Lettere dal Laos
Droga, guerra e occidente: trasformare l’oro in fieno di Simone Mariotti
Pubblicato il 30 settembre 2009
su La Voce di Romagna in prima pagina
Muang Sing, Laos, settembre
2008. Non mi ricordo il suo nome né quello della sua amica. Il suo mi pare fosse
qualcosa come Slatah, chiamiamola così. Era una donnetta della tribù degli
akha, sulla cinquantina credo, ma ne poteva avere anche dieci di meno. Viso
simpaticissimo, caciarona, tutta collanine, braccialetti e pezze varie, un misto
di mercanzia colorata che teneva un po’ nella sua borsa e un po’ in un cesto che
la sua amica portava come uno zaino, ma che invece degli spallacci aveva una
sola fascia che si faceva passare attorno alla testa, reclinata, mentre il cesto
poggiava sulla schiena.
Muang Sing è uno degli ultimi avamposti del Laos settentrionale a una manciata
di chilometri dalla Cina. Poche strade, quasi tutte sterrate, pochissima gente.
Una valle silenziosa, bellissima, con tanti campi coltivati, circondata dalle
foreste e dalle colline, luogo di incontro per le tante tribù delle zona.
L’unico posto con un po’ di animazione era il mercato. Era un vasto spiazzo che
conteneva al centro una semplice struttura al cui interno i contadini vendevano
i propri prodotti, mentre attorno arrivavano i camioncini diretti nelle varie
parti della provincia e i tuk-tuk. Anche io ero arrivato lì da Luang Nam
Tha con uno di quelli, dopo quasi due ore di estenuanti sballottamenti, in
compagnia di una coppia di promessi sposi brasiliani e di un loro amico
arrivato da Londra, ma anche lui di San Paolo, che li aveva incrociati nel loro
lungo “viaggio pre nuziale” per una settimana.
Dal mercato, Slatah ci aveva portati al suo villaggio. Mentre lei ci cucinava
del riso rosso con erbe e uova, il marito aveva accuratamente preparato la parte
della capanna/palafitta adibita all’oppio. A turno ci siamo distesi, girati su
un lato con le gambe leggermente piegate, con lui che dava fuoco alla pipa
mentre il fumatore tirava. Niente di forte, poco meno che bere un paio di
grappini in più oltre il consentito.
Fumare oppio in un villaggio ahka non è che sia l’esperienza più
trascendentale che ti può capitare. Nel nord della Thailandia è facile trovare
anche le cartoline con un fumatore d’oppio, tanto è culturalmente diffusa la
vietatissima pratica. E’ curioso, ma la cosa più impressionante sono i bambini,
specialmente le bambine, che girano per i villaggi con le loro saccocce piene di
marijuana che ti offrono a pugnate come se fosse rucola.
Tutto è ufficialmente proibito, ovviamente. Il marito di Slatah non voleva che
gli facessimo delle foto sul “luogo del delitto”, ma non è che fosse esattamente
terrorizzato. Lui diceva di non essere un coltivatore di papaveri, che quella
che fumava era roba di amici, che non commerciava, e in effetti per la nostra
piccola fumata ci chiese solo un dollaro a pipa, lo stesso prezzo del pasto che
avevamo fatto al mercato. Ci disse che i campi veri erano oltre le colline, ma
che quello che coltivavano là non restava mai in loco, se non quello necessario
a tenere su i contadini. La marijuana invece abbonda sempre, ma con quella si
fanno pochi “affari internazionali”.
Della marijuana che comprammo da Slatah e dalla sua amica al mercato, ce ne
fumammo una piccola parte la sera al tramonto sul patio della nostra guesthouse,
soli in mezzo alla campagna, il cui silenzio era rotto con discrezione solo da
un minuscolo speaker attaccato al nostro lettore mp3 e da un buon numero
di cicale. Il resto rimase lì, inutilizzata, pochi euro per arrotondare il
bilancio degli akha, e il rimpianto per i miei amici, che la apprezzavano
molto più di me, che invece ne adoro più che altro la fragranza.
E’ la solita ipocrisia. Ricordavo un articolo di qualche anno prima, sul
domenicale del Sole, che sono poi andato a rileggere. Era il 2002 e
Massimo Dini raccontava di una sua esperienza simile a Luang Prabang, la vecchia
capitale imperiale, per fermarsi poi su un particolare della realtà del Laos:
“Il governo di Vientiane, la capitale dove ancora sventola la bandiera rossa con
falce e martello, è impegnata a bruciare i campi di papavero da oppio. In
cambio, l’Onu costruisce infrastrutture e promuove colture alternative per le
tante tribù che sopravvivono in condizioni primitive al di là di boschi profondi
e selvaggi. Questa è la versione ufficiale. La verità però è un’altra. I campi
esistono ancora, appartati, lontani dai villaggi. Se, al tramonto, quando gli
uomini rientrano dai campi, ci si addentra in una qualunque capanna di bambù a
palafitta, si avverte subito l’odore acre della droga”. Poi, ricordando la
placida e serena calma delle notti laotiane, finì con una considerazione: stando
là “a nessuno viene in mente che questo paese è il terzo produttore mondiale di
oppio dopo Birmania e Afghanistan. E che l’occidente, lungi dall’essere vittima,
è stato, e resta, il maggior complice dei contrabbandieri di morte della
Repubblica popolare democratica del Laos”.
Io ero da quelle parti un anno fa, e la situazione non era cambiata. Non è
migliorata né in Afghanistan, dove la coltivazione è esplosa, né in Birmania,
preziosa fonte di dollari per il sanguinario e inetto regime al potere.
Il fallimento delle politiche di sradicamento e di conversione è inevitabile
essendo i paesi produttori governati da regimi che hanno solo l’interesse a
raccontare balle per avere contributi e fare il contrario, e fino a che il ricco
occidente continua a pagare bene grazie al proibizionismo le cose non
cambieranno.
E’ l’utopia di voler distruggere una cultura della droga che in quelle
popolazione dura da secoli, per non dire millenni, e che l’occidente ha
convertito in cultura di morte tramutando la foglia di coca in cocaina e l’oppio
in eroina.
Oggi qualcosa sembra cambiare. Da quest’estate la comunità internazionale pare
intenta a perseguire una nuova strategia in Afghanistan, tesa a non sradicare
più le coltivazioni per non far arrabbiare i contadini e peggiorare le cose.
Chissà se capiranno anche che per far sì che le droghe tornino a ricoprire solo
il loro ruolo storico, culturale e farmacologico nella vita di quei popoli, e
anche dei nostri, bisogna trasformarle da oro in fieno, legalizzandole?