Data la partenza alle 7 da Fiumicino, non c’è altra soluzione per me che
prendere l’intercity Caserta Roma Tiburtina dell’1.59, seduto su sediolini del
corridoio, per timore di un’addormentatura fatale sui sedili comodi (!?) dello
scompartimento.
Il controllore, che sta dalla parte dei deboli, insiste a farmi accomodare
dentro perché, dice, non è giusto che gli altri si stendano, mentre io soffro
lì. Non può sapere che la mia è una sofferenza volontaria e necessaria, oltre
che di viaggi notturni stravaccato in comparti di vecchi espressi ne ho fatti a
volontà, fregandomene dei cristi a farsi la nottata nel corridoio.
Due ore sembrano un’eternità, a ciondolare la capoccia dal sonno; di tanto in
tanto un’emigrata d’altri tempi esce per il bagno: donna calabrese dalla stazza
tarchiata e robusta, foulard campagnolo in testa, salami e vino nella tovaglia,
cartoni pieni di generi di prima necessità e regali caserecci. Ma sono a
Tiburtina, finalmente; poi a Fiumicino, poi al Charles de Gaulle, ed infine,
dopo un viaggio moscio su per l’Africa nera, al triste aeroporto d’Ivato, pochi
km. da Antananarivo. I pochi e piccoli aerei dell’Air Madagascar sembrano presi
da un sonno da letargo, adagiati qua e là sulle piste, mentre il pachiderma
volante dell’Air France pare capitato lì per sbaglio, dopo aver perso la via dei
cieli.
Le solite formalità doganali, poi, a 2 km, il paesino che dà il nome
all’aeroporto; lì dormo, infastidito da tutto per la stanchezza (che ora è; da
quanto sono sveglio?). Il mattino dopo sloggio, per raggiungere la cittadina d’Antsirabe,
la prima che s’incontra visitando gli altipiani centrali del paese. Il mancato
assalto che temevo all’aeroporto di Tana c’è stato invece alla gare routiere di
Antsirabe: appena scortomi, decine di conduttori di pousse pousse infilano la
testolina fra i finestrini del taxi brusse, ancora in movimento, per
accalappiarmi, rischiando di spezzarsi l’osso del collo. Data la temerarietà del
gesto per farsi i pochi centesimi della corsa, capisco che me li terrò incollati
per un po’; infatti, una decina di loro mi sta alle calcagna, corteggiandomi,
per il primo km di scarpinetto. Mi rompo, e chiamo uno che invece viene in senso
contrario, facendomi portare in prossimità dell’albergo (non all’albergo,
per evitare rotture a posteriori).
Antsirabe offre al viandante straniero il paradosso di una cittadina tranquilla
e rilassante, e contemporaneamente il turbamento provocato da schiere di
mendicanti di tutti i tipi: bambini, storpi, raccolti in famiglie dedite
all’attività a tempo pieno, vecchi incapaci di provvedere alle loro necessità;
partendo in taxi brusse dopo un paio di giorni, alla stazione di rifornimento
dove normalmente il mezzo si ferma appena fatti i soldi dai passeggeri, due
vecchiette, che sotto quell’aspetto di miserabili donato loro dai stracci e la
sporcizia, si appostano al mezzo per chiedere dell’elemosina. Mollo loro una
busta di nespole appena comprata, da consumare in viaggio, e se la prendono con
tanta umiltà, mangiandosi quel pasto inaspettato sedute sul marciapiedi, in un
angolo, salutandomi e ringraziandomi ulteriormente quando le oltrepassiamo, per
lasciare il posto.
La seconda sera ad Antsirabe mi rendo conto, per caso, consultando la cartina
del paese affissa nella sala dell’albergo, che presumibilmente non sarò in grado
di compiere il giro che intendevo fare, a causa di mancanza di collegamenti fra
località della stessa regione, o adiacenti. Febbrilmente studio la mappa e le
indicazioni offerte dalla Lonely circa i posti da visitare, dato che l’indomani
partirò per proseguire il viaggio; decido infine di deviare verso la costa
occidentale, fermandomi nel paesino di Miendrivazo, e lì contrattare per una
discesa in piroga lungo il fiume Tsiribihina magari aggregandomi a qualche altro
turista che fa lo stesso giro.
Arrivo sul posto nel tardo pomeriggio, che corrisponde ad inizio serata, visto
che il sole da queste parti tramonta alle 17.30, o giù di lì, durante tutto
l’anno. E’ un posto polveroso, con funzioni di transito per i taxi brusse che
collegano la costa occidentale agli altipiani, oltre che per le chiatte che
lungo il fiume trasportano tabacchi, locali, e alla bisogna turisti a valle, ai
villaggi leggermente all’interno rispetto la foce del fiume. Già in partenza da
Antsirabe un tipo mi aveva proposto il trasporto via fiume e jeep alla costa; mi
ero riservato di verificare altre proposte in loco, onde evitare d’impegnarmi in
qualcosa di poco conveniente, ma poi mi sono reso conto che quello che gli ho
dato, in confronto alle somme estorte ai turisti in arrivo a Tana, rincoglioniti
dal viaggio e spaesati dall’ambiente nuovo, non è granché.
Il buio cala rapidamente sulla cittadina, così come l’ora di cena, fra una
doccia ed una sistemata al bagaglio. Mangio per fatti miei, essendo naturalmente
allergico alle adunate di turisti che, credendosi in un’avventura, commentano i
loro viaggi, le tappe o si scambiano aneddoti ed informazioni, che si
volatilizzano non appena la comunicazione ha termine. E’ solo un modo per
tenersi compagnia, ed illudersi dell’importanza di quello che si sta facendo.
Quelli che mi faranno compagnia nei prossimi quattro giorni sono una coppia
francese ed una australiana, oltre ai due ragazzi vogatori e cuochi, e alla
guida, ipernutrita dagli affari coi turisti, che cade nell’equivoco di
considerarsi uomo d’affari di una agenzia eco turistica locale, consistente
nell’adescare lettori occidentali di guide malgasce della Lonely o Routard,
determinati a visitare le meraviglie del paese , da esse divulgate.
Dato che in albergo non c’è molto da fare, me ne vado camminando nel nero
notturno delle uniche due strade di Miendrivazo. Le strade sono pressoché
deserte, e gli unici posti animati sembrano un ristorantino locale ed un bar
affianco l’albergo, dove affluiscono ragazze vestite all’occidentale, la cui
attività è quella di prestarsi alle voglie sessuali dei viandanti, compresi i
waza, come me. Seduto in una veranda a bere birra, una ragazza timida mi si
offre attraverso l’intermediazione di un ragazzo dal fiato impastato dal rhum
locale e birra; sarà il fratello, il pappone, un amico, un impiegato del bar?
Mah. Tento di abbozzare un discorso sulla mia contrarietà al ricorso alla
prostituzione, ma è fiato sprecato; a quello non gliene frega molto, come alla
ragazza, che di lì a poco si alza annoiata, tornando dalle sue amiche. Finita la
birra, torno alla mia dimora, sul balcone in legno, da cui s’intravede il corso
del fiume che scorre lento più in là, attraverso la vegetazione che lungo le
rive cresce rigogliosa. Dopo i freddi degli altipiani, questo caldo umido mette
in circolo la voglia d’avventura, lo spirito del viaggiatore avvezzo ai caldi
desertici, ai monsoni dell’oceano indiano, alle paludi amazzoniche, alla
rassegnazione di faune insettifere ostili. Comincio a sentire il senso del
viaggio, l’incombenza della fatica, il sopravvenire dei disagi: quello che
giustifica un volo intercontinentale ed uno smazzarsi a 10.000 km. da casa.
Mi aggrego quindi alle due coppie di turisti, ed assieme alla guida e ai
vogatori precediamo sotto il sole cocente e lungo la calma piatta del fiume,
culo basso per non interferire nell’equilibrio precario del tronco scavato, a
cui affidiamo i beni di turisti occidentali. I ragazzi malgasci vogano per ore,
senza interruzione, alternando un braccio all’altro, e noi seduti, sdraiati,
anchilosandoci ogni ora di più. Le canne d’erba non servono ad alleviare i
dolori, ma solo a renderci più pacifici rispetto a quest’andare interminabile in
piroga. Ogni tanto intravediamo una scimmietta, un lemure, un antro, condominio
per famiglie di pipistrelli lunghi quanto il mio braccio, e due stronzi che
hanno appena cacciato ed ucciso di frodo un coccodrillo. Ci chiamano per
mostrarcelo, così i ragazzi accostano le piroghe alla riva, e giù foto, per i
ricordi d’avventure che non ci sono state, toccando parti dell’animale,
alzandogli le zampe come si farebbe al barboncino vivo nel salotto di casa.
Di tanto in tanto i turisti tirano fuori gommoselle dai colori psicadelici; il
francese ne offre qualcuna a dei bambini venuti dai villaggi circostanti a
curiosare, che le guardano con sospetto, infilandosele infine in bocca (Grazie,
wasa, ma che cazzo sono? Si mangiano?). Poi, lo stesso manda a cagare altri
bambini che lo tormentano chiedendogli il nome, un cadeau, una stylo ecc (Waza,
ma perché non molli qualcosa come hanno fatto gli altri, la scorsa settimana? E
dai waza, molla qualcosa…). Forse il francese è stanco per la lunga marcia dal
fiume al villaggio dove abbiamo dormito la terza notte, tuttavia molti di questi
turisti cosiddetti indipendenti commettono la stessa cazzata di cedere alla
tentazione di sentirsi generosi e magnanimi regalando sciocchezze ai bambini in
momenti di relax, allontanandoli in malo modo quando sono stanchi o si sentono
perseguitati, mentre nel frattempo creano una dipendenza di questi
all’accattonaggio nei confronti dei turisti,considerati alla stregua di
elargitori inesauribili.
Durante la discesa in piroga si mangia la solita sbobba preparata con i viveri
trasportati, fra cui una coppia di galli destinati a diventare di lì a breve
polli, digeriti al secondo giorno nelle nostre panze (domande e risposte di rito
sulla bontà dei piatti: buono? Vi è piaciuto? Buono, buonissimo, complimenti
ecc: in queste situazioni è d’obbligo sottostare alla prassi della mangiata di
robe in condizioni che altrimenti giudicheresti da neuro, col sorriso di
soddisfazione stampato in faccia), si dorme sulla riva del fiume, ci si
risveglia avvolti da nebbie padane, coll’umidità nelle ossa e che spugna la
tenda, la foschia che sfoca figure stagliate in lontananza.
Dei bambini coperti di stracci attendono la fine della nostra colazione per
mangiarne gli avanzi, tremanti dal freddo, in attesa del sole che li scalderà.
Lungo la riva, carcasse di chiatte attraccate a quello che rappresenta il
porticciolo del villaggio, arretrato rispetto alla sponda del fiume; più in là,
in cima ad una collina, baracche dove si dispensano cibi e bevande, perlopiù
alcoliche. In una di queste si muove, danzando al ritmo di musiche malgasce,
stridule da una vecchia radio a batterie, una donna di 29 anni, che sebbene ne
dimostri 15 in più è tuttavia bella e piacente; entra ed esce dalla baracca,
prepara il riso cuocendolo sui carboni, serve gli astanti seduti sulla panca di
legno, ammaliati, offre ragazzine dedite alla prostituzione occasionale. Il
marito sdentato, ridendo, racconta che il tifone passato a marzo scorso li ha
lasciati senza casa, e se ne stanno lavorando lì giorno e notte, accumulando il
necessario per ricostruirne un’altra. Intanto i loro bambini giocano sulla
sabbia sporca, protetti a malapena da indumenti essenziali.
L’erba che ha comprato il francese fa quasi schifo, secca e fatta perlopiù di
semi e rametti; i malgasci lo sanno, ed infatti preferiscono stordirsi con rhum
autoprodotto e birra, mentre io favorisco un po’ di tutto, nel tentativo di
facilitare il sonno sulla sabbia scomoda ed umida.
Alla fine del terzo giorno in piroga, ci attende presso un’ansa del fiume uno
zebù benevolente che trascina un carro con i nostri bagagli, e all’occorrenza
anche noi, in momenti di guado di paludi pullulanti d’insetti. Altrimenti,
camminiamo per il resto del pomeriggio, fino al villaggio che ci ospiterà per la
notte, Lì sarà possibile dormire in un letto protetto da zanzariera, docciarsi
con l’acqua marrone del fiume tirata su da un bidone, e mangiare un poco più
decentemente. L’indomani una jeep ci porta a Moroundave attraverso piste di
sabbia, villaggi e baobab. La cittadina dopo un po’ annoia; non c’è molto altro
da fare una volta visitate le zone delle mangrovie, passeggiato per la spiaggia
e le strade polverose del centro. Vicino al mare dei ragazzi giocano a pallone,
ed una ragazza colle smagliature sulla pancia di chi ha partorito senza aver
praticato ginnastica pre e post parto, tenta di adescarmi colla scusa dei
massaggi; digredisco tentando di portare il discorso ai suoi problemi personali,
circa i figli, frutto di un amore fallito, che l’ha abbandonata al suo destino.
La saluto cordialmente, ringraziandola.
Prenoto un posto sul taxi brusse del giorno dopo per tornare ad Antsirabe, via
Miendrivazo, nuovamente. Non mi dispiacerebbe fermarmi a dormirci, salutando il
bar delle simpatiche mignotte, cha fa tanto saloon da film western, tuttavia non
è possibile perché si passa di lì a notte fonda, arrivando sugli altipiani a
giorno inoltrato: un venti ore da affrontare a muso duro, risalendo dalle
pianure costiere ai mille e passa della zona centrale del Paese, con la prima
parte del viaggio a passo d’uomo, o d’animale, date le condizioni stradali.
Gli intestini reggono a stento le troppe sbobbe consumate negli hotely economici
incontrati per strada, e il culo reclama il meritato riposo. Fortunatamente di
tanto in tanto il taxi brusse si ferma nel cuore della notte, per lasciar
scendere qualcuno, per rifornire di carburante il serbatoio, per cambiare una
ruota bucata, per farci pisciare. La pisciata notturna sotto il manto di stelle
è d’obbligo in ogni viaggio, durante gli spostamenti. Ognuna è universale,
identica a tutte le altre, quando si bagna il suolo al buio, ritagliando un
momento ed uno spazio del tutto personale, per ricordare momenti simili, od
altri d’assoluta intimità. Nel farla qui mi sovvengono tutte le altre in giro
per il mondo, bagnando il terreno come un animale che segna il suo territorio
con spruzzate d’urina.
Le baracche lungo questi tratti di Route Nazionale suggeriscono la miseria
infinita di questi posti; la donna che mi ha servito un caffè nel buio della sua
stamberga, mancante di luce e facente intravedere solo linee che delimitano
figure o cose, invita i figli a ringraziarmi, per aver pagato il doppio del
dovuto, lasciando una mancia che in Italia sarebbe solo una presa per il culo.
Fianarantsoa, ultima città degli altipiani, prima di inoltrarsi verso il sud del
Madagascar, non è quell’idillio che la Lonely vorrebbe far credere, incastrata
nella miseria generale che sto attraversando. Come descrivere suggestivo un
posto dove al buio da mancanza d’illuminazione pubblica s’intravedono a malapena
facce scure che si rintanano come topi nei cartoni, sotto pensiline, attaccati a
cenci o tozzi di pane come ricchezze da difendere, nell’indifferenza generale
dei turisti, che ci vengono per le meraviglie naturali, per gli ecosistemi, per
farsi spennare da loro concittadini che sono qui per sfuggire ad una miseria
diversa, quella morale, del ricco occidente.
La depressione è dietro l’angolo.
Che ci fa quel vecchio su sedia a rotelle nel mezzo della notte, in una strada
deserta del centro, accompagnato da un bambino stracciato, come il cane che
accompagna il cieco? Come vivono? Per loro non c’è altra via che chiedere
l’elemosina e tirare avanti, giorno dopo giorno, fino a che questo sarà
possibile.
A volte un viaggio si fa anche per cercare una catarsi, un’espiazione del male
che affligge noi ricchi occidentali, la mancanza di solidarietà, l’indifferenza
per tutta la gente che si trova in queste condizioni, anche e soprattutto a
causa nostra.
Il mattino seguente meglio lasciarsi guidare dai suggerimenti della Lonely.
Scelgo un’escursione facile facile, adatta allo stato d’animo della sera
precedente, presso un Monastero frappista dove si produce un buon vino, a pochi
km dalla città. Lì visito i luoghi di lavoro, poi la chiesa dove faccio in tempo
a sorbirmi una sorta di canto gregoriano malgascio, che ulteriormente
contribuisce a placare lo stato d’animo scosso della sera precedente da troppa
stanchezza e miseria. Smammo deciso a visitare degnamente la città, girandomela
a piedi per tutto il santo giorno, snaturando l’aura negativa che vi aleggiava
la sera precedente. Me ne vado dal centro caotico e trafficato verso la parte
alta della città, quello che costituisce il nucleo originario, appollaiato in
cima ad un cocuzzolo, con strade acciottolate e chiesette e casette di fine
‘800, con vista sul laghetto e sulle risaie situate appena fuori città.
In zona, incontro due bambocci che la sera prima mi avevano rotto, martellandomi
affinché acquistassi disegni o cazzate del genere, contribuendo al fastidio che
avevo provato appena arrivato. Anche ora ci provano, seguendomi per un po’, fino
ai margini dell’abitato; me ne disfo mollando una cosa di soldi, a patto che
pulissero con delle ramazze trovate in uno spiazzo quella zona, fino a quando
non fossi tornato dal giro.
Poco dopo incontro un tipo del Tsara Guest House, dove non ho soggiornato per
motivi di budget, che si sta occupando della ristrutturazione di una vecchia
chiesa per farne una scuola destinata ai bimbi della zona. Mi mostra i lavori e
le tecniche di restauro, incalzato dalle mie domande, alle quali non si sottrae.
E’ ben gentile. Di lì a poco c’è il vernissage di una mostra fotografica presso
l’Alliance Francaise. All’entrata c’è un casino di bambini della scolaresca
oggetto della mostra: si tratta di un esperimento fatto da Pierre Man, un
fotografo franco malgascio, di insegnare a dei bambini di scuole di varie città
malgasce il mestiere della foto, col supporto economico di famiglie di loro
coetanei in Francia. I risultati sono sorprendenti, e il progetto va avanti da
un paio d’anni, facendo tappa nei centri principali del paese.
Rinfrancato dalla bella giornata, decido per l’indomani una visita al villaggio
d’Ambalavao, dove il mercoledì si tiene il famoso mercato di zebu. Il posto è un
gran casino, col centro interamente occupato da un via vai di gente che gira per
il mercato alimentare, più una fiumana di persone diretta versa quello degli
animali; a tratti è persino difficile camminarci. Chiedo in giro degli zebu, ma
nessuno sembra saperne niente, non capiscono quello che dico e mi ridono pure in
faccia. Ci sono poche cose che mi fanno incazzare in viaggio come quando una
cosa tanto evidente in un posto sia negata in questa maniera, come se qualcuno
mi chiedesse indicazioni su Posillipo ed io non sapessi niente al riguardo.
Fortunatamente, dopo diversi tentativi, sempre più inacidito, una brava donna
m’indica il luogo dove si tiene il mercato. Mi ci avvio, ed avvicinandomi
attraverso nuvole di polvere sollevata dall’andirivieni di grossi camion che
portano e prendono i zebu.
Questi sono radunanti su un enorme spiazzo, ai margini di Ambalavau, in piccoli
gruppi, sferzati dai proprietari che aspettano i compratori, e nel frattempo li
tengono a bada; si pigiano l’uno coll’altro, grandi e piccoli, cogli occhioni
terrorizzati, quasi sapendo che fine vanno a fare, destino che le altre bestie,
quelle umane, hanno già scritto per essi, maltrattati per il resto della loro
esistenza, o macellati senza pietà e riguardo. “Meat is murder”, cantava
Morrissey negli anni ’80.
Tento di scattare delle foto tristi, fra il trambusto e le venditrici di
commestibili, impolverati loro ed io, scansando corna e colpi di frusta, poco
convinto del risultato, dopodiché torno a Fianarantsoa, planando su una peugeot
stipata assieme ad altre otto persone, lungo discese poco ripide, per
risparmiare benzina; il giorno seguente proseguirò per Ambositra, per visitare,
in teoria, dei villaggi tradizionali disseminati nelle campagne. Pessima
riuscita del tentativo.
Appena arrivato nella cittadina, sono pedinato da un paio di ragazzi che
cominciano a rompere colla storia dell’escursione ai villaggi. Non ci sono taxi
brusse che vi ci arrivano, tranne che nel giorno di mercato, e dovrei pagare per
intera l’auto procurata a noleggio dai ragazzi, che si sono proposti come guide;
non se ne parla proprio, dico io. Tuttavia la proprietaria del Tropical Hotel,
dove dormo, mi raccomanda con insistenza i ragazzi, che nel frattempo riducono
le tariffe, per cui mi convinco a partire, mannaggia a me. Così l’indomani vado
col ragazzino che vuole farsi le ossa come guida, aspirando alla menzione sulla
Routard o sulla Lonely, massimo desiderio di chi, in questi paesi, abbia a che
fare coi turisti e voglia uscire dalla condizione di morto di fame.
Arriviamo al villaggio principale coll’auto presa a noleggio, e di lì ci
mettiamo in marcia per arrivare a quello più vicino, Ifasil, un’ora e mezzo di
marcia, lungo un sentiero facile facile. Cammina cammina, non si arriva mai, e
sono passate più di due ore e mezza. Dove sta questo villaggio, chiedo al
ragazzo; Dopo qualche esitazione mi dice che ha sbagliato sentiero, e vorrebbe
andare a quello che dista 4 ore di cammino. Col cazzo; decido di mollare tutto e
tornare indietro per visitare almeno il villaggio principale, mandando a cagare
le aspiranti guide, fallite in partenza. Ad Amboetra giro fra le capanne di
legno del villaggio, dove l’attività principale dei locali sembra quella di
accalappiare gli sprovveduti waza per propinargli ogni sorta di prodotto locale,
soprattutto oggetti di legno scolpito. L’insistenza è notevole, hanno il loro
pollo e lo vogliono spennare ben bene; già incazzato per la storia dello
scarpinetto a vuoto, la situazione mi stressa notevolmente, e l’unica cosa da
fare è fuggire via, scappare, darsela a gambe, tuffarsi nell’auto, chiudere i
finestrini e le sicure ed intimare allo chauffeur di partire, lasciandosi i
mohicani alle spalle a mangiarsi la polvere, e conservare il mio scalpo (alias
portafogli) sano e salvo.
Di ritorno ad Ambositra, carico d’energie decisamente negative, ho bisogno di
sfogarmi con qualcuno, e chi meglio dei venditori di oggetti in legno scolpito,
rei di sbolognare la stessa mercanzia del villaggio-trappola appena lasciato?
Metto sotto torchio venditori innocenti d’artigianato locale, contrattando tutto
quello che decido d’acquistare fino allo sfinimento (loro), soddisfatto solo
quando vedo le loro facce stravolte, in preda a calcoli numerici forsennati,
tentando di capire se stanno guadagnando qualcosa oppure no al prezzo che
impongo loro (la matematica, nei paesi in via di sviluppo, è roba per pochi).
L’ultima vittima mi dice, fra il perplesso ed il meravigliato, che sono un tipo
bien dur; biondo, gli rispondo, sono napoletano, e prima di te, ho fatto
piangere anche i negozianti arabi, notoriamente fra i più cazzimmosi della
categoria (a Luxor un commerciante di prodotti d’alabastro mi accoglie col
sorriso da un orecchio all’altro, e mi congeda bestemmiando i profeti; a
Tetuanne, Tunisia del sud, colleghi d’affare si consultano perplessi sul prezzo
che sono riuscito a spuntare, incapaci di replicare, dopo la dichiarazione del
dernier price, dopo il quale la correttezza di venditori ed acquirenti
impone di non più replicare).
Una volta placata l’ira funesta organizzo le cose per la partenza del giorno
dopo alla volta di Tana. Occorrono sei ore di marcia, più la solita attesa che
serve a riempire il mezzo, condizione sine qua non per convincere
l’autista ed accendere il taxi brusse, con motorino d’avviamento o a spinta di
volontari della gara routiere.
Grazie alla sveglia mattutina dettata dal gallo, arrivo nella capitale non
tardi, giusto il tempo per rendersi conto, di primo acchito, che non c’è molto
da fare, oltre a girare per i mercati, o servirsi delle opportunità offerte
dalla grande città, come centri Internet, centri culturali, un bel concerto
fiume di tre ore, giusto alle spalle del mio albergo, infine le numerose
prostitute che, come nel film Matrix il sistema clona Smith istantaneamente da
un qualsiasi essere del software, sembrano poter impersonare qualunque ragazza o
donna che incrocio per strada, soprattutto di sera: quella seduta al tavolo del
ristorante squallido dove prendo un caffè, quella che cammina coll’amichetta a
braccetto, quella alla fermata del bus (waza sulla sessantina, a gruppi di
quattro o cinque, girano indisturbati nella città, colle borse piene di
preservativi marca locale, Protector, scegliendo le ragazze come farebbero i
bambini in un negozio di caramelle o giocattoli, ma col potere d’acquisto della
carta di credito, incuranti dei poster affissi in tutti gli alberghi malgasci a
buon mercato, che recitano la scritta: STOP AL TURISMO SESSUALE, ATTENTO, IL
MADAGASCAR TI GUARDA, nonché della copia del Nuovo Testamento di cui è provvista
ogni stanza). A tutte rispondo gentilmente, offrendo il mio rifiuto cortese.
Francamente, tolgo le tende da Tana, nonostante le attrazioni descritte; inoltre
è cara, rispetto la media del resto del paese. Mi dirigo verso Mahajnga, costa
occidentale del Madagascar, tappa intermedia per l’isola di Nosy Be, paradiso
tropicale in terra malgascia, via volo interno, crepi l’avarizia, siccome
raggiungerla mi costerebbe troppo in termini di tempo e fatica, per le
condizioni impossibili del percorso. Non ho più voglia di passare notti insonni
sbattuto sui seggiolini di un taxi brusse. L’ultimo sacrificio lo riservo per le
12 ore notturne impiegate da Mahajnga a Tana, purgatorio propedeutico al riposo
sulle spiagge di Nosy Be.
Si parte alle 18.30, anziché alle 16.00 previste dal venditore del biglietto il
giorno precedente, come al solito. Anche se il mezzo è ormai completo, bisogna
sistemare l’enorme massa di bagagli sul tetto, che occupa un volume quasi pari a
quello del mini bus. Lo choffeur ha solo 20 anni, ma sembra saper il fatto suo;
la nostra vita è nelle sue mani: godrà di turni di riposo, a seguito di notti
passate a condurre taxi brusse, garantiti da contratto? Non credo. Gli chiedo
se ha sonno, se tutto va bene, ma quello mi rassicura con aria paternalistica,
mentre conduce il mezzo con disinvoltura, superando e facendosi superare da suoi
colleghi che conducono mezzi simili al suo, lungo la route nazionale sinuosa e
curiosa; come in una pista Polistil le macchinine si rincorrono a vicenda. In
distanza si vedono i fari dei mezzi, uniche luci artificiali ad illuminare
l’asfalto e la natura che sfrecciano via.
Altre pause a scrutare nel buio, a consumare bevande oscure, a mangiare negli
hotely a carattere familiare, sperando di non avere una diarrea l’indomani, a
pisciare sotto il solito cielo stellato, poi fa giorno e ci si sveglia dal
torpore, ormai alle porte di Mahajnga. Che ci sono venuto a fare? A vedere
quelle due porte scolpite e spelacchiate stile swahili citate dalla scrittrice
di questa Lonely, a fare delle passeggiate serali su e giù per la corniche,
fra i venditori di spiedini e manioca, più verdure alla julienne pescate con
disinvoltura da un secchio di plastica? Ad assistere ad un secondo vernissage di
una mostra di fotografie presso l’Alliance Francaise locale? Forse a spezzare
il viaggio verso Nosy Be, e a godermi altri esempi di cultura malgascia.
L’indomani dell’arrivo mi reco di buon ora al porto malfamato per cercare un
battello che attraversi l’estuario del fiume, che separa la città dal villaggio
di pescatori chiamato Katsepi. Questo è un posto dove non c’è altro da fare che
passeggiare sulla spiaggia o chiacchierare con i locali dedicati a vendere
commestibili a terra o sulle bancarelle, a pochi passi dalla riva che funge da
porto per i villaggi situati all’interno. Les enfantes
terriblesche gestiscono questi ritrovi,
ragazzine che non raggiungono l’età maggiorenne, tirano fuori le tettine con
disinvoltura per allattare i loro bambini. Gestiscono famiglie come una bambina
italiana gestirebbe la casa di Barbie; affrontano le loro problematiche come un
gioco, in maniera del tutto spontanea e senza le dolorose sovrastrutture
psicologiche che caratterizzano le società occidentali.
I bambini di strada mandati dalle famiglie all’accattonaggio tutelano i loro
fratellini o sorelline portandoseli a cavalcioni a chiedere soldi per le gare
routiere, dove il via vai costante dei viaggiatori dà maggior possibilità di
guadagno; dai sette ai due anni, con responsabilità di un genitore, senza avere
altro di cui preoccuparsi all’infuori del semplice riempirsi la pancia
quotidianamente ed aspettare l’indomani. Quale altro bisogno ha loro dato questa
società da soddisfare? Per alcuni solo questo, per altri qualcosa in più, per
una ristretta minoranza, quello che potrebbe assomigliare, molto alla lontana,
ai nostri.
Vado a mangiare al ristorante di Madame Bouchard, raccomandato dalla guida. Di
lei non c’è traccia, perché sta nel ristorante della figlia a Mahajnga, così il
suo cuoco ammaestrato mi prepara una sbobba fatta di pesce e riso, abbellita un
poco da una salsa d’erbe. Mentre assaggio la delicatezza un incontro decisamente
negativo mi rovina l’idillio del pranzo esotico: un esemplare dal vivo di waza
figlio di puttana si accomoda senza tanti complimenti al mio tavolo e tenta dir
rompere il ghiaccio con argomenti di cui non me ne può fregare di meno, tipo la
F1, Shumacher, il calcio in Italia, i computer, le macchine fotografiche
digitali e altre amenità del genere. Poi, con una sfrontatezza inaudita, o forse
un’ingenuità infantile, mi spiattella senza mezzi termini il motivo per cui, per
l’ottava volta, è venuto in Madagascar: le femmine, belle e facili. Non solo, il
bastardo confessa candidamente le sue truffe al fisco francese fatte attraverso
società commerciali che operano con Italia e Spagna, paesi con i quali si lavora
male, si lamenta, ed intanto si arricchisce illegalmente, alla faccia di quelli
che pagano le tasse fino all’ultimo centesimo, e sgobbano per tirare avanti e
arrivare alla fine del mese. Evidentemente Qualcuno ha voluto mandarmi questo
viscido ricco bianco europeo in tentazione, che solo per la metà delle cose di
cui parla con tanta disinvoltura si meriterebbe una dose generosa di randellate
legnose, date di santa ragione.
Mangia in quel piatto che ha davanti lamentandosi del prezzo, porta appresso i
soldi contati da spendere durante la giornata, per paura di truffe o furti,
alterna i lineamenti del volto da uomo d’affari, che normalmente incuterebbe
rispetto altrui, a quella da arrapato cronico, che allunga le mani come i
tentacoli di un polpo sulle carni femminili malgasce, come quelle della ragazza
che al porticciolo gestisce un taxi brusse assieme la madre; le sta accanto,
comincia a guardarla, a parlarle, a scherzare, a metterle mani sulle cosce o
sulle spalle, a chiedere d’incontri presso il suo albergo nei prossimi giorni.
Tecniche collaudate d’approccio con ragazze locali, che intraprese con altre
occidentali, esenti da bisogni economici lo manderebbero a cagare al secondo
sguardo ammiccante, mentre qui servono a sfruttare il bisogno della persona,
soddisfacendo i bassi istinti concernenti il sesso.
Non ne posso più; o gli faccio un mazzo così subito, sfogandomi, o mi allontano
subito per rimuovere il disturbo. Meno male che sta per arrivare il ferry che fa
la spola con Mahjinga, così me lo tolgo dai coglioni, preferendo il mezzo di una
comandante di una flotta composta di due barchette rattoppate alla bene meglio,
e due mozzi che durante la traversata non fanno altre che spalare fuori l’acqua
che nel frattempo entra; lei, incurante di tutto, disinvoltamente mi racconta di
un suo amore italiano di vent’anni prima interrompendosi repentinamente per
urlare ordini all’equipaggio.
Tornando verso le certezze della città, i miei intestini rassicurati cominciano
a reclamare l’espulsione dell’unica cagarella del viaggio; purtroppo l’hotel è
abbastanza distante, e l’unico compromesso sembra il cesso dell’Alliance
Francaise, onnipresente, in Madagascar. Manco a farlo apposta c’è in quei giorni
una mostra fotografica, stavolta di un belga; entro per chiedere informazioni, a
mo’ di scusa, sull’orlo del collasso intestinale: c-c-c-ci s-s-sono eventi
in-n-nteressanti, in quest-t-ti giorn-n-n-i? Intanto faccio sforzi sovramuni per
trattenere la panza. Mentre la segretaria bruttina sfoglia carte per
documentarmi di ciò di cui al momento non me ne può fregare di meno, butto lì la
domanda, apparentemente senza dargli importanza: c’è un wc qui? Mi guarda cose
se avesse sgamato la strategia, e mi molla la chiave del cesso, a cui accorro
come uno che ha attraversato il deserto colla gola secca ed intravede l’oasi.
Benedette diarree del viaggiatore, ti colgono al momento meno opportuno.
Meglio avviarmi a Nosy Be, e sperare di fare due bagni.
All’aeroporto di Mahjinga non ci sono molte formalità per l’imbarco: niente
documenti, niente metal detector, niente perquisizioni, solo il biglietto, come
quello nostro dell’autobus, mostrato al controllore. Del resto cosa avrebbero da
temere i malgasci? Non certo qualcuno che provi un odio generalizzato nei loro
confronti, al contrario di quello che accade per molti stati occidentali. Per
quale motivo un’etnia dovrebbe odiare il Madagascar, se non ha truppe che vanno
in giro per il mondo a rovesciare stati, a torturare, ad ammazzare, a seminare
odio per i loro odiati comportamenti? Ad esportare massacri non voluti, ma non
la democrazia, come si vorrebbe far credere per mascherare desideri
d’imperialismo economico connesso a quello energetico? All’aeroporto di Mahjinga,
come in nessun altro del Madagascar, non c’è bisogno di mezzi di controllo sulla
pericolosità degli individui, come invece accade perfino all’entrata delle
scuole di nazioni che dovrebbero essere l’esempio della libertà per il mondo.
Il bielica arriva da Tana con un ritardo decoroso, c’imbarca, e dopo mezz’ora
sono a Nosy Be; a bordo, chiaramente, ci sono molti più waza che locali, data il
costo della tratta e la destinazione. Ogni paese del mondo ha il suo posto
speciale, il paradiso ambito da turisti e sfruttato turisticamente e
selvaggiamente dai locali. In Madagascar Nosy Be è il posto che attrae
maggiormente il turismo europeo, fatto di famiglie nel villaggio Venta Tour e
falsi fricchettoni nei dintorni del capoluogo Hell Ville, su spiagge tropicali
costellate d’alberghi atte ad illudere il turista del sogno esotico. I villaggi
di pescatori sono diventati distese di alberghi, bar, ristoranti e quant’altro,
con la sgradevole sensazione di viversi un’esperienza presso una moderna colonia
europea, di tipo prettamente economico e subdolamente culturale, visto che i
locali, per compiacere e mettere a proprio agio i viaggiatori occidentali,
devono a loro volta assumere sembianze estetiche e comportamentali familiari e
rassicuranti per quelli che vi spenderanno i preziosi dollari ed euro.
Ai Caraibi, Pacifico, Mar Rosso, Oceano Indiano, nel sud est asiatico, tutti i
paradisi tropicali s’assomigliano. Si viene qui per farsi fare fesso e contento,
coll’illusione di atteggiarsi a persone importanti solo perché si ha il mezzo
della carta di credito o del traveller’s cheque. Ci si atteggia a grandi
viaggiatori, facendosi poi fare fesso dalle guide false, dai tour tutto compreso
per foreste o fiumi, da quelli che ti offrono l’esotismo sapendo che nella loro
vita questo termine non ha senso, mentre ne ha solo quanto riescono la sera a
portare a casa i soldi del turista. Difficile scegliere fra il viaggiatore
cazzone che si crede onnipotente a mezzo potere d’acquisto occidentale, o il
locale viscido, che tenta di compiacerlo in tutti i modi pur di intascare
qualche soldo, a buon mercato e senza troppa fatica.
Nosy Be, isola tropicale malinconica. Tutto è in funzione alla stagione
turistica europea; a luglio ed agosto ci sarà il pienone, mentre ora è come il
mare d’inverno delle nostre parti, solo con un solo cocente anziché le fredde
nuvole che ci rendono l’ambiente grigio. Le spiagge sono carine, fatte di baie
che si susseguono l’una all’altra, prendendo il nome del villaggio che vi ci sta
affacciato. Non c’è anima qui, tranne qualche venditrice di tessuti, frutta o
altro che la mattina parte da Hell Ville coi taxi collettivi per passare la
giornata a vendere ai turisti. E’ periodo di vacche magre, ma l’estate
occidentale sta per arrivare, e con essa l’orda di vacanzieri.
Ad Andilana c’è il villaggio del Venta Club, con ai margini i malgasci accampati
all’ombra delle palme, a mangiare le loro sbobbe ed aspettare i turisti
organizzati che vengono a comprarsi i teli, o farsi fare le treccine ai capelli.
Mangio con loro, anziché nei ristoranti appostati in luoghi strategici, che
praticano prezzi simil europei. Seduto su un ceppo a sbafare riso con pezzetti
di zebù, mentre loro stanno stravaccati per l’ora della siesta, ed una ragazza
italiana a guardare la scena attonita mentre tre malgasce stanno su di lei come
rapaci a farle le treccine.
L’ultimo giorno a Nosy Be lo dedico ad una gita fuori porta, si direbbe in
Italia; c’è un’isoletta chiamata Tanikeli a poca distanza dal porto di Hell
Ville, e l’unica maniera per arrivarci è prendere posto sulla lancia che dal
porto trasporta le cuoche a preparare il pranzo tropicale ai waza italiani del
Venta Club di cui sopra, che hanno pagato suon di Euro per una giornata in giro
per l’arcipelago. Il pranzo comprende barracuda arrostiti con brochette di
pesce, più altre leccornie che mi potevano capitare solo in un frangente del
genere. Mi ritrovo così col gruppo italiano del Venta, che armeggia con i
telefonini, alla disperata ricerca di campo pur di comunicare puttanate ai
familiari. Fotografano le scimmiette mollandogli pezzi di cibo, mentre in
silenzio mi concentro sul cibo, aspettando che il brutto quarto d’ora passi. I
malgasci, fra guide e cuoche, stanno più in là, aspettando che i turisti
finiscano di cazzeggiare, per sbafare i loro avanzi; nel frattempo discutono di
soldi, discorsi preferiti di chi abbia sempre un’emergenza economica da
soddisfare. Lo fanno come in un qualsiasi ufficio in cui si parla di
problematiche varie; questa è la loro vita, appesa al filo della volontà dei
turisti a cazzeggiare in vacanza, lasciandosi abbindolare dagli operatori
turistici locali in escursioni varie. I waza sono inconsapevoli di tutto ciò, e
credono gliene freghi qualcosa dei loro raccontini circa l’avvistamento della
tartaruga marina: “Sai, l’ho avvistata lì al largo, girava di fianco in questo
modo….”, e mima la maniera planando colle braccia. Se non sapessi del contrario,
penserei che il tipo è fuori di testa, mentre la guida malgascia lo pensa
senz’altro. Almeno questi non vengono qui a scoparsi le ragazzine per due euro a
botta.
L’indomani torno a Tana in aereo, per gli ultimi giorni del viaggio, che come
sempre per me sono melanconici, e mi confondono; sono ancora qui, ma un poco
penso al ritorno a casa, al lavoro, alla famiglia. Mi restano pochi soldi,
giusto quelli per mangiare questi due giorni e per prendere un taxi per
l’aeroporto d’Ivato, e aspetto semplicemente che tutto si esaurisca in queste
ore che restano.
Madagascar, terra bella e difficile, generosa verso i visitatori più di quello
dovuto, quasi a ricompensare l’impatto dato loro dalla sua povertà;
l’accattonaggio spinto, il vivere per strada delle persone che assumono gli
scarti di quelli che possono di più, il concedersi delle ragazze alle sozze mani
di vecchi soli ed arrapati, a quelle fredde di giovani che non avrebbero nulla
da dire a donne non bisognose.
Vederle, queste malgasce, che ottemperano al loro lavoro d’adescamento, come ad
un qualsiasi altro, senza che nessuno si meravigli della cosa; alla bisogna del
vivere non si è troppo schizzinosi, e forse questo modo per vivere è migliori di
altri, che costringono a vivere di stenti. Fortunate quelle belle, che hanno di
che piacere al turista voglioso della loro carne, e che possono vivere con
qualche agio per un poco. Che ne sarà di loro fra qualche anno, quando tutti i
waza del mondo saranno tornati al loro benessere e sicurezza occidentali, mentre
quelle che non saranno riuscite a farsi sposare torneranno nella condizione che
sognavano di lasciare.
Non posso far finta, non ammettendo che questo viaggio sia stato dominato
dall’idea che il Madagascar è purtroppo luogo di sfruttamento sessuale delle
donne da parte di turisti, e questa ha accompagnato, caratterizzandola, la mia
permanenza qui. Viaggiando per i paesi del mondo, diminuisce sempre di più
l’incanto per le meraviglie che offrono, mentre cresce la consapevolezza e il
dispiacere per condizioni di vita inammissibili alle nostre latitudini.
Ad un certo punto, il viaggio non è più una vacanza, ma un dovere verso se
stessi.