In questo pomeriggio d’un inverno che sembra non
voglia andare a morire mai, mi ritrovo seduta su una vecchia poltrona di pelle,
la stessa che un tempo ospitava mio nonno.
Aldo si chiamava e ricordo che, puntualmente, ogni mattina dopo essersi
accomodato sulla poltrona e aver letto il quotidiano indossava quei simpatici
occhiali gialli e volgendo lo sguardo fuori dalla finestra restava lì ore ad
osservare uno squallido scenario squarciato da un ponte autostradale.
Forse quegli occhiali gialli erano magici? Forse indossandoli si riusciva a
vedere un mondo diverso? Un mondo fatto di colori, di profumi, d’amori…
Non seppi mai cosa mio nonno vide oltre quella finestra ma il suo sguardo
limpido e vivo resta stampato nella mia memoria.
Sono qui seduta a sfogliare il mio diario; lo faccio spesso e mi accorgo ogni
volta che, rileggendo i miei scritti, è come rivivere quegli attimi perduti,
quelle stesse emozioni, quelle stesse vibrazioni e mi sento ri-vivere.
La mia attenzione cade sulla pagina del 22 febbraio dove è scritto:
«... terra rossa e polverosa e piatta si estende infinita all’orizzonte. Immensa
è questa valle. Sembra quasi impossibile distinguere la linea che separa terra e
cielo. Il grande sole è cullato dalle forti braccia di questo cielo bianco e
azzurro. Gli alberi, grigi di sete, sembrano statue di marmo. Non c’è il vento
che li accarezza, né l’acqua che li bagna; c’è solo terra, c’è solo sole. La
gente vive ai bordi di una grande strada asfaltata, l’unica, che attraversa la
città di Niamey. Sono persone che cercano di guadagnarsi da vivere vendendo
quello che hanno e così una brava cuoca vende le sue frittelle, un calzolaio
vende le sue scarpe, un bambino vende il suo sorriso, una ragazza vende il suo
corpo.
Concentrano tutta la loro vita su pochissimi centimetri quadri di terra e lì
dormono, e lì lavorano, e lì mangiano, e lì pisciano. E quello che vedo e
definisco squallore è la loro vita, è la loro condizione che amano e rispettano
più di qualsiasi altra cosa.
Mentre attraverso la città, la gente mi sorride e mi saluta. Che strano sentirsi
a casa in un posto sconosciuto.
Il mercato è considerato il luogo per eccellenza di incontri e scambi di merce.
Un puzzo terrificante mi ubriaca. La mia vista è accecata dai colori smaglianti
di stoffe, spezie e frutta. Le mosche svolazzano sulla cruda e rossa carne
lasciata riposare al sole. La merce è accomodata disordinatamente a terra. Un
bambino mi insegue e tendendomi le mani colme di papaia grida: “Madame, Madame”.
Il suo viso, magro e sporco, è dipinto di luce; neri come le more sono i suoi
occhi; indossa una camicia di polvere strappata; non ha le scarpe. Compro la sua
papaia e mi regala un sorriso.
La gente mi strattona ora da un lato ora dall’altro.
Gocce di sudore scendono lente dietro la mia schiena; non è facile sopportare
questo caldo. Mi sento soffocare in questo mare di gente nuova. Abbandono il
mercato e torno sulla strada maestra.
Mi accorgo che tutti hanno delle strane teiere colorate, alcune sono di
plastica, altre sono di latta. Non capisco quale sia la loro utilità. Da un
megafono giunge una voce sonora che sembra intonare una cantilena araba. È l’Izan
(AZAN) , il richiamo alla preghiera islamica. E, così come prevede l’Islam,
la religione più diffusa nell’Africa settentrionale, la preghiera verrà recitata
5 volte al giorno e il musulmano dovrà, ogni volta, lavarsi mani, piedi, denti,
orecchie prima di presentarsi davanti ad Allah, davanti al “Dio che è”. È in
questo momento della purificazione che inizia la danza delle teière ritmata
dallo scroscio dell’acqua lasciata cadere a terra. La città si ferma è tempo di
parlare con Dio.
Cammino sotto il sole cocente e raggiungo finalmente Trahoré, il mio autista
mandingo, che mi conduce alla Tapoa. Dopo un viaggio di tre ore su una jeep
tutta scassata raggiungiamo il villaggio Konsibuli. È qui che dormirò questa
notte. Questo villaggio è composto da pastori Peuls che, stranamente non parlano
la lingua Peul, ma il djerma. Sorrisi e sguardi sinceri mi danno il benvenuto.
Un bambino mi dice fou-fou , ciao. Poi scappa e sorride; il colore bianco
della mia pelle lo intimorisce. Mentre scrivo sul taccuino, lui curioso mi
osserva e si avvicina piano, piano. Mi sfiora la mano e poi fugge di nuovo
nascondendosi dietro il granaio.
Un alternarsi di suoni crea una magica sinfonia. È il rumore del mortaio dove le
donne schiacciano il grano.
Il capo del villaggio mi invita ad entrare nella sua capanna e mi offre una
pappa di riso e latte. Poi riunisce gli altri uomini intorno a sé. Il cerchio è
completo ora si può parlare. Questo è il ruolo maschile di questa società:
parlare, discutere, confrontarsi. Riscopro qui l’importanza della parola. Sono
gli uomini che coordinano lo statuto del villaggio. La forza lavoro, invece, è
concentrata totalmente nelle mani delle donne.
In una veste di colori accesi avanza, con portamento fiero e sicuro, una venere
nera. È una delle mogli del capo villaggio. Una figura eterea capace di
rappresentare in maniera viva la forza e la bellezza della Natura. Il suo
sorriso timido risalta in quella pelle bruna. Mi prende la mano e mi conduce in
quella che sarà la mia capanna per questa notte. È una capanna uguale alle altre
fatta di terra e paglia a struttura circolare.
Il sole è andato a dormire; è ora di cena. Mangio del riso. Bevo l’acqua del
pozzo, con aggiunta di una pesante dose di amuchina.
La notte mi abbraccia. Intorno il silenzio riempie lo spazio. Mi stendo, supina,
sulla terra; la tocco è calda; l’ascolto è vibrante; la odoro è profumo di vita.
L’Africa è qui su questa terra rossa, è negli occhi dei bambini.
L’Africa è nel cielo nero e stellato di una notte meravigliosa come questa che
mai dimenticherò».