiarmi il pesce alla
salsa bianca con verdura bollita che ho ordinato al vecchio della cucina
dell’albergo.
Kandy e dintorni
Il primo
giorno è di attesa, verso quello che si potrà fare, dopo aver smaltito la stress
del viaggio. Mi guardo in giro, comincio a prendere informazioni, familiarizzo
col cibo e coi comportamenti della gente, scrivo sotto l’effetto della
stanchezza, e va bene cosi.
Il secondo mi rimbocco le maniche e mi tuffo nel mondo singalese, e lo trovo
subito affascinante, gentile, invitante. La gente sorride, i rumori sono
accettabili, l’inquinamento non supera le soglie occidentali, e la diversità mi
attrae come una droga della quale non riesco mai a disintossicarmi.
Vado al tempio del dente (di Buddha, s’intende, non di S.Gennaro), offro i fiori
di loto, di rito al recarsi in meditazione al tempio; la gente prega
silenziosamente, uomini, donne e bambini assieme, con grande dignità e serietà.
Non c’è spazio, mi duole dirlo, per insofferenze e intolleranze di altre
religioni. Fuori l’atmosfera è tranquilla; c’è aria di monsoni, colle nuvole che
s’ingrossano improvvisamente, ma poi non piove e questo serve solo da sollievo
dal sole tropicale.
A pranzo sul balcone di un ristorante cinese, delle cornacchie prendono i posti
dei commensali che hanno lasciato lauti avanzi per loro, e mi fanno compagnia
mentre fumo una sigaretta singalese. Gracchiano, mangiano, se ne vanno. Il
ragazzo per strada vende mercanzie occidentali, altri frutta tropicale, e storpi
passano o restano chiedendo elemosine. Non ci sono bambini, a farlo. Sono tutti
a scuola, nelle loro uniformi di gonne o pantaloni, con camicie bianche e
cravattini. L’istruzione è garantita a tutti, sembra, e questo mostra una grande
dignità di un paese che ha che fare coi problemi di uno sviluppo forse non
sostenibile, ma che cerca di dare comunque alla propria gente la possibilità di
vivere in condizioni accettabili, anche per noi.
I giorni seguenti me ne vado per i dintorni, a visitare centri di recupero di
elefanti, e attraverso le risaie, in cerca di templi buddisti e a volte
induisti; incontro contadini colle caviglie affondate nella melma, che
disperatamente sferzano i buoi e al contempo spingono quello che credo sia un
aratro. Altri, in momenti di pausa, lasciano gli animali in pace a crogiolarsi
nel fango, al sole, e loro, al mio passaggio, mi rivolgono saluti sorridenti.
Negli autobus, sorride l’autista, sorride il ragazzo che mi guarda; alla ragazza
timida a cui rivolgo una parola d’informazione ne sboccia un altro, non voluto
ma naturale. Sorrido anch’io, e ringrazio continuamente di tanta cortesia e
gentilezza: soprattutto, di tanta bontà d’animo.
Al balcone dell’albergo coloniale affacciato sul lago di Kandy, aspetto che si
faccia ora di cena, o magari prendo un caffè e fumo una sigaretta dopo aver
cenato, in compagnia di una coppia d’inglesi che una volta tanto sembrano essere
diversi dai soliti turisti indipendenti che s’incontrano; beviamo Arrak, un
distillato locale, che all’inizio sembra acqua, ma poi ti brucia le budella,
grattandoci continuamente per le punture delle solite e maledette zanzare.
Il tempo va via cosi, senza grosse avventure, ma riempiendomi di benessere.
E’ tempo di andare via da Kandy; l’indomani sarò partito per la zona detta del
triangolo culturale, una delle maggiori attrattive dello Sri Lanka, poi si
vedrà.
Per il Triangolo Culturale
Me ne vado da
Kandy, dopo averci passato dei bei giorni, rilassato e beato. L’albergo, vecchia
casa coloniale, coi mobili anche coloniali, e il cibo lo stesso, costa quattro
soldi, ma dà molto di più in cambio.
Mi accingo perplesso ad esplorare una zona decisamente turistica, per i siti
archeologici offerti con la promozione prendi tre, paghi due. Infatti, i tre più
importanti costerebbero US 15 cadauno, mentre all’ufficio turistico puoi pagarne
30, e vedere tutti e tre. Così faccio.
Visito delle grotte in cui sono installati dei templi buddisti rupestri, alcuni
con scene di inferni e penitenze alla dante Alighieri, altri, come in Dambulla,
antri scuri e silenziosi, dalle diverse grandezze e auree mistiche che vi ci
aleggiano. Salgo e scendo per i dirupi, per i gradini, scanso le pseudo guide ed
i venditori di roba, a volte mi siedo a chiacchierare con loro, o con quello che
custodisce le scarpe per poche rupie, mentre si va dentro ad esplorare.
Parallelamente alla visita dei siti, che devo essere sincero, mi interessano
fino a un certo punto, c’è quella dei rapporti umani, molto più piacevole, viva
e soddisfacente.
Nelle rest house, incontro donne che mandano avanti l’attività, lavando,
cucinando, rassettando, per la famiglia che ci vive e per i turisti ospitati; i
mariti, mi pare, non fanno un beneamato cazzo. Stavo appunto mettendo piede in
quella di Sigirya, altro sito famoso, qui, e vedo che il marito con una panza da
incinto esce dalla doccia del giardino, poi scambia qualche chiacchiera con me,
e si va a rilassare alla tele. Nel frattempo la moglie fa tutto quello che c’è
da fare. All’ora di cena, chiedo qualcosa al panzone e, provocatoriamente:
cucini tu? No, mia moglie…
A Sigirya un singalese riesce a farmi incazzare per la prima volta, da quando
sono qui. Accadeva che il sito fosse costituito da una specie di enorme fungo,
alto un paio di centinaia di metri, e ci fossero dei sentieri per scalarlo fino
alla cima, fermandosi ora qui, ora lì, a contemplare varie faccende lasciateci
in eredità da qualche antico sovrano singalese. Le prime rampe metalliche,
attaccate alla bene meglio alle pareti del fungo, le ho affrontate con una certa
disinvoltura, ma una volta arrivato a quelle che avrebbero portato in cima,
allora ho dovuto farmi forza, di quel poco che uno che soffre di vertigini come
me ha, in questi casi. Così, avanzo pian pianino su per le scale aggrappato con
presa d’acciaio per le ringhiere scricchiolanti, sospeso nel vuoto. Non lo
guardo, mentre invece miro la punta delle mie scarpe, o la parete che mi è
affianco. Ad un certo punto un tipo, che si spaccia per l’incaricato alla
sicurezza dei turisti, con tanto di cartellino, viene in mio soccorso reggendomi
ed aiutandomi. Mi sento come una vecchietta a cui offrono di attraversare la
strada. Una volta su, gli chiedo: e quanto ti danno i turisti, per i tuoi
servigi? Mah, non saprei; a volte venti, a volte trenta euro, ma anche se mi dai
dieci mi va bene lo stesso… Lo mando a cagare. Al ritorno è peggio, col mondo
che si spalanca sotto ai piedi, e serve a poco guardare altrove, se non il
vuoto, perché quello sta li, e devo per forza affrontarlo. Cosi, scendo quatto
quatto le scale, un minuto per scalino, e vorrei che mi venissero a prendere i
pompieri. Alla fine ci sono, e l’ultima rampa quasi la faccio di corsa, ormai
divenuto di nuovo padrone di me, colla camminata sciolta e il sorriso in faccia.
Polonnaruwa e Anurhadapura sono delle specie di piccole Pompei, ma di pregio
assai minore. Erano antiche capitali, poi abbandonate agli assalti degli indiani
del sud. Ma chi se ne frega.
Giro allucinato per le rovine in sella alle biciclette che mi hanno noleggiato
gli alberghi, per 150 rupie diarie, sotto al sole singalese; e per mezza
giornata, quant’è?, chiedo candido io. Il ragazzo, carino, si fa una risata alla
mia salute, perché non esiste la tariffa di mezza giornata. Qua ci sono i resti
del palazzo reale, lo stupa buddista in rovina o appena passato di stucco;
quaggiù la fontana che sgorga nella piscina, a forma di leone o altro. Il caldo
incalza, le spalle cominciano a scottare e comincio a perdere il buon umore. Mi
fermo spesso alle bancarelle delle bibite, appostate strategicamente in
prossimità dei siti; mi bevo un cocco, un succo di qualcosa, una bottiglia
d’acqua in un unico sorso, esibendomi ai cingalesi cogli occhi pieni di
meraviglia per la grande panza che può contenere in una botta tutta la
bottiglia. Poi resto lì a parlare con loro, di questo che non voglio comprare,
che non voglio la guida, e di quello che i cingalesi fanno in Italia. Vorrebbero
andarci anche loro, ma prima devono farsi i soldi per il viaggio, chissà quanto
e chissà come.
Pedalando noto un banchetto lurido per le vie di Anurhadapura antica, con dei
vasetti di curd, yogurt di latte di bufala, esposti. Sgommo e torno
indietro, perché sono buonissimi col miele sopra. Ci sono due bambini, poi viene
subito la madre, bella ragazza sorridente di circa 25 anni. Comincio a fare lo
stronzetto turista con bella indigena che non parla inglese, quando ecco che
viene il maritaccio, brutto singalese baffuto e sporco, che prende il posto
della bella visione di qualche secondo fa. Mentre mi faccio il curd col pezzetto
di foglia di palma al posto del cucchiaino (L’igiene? E che te lo dico a fare),
butto l’occhio all’indietro, verso la capanna di legno della famigliola; lei
guarda la tele, coi bambini che le fanno compagnia; tutti cloroformizzati così,
in Sri Lanka come in Italia.
Alla fine del tour, culo dolente, abiti spugnati di sudore, spalle che bruciano,
vado a mangiare qualcosa, di veloce, perché non ce la faccio più, e voglio fare
una doccia.
Per l’appunto, in caso di fretta, ci sono nello Sri Lanka dei posticini che
servono short eats, ossia spuntini veloci a base di crocchette con dentro
patate e vegetali, vegetali e pesce, o carne, oppure sorta di crepe con dentro
uovo sbattuto e vegetali e cosi via. Quando ti siedi te li portano tutti, mangi
quello che vuoi e paghi per l’effettivo consumato. Solo che al posto di carta
per pulirsi sono in uso vecchi quotidiani tagliati a mò di tovaglioli, per
l’occasione anche incollati ben bene nel caso voglia portarti il mangiare via;
quando servono il piatto pieno di questi short eats, la gente, che nel frattempo
si e tolta le caccole dal naso, si e pulita la bocca col dito, magari ha
pisciato prima, se li sceglie uno ad uno, tastandoli: questo è troppo cotto,
questo è freddo, questo non mi va ecc. Gli altri, che il tipo si porta dietro,
sono risistemati al loro posto, in attesa che qualcun altro li mangi. Che vuoi
fare allora? Niente, si consuma e zitto, sperando che non accada niente, od
ignorando tutta la problematica, come cerco di fare per evitare angosce.
Nel frattempo sono tornato a Kandy, tappa obbligata per andare verso sud, la
zona collinare e poi quella della costa meridionale.
La zona collinare
Via
da Kandy, via dalla guest house coloniale, dalla vista sul lago col balcone in
legno e mobili d’epoca, e dall’internet café a 50 rupie l’ora. Dopo la parentesi
del triangolo culturale, mi sentivo come essere tornato a casa, fra quelle
comodità che credi t’appartengono dopo un periodo d’abitudine. Vado sulla zona
montagnosa, a visitare natura e non storia.
Mi tocca Badulla come prima tappa. Niente di che, c’è una cascata lì vicino,
come attrattiva principale; tuttavia ne scopro un’altra, non raccomandata dalla
guida. Alla Badulla Guest House ordino uno yellow rice, ed ecco che mi servono
una sorta di Pranzo di Babette singalese, formato ridotto. Fra sorrisi
d’ordinanza, referenze, sinceramenti da parte loro, ringraziamenti da parte mia,
mi sbafo un riso giallo condito con pezzetti di cannella, cardamomo, chiodi di
garofano, piselli, e dio sa cos’altro; i side dishes al curry comprendono
devilled (piccanti) patate con cipolle e melanzane al pomodoro, ed una
insalata agrodolce all’ananas. Come dessert curd al kital (yogurt
di bufala con sciroppo di palma), caffè e sigaretta. Se avevo bisogno di un
motivo per questo viaggio, l’ho trovato; come un’uscita a cena che si espleta in
due ore, per quest’altra occorrono invece due giorni, fra aereo Roma Colombo e
treno da Colombo Fort fino a Badulla, capolinea ferroviario della tratta
collinare.
La stanza è meno regale del pranzo, con una zanzariera nera di povere, e
incerottata per tapparci i buchi, che tuttavia mi velo addosso a mo’ di barriera
per le peggio bestiacce che si possono incontrare qui, a parte i cobra. BZZZZ,
BZZZZ, mi interrompono i sogni e me ne introducono altri, incazzate a pochi cm
dall’orecchie per non riuscire a succhiarmi il sangue. Altre bestioline le trovo
indagando: ramarri che spuntano da crepe o da dietro i quadri, e nel bagno
scarafaggi giganti che al mio ingresso si rifugiano dietro lo scopettino per il
cesso, all’angolo. C’è anche un ranocchio, mimetizzato col verde delle
piastrelle; io guardo lui, lui me, fissandoci negli occhi, attenti a chi fa la
prima mossa.
Per spostarmi da un paesino all’altro, faccio del surf sulle pedane dei bus e
dei trenini dell’Edelandia, come si usa fare qui, per evitare la calca interna,
e godersi la vista in classe panoramica, su valli e monti, con colture a riso e
a the, punteggiate da palme e banani.
Ella è un paesino, ma più che altro un incrocio stradale, buono per farci delle
escursioni nei dintorni. Si passeggia lungo i binari, usati qui come una sorta
di isola pedonale, per raggiungere punti panoramici via leggeri trekking. In uno
di questi, quello per raggiungere l’Ella Rock, mi perdo irrimediabilmente nei
boschi, e un coltivatore di pomodori viene in mio soccorso conducendomi alla
cima; alla fine, la mancia è al di sotto le sue aspettative, ma l’accetta di
buon grado, perché è quasi l’equivalente di una giornata di lavoro.
Sunethra, che gestisce la guest house, assieme al marito
che-quasi-non-fa-un-cazzo, come al solito, è gentile e sorridente, tuttavia un
poco ansiosa. Si preoccupa per trovare i fondi per mandare i tre figli alla
scuola privata, e per terminare i lavori di ulteriori stanze in costruzione. Ci
sono tondini di ferro che escono da tutte le parti, dal cemento grezzo, e teme
che questo le faccia perdere clienti: anche tu volevi andare via, vero? Ma no,
ma no, Sunetrha, non ti preoccupare, ma almeno copri questo schifo con delle
palme…
A Bandarewala non c’è una mazza da fare, a parte sfottere il cameriere del
Chineese Union Hotel; come si fa dal Nepal in giù, dondola la testa per dire va
bene, così la dondolo anch’io, provocandogli delle crisi di risate. C’è anche
l’87enne sdentato cinese proprietario del posto, che, mi racconta, ha lasciato
la Cina dal 1947, durante la Guerra civile, e non ci e più tornato, poiché i
legami, quando il tempo passa, si dissolvono… E pure lui ha ragione.
Ultimo posto delle montagne che visito, è Haputale, appollaiato sull’ultima
cima, prima che prendano posto nel panorama le valli, che pian piano diventano
le pianure meridionali cingalesi. Appena scendo dal bus, mi accalappia un tizio
dell’albergo dove avevo già intenzione d’andare, così mi faccio trasportare
dalla corrente, evitando, zaino in spalla, di cazzeggiare a chiedere
indicazioni; sembra che il tipo divida il suo tempo fra il tentativo di vendere
erba ai turisti e la visione di pacchiani e deprimenti film Tamil, del peggior
stile cinematografico Bolliwhoodiano, un misto di generi romantico,
d’azione ed arti marziali, quelle più inverosimili. Tartassa gli astanti con
queste puttanate, e non c’è protesta che tenga, al limite abbassa la voce,
accontentandosi dei sottotitoli cingalesi; che ci vuoi fare, questo passa il
convento. Dubito che RAI e MEDIASET programmino di meglio.
Per rispettare il programma della Lonely, e così sentirmi a posto colla
coscienza, almeno parzialmente, vado a visitare un monastero benedettino del
1913, nelle vicinanze, con tanto di negozietto di prodotti naturali; poi una
ulteriore cascata, ed infine una fabbrica di the del 1890. Con 100 rupie, un
tipo mi illustra il procedimento di lavorazione, dalla a alla z. Mi interessa
sapere anche della paga delle raccoglitrici di the, e degli operai della
fabbrica: 140 rupie al giorno, EURO 1,30; al mese 36 o poco più, lo strettissimo
indispensabile per campare da queste parti, magari arrotondando la paga con
quella di un lavoro extra, nei campi o altro.
Per trovare sfogo alla depressione, mista a senso di colpa di turista
occidentale ricco, come in un continuo mi butto in una tavola calda di short
eats, immondo luogo dispensatore di rice curry a prova d’epatite virale
fulminante, e spuntini della tecnica già spiegata, quella tasta e mangia, e
lascia il superfluo nel piatto, per gli altri. All’interno, una schiera di
cingalesi brutti, sporchi e cattivi, che formano un tutt’uno col sudiciume del
posto; tavoli unti, pasti consumati a diretto contatto di polverosi ritagli di
giornale, utilizzati anche come tovaglioli; voglia di mangiare scoraggiata dalla
nausea. Mando a fatica giù una pseudo crepe all’uovo, ed un fagottino ripieno di
vegetali piccanti ustiona-lingua, ed innaffio il tutto con una cola, nella
speranza che mi aiuti a digerire e purgare la sbobba. Il momento gaudente per me
è quando candidamente estraggo dalla borse i fazzolettini imbevuti del discount,
e mi netto le mani e la bocca, fra lo sgomento generale degli astanti, che mi
guardano come fossi un marziano.
Anche questa è fatta, o quasi, trovandomi a scrivere durante un cambio di bus
per Tangalla, costa meridionale, sudato e appiccicato da sudore che torna, a
queste modeste altitudini.
Per la costa del sud
Ad
altitudini inferiori, il caldo si fa soffocante, quasi me lo dimenticavo, dopo i
bei giorni passati al fresco della montagna. Quando il bus mi molla nella
controra singalese in qualche bus station, bus stand, vie o piazze di
paesi, collo zaino in spalla e il sole in fronte, sudato da sauna a vapore, ho
un bisogno immediato di un tuc tuc (la versione indiana della nostra Ape
Piaggio) che mi porti all’istante in qualunque guest house, e di lì sotto una
doccia.
Tangalla, primo paese che mi ospita nella costa meridionale, ha una bella
spiaggia, ma il monsone agita parecchio il mare, per cui niente bagno. Che
faccio? Me ne vo a visitare alcuni posti suggeriti dalla Lonely, a mezzo bus.
Qui la strada è litoranea, niente più tornanti perigliosi, affacciati su
precipizi di montagna; i drivers di conseguenza ne approfittano,
sorpassandosi l’un l’altro a botte di clacson e acceleratore, frenate brusche ed
ogni tanto una ventina di persone ricoverate al più vicino ospedale, come
riporta con diligenza il Daily News.
Sfacchino qualche km a piedi sotto al sole inclemente meridiano, maglietta
fradicia di sudore e principi d’insolazione, per assistere ad un fenomeno
chiamato il Blue Hole: un’esplosione d’acqua, sospinta dalle onde ingrossate dal
vento, attraverso un camino naturale nella roccia, e ad una ventina di metri
d’altezza, quando si è fortunati. Più avanti di qualche km, un sentiero porta al
faro che indica l’estremo meridionale dello Sri Lanka; non è Capo Horn, ne Capo
d’Africa, ma mi accontento, a tu per tu coll’oceano indiano, al ristorante con
vista sul faro, a farmi salassare.
Mi conviene arrivare ad Unawatuna, ridente località la cui spiaggia e protetta
da un reef in agonia, moribondo sotto le insostenibili spinte del turismo
locale ed internazionale. La baia è favolosa, ma un’edilizia selvaggia ha
edificato pilastri e piattaforme di cemento fin dentro l’acqua, per le decine di
ristorantini e guest house affacciate sulla spiaggia, come si conviene al
turista pretenzioso. Tuttavia le palme coprono parzialmente questo scempio, cosi
il posto è ancora gradevole per passarci qualche giorno, colle pacche a
mollo nell’acqua dei tropici.
Scelgo una guest house costituita da un edificio inizio ‘900 colle parti in
legno mangiate a metà dalle termiti; ma è bella, e i proprietari sono gentili.
Sentirsi a casa propria in mezzo alla foresta tropicale, zanzare a go-go, e riso
al curry a pranzo e cena, ogni giorno. Faccio i comodacci miei, in cucina, in
veranda a leggere i giornali, nelle sale da pranzo a scrivere; ma faccio anche i
comodi loro: mi impegno per una cena italiana, così una sera, con pasta
australiana e pomodori e melanzane locali, preparo una pasta all’insalata, e poi
calamari marinati. Lavo pure le pentole.
Anche qui c’è, come nelle altre guest house in cui sono stato, una
schiavettiella, una persona normalmente di casta inferiore, adibita
a cucinare, rassettare, pulire. Sono generalmente anziani poveri, che se non
fossero integrati in queste famiglie, sdebitandosi col loro lavoro a tempo
pieno, probabilmente sarebbero in strada a chiedere l’elemosina, coi figli
chissà dove e cosa. Acci, questo il suo nome, è una vecchietta di 75 anni,
brutta e bella come la morte, che sfama e manda avanti la baracca col suo
instancabile lavoro, inconsapevolmente; nei momenti d’ozio, mangia il pasto sul
gradino di casa, quasi di nascosto. Una volta, l’ho vista leggere il giornale ad
alta voce, seguendo le lettere cingalesi col dito, come farebbe una bambina che
sta imparando; sorprendendola all’improvviso fare qualcosa, esprime il suo
imbarazzo con una risatina acidula, come la strega di Biancaneve, invece è
buonissima. Non ci sono stati cazzi per farla mangiare con noi quando ho
cucinato.
Oggi pomeriggio non viene il raccoglitore di cocco, perché è stanco
d’arrampicarsi sulle palme; io me ne sto in veranda a guardare Acci raccogliere
legna per la cucina, scrivere ed aspettare il temporale monsonico, che non
dovrebbe tardare a rinfrescarci tutti.
L’esperienza ad Unawatuna è ormai terminata, coi bagni, le tintarelle tropicali,
l’integrazione nella famiglia locale, le chiacchiere stupide coi turisti. Vado a
Galle, pochi km ad ovest; e una città fortificata prima dai portoghesi, poi
rimaneggiata dagli olandesi, infine presa dagli inglesi.
I bastioni circondano la città vecchia, fatta di edifici coloniali in rovina, o
in restauro, per farne ristoranti ed alberghi ad uso turistico; camminando
lungo, e sopra il forte, si incontrano templi, moschee e chiese; donne col
chador e col sari intente a chiacchierare, sedute sull’erba,
coi bambini a giocare più in là, e i mariti da parte, fra di loro, come al
circolo degli anziani. Ci sono aquiloni artigianali che si innalzano verso il
cielo, sospinti dal forte vento, ragazzi che li manovrano abilmente, ed altri
che fanno la partita a cricket, mentre coppiette si nascondono pudicamente sotto
l’ombrello, usato a mo’ di paravento, colla scusa di ripararsi dal sole. Le onde
ingrossate dal vento si infrangono pesantemente su grosse rocce, schizzando
nuvole di schiuma bianca, mentre comincia a piovere e la giornata volge
lentamente al termine.
Ambalangoda è famosa per le maschere rituali e tradizionali, di danze
esoteriche, utilizzate per ingraziarsi gli dei per il raccolto, o per trovare un
rimedio a qualche patologia; m’ero fatto ingannare dal prezzo del Laksala,
negozio governativo d’artigianato singalese presente in tutte le città
principali, per decidere di fermarmi qui ed acquistare la maschera direttamente
dagli artigiani che le scolpiscono. Niente da fare, nonostante due sedute di
contrattazioni, una di mattina, l’altra dopo pranzo; 2000 rupie dividono il mio
destino da quello dell’intagliatore. Magari la compro al Laksala di Colombo. Non
c’e altro da fare, se non aspettare l’indomani propedeutico alla conclusione di
questo viaggio, nella capitale.
A Colombo, il centro amministrativo assume l’aspetto di una zona di guerra, con
le strade principali chiuse al traffico, ed alle autobombe Tamil, da bidoni ,
sacchi di sabbia, rotoli di filo spinato; le stesse protezioni valgono per
ragazzi in uniformi dell’esercito, a sorvegliare luoghi sensibili in nicchie di
cemento. Il contrasto di quest’immagini col via vai indaffarato di persone della
city cingalese, come in quello di qualsiasi altra parte del mondo, crea un
effetto surreale, ma sono il solo a provarlo, mentre tutti gli altri, i locali,
ne sono evidentemente abituati.
Me ne cammino per il quartiere antico di Fort e quello mercantile di Pettha, mi
concedo qualche ulteriore acquisto, la visione di in film di Jackie Chan, una
internettata, mentre sale il mal di testa indicativo dello stress da viaggio
aereo imminente. Alla stazione dei treni ho lasciato lo zaino; riprenderlo è
l’ultima cosa da fare che ancora mi intrattiene qui, prima di prendere un bus
per la zona dell’aeroporto. Il cerchio del viaggio si chiude, mangiando alla
sala d’attesa, come un mese fa alla stazione Fort, un pacchetto da asporto
contenete un ultimo riso al curry, ultimo saluto allo Sri Lanka.