racconti e
diari di viaggio, foto, suggerimenti e idee
di Alessandra e
Marco
Messico 2006 - diario
di viaggio 23 agosto - 6 settembre
di Marcello
Protagonisti
Marcello e Paola di Potenza
Itinerario
2
pernottamenti a Oaxaca: visita alla città e al Museo nazionale, al sito di
Monte Alban, a Mitla, al villaggio di Tlocolula e ad El Tula;
2 pernott. a Puerto Angel: escursioni balneari a Mazunte e a San
Agustinillo;
2 pernott. a San Cristobal de las Casas: escursione al Canon Sumidero di
Tuxtla G., visita al villaggio tzotzil di Chamula e al villaggio tzeltal di
Abasolo, al Museo Na Bolom e al mercado municipale di S. Cristobal ed al
sito archeologico di Toninà;
3 pernott. a Palenque: escursione alle cascate di Agua Azul e di Miso-ha,
visita a le "ruinas" di Palenque e al Museo del Sitio e gita ai siti di
Yaxchilan e Bonampak;
3 pernott. a Ciudad de Mexico: visita al Templo Mayor, ai monumenti della
città, spettacolo di piazza dei Mariachis e manifestazioni ludico-politiche
a lo Zocalo, gita al sito archeologico di Teothiuacan
Costi
Volo
Iberia a/r Roma - Città del Messico (via Madrid) € 730
Soggiorno
(inclusi noleggio auto e tutto il resto) circa € 750
Il giorno 23 agosto 2006 io e la
mia compagna Paola cominciavamo con piccoli problemi di conferma prenotazione
biglietti elettronici all’aeroporto di Fiumicino in Roma, il nostro viaggio in
terra messicana.
Il volo aereo durava circa undici ore e mezzo da Madrid a Ciudad de Mexico,
a cui vanno aggiunte altre due ore e mezzo, da Roma a Madrid (scalo tecnico),
per un totale di volo complessivo di circa 14 ore.
Arrivavamo a C.d.Mexico alle sette di mattina, del 24 Agosto
e con un taxi della Sitio 300 (con tariffe fisse a secondo delle
destinazioni), ci catapultavamo a Campos Eliseos nel quartiere Polanco,
per ritirare l’auto (una Ford Fiesta di segmento economico), preventivamente
prenotata e pagata dall’Italia, con la formula Todo Incluido.
Congedavamo il tassista (172 $, pesos messicani) e ci muovevamo per
divincolarci dalle viscere enormi del traffico della capitale. Il programma di massima prevedeva: due gg. a Oaxaca, due gg. di mare
aPuerto Angel sul Pacifico, due gg. a San Cristobal de Las
Casas cuore del Chiapas, tre gg. a Palenque compresa gita a Yaxchilàn
e gli ultimi tre gg. a Città del Messico, dopo aver consegnato l’auto,
che come già potevamo appurare nella capitale è più d’ingombro che altro.
Avevo già studiato il percorso generale e il programma di viaggio da circa due
mesi e tramite l’ausilio di una carta telefonica internazionale, dopo aver
individuato grazie alla GeoGuida del TCI, che in ciò è molto attendibile, i
possibili alloggi per le varie tappe, avevo già prenotato nei presunti giorni di
permanenza, eccetto Città del Messico, dove vista la grandezza della città,
presumevo di trovare facilmente disponibilità! Naturalmente questo è un metodo
non vincolante, se ci riserva la facoltà di verificare almeno dall’esterno,
l’attendibilità del consiglio della guida; comunque debbo ammettere che i
consigli su hotel, posade e ristoranti, sono risultati quasi sempre
validi.
Torniamo a noi, dopo una estenuante ricerca dell’autopista del Sud-Est, tra i
vincoli di traffico e la lunghezza della circonvallazione della città,
riuscivamo ad imboccare l’autostrada in direzione Oaxaca alle dieci del
mattino. La strada, confermava le “impressioni di cartina”, con lunghi tratti
dritti un po’ a saliscendi, stile strade extraurbane americane, per intenderci.
Primo assaggio dei pedaggi autostradali molto salati, in riferimento alla
qualità della strada (dei lunghi tratti autostradali sono addirittura ad unica
carreggiata!), comunque riuscivo a tenere una buona media e in cinque ore,
compreso dovute soste rifocillatici e di rifornimento, dopo quasi 500 km,
eravamo ad Oaxaca (pronuncia Ua-ha-ca).
L’impatto con la cittadina zapoteco-mixteca, di stampo coloniale nelle sue
costruzioni, non era però dei migliori, perché trovavamo molti tratti stradali
del centro, interrotti da ostacoli interposti per evidenti azioni di
manifestazione e protesta, auto distrutte da incendi, copertoni arsi per gli
incroci e giovani per le strade, impegnati a far deviare il tuo percorso,
insomma per ragioni a noi ancora sconosciute, l’impatto iniziale con Oaxaca,
non era dei più incoraggianti…
Ciò non toglie, che dopo qualche gimkana di troppo, riuscivamo ad addentrarci
per l’Hotel Cuilapan, pensione eletta dalla guida, e difatti l’aspetto
esterno ed il patio con il posto auto, che si intravedeva dalla strada, erano
abbastanza invitanti, quindi scendevamo dall’auto, ci presentavamo,
contrattavamo un po’ il prezzo (300 $ a notte, circa € 22) e ci sistemavamo
subito.
Tra sistemazione e doccia rigeneratrice, si erano fatte le cinque, e così ero
costretto ad involarmi al Museo de las Culturas de Oaxaca, ambientato
presso l’ex Convento di San Domingo; consapevole di aver tempo fino alle
20 per la visita, che doveva fungere da introduzione alla cultura e
all’archeologia Zapoteca e Mixteca, di cui l’indomani tra il sito di Monte
Alban e quello di Mitla, avremmo avuto il piatto forte, me la
prendevo abbastanza comoda e rimanendo quindi “impietrito”, quando alle 18.20,
il custode mi faceva scoprire di avere solo altri dieci minuti (l’orario
indicato dalla guida, era quello in vigore l’anno prima), e fortuna aveva
voluto, che il pezzo forte (il corredo funerario mixteco della tomba 7 di
Monte Alban), non me lo fossi riservato per ultimo, come faccio solitamente…
Il dopo museo ci vedeva in giro tra centro storico e Zocalo (“piazzone”
centrale di matrice spagnola), e così tra il comizio e i cartelloni dei
manifestanti, cominciavamo a comprendere i motivi della sollevazione di piazza,
che tanto aveva ostacolato il nostro cammino automobilistico nella ricerca
dell’albergo: la contestazione era diretta verso Ulises Ruiz, fresco e
risicato vincitore delle elezioni come governatore dello stato di Oaxaca
ad Aprile; ma successivamente contrastato ed avversato dalla classe
intellettuale e da tutte le componenti universitarie, sotto l’accusa di una
politica lontana alle esigenze della città e reo di un progetto di legge,
tendente a far decadere il sovvenzionamento di alcuni contributi a favore dello
studio e dell’Università.
Ritiratici in stanza, l’agognato riposo (che tirata tra aereo, auto e giro
cittadino…), era un po’ disturbato dai clamori di piazza della notte, in cui si
consumavano gli ennesimi incendi d’auto governative, e fuochi, presidi e blocchi
agli incroci stradali, che avrebbero accompagnato e caratterizzato sempre questa
due giorni in terra oaxaquena!
Il 25 Agosto, prendevamo confidenza, dopo i fugaci
assaggi del giorno precedente, con la cucina messicana, già in mattinata, dove
in un ristorantino vicino l’Hotel, ordinavamo una colazione in piena tradizione
messicana, così alla cieca. Alla base di tortille di mais, si
aggiungevano salse speziate e soprattutto il micidiale killer dei palati, il
chile, un peperone piccante, che si serve nelle tavole locali già di prima
mattina, spesso nascosto tra le insidie di una salsa apparentemente innocua…
Comunque, dopo questi fuegos diurni e dopo aver ingurgitato il primo
caffè all’americana di una lunga lista, io e Paola, ci appropinquavamo, con
l’inseparabile Fiesta, per la strada che conduceva al sito zapoteco di MonteAlban, per una prima occhiata ai resti di alcune delle culture
preispaniche, che dominarono in lungo e in largo il Messico, prima dell’avvento
di Cortes e delle inquisizioni d’oltreoceano!
La prima curiosità appagata era quella di poter vedere, da calcio-amatore quale
sono, un campo di juegode la pelota, territorio di contesa
mesoamericana dell’esercizio sacrificale, comminato ai giocatori risultati
perdenti nella disputa! Erano delle aree a forma di doppie “T”, delimitate da
muri, talvolta inclinati, sulla cui sommità venivano apposti degli anelli in
pietra o, si presume nel caso di quelli non ritrovati, in legno. I giocatori
venivano reclutati spontaneamente, o tra i guerrieri del luogo, o tra i
prigionieri di guerra, o nel caso di contese per questioni civili (come ad
esempio i diritti sulle terre). Lo scopo del gioco non era ludico, si trattava
di un rito che trasponeva il credo dei popoli mesoamericani sulla nascita e
sulla vita del Sole: un dio che si sacrificava ogni giorno al suo tramonto, per
combattere sotto terra i Signori dell’Inframondo e gli dei della Luna e
delle Stelle, e per poi risorgere per la vita sulla terra; ma per ciò, aveva
sempre bisogno di quella forza sprigionata dal sacrificio e dal sangue umano.
Così, in date ed occasioni prefissate, i giocatori, nelle due ali del campo di
gioco, con una pallina di caucciù, a forza di colpi con gomiti, fianchi o
ginocchia, si contendevano il loro sacrificio, con la pallina, che doveva essere
indirizzata nell’anello in alto e mai mandata in terra, in quanto
rappresentazione del Sole, che non tramonta.
Per il resto, Monte Alban è sicuramente il sito archeologico della città
mesoamericana, più longeva prima dell’avvento degli spagnoli. Circa 2000 anni di
storia zapoteca e mixteca si sono sviluppati in queste terre e poter individuare
tratti di mura del 500 a.C., era davvero esaltante, vi era persino un
osservatorio astronomico a forma di punta di freccia, unico nel suo genere, che
tra quei megalitici e costanti resti di piramidi scalonate (anche se sarebbe più
esatto parlare di tronchi di piramide!), tipiche dell’archeologia messicana,
rafforzava il senso dell’unicità verso ciò che stavo osservando…
In seguito chiarivamo il senso degli osservatori astronomici, in quell’intarsio
mistico tra religione, studio del tempo e delle stelle e ideazione dei
calendari, probabilmente deizzati a loro volta, che facevano dell’utilizzo degli
strumenti astronomici un elemento indispensabile!
Su svariati solleciti della mia companera, acceleravo riflessioni e
doverosa occhiata verso i Danzantes, stele di stampo olmeco (popolo
antecedente allo zapoteco), site nel museo del sitio e mi congedavo da
Monte Alban.
Alle due del pomeriggio eravamo a Mitla, a circa 45 km da Oaxaca,
una cittadina che si presentava subito nella sua natura indios, con
tiendas d’artigianato tessile e comidas obbligatorie al mercato,
sotto un sole cocente e quindi rigorosamente a base di frutta tropicale. Finito
il pranzo leggero e le trattative di mercato, ci inoltravamo per la visita del
secondo sito in programma, antica roccaforte della cultura mixteca. A Mitla
si evidenziò molto il passaggio (o la fusione) tra il popolo zapoteco e quello
mixteco, e non a caso i punti di forza della visita sono tutti di mano mixteca:
maestri dell’arte scultorea del minuto e dell’intaglio, le mura di delimitazione
dei templi costruiti sulle piattaforme, sono un gioiello dell’arte di
lavorazione della pietra, tanti piccoli mosaici a disegni geometrici e tutti
diversi, parete per parete! L’arte manovale dei mixtechi ebbe un’eco così
grande, che anche nel periodo in cui la zona dell’attuale stato d’Oaxaca,
divenne di pertinenza degli Atzechi, gli artisti mixtechi furono utilizzati per
la lavorazione dell’oro e delle pietre preziose, di cui la classe abbiente
atzeca si fregiava molto.
Dopo un assaggio del mezcal, liquore estratto dalla pianta dell’agave e
famoso per il suo corredo di verme sul fondo della bottiglia, prodotto in buone
quantità nei dintorni, rientravamo in direzione Oaxaca, per altre due
tappe sulla strada: il villaggio di Tlacolula, famoso per il suo
multicolore mercato, anche se l’orario risultava di smobilitazione, e dove non
riuscivamo a trovare, mio malgrado, le chapulines, cavallette fritte e
tostate (ogni esperienza locale va sostenuta ed alimentata…), ed El Tule,
piccolo villaggio che ospitava un ahuahuete, albero millenario di 40 mt
d’altezza e soprattutto d’oltre dieci metri di diametro!
In serata ci attendeva il mercato di Oaxaca, tra le tortillas
ripiene di vario genere, le banane fritte (eccezionali), e tra le bimbe
indios meno timide che ci siamo trovati di fronte in tutto il viaggio (le
tortille le abbiamo mangiate con loro), con il solito concitato comizio di
piazza per la eventuale destituzione di Ulises, governatore d’oltreconfine
(accusavano la sua residenza in altro stato).
Di notte stavolta, decidevo di scendere in strada, dall’albergo, per fotografare
i rivoltosi, ma all’appiccare dei fuochi, essi si indisponevano per la mia
presenza, e allora mi trovavo costretto a risalire al primo piano dell’hotel,
per poterli fotografare dal patio, clandestinamente…
Nella mattina del giorno successivo, 26 Agosto, si
ripartiva di gran carriera, stavolta con direzione balneare, Puerto Angel,
per un weekend davvero “Pacifico”. E pacifici sarebbero davvero stati i due
giorni tra i porticcioli di zona, ma non i quasi 250 km per arrivarvici: la
strada carrozzabile peggiore tra quelle che abbiamo affrontato e nonostante i
miei tentativi di sollecitarne l’andatura, lo dimostra il tempo di percorrenza
di cinque ore scarse! Le topas: fenomeno stradale tipicamente messicano,
ossia dossi o scaloni posti in prossimità dei villaggi, per limitare l’andatura.
Ma se a questo aggiungi la tortuosissima strada della sierra tra Oaxaca e
Puerto Angel, il mix diventa micidiale.
Fatto sta, che alle tre del pomeriggio riuscivamo a scorgere le onde dell’oceano
e confermando la fama infallibile di critica d’alloggi, vestita dalla nostra
guida: Hotel Buena Vista, immerso nel verde delle foreste tropicali, con
strutture in legno, letto a baldacchino chiuso da retina antizanzare e
terrazzino con immancabile amaca double. E il tutto a 300 $: non ci pensavamo
due volte!
Dopo una doverosa pennichella pomeridiana, scendevamo al porticciolo del paese,
dove una vasta flotta di pescatori a lenza (e senza canna), si muovevano con
maestria al calar del sole, sul moletto, inflazionato da innumerevoli esemplari
e antagonisti di spatole e pellicani, e che con sapienti strattoni verso l’alto,
catturavano parecchio pescados, in ciò i bambini, già figli d’arte,
apparivano spesso protagonisti!
Dopo tale spettacolo, la cenetta a base di pesce risultava consequenziale, e
allora, altro consiglio “guidato”, Rincon del Mar, risultava avere i
giusti connotati per una fresca e romantica serata in un villaggio come questo.
Su uno sperone, alto sulla costa, con vista su tutto il porto e il continuo
fragore delle onde che si spegnevano in riva al mare sottostante, un bel piatto
di gamberoni ed un atun (tonno fresco) alla veracruzana, facevano da
giusta cornice gastronomica alla quiete di quella sera.
Una pomeriggio-serata di tutto riposo in attesa del mare di domani.
E venne il Pacific-day, 27 Agosto. La notte una
delle solite burrasche a ciel sereno (o…quasi), aveva messo in discussione la
gita balneare di oggi, ma la mattina invece, si diradavano gran parte dei
nebuloni della notte, e il sole appariva nuovamente, ridonandoci la voglia di
oceano, necessaria per affrontare con il giusto piglio le sostenute onde di
queste zone. Una capatina dal gasolinero (un lt di benzina a 87 ottani
costa la bellezza di 6,665 $ in media, ossia meno di € 0,50!) e via per
Mazunte (10 km da Puerto Angel), un golfo ampio, ma non troppo
aperto, che permetteva di affrontare i capricci dell’oceano con una buona dose
di tranquillità. Arrivati sulla playa, notavamo tra i soliti alti cactus
a candela che emergevano sulle rupi adiacenti alla spiaggia, e molti avvoltoi
scorazzanti a cielo aperto, ma ciò non faceva che esaltare maggiormente la
messicanità del luogo. In acqua, io e Paola, eravamo in lotta continua con gli
umori del vento e si intuiva chiaramente l’eventuale pericolosità dell’oceano a
mare aperto. Ad un certo punto un’onda un po’ più pronunciata delle altre ci
scaraventava sott’acqua per qualche secondo, mostrandoci quale buon vento ci
portava….
La mattina proseguiva bene tra sole, bagni e l’osservazione di grandi granchi
neri sugli scogli. Poi altra puntata marittima nella vicina San Agustinillo,
pranzo doverosamente pescado e lunga sosta sulle amache del lido. Nel
pomeriggio nuova visita a Mazunte per l’allevamento di tortugas,
tra cui emergevano le caraibiche, recenti vittime di mattanza nei loro giorni di
“arenamento” naturale nelle coste vicine, e adesso protette con leggi nazionali
dalla carneficina degli anni scorsi.
Al ritorno in albergo, dal basso della nostra amaca sul terrazzo, si ascoltavano
dei rumori provenienti dal tetto in tegole del terrazzino, la nostra curiosità
veniva subito soddisfatta: un’iguana nera, con la cresta dorsale bianca, si
affacciava sorniona dal tetto e lentamente percorreva in bilico la trave in
legno del soffitto esterno, per poi rifugiarsi in una intercapedine del muro…,
la sorpresa era talmente tanta che pur avendo la fotocamera a nostra portata,
non riuscivamo a distogliere la sguardo dal rettilone.
Serata di tutto riposo e di tutto acquazzone, l’indomani ci avrebbe atteso il
lungo tratto che dall’oceano ci avrebbe condotto sui sentieri di Marcos,
ai 2.200 mt. di San Cristobal de Las Casas in Chiapas.
Alle sette e mezzo del mattino del 28 Agosto, dopo
un breve ma “lungo”caffè in hotel, proseguivamo sulla statale 200 in direzione
Tehuantepèc, passando per le bahias di Huatulco, ma non
fermandoci, vista la totale disconoscenza ed assenza di informazioni certe
riguardo i tempi di durata del tragitto stradale che ci avrebbe portato nel
pomeriggio in Chiapas.
La pioggia disturbava parecchio l’andatura del “coque”, e verso le nove,
un improvviso bisogno di rifocillamento, ci induceva comunque a fermarci presso
uno di quei baretti sulla strada: eletto il più rassicurante d’aspetto, stavo
per frenare, quando un’infima pietra emergente dal manto stradale adiacente il
locale, provocava una bella bozza sulla parte sottostante della carrozzeria
(vicino alla scatola del cambio). Subentrava in noi parecchia preoccupazione,
quando ci accorgevamo di un rivolo d’acqua proveniente all’incirca dal punto
dove avevamo subito il colpo, e allora decidevamo di raggiungere il più vicino
meccanico per ascoltare il suo parere. Venti km di divergenza, fino ad un certo
Raimondo Lopez, steso sull’amaca dell’officina, e sornione finanche
nell’esprimere il suo parere: un sonnecchiante controllo sotto l’auto,
un’occhiata al livello dei vari oli e un rassicurante “Es solo agua caliente”,
20 $ benedetti, per la diagnosi rassicurante, d’acqua convogliata da quella
pioggia che ininterrottamente stava disturbando il nostro tragitto…
Nel primo pomeriggio
arrivavamo a Tuxtla Gutierrez, capitale del Chiapas, e decidevamo
di entrare in città per un’immancabile strada panoramica al Canòn del
Sumidero.
Con l’acquazzone sotto cui ci
siamo trovati, il transito automobilistico veniva parecchio ostacolato dalla
scarsa visibilità di quei pochi cartelli indicatori del canyon esistenti in
città, purnondimeno alle cinque riuscivamo a percorrere la strada dei
miradores del parco e ci fermavamo ad ammirare il panorama dei 1200 mt di
strapiombo sul Rio de Grijalva, in ben cinque belvedere su sette,
grondanti d’acqua piovana, ma soddisfatti per uno spettacolo naturalistico
d’alta intensità.
Rimessici in moto, l’ultimo
tratto di strada era l’autopista per San Cristobal de Las Casas (33 $), e
alle sette raggiungevamo così il cuore del Chiapas, dopo undici ore e
mezzo, che senza soste sarebbero diventate nove, e comunque una lunga camminata…
Ci fermavamo al Barrio de
Guadalupe presso la Posada Jovel a 200 $ e stavolta ci accontentavamo
di una sistemazione più arrangiata, perché le stanze migliori sul lato opposto
della strada, erano più care.
Dietro l’angolo ci stava anche
un ristorantino di piatti tipici di carne alla plancha, e ricordo ancora
quei misti di carne “Al pastor”, con formaggio fuso, alla piastra, che
allietarono parecchio quella prima serata a San Cristobal.
Un breve giro notturno per
locali terzomondismi, in tempo per annotare quella prima sensazione di attuale
latitanza di movimenti neozapatisti, e consapevoli comunque di stare per cedere
alle lusinghe del sonno.
La mattina del 29 Agosto,
indossando le zapatas, riflettevamo sulle aspettative di una giornata
sulle tracce di Marcos, poi uscivamo e ci incamminavamo verso lo
zocalo e il mercato municipale. Il mercato era una succursale
dell’arcobaleno, accostato alla chiesa di San Domingo, la cui facciata
purtroppo era in restauro, l’occhio veniva frastornato e ammaliato dai
varieganti colori che spiccavano sui tavoli e sui pavimenti di quelle tende, una
miriade di oggetti e d’abiti, che catturavano la tua attenzione, disorientando
gradevolmente il tuo sguardo, come se fluttuasse leggiadro ed impotente in mezzo
a quella miriadi di tonalità diverse. Il tutto corredato da un’infinità di occhi
un po’ a mandorla, che ti scrutavano nei movimenti, per poi richiamare la tua
attenzione con qualche parola in tzotzil e qualche altra in spagnolo e
per alla fine offrirti per un pugno di pesos trattabili, qualche
oggettino o vestito indio, sicuramente realizzato a mano. Era impossibile non
cedere all’illusione di poter far tuo e di portare via con te qualche colore
adocchiato!
Dopo qualche tacos al
mais e l’immancabile bottiglietta di agua minerale (da noi preferita a
quella purificada…), la mia attenzione si volgeva ai merletti della
facciata della Iglesia di Santo Domingo, che si potevano solo intravedere
ai margini della copertura per i restauri che vi si stavano effettuando;
naturalmente la mia richiesta di poter scattare qualche foto, avendo trovato la
porta del cantiere socchiusa, è stata immediatamente accontentata…
Dopo un breve pasto, ci
attendeva il Museo Na Bolòm, una sorta di archivio storico della cultura
delle comunità Maya-Lacandone, che prima degli anni ’80, in seguito alle
politiche agrarie, finalizzate al disincentivamento delle attività agricole,
crearono qui nel Chiapas, stato in cui gli indios hanno sempre
avuto una grande componente, un forte scompenso sociale ed un conseguente
fenomeno di emigrazione e di spopolamento delle foreste lacandone (ai
confini del Guatemala). Poi tra movimenti neozapatisti e politiche di
istituzioni di Parchi nazionali e Riserve protette, il fenomeno si capovolse,
portando nuova linfa (ma anche presenze indios diverse dalle originarie)
nel Sud del Chiapas.
I due fondatori del museo-casa
di ospitalità Lacandona furono il danese Bloom e la moglie
svizzera Duby, essi vissero a
contatto con “il popolo verde”, tra miti e tradizioni che quel terremoto sociale
stava rischiando di smarrire per sempre e fecero della causa della difesa della
cultura maya lacandona (con la sua singolarità, come quella di una
religione che professava il credo di un Dio, K’akoch, che aveva generato
tutti gli altri Dei), la missione della loro vita.
Immersi nel cuore e col cuore
nell’eterogeneità, ci incamminavamo nel primo pomeriggio verso la cittadina (di
lingua tzotzil) di San Juan Chamula, per il suo mercato tipico, ma
anche per la famigerata chiesa di San Juan, ove il rito cattolico
introdotto dagli spagnoli nelle loro opere di “liberazione”, si intrecciava con
una sopita tradizione maya ed indios.
Sulla piazza, oltre l’immenso
mercato, emergevano difatti delle grandi croci a triadi (gruppi di tre), un po’
a cielo aperto, un po’ nascoste dal verde degli alberi. La riservatezza quasi
ostile della gente del luogo, tanto declamata dalla nostra guida, non veniva
minimamente colta da noi, anzi Paola dopo aver mostrato e donato dei fazzoletti
rinfrescanti a un gruppo di bimbi indios, ricevette la stessa richiesta
anche da due anziane indigene assai incuriosite dal nostro atteggiamento!
Al primo rasserenamento del
solito temporale pomeridiano, decidevamo di entrare in chiesa, e la prima
immagine che si parò davanti i nostri occhi, fu quella di una distesa immane di
luci di candele, incollate con la stessa cera al pavimento della chiesa
(ricoperto di aghi di pino), per tutta la sua lunghezza. Era la fiesta de
Santa Rosa, uno dei tanti santi venerati dalla chiesa, e i fedeli, da soli o
più spesso in famiglia, portavano dei doni alimentari a devozione della santa o
probabilmente per alimentarla: uova, tequila, coca cola, polli morti ecc., era
tutto un susseguirsi di preghiere effettuate con i toni delle nenie, di
accensioni di candele poste in file ordinate (il numero di candele per fila,
certamente doveva avere qualche recondito significato), e di sorsi di coca e più
spesso di tequila…! E tra lo stato d’ebbrezza generale, il Maestro deputato al
santo festeggiato, s’introduceva in chiesa seguito da una banda, per venerare il
santo nel suo singolo armadietto di pertinenza. Difatti parlando con un addetto
all’organizzazione, chiarivo alcuni punti: le fiestas durano tre/quattro
giorni e ad ogni santo, la cui statua era presente in chiesa, viene dedicata
durante l’anno una festa, è inoltre severamente vietato, da una disposizione
comunale l’effettuazione di foto e riprese (sigh!) e quella era l’unica e sola
chiesa del villaggio (60.000 abitanti). Quindi contando non meno di 40
armadietti, potevamo dedurre che a Chamula ogni anno c’erano minimo 120
giorni di festa!!! Il resto era altrettanto
altamente suggestivo, come i vestiti dei suonatori e dei cantatori, in lana di
pecora bianchissima, come il sottofondo corale all’interno della chiesa e come
la nostra doverosa e finale visita ad un cimitero che doveva forza maggiore
sprizzare un senso di “vitale” diversità.
Sotto i fulmini del ritorno a
San Cristobal, suggellavamo la nostra suggestione, con una approfondita
visita serale per la città del fascino delle differenze e con la solita cenetta
alla “plancha” già adottata il giorno precedente.
Chiudevo gli occhi pensando
che, nonostante l’impalpabile presenza (o assenza) di Marcos, qui si
respira comunque ancora un senso di estraneità e di divagazione dal congiunto
mondo conosciuto finora, quandanche il mondo del sonno prese finalmente il
sopravvento.
La levata del 30 Agosto,
con strada in direzione Palenque, ci conduceva alle 9 del mattino in un
villaggio in provincia di Ocosingo. Si chiamava Abasolo, era una
comunità di lingua tzeltal e avendo già visto numerosi bambini con lo
zainetto a tracollo, percorrere la strada montana in direzione del paese, una
volta giunti ad esso, decidevamo di andare a curiosare presso una scuola del
luogo. Convincevamo ben presto il direttore della scuola elementare (lì
effettuano i primi sei anni d’istruzione tra i due/tre anni d’età fino agli
otto/nove), vincendo le sue resistenze ministeriali, per poter visitare una
classe all’inizio delle lezioni. Il maestro però bloccò la lezione per spiegarci
il programma di bilinguismo, con la contemporaneità di insegnamento di lingue
spagnole e tzeltal, la composizione della classe (oltre 40 alunni) e
l’apposizione del nominativo dei bambini sul proprio banco in ambedue le lingue!
Tra gli schiamazzi ed i
festeggiamenti curiosi dell’evento di una visita straniera, da parte dei tanti
bambini ancora non entrati in classe, congedavamo e salutavamo il direttore, per
ripartire alla volta del sito archeologico di Toninà.
Era il primo sito di
archeologia e storia Maya, che potevamo visitare: il Chiapas difatti si
distinse tra l’altro come area in cui si insediò la cultura maya, nel periodo
storico considerato più fiorente, l’era classica dei Maya, all’incirca tra il
250 e il 900 d.C., e Toninà rappresentò una città che segnò gli ultimi
anni di questa era (mentre dal 900 al 1500 si parla di era maya postclassica).
Il museo era un ottimo preludio alla visita degli scavi, e si apprezzava molto
una serie di reperti scultorei in pietra, che introducevano l’abile uso della
numerazione tra i maya, l’utilizzo di simboli detti glifi, come scrittura e come
individuazione di eventi o di attestazioni dinastiche e l’immagine di statue
raffiguranti sovrani deificati, alcuni Dei dei cieli e altri Dei del mondo
sotterraneo (l’Inframondo).
La settima e l’ottava
piattaforma della piramide principale del sito, difatti, simboleggiavano
rispettivamente i nove signori dell’Inframondo e i tredici Cieli, mentre
gli stucchi in rilievo sulla parete della sesta piattaforma, riproducevano il
mito dei quattro Soli (o dei Rombi), come stagioni o come ere cosmogoniche, che
si sacrificavano con la decapitazione per poi risorgere in una nuova era
(rappresentati, difatti, a testa in giù…). I Maya, tra l’altro, furono l’unico
popolo mesoamericano che utilizzò anche una forma di calendario caratteristica,
denominata a Conto Lungo, che partiva da un giorno prefissato, si calcola 13
Agosto 3113 a.C., per concludere il ciclo terrestre dopo circa 5125 anni (dopo
le cinque ere cosmogoniche) il 21 Dicembre 2012; e Toninà, rappresenta
l’ultima testimonianza accertata del calendario a Conto Lungo tra le
popolazioni delle città maya (questo tipo di calendario sparì dopo il 909 d.C.).
Finita la visita ritornavamo
sulla San Cristobal-Palenque, strada tanto demonizzata dalle varie guide,
ma devo sottolineare invece che, a parte le solite fastidiose topas, essa
è solo una impegnativa strada di montagna, ma di certo non paragonabile alla
tortuosissima strada per Puerto Angel percorsa qualche giorno prima.
Verso l’una e mezzo, eravamo
alle cascate di Agua Azul, posteggiavamo l’auto con lo sportello
posteriore destro a “filo d’albero”, visto che la sicura era un po’ difettata e
che i bagagli erano a vista, e ci fermavamo ad un ristorante del luogo per due
carpe fluviali. V’erano una serie di cascate, cascatelle e cateratte che si
succedevano nell’arco di mezzo chilometro.
Successivamente ci fermavamo
anche a Miso-ha, a circa 10 km da Palenque, per ammirare le altre
cascate, stavolta ben più alte, con l’agua meno “azul”, rispetto a
quella già poco “azul” delle cascate precedenti, ma con panoramica
sicuramente altrettanto piacevole…
Alle sei arrivavamo finalmente
a Palenque, nel nordest del Chiapas, ma ci accorgevamo che
l’albergo eletto tra la strada delle rovine, era “simpaticamente” immerso nel
verde della foresta tropicale, scenario molto bello, se non fosse stato per
l’umidità soffocante che si avvertiva nell’aria…; così decidevamo di optare per
altro, e dopo una veloce ricerca, riuscivamo a trovare, sempre in quella strada,
la posadaMargarita, composta da una serie di villette
multicolori, immerse nel verde ma con un ampio spazio aperto tra di loro. Dopo
breve contrattazione ci accordavamo per 350 $ a notte e già l’immediato bagno in
piscina ci convinceva di aver fatto una buona scelta.
La sera a Palenque
assaggiavamo il tamale, sempre appartenente al regno del mais, ma
stavolta con pasta ripiena di verdure cotte ed avvolta con foglie di banano.
Il 31 Agosto, era il
giorno prescelto per la visita al complesso archeologico maya di Palenque.
La mattina si apriva con una strana colazione continentale, presso il ristorante
adiacente all’albergo, unico caso di desayuno o comida
irrispettoso della tradizione gastronomica del paese che ci ospitava…
Terminata in fretta quella
parentesi europea, ci affrettavamo per le ruinas de Palenque, per evitare
lo spettro di orari impossibili, vista la percentuale di umidità che era già
avvertibile nell’aria.
Già alla prima occhiata alla
antica città-stato di Palenque, si avvertiva immediatamente la diversità
di questo sito rispetto gli altri finora visitati: imperavano marcatamente i
templi alla sommità delle piramidi, di cui non emergevano tanto l’altezza ma
quanto la proporzione, i templi stessi presentavano, nello stile tipico delle
città maya dell’America Centrale, una cresta di pietre sul tetto, ma queste
merlettature, invece di essere apposte posteriormente, spiccavano proprio sulla
parte centrale del tetto dei templi, donando a tutta la piramide, una grazia e
un’eleganza tipica.
Qui, inoltre vi furono le
prime realizzazioni ed utilizzi di spazi anche all’interno delle costruzioni
piramidali, come la tomba di Kin Pakal, ricavata entro una parete di una
piattaforma della Piramide delle Iscrizioni.
Sul Palacio, anch’esso
sopra una piramide, spiccava tra l’altro una costruzione turrita, individuata
come probabile osservatorio astronomico, ed il palazzo stesso, sede di
governanti e consiglieri sacerdotali, era un susseguirsi di templi e di patii,
con le pareti dei muri costellate di bassorilievi e di sculture rappresentanti
la storia dinastica della stirpe di Pakal, riti ed offerte sacrificali
(dopo le contese di guerra o i juegos de la pelota) ed un ampia
numerazione glifica, in cui spesso numeri (vigeva la numerazione vigesimale: il
punto era 1, la barra era 5, la conchiglia il 20 e l’ovale lo 0) e glifi,
narravano intere storie di incoronazione o di glorificazione dei sovrani.
I templi della deificazione
dei sovrani alla loro morte (come quella di Kan B’alam, figlio di
Pakal), appartenevano invece al cosiddetto gruppo della Croce, così
denominato perché oltre agli stucchi e ai bassorilievi in pietra, raffiguranti
incoronazioni ed ascese ai cieli dei sovrani di Palenque (il cui apice
della storia fu all’incirca dal 650 all’800 d.C.), furono scolpite delle Ceibe,
alberi cosmici, che apparentemente ricordavano delle croci, ma che in effetti
demarcavano per i Maya, il punto di congiunzione tra la terra ed il cielo.
La città di Palenque,
fu la più rappresentativa della cultura maya nel periodo classico, ma non ebbe
il predominio politico e militare sulle altre, in quanto a quell’epoca emergeva
un sistema di città-stato, che presentavano un apparato politico a carattere
teocratico (potere dei sovrani-sacerdoti), essa quindi influenzò, ma non dominò
le altre città stato di quell’epoca.
Dopo una sosta di “assaggio”
degli aguacates, caduti dagli alberi di cui era piena quella “foresta
maya”, e dopo una sosta più consistente per ritrovare le giuste energie
alimentari ed idriche, ci introducemmo al Museo del Sitio, trovantesi
proprio alla fine del percorso delle rovine. Lì si potevano osservare le varie
statuette ritrovate negli spazi delle aree sacrificali o come corredi alle
tombe, e spiccava, nelle figure riproducenti personaggi umani, la deformazione
dei crani, che i maya praticavano regolarmente comprimendo con degli assi di
legno il cranio dei nascituri (quando le strutture ossee sono più deboli), in
quanto era loro convinzione che la fronte alta e schiacciata fosse simbolo di
potere e di autorità sociale.
Emergevano tra l’altro tra i
reperti del museo alcune lastre di sigillo tombale, e tra i bassorilievi si
notava Itzamnà, che per il credo dei maya del periodo classico era il Dio
assoluto, alla cui figura si assoggettavano tutti gli altri dei, come sue
autorappresentazioni. Secondo il mito maya, inoltre, uno stesso sovrano
sacerdote poteva elevarsi ad Itzamnà, dopo la morte, per meriti terreni e
divini conseguiti durante il suo regno.
Alle 16 chiudeva
l’interessante museo di Palenque, allora considerato il tasso di umidità
associata a quella giornata particolarmente afosa, decidevamo di ritornare nella
“laguna” della posada, dove facevamo presto a decidere di farci il solito
bagno pomeridiano in piscina.
In serata, prima fissavamo con
l’agenzia Kukulcan (“Serpente Piumato” dei Maya dello Yucatan)
l’appuntamento per la gita con il minibus per l’indomani a Yaxchilan e
Bonampak presso la frontiera col Guatemala per 500 $ a persona, e
dopo, cartoline rituali al Tropitacos con chiacchierate messicane tra i
tavoli, sempre con…contorno di tortillas!
Il pulmino per il fiume
Usumacinta arrivò alle sei di mattina del 1 Settembre, eravamo una
quindicina di partecipanti divisi in due minibus e la gita prevedeva anche una
sosta mattutina per la colazione a buffet e alle 14 una fermata in ristorante
per il pranzo.
L’organico era abbastanza
variegato anche se la presenza maggiore era quella italica con sei componenti,
poi vi erano quattro francesi, uno svizzero, un americano e due cileni. Alle
nove, eravamo già all’imbarco delle lanchas (piccole imbarcazioni a
motore), che ci avrebbero portato alla prima delle due tappe, il sito maya di
Yaxchilan, immerso nel verde della selva lacandona e oltretutto
famoso per la suggestione del sottofondo di versi delle scimmie urlatrici.
Dopo una simpatica traversata
di circa 40 minuti sulle acque del fiume (di cui si notava la rigogliosità della
vegetazione, la presenza metamorfica dei coccodrilli e l’elevarsi di alcune
capanne indigene sulle sponde del fiume), approdavamo alla meta Yaxchilan,
dove ci attendeva un sito maya del periodo classico, secondo per lustro solo ai
miti di Palenque e della guatemalca Tikal. Yaxchilan, regno
di una dinastia di “Uccello-Giaguaro”, seguì l’utilizzo delle creste a
merletti di pietre leggere centrate sul tetto dei templi, perpetrato a
Palenque e l’utilizzo delle volte tipiche dell’architettura maya . Esse
erano in effetti false volte, determinate da muri che s’innalzavano paralleli
all’interno degli edifici, per poi all’apice cominciare a convergere, fino a
toccarsi alla sommità, permettendo di ricavare solo parzialmente degli ambienti
interni ampi, nei templi e negli edifici maya, e ciò perché i Maya rimenevano
legati alla concezione di forme piramidali (a cui la “volta maya” si rifaceva),
come riproduzioni della traiettoria del sole nell’arco celeste!
Tra stele ed architravi con
rilievi si ammirava la storia di quattro regnanti “Uccello-Giaguaro” e di
numerosi riti di autosacrificio, inferti con corone di spine sulla propria
lingua, dalle madri o dalle spose dei sovrani.
Ogni tanto poi, un unisono
coro simile ai barriti, faceva da fondo sonoro alla visita, anche se
monodirezionale: ci dicevano che erano i versi delle scimmie urlatrici, ma nel
mondo del business del turismo, stentavamo parecchio a crederci…
Tra i coccodrilli un po’ più
svegli della mattina, all’una ci riportavano con le lanchas al minibus,
per il pranzo al ristorante; qui continuava la fase di socializzazione con i
componenti del gruppo, e bisogna ammettere che emergeva soprattutto la forte
personalità avventuriera e scanzonata della coppia cilena, vivente a New York.
Dopo pranzo, un simpaticissimo
messicano doc dell’agenzia (quante risate sui nostri dubbi sulle scimmie
“urlatrici”), si aggiungeva al bus per portarci al sito di Bonampak. Era
una città maya, meno importante e di lustro delle precedenti, dal punto di vista
politico ed architettonico, ma che emerse in quanto apoteosi dell’arte pittorica
e d’affresco dei maya del periodo classico.
La sua posizione marginale e
secondaria, la favorì in questa espressione artistica, perché non dovette
sottostare a schemi rigidi e formali di rappresentazioni pittoriche, così qui
emergevano immagini (alcune oggi visibilmente danneggiate, purtroppo), di
battaglie sanguinose, decapitazioni e sacrifici, e finanche del sovrano del
luogo (Kan Muwan II, 776 d.C.) intento a tenere in braccia il figlio!
Apprezzavamo molto
l’informalità e probabilmente anche l’estemporaneità che sprizzava in quei
colori che ancora si potevano ammirare tra le mura del tempio di Bonampak.
Senza cori di scimmie
urlatrici, stavolta, ritornavamo in pullman, congedavamo il brioso e “rotondo”
mexicano e ripartivamo per la volta di Palenque; alle sette, di ritorno
dopo una lunga chiacchierata con i connazionali, ci riportavano direttamente al
nostro alloggio (un servizio tutto sommato molto comodo e a conti fatti con un
ottimo rapporto qualità/prezzo: in caso di gita autonoma, a parte colazione e
pranzo e benzina dell’auto, ci sarebbero stati anche tutti i tickets da pagare,
compreso lanchas di Yaxchilàn e lacandoni di Bonampak)
e così poco dopo ritornavamo al centro di Palenque per una cenetta
veloce. Eletto un ristorante a caso, da chi ci sentivamo chiamare? Ma da Ricardo
e Marielena, i cileni naturalmente…, così , sedutici al loro tavolo, da una
cenetta veloce, la serata si trasformava in un allegro scambio di opinioni sullo
stato del mondo intero…
Fascini nascosti del
viaggiare!
Il programma del 2
Settembre, prevedeva la lunghissima traversata da Palenque a Città
del Messico, per totali 950 km circa e avendo pagato e salutato
l’albergatore già il giorno precedente, alle sette puntuali, dopo il solito
pieno di benzina della lunga serie, lasciavamo Palenque per il lungo
percorso.
I primi 150 km, tra
Palenque e Villahermosa, capoluogo del Tabasco, erano di
statale con qualche topas, ma con strada abbastanza rettilinea, vicino
Villahermosa ci fermavamo solo per il caffè e qualche brioches, poi un'unica
tirata autostradale, con posti di pedaggio ogni circa 100 km e con fermata per
pranzo a base di tacos dorade (ottime) in una stazione di servizio
dell’autopista; ne approfittavamo anche per prelevare 1500 $ (equivalenti a
circa € 117, commissioni e tasse incluse) presso il Bancomat e poi ripartivamo
per la capitale.
Dopo aver rallentato un po’ il
ritmo tra le alture dell’altopiano di Puebla (ci doleva parecchio non
poterla visitare, ma il tempo c’era tiranno), arrivavamo a destinazione verso le
sei (il totale dei pedaggi di oggi era 803 $!) e sorprendentemente, seguendo le
indicazioni dell’Avenida Zaragoza, riuscivamo a trovare la strada per il
centro abbastanza agevolmente, e vicino allo Zocalo c’era anche l’Hotel
Azores, ben commentato dalla nostra guida; il prezzo di 290 $ per la
doppia, già anticipato correttamente dalla guida, era ottimo, e per quella notte
avevamo a disposizione il parcheggio privato dell’albergo, incluso nel prezzo,
per poter sistemare l’auto con tranquillità prima della consegna definitiva
della stessa all’Avis, fissata per la mattina successiva.
Una volta sistematici in
hotel, scendevamo per il giro classico intorno al centro di Ciudad de Mexico.
L’incipiente folla che
immaginavamo di dover incontrare, era ancora più numerosa del previsto,
nonostante già verso le sette e mezzo, i negozi cominciassero a chiudere, perché
lo Zocalo in quei giorni ospitava la manifestazione di protesta contro
l’andamento degli spogli elettorali di due mesi prima, da parte del PRD,
ovvero Partito di Rivoluzione Democratica, la sinistra messicana (izcuerda),
il cui rappresentante Lopez Obrador era stato battuto nelle presidenziali
da Felipe Calderon del PAN, la destra nazionale (derecha).
La vittoria risicatissima di circa quattromila voti, aveva scatenato le accuse
di brogli elettorali e la piazza era divenuta luogo di assemblea continua e di
manifestazioni, almeno fino alla prossima ufficializzazione del verdetto
elettorale, da parte della Corte Costituzionale messicana.
Quindi la sera era spettacolo
nello spettacolo, con compagnie di danzatori, cantanti ed attori che si
esibivano sul palco “politicizzato” fino a tarda notte!
Naturalmente non mancavano tra
gli stands, gli appunti e gli aneddoti umoristici e sarcastici rivolti verso il
Vaticano o la Chiesa importata dagli spagnoli in America Latina…
Domenica 3 Settembre,
scendevamo in strada alle sette per andare a consegnare l’auto a CamposEliseos, in tempi rapidi per la totale mancanza di traffico in prima
mattina, arrivavamo in “solo mezzora” a destinazione e verificavamo la
inesattezza delle nostre riserve sulla formula All Inclused del nolo auto,
riguardo danni o furti. Una volta consegnata, difatti, l’auto non veniva nemmeno
controllata ed immediatamente ci venivano riconsegnati i modelli prefirmati
della carta di credito, che avevamo lasciato a cauzione sul pieno di carburante
e su eventuali giorni di noleggio addizionali.
Con il taxi ritornavamo in
zona centro e dopo una colazione consistente, a base di pandolce, in un bar
della piazza, ci indirizzavamo verso la Cattedrale e il suo splendido
Sagrario churrigueresco. Essa era il simbolo del trionfo spagnolo di
Hernan Cortes su Monctezuma II e sugli Atzechi, che dominarono in
Mexico fino al 1521.
La Cattedrale fu
costruita in prossimità delle rovine delle piramidi dell’antica Tenochtitlàn,
la mitica città atzeca, che emergeva delle lagune in cui, con un sistema di
griglie di terra galleggianti fissate da alberelli sul fondo della laguna (chinampas),
si effettuava la coltivazione dei prodotti alimentari, e gli spagnoli una volta
distrutta la città atzeca, con le pietre dei loro templi, costruirono i propri
ancora più alti ed imponenti!
Essa difatti emerge imponente
sull’ampia Plaza della Constitucion, e numerose cappelle barocche
dorate spiccano tra i corridoi delle tre navate, con il superbo Altar de Los
Reyes e il maestoso coro, con un organo imponente.
Cordone ombelicale della
Cattedrale, diventava quindi la visita al Templo Mayor, le cui rovine
furono portate alla luce casualmente negli anni ‘80, e che oggi mostra solo le
ultime piattaforme delle antiche piramidi, le cui pietre furono utilizzate per
la costruzione della vicina cattedrale.
Questo era una parte del
complesso atzeco, una serie di edifici, piramidi e templi, costruiti, secondo la
leggenda, nel punto esatto in cui un’aquila si poggiò su un cactus; era il mito
di Huitzilopochtli (sono riuscito a scriverlo correttamente…), legato ai
culti del Sole e della Guerra ed impersonificato da quell’aquila errante (per i
popoli mesoamericani, l’Aquila era la rappresentazione del Sole di giorno ed il
Giaguaro quella del Sole di notte).
Il mito atzeco vuole che il
Templo Mayor si trovi perfettamente in direzione verticale al di sotto dei
tredici cieli ed al di sopra dei nove livelli dell’Inframondo; la
rastrelliera dei teschi (lo tzompantli), inoltre, era il muro per
l’apposizione dei teschi dei sacrificati, previa la loro decapitazione dopo il
rito sacrificale, e suggellante la celebrazione di un anno particolare (ad
esempio la coincidenza dell’anno Sacro di 260 giorni, con quello Solare di 360
giorni, evento che avveniva ogni 52 anni). Nei resti del tempio si possono
comunque ammirare le rappresentazioni del Dio dell’acqua Tlaloc, sia come
statua semi-antropomorfa, che come rana, e le rappresentazioni del Serpente
Piumato, che si identificavano a sua volta con la storia di Huitzilopochtli.
Il grande medaglione di pietra
in bassorilievo (8 tonnellate), riproducente il Dio della Luna Coyolxauhqui,
e sito nel museo adiacente, oltre ad essere il primo dei ritrovamenti
dell’antica Tenochtitlan, ricorda il mito tolteco della dilaniazione
della Luna (che infatti è riprodotta con testa e braccia staccate dal corpo), da
parte del Sole appena partorito dalla madre Terra. Questo comunque attesta
ulteriormente che il carattere delle religioni mesoamericane (popoli nauatl,
zapotechi o maya), era profondamente diverso da
quello di altre fedi, spiccava difatti il culto indistinto per divinità diverse
e disparate, i cui voleri conducevano sempre all’ordine cosmico e naturale delle
cose, in altre parole per i popoli dell’antico Messico non esistevano Dei
benefici o Dei malvagi e tutti loro indistintamente venivano venerati nei loro
templi!
Alla sinistra dell’uscita del
Templo Mayor, dipartiva la mitica calle Moneda, il cui mercato
domenicale risulta ancora più affollato del solito, gente di tutti i tipi, per
una scelta senza confini, con sosta obbligatoria per una pannocchia di mais
arrosto, o per le ennesime tortille ripiene di carni e salse.
Naturalmente acquistare tra le tiendas degli artigiani è doveroso…, non
so stimare il numero di persone esatto presenti per le tre vie parallele che
davano sullo zocalo, ma penso di non essere esagerato se dico che eravamo
almeno in 50.000!
Nel pomeriggio ci attendeva
una divagazione in direzione del Parco dell’Alameda, dove tra
l’eclettismo del Palacio delle Belle Artes, il verde dei giardini
e gli ipnotici colori e le forme accattivanti dei dipinti di Diego Rivera,
di Orozco, di Siqueiros e di Rufino Tamayo, potevamo
concludere il nostro tuffo a ritroso anche nel Messico degli anni “a cavallo”
con le Rivoluzioni “de tierra” di Emiliano Zapata e di Pancho
Villa (tra il secondo e il terzo decennio del ‘900). Poteri forti e reazioni
forti, che hanno sempre caratterizzato la storia di questa terra, che ha
comunque forzatamente integrato culture diverse, ha tenuto in piedi interessi ed
esigenze divergenti, che non si è mai sollevata in maniera perentoria dalla
stentatezza e dalla precarietà del modo di vita, ma che è riuscita a mantenere
una forma di tolleranza e di convivenza con/delle diversità, oramai intrinseche
oggi nel suo tessuto sociale.
I colori della forza, i colori
della differenza, i colori della rivendicazione ed i colori della tolleranza:
sembrano tutti in grande contrapposizione, ma sono invece presenti e vivi nei
quadri appena ammirati, nei viali e nei palazzi fotografati e nella gente che
adesso ci passa accanto.
E dopo questa sbornia di
colori, la sera dopo una buona cena al Ristorante dell’Hotel (con l’aria
freddamente condizionata, però…), una tequila era la giusta conclusione di
questa giornata.
E venne il giorno, 4
Settembre, della città degli dei: la mitica Teotihuacàn. Essendoci
sbarazzati dell’auto, dovevamo usare i mezzi pubblici, cosicché per raggiungere
il Terminal del Norte, bisognava prendere tre coincidenze della
metropolitana, partendo dalla fermata dello Zocalo (unico biglietto: 2
$), poi arrivati alla stazione bus, il pullman partiva ogni 15 minuti ed
impiegava circa un’ora per arrivare a destinazione (costo biglietto $ 54, a.r.).
Alle dieci del mattino eravamo
già a Teotihuacan, e la città degli dei, si presentava in tutta la sua
immensità: l’asse stradale principale, la Calzada de los muertos, che la
attraversava nel solito orientamento Sud-Nord, tipico delle antiche città di
cultura mesoamericana, lo sviluppo del sito era di quasi tre km lineari, attorno
ai cui margini si sviluppavano edifici e piramidi, costruiti soprattutto a
livelli orizzontali.
L’architettura dei
teotihuacani, si espresse con ampliamenti ed estensioni di edifici a pianta
molto larga, per cui le loro piramidi si estesero molto in larghezza e
lunghezza, ma anche in altezza. La Piramide del Sole, difatti risulta in altezza
la terza del mondo (66 mt.), e si eleva attraverso cinque piattaforme ed un
numero consistente di gradini, che portano alla sua sommità, dove vi era
costruito un tempo il tempio sacerdotale. La cultura della città degli dei
(100/800 d.C.), fu forse la prima, tra i popoli preispanici, che adottò la
tecnica delle sovrapposizioni di una piramide all’altra. La costruzione degli
edifici piramidali del sito, comunque, seguì un unico progetto, in cui si
sovrapposero i muri ed i gradoni di pietra ai terrapieni elevati
precedentemente.
All’entrata del sito, vi è il
tempio di Quetzalcoatl, il famoso Serpente Piumato, Dio nauatl
legato al tempo, al sole ed alla guerra, e innumerevoli suoi bassorilievi si
alternano con quelli del Cipatli, il mitico coccodrillo della Creazione.
Continuando la Calzada,
s’incontrava il Museo del Sitio, che riportava reperti delle cinque fasi
della storia di Teotihuacan, città che fu popolata da oltre 150.000
abitanti nel periodo di maggiore fulgore. Interessanti sono anche i reperti di
manufatto locale, trovati in Guatemala, in alcune zone maya del
Chiapas e nelle aree zapoteche di Oaxaca, che dimostrano la grande
influenza esercitata da questa cultura anche in zone molto lontane, e mostrando
l’attendibilità delle tesi di espansioni commerciali e talvolta politiche, alla
ricerca di nuove risorse di sostentamento e di approvvigionamento di minerali
preziosi da utilizzare nel manufatto di gioielli e di penne pregiate (di
quetzal), con cui fregiare i sovrani e i rappresentanti delle classi
abbienti.
La Piramide della Luna,
chiudeva infine sulla Plaza Mayor, la Calzada de los Muertos; essa
emergeva sulla piazza, meno alta della Piramide del Sole, ma comunque più
proporzionata, con le sue quattro piattaforme, risultando la degna conclusione
della visita al sito che fu più venerato e più popolato dell’intero novero di
città preispaniche.
Tra le bancarelle adiacenti
agli scavi, acquistavamo quindi qualche riproduzione su metallo del calendario
nauatl (Teotihuacano, Tolteco ed Atzeco), con la presenza dei venti
giorni del mese mesoamericano, dei tredici mesi dell’anno Sacro o Rituale, dei
diciotto di quello Solare o Civile, delle quattro stagioni, del ciclo dei
cinquantadue anni, ecc. Alle cinque eravamo nuovamente
nei pressi dell’albergo, continuando a curiosare imperterriti per le prossimità
della Plaza, ove si esibivano numerosi gruppi di artisti da strada, come
danzatori indiani o ginnasti giocolieri e tra la folla e i comizi del PRD,
decidevamo di optare per la Plaza Garibaldi, per dare un’occhiata ai
famosi mariachis.
Erano i primi sombreri che
vedevamo dopo due settimane: e così come il loro abbigliamento, appariva desueta
anche la loro vitalità musicale, tendente soprattutto a corteggiare con serenate
a colpi di tromba e di violino, tutti quei turisti che si affacciavano per la
loro Plaza!
Il giorno fissato per il
ritorno in Italia, il 5 Settembre, approfittavamo degli ultimi scampoli
rimasti in mattinata per un’ultima colazione messicana con crema di frijoles
(fagioli) e chile a volontà, e tra i tavoli di questo bar vicino al
nostro albergo, conoscevamo una giornalista di Cancun, venuta qui per la
manifestazione d’attesa del responso definitivo elettorale. Ci parlava con
trasporto e preoccupazione per uno stato di emergenza democratica, con continui
brogli elettorali e con un’informazione eccessivamente filogovernativa (in ciò
tutto il mondo è paese), ed ammetteva di attendere con fibrillazione, gli esiti
della disputa postelettorale, ci congedavamo tra i suoi attestati di speranza,
ma poche ore dopo la Corte Costituzionale sentenziava la vittoria definitiva di
Felipe Calderon e del suo PAN destra!
Poi ci affrettavamo, prima
dell’arrivo del taxi, alla spedizione dell’ultimo blocco di cartoline al
CorrejoPostal, dato che in Messico i francobolli si acquistano solo
alle poste (dalle 9 alle 18), e poi il taxi e via per l’aeroporto con volo
fissato alle 12.
Su un sedile dell’aereo,
mentre dal finestrino vedevo allontanarsi sempre di più la terra messicana,
pensavo ad una sintesi di messicanità: un popolo che nei trascorsi indigeni
aveva imparato a convivere con il sacrificio della vita rivolto alle entità, e
che successivamente dopo la conquista spagnola imparò a sacrificarsi per
affermare la sua vera identità, ma ancora oggi questi sacrifici non hanno dato
tutti i frutti attesi da tempo.
E continuando a fissare la
lenta intrusione in mezzo a quelle nuvole erranti, mi venivano in mente così, le
parole di Fernando Pessoa, il grande scrittore portoghese, viaggiatore per
antonomasia: “Viaggiare così è il viaggio, l’assenza d’avere un fine e d’ansia
di conseguirlo…”