Il primo giorno
Finalmente l’aereo atterra, e l’applauso è di rito, come normalmente capita con
un’utenza composta prevalentemente da persone di paesi arabi; forse hanno un
senso di fatalità che da noi è scomparso, dominati ormai da materialità che non
ci permettono di mettere in
discussione il nostro destino. Ci illudiamo di possederlo e dominarlo, che
possiamo farcela ad avere un benessere offertoci quotidianamente dai mass media,
soprattutto in tempi come questi; ma, come pochi giorni fa il mio maestro d’Aikido
diceva, allorché si apprestava a partire per un seminario a Mosca, subito dopo i
fatti che vi sono successi, ... “Ma che mi frega, quando Lui mi chiama, io
salgo”.
E’ meglio evitare Dakar, fresco d’arrivo, perché è tardi, e non vorrei essere
vittima dei soliti acchiappa-turisti-sprovveduti. Come infatti capita appena
metto piede fuori dall’aeroporto. C’è appunto il solito disinteressato che mi
offre il suo aiuto per trovare l’albergo, e magari anche venire con me in modo
da accalappiarmi per bene. Sono molto stanco per la giornata di viaggio, così
alla prima occasione me la svigno, senza colpo ferire, mollandolo lì, sul
marciapiede, a pochi passi dal terminal, e mi avvio in taxi verso Yoss, suburbia
semi favela di Dakar, paesino di pescatori e guaritori animisti, che guariscono
i fuori di testa con l’aiuto di sacrifici animaleschi e stati di trance prodotti
ai malcapitati.
Fortunatamente, nessuno mi si offre per il trattamento, cosi cazzeggio per il
paesino. Sulla spiaggia, che ha un bagnasciuga di alcune decine di metri,
piroghe giganti vi si stazionano in attese d’essere utilizzate per le battute di
pesca, e al ritorno di queste, folle di donne con vestiti dai colori vivaci,
alla maniera africana, puliscono il pescato, lo sezionano, lo cucinano sul
posto, vendendolo.
Gironzolo osservando il tutto, fra carcasse e pezzi di pesce in decomposizione,
disseminati ovunque, sulla spiaggia. Poco più in la
ragazzini giocano al pallone come i loro coetanei napoletani nei quartieri
popolari della città, e gruppi di capre si arrangiano a trovare cibo nei
contenitori bassi della spazzatura.
Non mi resta che trovare una bettola per mangiare qualcosa, bere un caffè e
fumarmi una sigaretta, in attesa dell’indomani che mi porterà a Saint Louis,
antica capitale senegalese, fondata dai colonizzatori circa 250 anni fa.
Saint Louis
Arrivare in questa cittadina di frontiera mi é costato quasi quanto dall’Europa
al Senegal, in termini temporali, mentre in quelli indicativi lo stress, è stato
infinitamente peggio. Non solo ho dovuto aspettare quasi due ore affinché i il
taxi-bus partisse, spinto da un paio di poveracci nel mezzo del caos
generale della gare-routier, alla periferia di Dakar, ma restarci
costretto all’interno per circa otto ore, intervallate da due forature di
pneus e tre controlli di police.
Sono arrivato strafatto di stress e stanchezza, più che dopo fumato qualsiasi
erba ti vogliano offrire in loco. Fortunatamente l’auberge non è
malvagio, ed anche la cittadina, in confronto al posto che ho appena lasciato, è
una delizia.
Saint Louis, antica capitale coloniale dei possedimenti francesi in Africa
Occidentale, situata quasi al confine con la Mauritania, ed
adagiata su di un’isoletta, mi pare una Manhattan in miniatura. Non c’è
moltissimo da fare, a parte ammirare le case in stile coloniale,
colorate vivacemente, e qualche altra attrattiva come l’edificio del
governatore. Così, me ne vado verso il villaggio di pescatori,
collegato alla città tramite un ponte; è un posto abbandonato a se stesso, che
vive del lavoro delle piroghe che di buon ora al mattino vanno al largo per
rifornirsi di pescato . Al ritorno in spiaggia, vi si accalcano come api sul
miele decine di persone, bambini e donne principalmente, che arraffata qualche
preda, se ne vanno soddisfatte.
Cammino ancora osservando la scena, poi mi faccio un giro fra le catapecchie del
villaggio, disseminate anche qui di capre e spazzatura.
Il cimitero è poco più in la, e le tombe dei pescatori sono segnalate dalle reti
che le coprono. Ai margini, uno spiazzo dove decine di camion aspettano il
grosso del pescato che porteranno a Dakar, mentre parte finirà sulle nostre
mense europee.
La gente in questa parte della città vive in condizioni molto peggiori di quella
che sta sull’isola; si sopravvive di pesca e di capre e poco
altro col commercio del piccolo mercato della piazza principale. Non ho ancora
compreso, forse questa permanenza non me lo permetterà, il contrasto fra scene
di assoluta indigenza, come quella delle donne che lavano i panni nell’acqua
lurida del fiume Senegal, a pochi metri da individui che ci raccolgono ammassi
di spazzatura, e quella di belle ragazze vestite all’occidentale, mostrando
disinvoltamente la loro assoluta bellezza. Chissà qual è il confine fra
disperazione, rassegnazione e gioia di vivere che può dare una chiacchiera con
un’amica, scivolando svelte lungo una miseria sbattuta in faccia.
Mi aspetta un altro viaggio con quelli che ho ormai ho capito essere i
famigerati taxi bus, alla volta del centro e poi del sud del Paese,
prima di risalirne la costa atlantica, fino a Dakar.
I
trasporti in Senegal
I trasporti in questa parte del mondo sono una vera spina nel fianco per chi
voglia conoscere la regione; me ne ero reso conto subito, tuttavia ho sperato
che forse la prima esperienza fosse dovuta solo ad un caso, mentre ben presto ho
dovuto accettare la dura realtà: ecco un bel viaggio massacrante, di quelli che
ti fanno tornare a casa molto più stanco di come non sia partito.
La norma al momento in cui si decide di partire è aspettare dalle due alle
quattro ore per far sì che l’automezzo si riempia, l’uno addosso all’altro,
pazienza per chi è grosso; nel frattempo uno sciame di derelitti tentano di
venderti ogni cosa possibile. Quando sei
ben sudato e cotto al puntino, perché ormai si è raggiunta l’ora più calda della
giornata, bisogna ormai ora di partire, perché si raggiungono il numero di
passeggeri; da 15/20 per le petit-cars a 30/35 per le grand-cars.
Allora, come spesso accade, qualcuno spinge la vettura, in mancanza di motorino
d’avviamento; dopodiché c’è la sosta per il
rifornimento di gasolio, ed infine la partenza vera e propria. In questo modo si
è già persa mezza giornata, e l’altra mezza si perde
durante l’infinito viaggio, fatto di soste continue per caricare/scaricare
persone e mezzi, dimodoché per uno spostamento di circa 200 km o poco più, si
perde una giornata intera.
Verso Saint Louis, la vettura ha forato due volte, e così lo choffeur
ha fermato dei bus di passaggio e ha distribuito in questo modo noi che stavamo
dentro il suo mezzo; un’altra volta, siamo incappati in una manifestazione in
stile napoletano, con blocco stradale fatto di copertoni incendiati, per cui
l’autista ha pensato bene di fare una deviazione fra le case del polveroso
villaggio: la car si è insabbiata, e tutti siamo scesi per spingere il mezzo.
Insomma, ogni spostamento è una dura prova da sostenere, ed è in questo modo che
pian piano, dal nord di Saint Louis sono giunto nella regione dei Bassari,
situata a sud-est del Senegal, confinante con la Guinea.
La regione dei Bassari
Dopo la deprimente sosta presso la città di Keolack, unico pregio della quale
era un efficiente centro Internet, arrivo a Khedougou, avamposto della regione
dei Bassari, situata a sud-est del Senegal, a pochi km del confine colla Guinea.
Il campement è buono, con una stanza costituita da capanna con tetto di
paglia. Dopo una doccia ristoratrice, a cena incontro Claudio, un
etno-archeologo in missione esplorativa. E’ contento, siccome da un mese non
parla la sua lingua, ed io anche, perché mi sembra una persona interessante.
L’indomani andiamo a zonzo per il lumo, il mercato locale, e poi fino al
fiume, a qualche km dal villaggio. Lì, ci sono donne e bambini che lavano i
panni e se stessi, ma non rechiamo disturbo, assorti come siamo nelle nostre
discussioni. Quello che mi racconta circa le recenti teorie archeologiche
riguardo lo studio delle usanze attuali delle popolazioni indigene locali è
davvero interessante. Poi chiacchieriamo anche delle nostre esperienze di
viaggio, nonché della triste situazione politica italiana.
L’indomani lui parte per altre zone, mentre io mi appresto a visitare la zona.
Così, prendo una petit car per Dindefelo, villaggio a circa 35 km di
distanza. Il primo tratto è fatto di uno sterrato buono, ma il secondo è uno
sbattimento spacca budella buono per farci la mayonese. Il villaggio è
abbastanza animato, per il lumo settimanale; ci vendono di tutto, dai generi di
prima necessità alla cazzate come le figurine dei calciatori senegalesi
ritagliate stile santino, da appendere al collo. Dopo un po' mi avvio ad una
cascata che è nei pressi, a distanza di una breve camminata; purtroppo il posto
è idilliaco, di quelle lagunette dove Tarzan ci si tuffava dal picco, ed infatti
un turista spagnolo lo imita (Solo coll’urlo, però). Me ne vado, molestato
dall’idiota di turno; sui miei passi, incontro termitai giganti, alti una volta
e mezzo me, e, gulp!, un cucciolo di alligatore che fugge avvistandomi. Seguo il
suo esempio, perché non vorrei incontrare la sua mammina.
Il giorno seguente seguo l’esempio di Claudio, così noleggio una bici per
visitare i villaggi di Ibel, a 22 km ed Iwol, poco più su a
monte. Non è eccessivamente faticoso, perché la strada è pianeggiante, ma il
mio culo non è abituato, così dopo non molto, già mi duole parecchio. Pazienza,
vado avanti. Arrivo ad Ibel, e lì lascio la bici ad un ragazzo del posto. Mi
indica il cammino per Iwol, dicendomi che ci vuole circa mezz’ora, per
arrivarci, camminando lento. Per aiutarmi, mentre mi inerpico su per il
sentiero, mi grida da valle “Pour la, oui, no, a gauche…”. Dopo un’ora di
scarpinetto e spugnato di sudore arrivo al benedetto villaggio, dominato dal
loro Baobab sacro. Camminandoci per dentro, non ci sono che galline e capre, e
due vecchiette decrepite, l’una dedita alla cura delle arachidi, un’altra
stravaccata su degli stracci. Chiedo loro di Jean Battiste, l’unico che parla
francese, e a cui dovrei dare un’offerta per il villaggio. Ma le due pronunciano
parole incomprensibili e fanno gesti colle mani che ugualmente non capisco, così
mollo loro dei soldi e me ne vado per i fatti miei. Il baobab, albero ritenuto
sacro presso vari popoli, qui in Africa, è allocato, sembra apposta, in uno
spazio circondato da enormi massi, quasi avesse il tutto una predestinata
funzione rituale. E’ mastodontico, un mammut vegetale, e crescendo ha fagocitato
macigni, ed un povero alberello che stava lì per caso, a farsi i fatti suoi. Mi
fa strano questo posto, come abbandonato improvvisamente da qualcuno in fuga,
con le uniche testimonianze (semi)viventi le due vecchine, di quello che c’era.
E’ tempo di andare, e lungo il ritorno incontro dei ragazzini di ritorno della
scuola del villaggio a valle, che mi dicono che tutti sono al lavoro nei campi,
e torneranno verso le 18. Per tornare a Khedougou, non ci penso proprio a
pedalare, così, coll’aiuto del precedente boy, fermiamo un camion che trasporta
me e la bici fino a destinazione.
L’ultimo villaggio da visitare per me è Salemata, a circa 80 km. Ci devo
andare con un camion che trasporta cemento, perché l’ultima petit-car è già
partita. All’inizio fa fresco, ma col passare del tempo vengono il caldo e le
mosche, e l’unica è accettare parte dell’asciugamano gentilmente offertami
dall’insegnante di francese che viaggia con me. Vicini vicini ci ripariamo dalle
ostilità che incombono su di noi, e sopporto la puzza di buon grado. Arrivati
sul posto, il villaggio è tutto vivace ed eccitato per il lumo settimanale. Come
al solito mi guardo in giro, cazzeggio vicino al venditore di carne, che un po'
in disparte, forse per l’importanza economica della mercanzia, vende pezzi
osceni di ovini, sbattendoli di tanto in tanto e sollevando il tappeto mobile di
mosche che li ricoprono. Gli astanti aspettano il momento propizio per
acquistarli, come giocatori d’azzardo di strada, palpeggiano ora un pezzo
d’intestino, ora una coscia, e alla fine si risolvono a mollare la grana e
prendere la parte scelta, infilandola in un sacchetto rigorosamente non per
alimenti.
Poi, nei dintorni osservo donne e bambine intente alla macina del miglio con
lunghi pali che percuotono il cereale in fondo ad un contenitore naturale a
forma di uovo gigante, altre raccolgono l’acqua dal pozzo del villaggio, che poi
trasportano sulla propria testa fino alla loro capanna. E gli uomini, che fanno?
Per lo più sono dediti al commercio, alcuni riparano veicoli di varia natura,
altri fanno i sarti; li vedi in mezzo ai campi, alla spazzatura, dentro delle
bettole sudice a tagliare la stoffa colle forbici professionali, arrugginite, il
metro al collo e di tanto in tanto il ferro da stiro a carbone con cui fanno la
piega alla stoffa. Ieri ho chiesto ad un sarto al mercato di Banjul perché le
donne non fanno le sarte, e mi ha risposto perché non sono capaci…
Mi appresso al bus per tornare a Khedougou, e sul tetto ci caricano, fra
l’altro, un mini gregge composto da sei capre. Mentre le issano su, sembrano che
le stiano sgozzando, per i versi che emettono: BEEEEH, BEEEEH. Di lì a poco
saremmo tutti andati incontro alla lotteria russa del piscio di capra. Il primo
ad essere investito da tale fortuna, è stato il sottoscritto, che lasciava
incautamente la mano sporta dal finestrino. Bestemmio in napoletano stretto, che
tanto somiglia alla lingua wolof che parlano qui; un tizio di fronte a me
se la becca dopo un po' sulle spalle, ma sembra più rassegnato, mentre una
negretta a mio fianco vomita tutto il viaggio dal finestrino, lamentandosi a
bassa voce.
Arriviamo alfine a destinazione, e il giorno dopo mi avvierò verso il Gambia…Ma
questa è già un’altra storia, perché sono stanco per la seconda volta di restare
tanto tempo davanti ad un computer, dopo che ieri ho perso questa stesso
racconto che sto ora scrivendo, su un floppy disc di merda.
The Gambia
Come previsto, tre ore e trenta d’attesa per la partenza da Khedougou alla volta
di Tambacounda; di lì cambio per Velingara, ai margini della turbolenta zona
della Casamance. Al villaggio ci arrivo di notte, verso le 21, a digiuno
ramadannesco e stanco e sudaticcio; il sept-place peugeot 505 che mi
dovrebbe portare a Santa Su, in Gambia, sosta in uno spiazzo sabbioso ai margini
di una discarica, e qualche lampadina segnala che si offre cibo o bevande,
luridi chiaramente. Da quando a Bendafassi un tizio mi ha servito dei pezzi
slabbrati di agnello arrostito su un foglio che ho poi scoperto essere parte di
un sacco di cemento, dopo averli rigirati sui carboni ardenti con un ferro
sporco, ho lasciato perdere questi tipi di stand gastronomici.
Lo chauffeur del taxi bus non si decide a partire perché manca una persona al
riempimento della vettura, così ne approfitto per pisciare al buio assoluto, di
spalle alla crocchia di quelli che aspettano come me. Un paio di donne stanno
più in là, poi si avvicinano e quasi si accovacciano sulla sabbia appena da me
bagnata. Mi decido di pagare le poche centinaia di CFA della persona che manca
per indurre l’autista a partire subito.
La strada che collega Velingara e Santa Su, in Gambia, è una pista sabbiosa dove
l’auto scivola nel silenzio del sahel, schiarendo di un paio di metri
avanti il buio con un solo faro; non ci vedo una mazza, e penso che il tassista
debba conoscere il percorso a memoria per evitare buche, pezzi di tronchi nonché
finire nei campi. La postazione di confine senegalese è una baracca in mezzo al
nulla, e dentro ci sta un anziano funzionario coperto di insetti, che alla luce
di una lanterna mi timbra il passaporto in uscita; in quella del Gambia, invece
c’è un personale più giovane, stravaccato sotto un albero, che inganna il
tempo bevendo the cinese. Hanno le pile, loro, e con quelle ci ispezionano i
bagagli.
A Santa Su non c’è elettricità, come nel resto dell’interno della Gambia, e
camminando per il paesino si sente un coro di generatori di corrente, che
servono al barbiere, allo spaccio alimentare ecc. Il proprietario del campement
lo accende alle 21, e fino a quell’ora sto in attesa dell’illuminazione, e della
cena, ascoltando i loro discorsi in wolof, ed osservandoli pregare alla maniera
musulmana. Mi offrono il the, la luna schiarisce i nostri volti, e le zanzare ci
mordono. A George town, antico centro coloniale, stessa storia, ed ormai mi
risolvo a raggiungere la capitale, Banjul, dove spero la situazione migliori.
Banjul è un paesino di 50.000 anime, ed ha solo il mercato di vivace, coi suoi
ladri di mestiere che circuiscono i turisti alla ricerca del souvenir da portare
dall’Africa Nera. Mi tocca subirli, con la soddisfazione però di trattarli come
si meritano, e cioè a pesci in faccia.
L’hotel dove dormo fa schifo, ma è quello che mi posso permettere, e ci metto un
po' per addormentarmi colla paura di piattole e pidocchi; l’evasione verso la
zona turistica costiera non funziona, perché dopo due ore di scrittura, il
floppy mi appieda, costringendomi l’indomani, prima di lasciare il Paese, a
riscrivere il tutto che è andato perduto, ma finalmente torno in Senegal, il
mattino seguente.
Per lasciare Banjul in direzione nord, occorre prendere un ferry
costituito da un unico pezzo di ruggine ad elica, e poco prima dell’ora della
partenza, una folla inferocita si accalca ad un cancello, con tre, quattro
guardie incazzate che la respinge a fatica; finalmente lasciano libero l’accesso
all’imbarcazione, ed un fiume in piena di varia umanità quasi mi travolge per
prendere, come si dice a Napoli, i meglio posti. Dall’altra parte del fiume, a
Barra, dei bus attendono le persone che li riempiranno, per attraversare il
confine alla volta del Senegal.
Verso Dakar : il delta del Sile- Siloum e la
Petite Cote
Avvicinandosi verso Dakar dal confine del Gambia, si attraversano il delta dei
fiumi Sile e Siloum, e la costa chiamata Petite.
Il delta è molto bello, coi suoi villaggi che vi si affacciano, le mangrovie che
regnano incontrastate nell’acqua salmastra dell’oceano, che risale fino
all’interno, nella regione, e le belle piroghe che lo solcano, con quei stronzi
che data la diseducazione turistica ricevuta da gruppi turistici in trasferta da
Francia soprattutto, ma anche Belgio ed Italia, chiedono un fottio di soldi per
portarti da un villaggio all’altro; così, mio malgrado, ne ho dovuto fare a
meno, continuando a viaggiare in bus e sept-place.
Il problema del turismo irresponsabile si sente forte qui, con i panzoni europei
in bella mostra a dispetto ed offesa della cultura religiosa e civica locale,
colle mogliettine che visitando i villaggi dell’entroterra distribuendo
bon-bon e soldi ai bambini, creando così una dipendenza al turista, e un
incitamento all’accattonaggio, piuttosto che al lavoro vero e proprio. A Dakar,
dove sto scrivendo, questi bambini divenuti adulti imperversano nelle zone
turistiche, come mercati od altro, rendendo estremamente difficile una visita
serena ai posti, ed esponendo se stessi al declino inconsapevole della propria
dignità.
Ritrovatomi a Djifer, estremo sud della Petite Cote, in una sorta di Club Med
dei poveri, in cui famigliole francesi, per lo più, vanno in vacanza da
innumerevoli anni, una volta scoperta la convenienza del posto, ne scappo al più
presto, facendo tappa ai villaggi gemelli Joal-Fadiout. Sono ad un’ottantina di
km a nord, e il primo sta sulla terraferma, mentre il secondo sorge su di
un’isoletta collegata tramite un lungo ponte di legno, in perenne manutenzione.
La visita è di rito, e per andarci bisogna superare le forche caudine delle
guide che ti si appiccicano come mosche sul miele, ma fortunatamente hanno poco
gioco coi miei modi rudi.
Più interessante è il mercato del pesce, che sta poco a nord di Joal; ci vado a
piedi, facendomi i 5 km in tutto relax. Alla fine, stanco, decido di tagliare
per campi coperti da immondizie, e fogne a cielo aperto; avvicinandomi, devo
superare un intasamento di carretti e muli, lì in attesa del pesce portato dalle
piroghe, e subito dopo, una folla da stadio urlante sotto un immenso spazio
coperto da una struttura di cemento quasi armato. La maggior parte delle persone
osserva, mentre altri vendono vestiti camminando in mezzo al pescato, o cibo su
bancarelle sparse qua e là. Le piroghe stanno tornando dalla giornata di pesca,
ed appena una si avvicina, dei tipi coperti da impermeabili stracciati con
enormi cesti in testa, sporchi di sangue ittico che gli cola addosso misto
all’acqua marina, si buttano a mare, ed immersi nell’acqua fino al torace, vi si
avvicinano; quelli dalle imbarcazioni gli buttano addosso palate di pesce di
tutti i tipi, e gli sherpa senegalesi partono quasi correndo tra la gente
che ostruisce loro il passaggio, verso il retro del mercato. Li seguo, come i
ragazzini che prendono da terra i pesci caduti dalla sommità del cesto, e arrivo
in uno spiazzo dove decine e decine di camion caricano le tonnellate di pesce,
miste a ghiaccio che altri hanno portato precedentemente. Un poco scostati, per
non sporcarsi dagli schizzi, ci sono quelli che fanno il lavoro pulito, con dei
blocchetti in mano: segnano quanti panieri sono caricati man mano sui camion, ed
uno mi dice che la paga dei portatori è di € 0,30 per paniere, che pesa circa
50-55 kg ; ecco perché quelli devono correre come dannati, colle facce che
tradiscono una sorta di eccitamento disperato.
Ai margini del mercato, c’è la sezione molluschi, le cui protezioni calcaree
sono distrutte a colpi di pezzi di ferro, e quella dei poveracci che cercano
poco più in là, fra gli scarti, per cercare qualcosa di ancora utilizzabile. Un
tipo, dall’aria pulita, mi dice : « Che fai, il turista qui ? »
Ed io : « Si, ma anche tu, però »
Prendo un taxi collettivo, e torno al campement.
Prima di arrivare a Dakar, faccio tappa a Toubab Dialaw, paesino non molto
lontano dalla capitale, che le sta poco più a sud. Una coppia francese coi soldi
e le idee ci ha fatto un bellissimo campement, la cui architettura alla lontano
ricorda lo stile neo gotico di Gaudi a Barcellona; altri hotel vicino hanno
copiato lo stile, con minor efficacia però; fra di essi c’è La Mimosa, di
proprietà di una senegalese che, preso il terno al lotto, ha sposato un
dipendente delle nostre FS di trent’anni più grande di lui, il quale, lasciando
capre e cavoli in Italia, ha messo su il posto. Nel frattempo ha anche lasciato
questa valle di lacrime, così la senegalese del villaggio, bona fra l’altro, s’è
ritrovata con una proprietà di buon valore fra le mani. Ci ho mangiato nei tre
giorni di permanenza a Toubab, facendo conoscenza di Omar, checca senegalese
triste, per le difficoltà di esprimere la propria sessualità nella dura realtà
locale. Come spesso accade in questi casi, ci ha provato, ma poi gli ho offerto
il mio aiuto, in altri modi che quello effimero sessuale.
A Toubab c’è anche Ibrhaim, alias Alfonso dell’Arenella, che dopo una vita
passata in bilico fra la ricerca spirituale indiana, intrallazzi immobiliari in
Francia, e fughe nelle Canarie, forse ha trovato la sua serenità in Senegal,
dove sta cercando di mettere su una discoteca (?!), senza avere molte cognizioni
in materia, però. Una sera, fumando e rollando sigarette di erba, tentava di
convincermi a mettermi nell’affare, finanziando la realizzazione del ristorante
al piano superiore; nel frattempo, mentre gli dicevo che una volta in Italia ci
avrei pensato, zoccole enormi, grandi quanto i miei gatti, si aggiravano per il
terrazzo dove eravamo accomodati, praticamente sopra il mare. Le code lunghe
mezzo metro segnalavano, come antenne, la presenza delle bestiacce, e Ibrhaim
nel frattempo rollava canne e continuava colle sue fantasticazioni immobiliari,
mentre io cercavo di mantenere il controllo della situazione, avvertendolo di
tanto in tanto della vicinanza dei ratti. Ad un certo punto, uno piccolo, un
neonato si direbbe, gli entra in cucina, e Alfonso dice, a metà fra il fumato ed
il rassegnato : « Va bene, questo lo lascio, non fa niente ».
Dakar e l’isola di Gore
La mattina della mia partenza per Dakar, Alfonso detto Ibrhaim mi accompagna,
visto che deve fare delle sue commissioni; durante il viaggio farnetica circa
colline in vendita, possibilità di costruzioni, ed altri tipi di investimento
qui in Senegal. Lo ascolto tranquillo, perché non è fastidioso.
Arrivati in città, ciascuno fa il suo, poi ci incontriamo per fare un giro e
mangiare qualcosa. Un tentativo al mercato di Kermel fallisce subito, dati i
rompiballe in agguato, che con due hanno gioco più facile che con me da solo.
Quindi mangiamo libanese, e poi ci dirigiamo verso il porto, dove andiamo a bere
una birra fredda in un posto un po’ malfamato. Ibrhaim ritorna dopo un poco a
Toubab, mentre io cazzeggio per il centro.
La sera un inserviente dell’hotel dove alloggio si offre di accompagnarmi in un
ristorante vietnamita, da poco aperto. Accetto. Arrivati sul posto, mi rendo
subito conto che dell’errore: dentro non c’è nessuno, e la proprietaria parla un
misto di francese ed inglese, mescolando in maniera del tutto disinvolta, nella
stessa frase, parole delle due lingue, con un forte accento asiatico. Riesco a
capire che è contenta di cucinare cose buone per gli ospiti, che la cucina
africana fa schifo, e che tiene i prezzi tanto bassi per attirare clientela,
anche se gli altri le dicono che è una stupida. Invece è una bella dritta,
perché alla fine mi spilla quanto sarebbe bastato per una buona mangiata dalla
trattoria Cibi Cotti, al mercato coperto di Mergellina, o da Gigino, alle spalle
della Borsa.
Torno verso l’hotel, percorrendo strade buie di Dakar, a tratti illuminate da
disordinati neon d’insegne private, rischiando di finire in pezzi di fogna
scoperchiata o di calpestare qualche mendicante riverso per strada. Prima di
rientrare, decido di bere un caffè in un bar definito dalla Lonely Planet
tranquillo ed elegante. Invece, L’Imperial Bar nel frattempo è
diventato un covo di mignotte e viscidi toubab (Così ci chiamano noi
bianchi, in lingua wolof) che aspettano di sfogare i loro sogni sessuali con le
bellezze nere. Una prostituta molto carina, sottile e ben vestita, scende da uno
sgabello e mi si fa accanto, spinge la sua coscia soda contro la mia e, per
rompere il ghiaccio, dice una cosa che mi fa molto piacere, in verità: "Sei
molto calmo"
Io le vorrei rispondere "Pezza di stronza, non pratico l’Aikido per niente"
Invece: “Si, ho imparato ad esserlo. Bisogna sempre essere calmi"
E lei “Vuoi stare con me stanotte?’’
“No, non è possibile"
“Ho della coca nella mia stanza’’
“Devi rivolgerti ad un’altra persona"
Indignata, ritorna sullo sgabello da cui era scesa, e prende a parlare con una
collega di lavoro.
Il giorno dopo è d’obbligo una escursione all’isola di Gore, avamposto coloniale
in stile mediterraneo, con la famosa casa degli schiavi, in cui venivano
ammassati e spediti nelle Americhe gli sventurati neri destinati alla schiavitù;
il tutto dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. E’ quello che ci vuole
per sfuggire al casino di Dakar.
Sul posto ci sono le solite guide più alcuni storpi e mutilati, in trasferta
ogni mattina da Dakar. Sul traghetto ne ho incontrati all’andata e al ritorno,
pendolari dell’elemosina e dell’accattonaggio; durante il giro sull’isola, si
piazzavano nei vari punti di maggiore interesse turistico, seguendo il ritmo
delle passeggiate dei vacanzieri europei ed americani: fuori la chiesa visitata
da Giovanni Paolo II nel ’92, vicino le bancarelle dei mercati, ai ristorantini
del porticciolo. Il momento di maggior confusione è all’arrivo e alla partenza
del traghetto, quando c’è il passaggio dei turisti; così il poliomielitico si
sbatte avanti ed indietro per la spiaggetta, facendo volare per aria ad arte le
sue gambette asciugate dalla malattia, alle calcagna del toubab che alla
fine gli molla qualcosa (In momenti di calma, quasi cammina per unirsi ad alcuni
amici, seduti per chiacchierare). Ugualmente lo storpio sulla sedia a rotelle,
che sembra un campione delle paraolimpiadi, con i suoi scatti da corridore
collaudato.
Quando si avvicinano a me per la questua, sorridendo gli dico: “Amico mio, oggi
stai lavorando troppo, devi riposarti un poco. Quello sorride di rimando ed va
via.
In attesa del traghetto, sto sulla spiaggetta, e come spesso mi capita prima di
una partenza, mi viene un poco di malinconia, al pensiero di lasciare questo
paese che mi ha stancato abbastanza nella difficoltà per visitarlo, ma anche
dato tante soddisfazioni, conoscendo una cultura così lontana dalla nostra. I
viaggi in taxi brousse, le gare routiere con la folla di venditori di qualsiasi
cosa, i bambini dell’età di Mattia, questuanti con un grosso barattolo di
pomodori, in cui accettano qualsiasi cosa vuoi elargirgli, le donne bellissime e
fiere nei loro abiti tradizionali, che sputano per strada camminando, o quando
vendono il pane o la frutta sedute alle bancarelle, le piroghe coi pescatori che
tornano dal largo e i carpentieri sulle spiagge che le aggiustano e ne fanno di
nuove, la perenne puzza di pesce, non solo sulla costa, ma anche all’interno,
dovunque nei mercati coi pesci secchi buttati su stracci e plastiche luride, i
sorrisi dei ragazzi con quei bellissimi e grandi denti bianchi…
Ho tante immagini dentro di me, e tanti ricordi, che mi occorrerà un poco di
tempo per elaborarli, farli del tutto miei, della mia persona e della mia
esperienza.
Queste bozze con cui vi ho annoiato, poi le riordinerò, sperando di farci uscire
qualcosa di decente, e nel frattempo sono contento di averle scritte, più della
possibilità di scattare belle foto, che infatti non ho fatto perché non ho
portato nessuna macchina fotografica con me, rilassato e non distratto
dall’esigenza di portare a casa ricordi visivi, che comunque conservo nella mia
mente, e non credo andranno via.
Fra poche ore c’è il taxi che mi porterà all’aeroporto, poi il rituale del check
in, il controllo passaporti, le perquisizioni e la noia di aspettare l’imbarco,
e quando l’aereo decollerà, arrivederci Africa, e grazie per le belle cose che
mi hai regalato.