13 - 28 Febbraio 2009 – Malpensa/Mombasa
– Con Neosair (Air Italy), pacchetto Karambola. Destinazione Watamu, Hotel
Aquarius, semplicemente meraviglioso, camere splendide, ristorante accogliente e
cibo buonissimo, affacciato direttamente sulla splendida spiaggia di Blue Lagoon.
Black out di corrente elettrica e mancanza d'acqua sono all'ordine del giorno,
non dimenticate che.. siamo in Africa! Non soffermatevi ad osservare la
mattonella ammaccata, la finestra leggermente asimmetrica o la zanzariera con
una cucitura.. Accorgetevi piuttosto del passaggio dei bambini che alle 7 si
dirigono verso la scuola, e dei loro canti, mentre puliscono l'aula prima di
iniziare le lezioni..
Il personale africano, impiegato nelle varie attività del Resort, dalla cucina,
al ristorante, al bar, al giardino, alle piscine, è molto impegnato ed
efficiente..
Non rifiutate un loro approccio, desiderano solo conoscervi, scambiare due
chiacchiere, non siate restii o prevenuti..
L’Aquarius si trova proprio di fianco all’Hotel Barracuda Inn. In pochi minuti,
con alle spalle l’hotel, dirigendosi verso destra, si raggiunge Turtle bay,
meravigliosa spiaggia lunga 7 km, dove durante la bassa marea compaiono atolli
splendidi.. Su questa spiaggia si affacciano invece l’Hotel Blue Bay, l’Hemingway
Resort e il Turtle Bay.. Sempre rimanendo in tema mare, con l’Aquarius alle
spalle, dirigendosi verso sinistra, attraversando il centro di Watamu oppure
passeggiando sulla barriera corallina (durante la bassa marea e con scarpette in
gomma ovviamente!) si raggiunge l’isola dell’Amore, un atollo davanti ad un
spiaggia bellissima, sulla quale si affacciano gli Hotel Watamu Beach Club, il
Cristal Bay e il Sun Pulm.
A Febbraio le alghe sono pochissime
e l’acqua è limpidissima, sulla spiaggia ci sono migliaia di beach boys che vi
assaliranno subito al vostro arrivo.. Nonostante lo stress accumulato durante il
viaggio, siate gentili, affiancatevi ad uno, e tutti gli altri vi lasceranno in
pace.. Non si fanno concorrenza tra di loro.. Vi accompagneranno a visitare le
spiagge sopra citate e vi presenteranno i vari hotel.. A vostra discrezione
lasciargli una mancia.. Anche se il loro servizio è da vera e propria guida
locale, ed è davvero interessante..
Vi consiglio, sempre in loro compagnia, di farvi una bella passeggiata tra le
varie viuzze caratteristiche tra le abitazioni delle popolazioni locali del
villaggio di Watamu, inoltre vi consiglio, sempre a piedi, di farvi accompagnare
anche a Timboni, e lì sì realizzerete di essere davvero in Africa.. Portate con
voi vestiti che non utilizzate più, oppure qualora aveste problemi di peso per
la valigia, è sufficiente fermarsi prima nel supermercato di Mamma Lucy in
centro a Watamu, e comprare qualche kg di farina, da lasciare nell'orfanotrofio
di Timboni, da Mamma Susy, tappa obbligata durante questa passeggiata..
Sempre in compagnia del vostro beach boy, accordate una gita a Gede, bastano un
paio d'ore e visiterete un interessantissimo sito archeologico di centinaia di
anni.. ci penserà il vostro beach boy a trovare un tuc-tuc in buone condizioni,
che vi verrà a prendere all'orario prestabilito.. il tragitto è di soli 10
minuti !!!
Qualora aveste una mattinata intera a disposizione, vi consiglio di farvi
accompagnare da un taxista affidabile, a Marafa, a visitare il canyon, chiamato
anche Hell's Kitchen (cucina del diavolo..) E' davvero un gioco di forme e
colori bellissimo..
Imperdibile ovviamente il Safari, perlomeno di 2 giorni e 1 notte allo Tsavo
East.. il parco è splendido e veramente ricco di animali.. li abbiamo avvistati
proprio tutti tranne il Rhino.. di cui però ci sono solo 3 esemplari in tutto il
parco.. Per il pernottamento io ero al Voi Safari Lodge.. Incantevole..!
Al resort ho avuto la fortuna di
conoscere una persona meravigliosa, temporaneamente impiegata in hotel.. era
Stefania Nicolosi di Catania.. oggi, o meglio, da 6 anni, è Dama di Sabaki.. Ha
una storia più unica che rara.. ma sarà lei a raccontarvela se la vorrete
incontrare.. Vive in una capanna in un villaggio a 10 km a nord di Malindi,
sull'estuario del fiume Galana, che nel suo ultimo tratto prende il nome di
Sabaki, e ha creato insieme ad altre 6 donne una società che produce
marmellate.. Il problema primario, oltre ad altri che riusciranno a risolvere
col tempo e con l'aiuto di organizzazioni umanitarie, è la mancanza di tappi.. I
barattoli sono disponibili, ma i tappi sono introvabili.. I classici tappi di
diametro 6,5 che troviamo nei barattoli delle salse, delle marmellate..
Qualora voleste portarne un po', e mettervi in contatto con lei, vi farebbe
visitare il suo villaggio, e sarebbe un'esperienza di un valore inestimabile..
magari da affiancare alla gita a Marafa, siccome per raggiungerla, si attraversa
proprio il ponte di Sabaki..
Un viaggio in Kenya è qualcosa di profondamente coinvolgente.. provare per
credere..!!
Dama di Sabaki
“Vivo da sei anni in una capanna in un villaggio del Kenya, sull'incantevole
estuario del fiume Sabaki, il secondo del paese, abitato tutto l'anno da
ippopotami, fenicotteri, pellicani, aironi e altri uccelli acquatici e non, che
hanno reso questo punto del mondo famoso per gli appassionati di birdwatching.
La prima domanda che mi porgono le persone che incontro, è il motivo della mia
decisione, e molto spesso immaginano sia stato un grande dolore, come la
delusione della fine di un amore.. In realtà è così, ma la delusione più grande
proveniva dalla vita stessa.. Sin da bambina, poi da adolescente, avevo nutrito
una fiducia illimitata nei confronti della vita e del genere umano che nel tempo
il suo limite lo aveva trovato, anzi di più, era stato sostituito da una
delusione altrettanto grande che non riuscivo più ad arginare..
Avrei voluto scomparire dalla faccia della terra e credo che per questo, a un
certo punto, abbia deciso di nascondermi perlomeno dalla faccia di quanti mi
conoscevano, dalla loro influenza, dal loro stress, dalla capacità umana di
essere ottusi e crudeli, come nessun animale ne sarebbe mai capace..
Ma tutto questo naturalmente ho cominciato a capirlo dopo..
Nel momento in cui lo vivevo, sentivo solo un'attrazione per quel luogo, per
quel fiume che alla mia anima stanca dava la speranza di un percorso alla fine
premiato con un approdo inevitabile, per quanto lo scorrere possa essere stato
difficile e accidentato..
E lì ho costruito la mia capanna, anche quella simbolo o per quanto
inconsapevolmente speravo, di rinascita..
Il rapporto con la gente del Sabaki agli inizi è stato tutt'altro che idilliaco
e segnato da sospetto, intolleranza e convinzione che essendo io una “muzungu”
(bianca) non mi fosse dovuta nessuna forma di rispetto..
Perchè? La mia risposta di oggi a questo quesito, è che tentavo di insediarmi in
un luogo talmente vicino a Malindi da essere segnato dalla particolare
problematica generale legata a questo luogo dell'Africa da troppo tempo marcato
da un turismo soprattutto sessuale, invadente, irrispettoso e assolutamente non
gradito dalla maggior parte della popolazione kenyota e ancor più non gradito
dalla gente dell'entroterra che di questo tipo di turismo ne patisce solo le
tristi conseguenze..
A causa di tutto questo mi sono trovata a dover affrontare un muro di ostilità,
diffidenza e diciamolo pure in alcuni casi di odio recente o atavico che
esplodeva in varie forme e continuamente su di me.. è stato grazie alla
particolare condizione del mio stato d'animo che sono riuscita a trovare la
formula che mi ha permesso di entrare nel loro cuore..
Scontenta, rabbiosa come mi sentivo, rispondevo alle loro provocazioni con
energia e coraggio.. ho preteso rispetto con intransigenza e con altrettanta
intransigenza mi sono preoccupata di offrirlo..
Alla fine mi sono accorta che nella loro mentalità così tanto ancora legata alla
natura, ero stata giudicata un “simba” (leone) e un leone incarna per loro
l'essere giusto, forte e coraggioso che merita rispetto.. Da quel momento la mia
vita nel villaggio è completamente cambiata, sono stata accettata come membro di
questa società solidale, segnata dall'allegria, e ancora abbastanza sana da un
punto di vista morale..
Insomma, è grazie a loro che ho finalmente recuperato fiducia e speranza nel
genere umano.. Come si sopravvive in un villaggio? Attraverso il lavoro e la
solidarietà..
Adattarmi a ciò è quanto di più benefico ed educativo abbia mai fatto..
E' già da molto tempo ormai che nessuno mi chiama più Stefania, al villaggio
hanno iniziato a chiamarmi Dama, e ormai sono Dama per tutti.. (In Kenya il nome
Dama è uno tra i più belli che si possano attribuire: significa “generosa..”)
E così affrontiamo tutti i nostri problemi, e attualmente siamo impegnati nella
salvaguardia di questo piccolo pezzo di paradiso che proprio in questi giorni
sta ottenendo il titolo di area protetta..
Inoltre, un grande e costante impegno, ci richiede il progetto nel quale sono
impegnata con altre sei donne mie vicine di capanna, il “Grey Village, gruppo
donne di Sabaki” Lo abbiamo chiamato Grigio, perché non è mai tutto bianco ma
nemmeno tutto nero..”
GRUPPO DONNE “GREY VILLAGE”
registrato dal Ministero dei servizi sociali, sport e cultura del Kenya con il
n. SS/MLD/CD/MLD/2/214/2007
Il gruppo “Grey Village” nasce
formalmente il 12 aprile 2007. E’ costituito da 7 donne (molte altre vi lavorano
saltuariamente) che già da 5 anni variamente cooperano imparando alcune arti
come la preparazione di pregiate marmellate, salse, pane etc. Le spese del loro
apprendistato sono state sostenute in maniera costante dalla loro presidentessa
sporadicamente aiutata da 3 proprie amiche italiane che ne conoscono, per
averla vista, la realtà.
Il gruppo è nato, nella sua origine, dal libero incontro tra vicine di casa del
medesimo villaggio in cui la stessa presidentessa (unica europea del gruppo)
risiede stabilmente condividendone la forma e lo stile di vita.
Il “Grey village” opera nel villaggio “Sabaki Bridge” che dista circa 10 km da
Malindi e occupa un territorio di circa 20 km quadrati in una importante area
sull'estuario del fiume Galana (secondo del Kenya che nel suo ultimo tratto si
chiama Sabaki) attualmente in processo di divenire parco.
La sua popolazione è di circa 1200 persone di cui circa 500 donne. Le attività
principali sono la pesca e l’ agricoltura, attività in questo momento in
pericolo perché in conflitto con l’assegnazione al luogo del titolo di parco.
Nel corso di tale processo il gruppo donne, ampiamente sostenuto e apprezzato
dal governo locale e dai suoi enti pubblici, ricopre un ruolo fondamentale
nella ridefinizione dei modi di essere della comunità.
L’obiettivo del gruppo è innanzitutto quello dell’autosostentamento. Attraverso
il lavoro e la conseguente gratificazione economica si vuole lottare contro la
mercificazione del corpo femminile (attività in continua espansione su tutta
l’area di Malindi) e di dare alle donne attraverso il lavoro dignità e la
possibilità di difendere i propri bambini essendo Malindi affetta da turismo
pedofilo.
Altro obbiettivo è quello di favorire la libera collaborazione priva di
pregiudizi, la conoscenza, gli incontri tra donne europee e donne africane.
Scambio che riteniamo possa essere assolutamente proficuo per entrambe le parti.
Il gruppo è anche impegnato nella rivalorizzazione di attività artigianali in
disuso come la confezione di tappeti, cestini, vasi in terracotta etc.
Perseguendo i propri obiettivi il gruppo donne non ha mai tralasciato,
nell’ambito delle proprie possibilità, assistenza quotidiana al villaggio e alle
sue continue necessità.
Altro importante obiettivo del gruppo è la diffusione della pace nel proprio
territorio e sperimenta in prima persona la ricerca di un equilibrio basato sul
rispetto tra le diverse culture che possono trovarsi a coesistere sulla stessa
area (il suo nome ”grigio” testimonia l’impegno nella composizione di questo
colore all’interno del quale coesistono e si miscelano il bianco e il nero)
Le principali fonti di vendita sono costituite da un servizio a domicilio o
porta a porta (tra i numerosi residenti europei) e da stand di promozione e
vendita allestiti a seconda delle occasioni.
Il “Grey Village”, a cui non viene lesinato riconoscimento per il proprio
impegno si dibatte invece in una crisi che ha condotto ad una immobilità totale
dell’attività produttiva che perdura dall’ ottobre scorso dovuta a deficienza di
mezzi e strutture.
Il pane viene prodotto senza forno (tre pietre con la legna in mezzo) e questo
non consente al gruppo di accettare ordini rilevanti.
Le marmellate non possono essere prodotte per mancanza di barattoli e di un
minimo di energia che consenta l’utilizzo almeno di un frullatore.
Il gruppo possiede un pozzo che procura acqua sufficiente ma che necessiterebbe
di una pompa che consenta anche un filtraggio dell’acqua che spesso e,
soprattutto durante la stagione secca, non appare sufficientemente limpida.
Il “Grey Village” non possiede nessun mezzo di trasporto e necessiterebbe almeno
di un motorino considerando che il centro operativo del gruppo dista più di 3 km
dalla strada principale servita dai mezzi pubblici e circa 10 km da Malindi,
principale mercato per la vendita.
Il gruppo non gode di nessuna forma di pubblicità (dal website al più semplice
opuscolo informativo). Inoltre servirebbe una capanna un po' più robusta e
resistente alla pioggia e di un bagno meglio attrezzato o chimico per
accontentare le numerose richieste da parte di donne italiane che vorrebbero
soggiornare lì per brevi periodi per cooperare o semplicemente usufruire del
contatto con le donne del gruppo.
Il gruppo rischia di cronicizzare la propria immobilità e di vanificare il
lavoro compiuto sino ad ora se non arriveranno appoggi di istituzioni, gruppi,
associazioni europee visto che ha già toccato il limite delle proprie
possibilità.