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Indocina 2008 -
diario di viaggio 19 luglio - 30 agosto
di
Davide M. bradolab.net
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Protagonisti |
Davide, Andre, Pode e Maio (in
Laos Davide da solo) di Lambrate (MI) |
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Itinerario |
Thailandia (Bangkok, Koh Chang, Ayutthaia, Pattaya, Koh Samui); Laos (Vientiane,
Vang Vieng, Luhang Phrabang), Cambogia (Poipet, Siem Reap, Angkor, Tonlè Sap,
Phnom Penh) e Malesia (Kuala Lumpur, Kuala Selangor, Palau Langkawi)
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Costi
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volo
Scandinavian Milano - Bangkok (via Copenaghen)) € 800
soggiorno circa 1500 euro |
Lambratesi in Indocina (Thailandia, Laos, Cambogia,
Malesia)
19 luglio- Bangkok
Infine sono arrivato. I mesi scorsi sono sgocciolati trasformandosi in
settimane, giorni, qualche ora di aereo stropicciato in seconda classe. Clima
all'arrivo: afa insopportabile, smog, insomma, niente di nuovo rispetto ad un
normale agosto a Milano. L'autobus dall'aeroporto mi scarica direttamente in
Khao San Road, enclave di guest house, negozietti e turiste scollacciate. Prendo
una camera modesta alla Sawasdee House, a circa 4 euro a notte. La stanza, con
l'indispensabile fan (ventilatore) è ridotta all'essenziale, i bagni sono in
comune ma tenuti bene, il panorama non proprio stupendo. Ma mi piace quest'atmosfera
da ostello, da centro di smistamento di giovani occidentali in cerca di
esotismo. Inoltre il bar ristorante, che si affaccia in Soi Rambutree, è
abbastanza caratteristico e movimentato. Mi piace affacciarmi a fumare dalla
finestra del corridoio e vedere gente che passeggia nella strada sottostante,
anche ad ora tarda.
Bangkok (o Khrung Thep, come la chiama chi vuole atteggiarsi ad esperto dei
luoghi, nel qual caso dovrebbe chiamarla col suo vero nome, che è Krung Thep
Mahanakhon Amon Rattanakosin Mahinthara Ayuthaya Mahadilok Phop Noppharat
Ratchathani Burirom Udomratchaniwet Mahasathan Amon Piman Awatan Sathit
Sakkathattiya Witsanukam Prasit) beh, è una metropoli orientale confusa e
visionaria, ma tutto sommato coerente, sudata e affollata ma con dignità. Gli
abitanti sono generalmente affabili, a volte sconfinano nella molestia nel
tentare di vendervi qualcosa, ma in generale si può girare abbastanza
tranquillamente. Sembra lontana la sinistra ombra della violenza che di solito
si accompagna alla povertà, come ad esempio nelle metropoli sudamericane.
Tradizione e progresso in un mix abbagliante, bonzi in fila ad un bancomat,
punkabbestia, guidatori di tuk tuk che vi vogliono portare a qualche ping-pong
show, sarti indiani, routard di lungo corso. Non è raro vedere gente che dorme
per strada, anche (forse soprattutto) di giorno. Il costo della vita è irrisorio
per un occidentale.
Oggi mi sono sentito un po' solo, nonostante in serata abbia conosciuto una
coppia di olandesi. Sarà lo spaesamento dell'arrivo. In piena notte, rosolavo
nel letto per il caldo e ho deciso di scendere a fare due passi in strada. Ho
acquistato da un ambulante un cartoccio di "mix croccante", composto da locuste,
camole, rane, grilli ed uno scarafaggio gigante. Sbocconcello un po' le cosce
delle cavallette, poi lascio perdere. Ho già capito che voler prendere
precauzioni igieniche in Thailandia è come voler nuotare senza bagnarsi.
20 luglio- Bangkok
Mi sono svegliato praticamente all'alba, il tempo di una doccia fresca e di
una tazza di te e sono uscito. La meta era il tempio enorme di Wat Salamadoi, ma
siccome era troppo presto mi sono fatto un giro per un mercato di bancarelle.
Odori speziati carichi di un sentore di marcescenza; ero l'unico "falang" nei
paraggi. Ho mangiato uno spiedino di credo (spero) pesce, mentre una pantegana
passeggiava indisturbata fra i venditori. Dopo il Buddha di smeraldo, mi concedo
una scorrazzata in tuk tuk, una cena nella luccicante Patpong, qualche acquisto
di ricordini per amici e parenti.
21 luglio - In viaggio verso le isole
Dopo una nottata pressoché insonne, ho fatto una passeggiata mattutina in
Khao San. Qui pullulano piccole agenzie di viaggi e tour operator vari. Di
solito tento di evitare intermediari, ma quando leggo che per poco più di 5 euro
appoggiano le mie scarne chiappe sulla sabbia dell'isola di Koh Chang, mi lascio
convincere. La mia guida ne parla bene, sembra un'isola con dei bei posti ancora
non interamente sacrificati al turismo di massa. Sul pullman, un viaggio durato
7 ore quando in moto ne avrebbe richieste un paio andando piano, ho conosciuto
un altro ragazzo olandese, Koen, che mi sembra abbastanza esperto di queste
zone. Infatti vaneggia di arrivare, dopo Koh Chang, direttamente in Cambogia,
passando per zone che sulla mia mappa sono segnate a foresta. Dopo un po' di
attesa, ci siamo imbarcati. Inutile dire che la puntualità in Thailandia è molto
elastica, ma essendo italiano sono vaccinato. Ora sono sul traghetto, il mare è
un tappeto nero, ci si potrebbe camminare sopra. Il tramonto è da cartolina, con
immancabile stormo di uccelli che si staglia contro il sole arancione. La
solitudine di ieri sembra svanita.
22-28 luglio - Koh Chang
Ieri sera, dopo la traghettata, siamo arrivati sull'isola ed era già buio fitto.
Abbiamo buttato gli zaini su un pick-up collettivo e siccome eravamo troppi, io
ed un altro ragazzo stavamo aggrappati fuori, sul predellino. Il conducente ha
chiesto a tutti dove scendessero, e quando Koen ha detto Lonely Beach sono stato
tentato di andarci anch'io, ma non mi son fatto incantare dal nome suggestivo e
sono sceso a Khong Phrao. Qui purtroppo c'era solo un resort carissimo (cioè, 40
euro a notte, che in Thailandia sono un'enormità). Mi sono quindi fatto dare un
passaggio fino a White Sand Beach, la parte forse più turistica dell'isola, ma
anche quella che offre più opportunità di sistemazione. Infatti, nonostante
fosse tardi, ho trovato un procacciatore. Aveva la faccia abbastanza
inaffidabile, per cui non ho esitato a seguirlo sulla spiaggia nel buio, con lo
zaino in spalla. La buona stella mi ha dato una mano, poiché non aveva cattive
intenzioni e mi ha portato ad un complesso di palafitte proprio all'estremità
settentrionale della spiaggia. La mia camera, che pago 3 euro a notte, è più che
in spiaggia, sento la risacca sotto le assi di legno del pavimento. Una
zanzariera rattoppata avvolge il letto, e il bagno, a parte l'immancabile
scarafaggio, è presentabile. La cosa divertente è che di notte, oltre ad una
certa ora, si alza la marea e per arrivare in camera ci si immerge nell'acqua
fino a mezza coscia. E' una sistemazione spartana ma la gente sembra simpatica.
Dopo un piatto di pollo e riso, e due birre, sono andato a letto. Ora è l'alba e
guardo la poca gente sulla spiaggia, che alla luce del giorno appare lunga
almeno un chilometro verso sud, oltre ad un altro chilometro a nord del grande
scoglio su cui si aggrappa la mia palafitta. La parte più a settentrione è
ancora più intonsa, giusto qualche casetta ben integrata e sabbia, fine e
pulita. Qualche farang che cammina ozioso, qualche barca da pesca, delle donne
che rovistano in una cesta piena di piccoli gamberetti. La mascotte del
bar-palafitta è Beckham, una scimmietta irriverente che ieri sera mi ha
divertito moltissimo, distraendomi da alcune poppute clienti.
Oggi sono andato a pescare sugli scogli all'estremità nord. Ho preso in un
negozietto il filo, qualche amo (troppo grosso per i pesci da scoglio, ma non ne
avevano altri) ed un galleggiante di sughero. Mi sono brasato la pelle e la
mattinata è passata in modo spensierato. Come esche usavo chiocciole e qualche
vongola che riuscivo a staccare. I pesci si attaccavano, ma essendo gli ami
troppo grossi pasteggiavano e se ne andavano. Solo uno, sfortunato, è rimasto
attaccato ad una branchia, l'ho messo vivo in un sacchetto d'acqua per farlo
vedere agli altri. Sugli scogli c'erano due bambini che pescavano, ma avevano
ami ancora più inadatti dei miei. Gliene ho regalato qualcuno, ma non sembravano
aver capito, nonostante il mio gesticolare che mimava pesci piccoli ed ami
enormi, e mi hanno ringraziato perplessi. Nel primo pomeriggio, riappare
all'orizzonte l'olandese, Koen, lo apostrofo Lonely Dutch e gli chiedo come sia
andata sulla sua Spiaggia Solitaria. Mi dice che gli hanno fregato 4000 Baht, e
che per dormire si è dovuto spalmare di solo Dio sa cosa perché degli insetti
non gli davano tregua. Ringrazio il mio sesto senso che mi ha fatto fermare a
Sai Khao.
Il mio posto preferito in cui sedere, è un tronco scavato a forma di amaca in
cima alle scale dell'ostello. E' il varco di accesso, mi permette di gustare la
mia birra avendo il mare che ondeggia mollemente a due metri da me. Nel cemento
della terrazza, sono state attaccate delle conchiglie. Verso le sette, la mia
prima tempesta monsonica. In pochi istanti, il cielo ed il mare si uniscono in
un grigio uniforme, l'orizzonte è indistinguibile. Scende acqua a secchiate, nel
cielo ci sono dei fulmini spettacolari che tento di catturare bruciando metri di
pellicola con lunghe esposizioni. Il cielo poi diventa giallo squillante, è il
tramonto, il grosso della tempesta si sposta a nord, e i lampi diventano dei
fuochi d'artificio lontani e sordi. Il tutto dura all'incirca una mezzora. Dopo
aver fatto un bagno sotto la pioggia, ci spostiamo con altri avventori nella
palafitta di un inglese, per uno sbargiollo e due chiacchiere. Dopo un po'
fatico a seguire ciò che dicono, soprattutto l'inglese che sbiascica, e me ne
vado a letto. Mi piace questa sistemazione selvatica.
Giornata partita male. Mi sono svegliato con un
mal di testa e di gola terribile. Devo avere preso la famosa influenza asiatica,
quest'anno all'origine. Sono sceso al baretto a prendere una tazza di te, e la
sciura Mami mi ha detto che ero bad looking. Infatti mi sono guardato in uno
specchio e non avevo una bella cera. Sono ricrollato a letto e mi sono svegliato
che la marea era già quasi sotto al balcone, quindi suppongo fossero almeno le
4. Ho abolito qualsiasi cosa mi dica che ore sono. A cena sono sceso per buttare
giù qualcosa, l'influenza era al suo culmine più violento e il ragazzo olandese
mi ha dato due freesbee di paracetamolo; dopo un paio d'ore il mal di testa e di
gola si sono attenuati, ho solo il naso chiuso. In serata siamo andati con due
ragazze tedesche a bere qualcosa in un chiringuito, avevo bisogno di distrarmi,
e sotto la luna siamo andati a fare il bagno, l'acqua era spettacolare. Sotto il
pelo dell'acqua, i nostri movimenti lasciavano scie luminose. Dalle nostre mani
si sprigionavano scintille di luce, tracciavamo arabeschi attorno a noi. Luzy
diceva che non si poteva trattare di bolle d'aria, poiché le mani erano già
sott'acqua. Un fenomeno che ci hanno spiegato solo dopo, ridendo; "Ma come, non
avete visto The Beach?". Si tratta di una specie di plancton bioluminescente. In
quel momento per noi tre era un'altra piccola magia.
I giorni trascorrono pigramente, passo ore oziando fra la spiaggia ed il bar,
non posso chiedere di meglio. Sto velocemente rimpiazzando l'italiano, mi capita
spesso di pensare in inglese. Ma a dire il vero, non ho molta voglia di
intavolare grandi discorsi, mi sto dedicando al cazzeggio a livelli di
eccellenza. Stamattina un'aquila enorme volteggiava sulla spiaggia. Il vecchio,
il grande capo della guesthouse qui, si aggira soltanto con un sarong e gli
occhiali da sole, sembra un cazzo di Ray Charles thailandese. Ogni tanto mi
lancia qualche sguardo di intesa, un lampo sopra le lenti nere, come a dire: io
si che so stare al mondo. E non gli si può dare torto. Anche io guardo arrivare
nuovi ospiti, sotto i loro zainoni, stupefatti e con l'acqua fino a metà coscia.
Hanno la faccia che avevo quando sono arrivato io. Ora mi sento integrato, come
se ci fossi da un mese, conosco le stradine e la gente, mi sento già un po' a
casa.
Giornata in scooter, visita alle cascate,
pigrizia diffusa. La ragazza canadese mi sorride, tutti sorridono. Di buon'ora
noleggio una motoretta, che dev'essere una di quelle cilindrate impensabili che
fanno in Cina, tipo 104. Il tipo mi dà anche un casco, che però deve essere
omologato solo per giocare a scacchi, visto che a occhio e croce è di
polistirolo. Decido quindi di godermi il vento fra i capelli. Il mio giro
dell'isola parte in senso antiorario, nel versante orientale. Ma presto mi
accorgo che questo lato ha proprio poco da offrire, una costa brulla e
inospitale, qualche colata di cemento, qualche chioschetto allestito per i pochi
che passano. Torno verso il lato occidentale. Qui gli scenari sono davvero
notevoli, spiagge tranquille, poca gente. Arrivo fino all'estremo sud
dell'isola, alla laguna protetta, dove devo lasciare il motorino per poter
accedere, mi danno una bicicletta. La tenuta è grande, scenografie oniriche.
Dev'essere bassa stagione, o qualcosa di simile, perché sembro esserci solo io e
qualche vecchio miliardario della Florida. Il parco è stupendo e tenuto molto
bene, qualche giardiniere pota i fiori, il cameriere del bar mi porta un pezzo
di torta e una bibita "compresa nel prezzo". C'è una specie di estuario di un
fiume, e vecchi barconi (direi stile vaporiera del Mississipi) ormeggiati
fungono da alloggi. Il tutto in un insieme armonico, non pacchiano. Nell'acqua
salmastra nuotano pesci gatto grossi come foche. E poi la spiaggia. Oltre ad
essere immacolata, orlata di palme spioventi, accarezzata dal vento tiepido, ha
una caratteristica rara. E' deserta. In lontananza alcune isole della Cambogia
credo. Dopo un paio d'ore a pensare al destino del mondo sotto una palma, mi
avventuro verso delle cascate all'interno dell'isola. Il sentiero è nelle
vicinanze dell'ingresso del parco, c'è una sbarra arrugginita. Io da bravo
italiano mi avventuro nella foresta in ciabatte, ma per il sentiero sono
consigliabili delle scarpette con buona presa, o se si è uomini di mondo a piedi
nudi, poiché il terreno non è sempre facile. Dopo un po' arrivo alla cascata, ed
è una vera oasi in cui rinfrescarsi e levarsi il sale dalla pelle. Ci sono solo
io e due ragazzi, che dicono di essere svizzeri, ma che subito se ne vanno
lasciandomi solo immerso nella quiete. L'acqua è limpida ed ha la temperatura
perfetta che a casa con la doccia non ottengo mai. Ma un rumore turba questo
scenario idilliaco: è il mio stomaco che mi ricorda che è ora di pranzo. Salto
di nuovo in sella ed arrivo a Bang Bao, villaggio dei pescatori che sorge su
tipiche palafitte. In pratica il paese è un pontile, attorno a cui si aggrappano
case, negozietti, ristoranti ecc. In particolare i ristoranti possiedono vasche
enormi in cui nuota qualsiasi cosa ingeribile da un essere umano. Crostacei,
molluschi, pesci, alcuni veramente particolari, come il famoso limulo, un
invertebrato che esiste da 500 milioni di anni. Decido di non contribuire ad
estinguerlo ed opto per una specie di sarago gigante e multicolore, in un piatto
tempestato di gamberi, capesante e contorni vari. Anche in questo ristorante di
turisti ce n'è ben pochi, solo una famiglia di indiani ad un tavolo distante,
impegnati come me ad affondare le fauci nei piatti. Un cameriere staziona vicino
al mio tavolo, pronto ad ogni mia esigenza. Mi mette un po' in soggezione, e
quando mi riempie il bicchiere d'acqua, gli chiedo gentilmente di lasciar fare a
me. Mi piace mangiare tranquillo, senza nessuno che invada uno spazio di almeno
un metro attorno ai miei gamberoni. Anche il vino è buono, e il conto, di circa
una quindicina d'euro, è ben oltre l'onestà. Soddisfatto e satollo, mi avvio
verso un'altra baia a metà isola, di cui non ricordo il nome. Questo sembra un
vero rifugio per turisti occidentali snob annoiati e ciondoloni, mi bevo una
fanta, giusto il tempo di digerire il sarago imperiale. In serata ce la siamo
spassata, e abbiamo bevuto anche un po'. Un dopocena in pieno relax al Sabay
Bar, con Meika e gli altri, a fumare il narghilè guardando le stelle e l'ozioso
moto della marea. Sono di ottimo umore, a parte qualche strascico di influenza.
La serata si conclude con Koen e Luzy che sboccano sulla spiaggia, mentre io,
rinvigorito per la ritrovata salute, sprizzo energia da tutti i pori.
Oggi, tanto per cambiare, non sto facendo
niente. E' giusto che sia così. Questa spiaggia, questo clima, invitano ad una
contemplazione senza orari ne scadenze. Faccio due tiri a pallone con dei
ragazzi thai, catturo con un sacchettino di plastica una piccola medusa e la
regalo a un bambino, figlio di un altro olandese, che la guarda meravigliato. Il
padre, labbro leporino e faccia da pirata fiammingo, mi racconta che quando era
giovane si è girato il Sudamerica da solo, e condisce gli aneddoti con una
risata sibilante. Mi piace starlo ad ascoltare o raccontargli i miei viaggi, lui
ogni tanto richiama il figlio che inizia a vagare lontano con la sua medusa. Il
tempo sgocciola, mi accorgo di calcolarlo guardando il sole, o a che altezza sia
arrivata la marea. All'imbrunire l'acqua arriva ai piedi della mia palafitta.
Oggi Meika e Luzy sono partite.
In mattinata presto siamo partiti per una
battuta di pesca e snorkeling, un tragitto chiamato cinque isole. Sono andato
con i tre francesi, Simon, Olivier ed Annabel; non parlo benissimo francese, ma
con un po' d'inglese e un po' di mimica ci capiamo e andiamo subito d'accordo.
All'imbarco eravamo un po' delusi, la barca era molto turistica. Ci siamo
divertiti tuffandoci dal parapetto con degli orientali, forse cinesi ricchi, che
ci scattano le foto stupefatti da tanta tamarraggine mediterranea. Ma appena
raggiunta un'isola, ci siamo messi maschera e boccaglio e ci siamo lasciati alle
spalle le furgonate di orientali. I quali, devo dire uno spettacolo abbastanza
triste, formavano delle specie di catene coi giubbotti salvagente e si facevano
trainare da una barchetta di supporto, tenendo la testa sott'acqua col
boccaglio. Io e i francesi ci avventuriamo nella circumnavigazione a nuoto
dell'isola. Lo snorkeling ci dà grande soddisfazione: é la prima vera barriera
corallina che vedo, ed è a mio avviso spettacolare. Coralli di ogni colore,
anemoni di mare, stelle marine grosse come angurie. L'entusiasmo non è
esagerato, per essere la prima volta. Mi diverto ad inventare i nomi dei pesci
che vedo: pesce termometro, pesce sottomarino marrone, pesce sbruffone ecc. In
un punto, dove la corrente è abbastanza forte, un'onda mi sbatte contro un
corallo enorme e ovviamente mi taglio. Me ne accorgo solo quando vedo che dei
pesci mi stanno assaggiando le caviglie, in una nuvoletta rossa. Sulla barca,
memore di quanto sia infida e infettabile una ferita da corallo, mi verso sopra
del brandy che Olivier gentilmente mi offre. Dopo avere guardato ben bene il
fondale ed ogni suo ospite, ci dedichiamo alla pesca dalla barca. Anche qui,
sembra di pescare alle vasche del ristorante. Ci sono talmente tanti pesci che
alcuni adottano una singolare tecnica di pesca. Montano due ami grossi in fondo
alla lenza, a circa 5 centimetri di distanza. A quello superiore attaccano
l'esca, di solito un tentacolo di seppia o simili, mentre quello sotto rimane
vuoto, con i tre uncini minacciosi. Poi cosa fanno, pasturano con del riso, ed
arrivano i pesci. Quelli, quando vedono l'esca, non gli pare vera e ci si
abboffano talmente in tanti che basta strattonare la lenza per agganciarne
qualcuno con l'amo vuoto sotto. Prendo tre pesci di circa una trentina di
centimetri, ed un meraviglioso pesce turchese si stacca dall'amo quando lo
vedevo già nel secchio. L'avrei liberato, tanto era bello e probabilmente non
commestibile. Gli altri tre però sono buoni, anche i francesi tirano su bene, e
in serata grigliamo tutto sulla spiaggia. Serata con birretta e biliardo.
Mi sono svegliato di soprassalto, per delle
voci che arrivavano dalla spiaggia. Ho deciso, oggi lascio Koh Chang. Sono
triste, devo ammetterlo, è una decisione che mi costa ma non posso passare tutto
il tempo su un'isola, per quanto felice. Saluto Koen, Sao, Da e tutti gli altri
con malinconia, ci spiace perderci per strada ma ognuno ha il suo viaggio da
fare.
Ci sono un tedesco, un francese ed un italiano che devono arrivare al porto. Il
tedesco ferma un songthaew (taxi collettivo) il quale gli chiede 150 baht a
testa. Il francese, che parla un po' di thai, ne ferma un altro e riesce a
cavare 100. L'italiano spegne la sua sigaretta, ferma il primo pick-up che va
verso nord ed ottiene un passaggio per tutti.
Arriverò nel tardo pomeriggio a Bangkok, dove prenderò un treno e, secondo i
piani, domani mattina dovrei essere a Nong Khai, alla frontiera con il Laos.
29 luglio - Laos - Vientiane
Dopo una decina di giorni nelle acque cristalline di Koh Chang, il mio spirito
guida mi spinge verso nord, e decido di intraprendere il non facile tragitto
verso il Laos. Attraverserò la frontiera dalla parte di Nong Khai. Un'alba
terribilmente meravigliosa attraversa le sbarre del finestrino, mentre sono nel
cesso del treno a fumarmi una sigaretta. Ho dormito relativamente bene nella
cuccetta, mi sento abbastanza riposato. I tagli che mi sono fatto sui coralli
sembra stiano cicatrizzando bene, non voglio che facciano infezione come in
Sudafrica. Fra un po' dovremmo essere al confine laotiano.
L'ingresso nel Paese è un po' uno sbattimento. Non avendolo fatto con nessuna
agenzia, ho passato circa un'ora fra bolli, code, firme ecc. Tassa di ingresso
di 35 dollari, che varia a seconda della nazionalità di provenienza secondo
parametri difficili da capire. Cambio subito 200 dollari, mi danno qualcosa come
due milioni di kip, un malloppo voluminoso di banconote. Oltre frontiera, ho
preso un tuktuk-furgonato. Fare capire all'autista dove fosse la Syri guesthouse
è stata un'impresa, gli mostravo la cartina ma non dava cenni di orientamento,
neanche minimi. Non capiva una sola parola ne di inglese, ne di francese,
italiano neanche ho provato. Alla fine ce l'ho fatta, fino a Vientiane, durata
del tragitto circa tre quarti d'ora. Pochi sanno che Vientiane significa "città
del sandalo". Alla Syri mi danno una camera al primo piano, arredata con mobili
coloniali tarlati. La guesthouse è dietro lo stadio, non lontano dal centro.
Passo il pomeriggio in bicicletta, gentilmente messa a disposizione dalla sciura
in reception. Devo farmi aiutare da lei per togliere il complicato cavalletto.
La città non è grande, ma alcune salite sotto il sole cocente sono massacranti.
Arrivo madido in cima ad una strada e mi trovo proprio davanti al Patuxai, una
specie di arco di trionfo nerastro, costruito per festeggiare l'indipendenza
della Francia. Non lontano c'è il meraviglioso Pha That Luang, uno stupa
eccezionale completamente ricoperto di lamina dorata che scintilla nel sole
tropicale. All'interno, due giovani monaci scambiano piacevolmente due
chiacchiere, dicono che devono perfezionare il loro inglese. Vogliono che
racconti loro dell'Italia, ma da come ne parlano ho il sospetto che non abbiano
la minima idea di dove si trovi. Fuori dal tempio, trovo una gomma sgonfia, e
guarda caso uno zelante guidatore di tuk tuk si offre di riportarmi indietro. Ho
la vaga sensazione di essere vittima di una piccola "truffa", ma il costo del
passaggio è talmente irrisorio che decido di non pensarci. Qui in giro mi
guardano con curiosità, non ci sono molti farang in giro. Solo i monaci parlano
qualcosa di inglese, con gli altri mi esprimo a gesti o come riesco. Mi
addentro, dopo avere legato la bici, in un mercato all'aperto. Le tende che lo
ricoprono sono talmente basse che sono continuamente obbligato a chinare la
testa, suscitando l'ilarità composta di alcune venditrici. Si vende di tutto, ma
è la zona della carne a suscitare stupore e meraviglia. Ci sono ratti secchi,
altri che sembrano cani scuoiati, la carne spesso si vede a fatica sotto i
nugoli di mosche. Più tardi, mentre mi rilasso nel parco di un tempio all'ombra
di alberi giganteschi, due donne, madre e figlia, mi offrono delle specie di
involtini di mais avvolti in foglie di banano. Tentiamo di comunicare ma
l'impresa è ardua. Dopo un po' se ne vanno, salutandomi sorridenti. L'atmosfera
di Vientiane è molto rilassata, coloniale e pigra.
Alla sera, ceno in un ristorante francese pretenzioso in piazza Nam Phou,
scambiando due chiacchiere con un panciuto ed ilare canadese che è qui per
lavoro. Questa piazza dovrebbe essere il cuore pulsante della città, ma di vita
sembra essercene ben poca. Durante la notte vengo molestato dalle zanzare e sono
costretto a farmi una doccia di Autan. Domani compio 29 anni.
30 luglio - verso Vang Vieng
E' l'alba, fuori è ancora buio. Non sono sicuro se si tratti di sogno o realtà,
ma sento una voce femminile che grida Hallo! Hallo! Quando mi sveglio
completamente, mi affaccio dalla finestra e sento questa ragazza che racconta al
gestore della guesthouse di essere stata derubata. E' inglese ma dai tratti
orientali. In pratica dei ragazzi in moto hanno offerto a lei ed al suo ragazzo
un passaggio. Lei ha messo il suo marsupio nel cesto sul manubrio e non appena è
scesa, quello è ripartito a tutta birra. Poverina, ha perso passaporto, soldi,
cellulare, e non sa come fare; non fa altro che ripetere "I can't believe it",
anche perché dice che è stata anche in Cambogia e Birmania e non pensava che una
cosa simile le capitasse nel pacato Lao. Dice " a lot of money" e un sacco di
sterline sono un patrimonio in questo Paese, penso che il motociclista ci vivrà
per un anno almeno. Vabbè, già che sono sveglio mi faccio una doccia e vado a
cercare qualcosa da mangiare. Mentre passeggio penso che in città ci sia ancora
poco da vedere, e decido di proseguire verso nord. In una agenzia di autobus
compro il biglietto.
La giornata, poi, è decisamente movimentata. Mi sono sparato tre ore di pullman
per arrivare a Vang Vieng, e lottando duramente ho ottenuto un posto onesto,
quello in mezzo in fondo, dove posso allungare le gambe. La strada per il primo
centinaio di chilometri si snoda fra dolci pianure, lievi declivi e risaie.
Qualche edificio coloniale, chioschetti ai lati della strada, laghetti in cui si
rinfrescano dei bufali. Un contorno suggestivo, che diventa presto montagnoso,
il bus tossicchia lungo le salite. La sensazione di lasciarsi alle spalle la
civiltà assieme all'assonnata Vientiane. A colpo d'occhio sembra un paesaggio
estivo alpino, solo le case su palafitte e le risaie, assieme alla vegetazione,
mi ricordano di essere in Indocina. Quando passiamo su un ponte scricchiolante,
io ed un ragazzo tedesco ci guardiamo e facciamo il segno della croce,
sorridendo poi per il pericolo scampato.
Arriviamo a Vang Vieng, che è un borgo appena poco più grosso di quelli che
abbiamo attraversato venendo. Ha due strade principali, di cui una si snoda sul
fiume. Prendo una camera al Thavisak Guesthouse per 5 dollari, pulita e con
ventilatore. Il caso vuole che oggi compio 29 anni e mi diano la stanza 29. Sul
soffitto si rincorrono decine di gechi. Mi aggrego ad una compagnia di
australiani, sebbene spesso il loro inglese non sia proprio accademico, e
giriamo la città. Quello che in controluce sembra un grosso pipistrello in
realtà è.. una farfalla! Si avvicina a me fin quasi a farsi toccare, poi vola
via, verso il fiume. Il pranzo si trasforma presto in una festa non stop per il
mio compleanno, e mi emoziono un po' quando tutta la compagnia, che si è
ingrossata fino ad una ventina di persone, mi regala una torcia per la testa e
mi canta "tanti auguri" in quasi-italiano. In serata, un po' brilli, andiamo a
rilassarci sui comodi cuscini e tappeti di un baretto sulla strada principale,
gli australiani si scatenano e ordinano special bread, tè ai funghi e altre
pietanze vagamente allucinogene.
31 luglio - Vang Vieng
Giornata all'insegna dell'ozio semi-avventuroso. Dopo una colazione sostanziosa,
ci siamo organizzati per il tubing. In pratica, un furgoncino ci porta sulle
rive del fiume, circa 5 chilometri a monte della cittadina. Lì ci danno delle
camere d'aria di pullman e ci buttano in acqua. Lungo la discesa, diversi
baretti di bambù lungo le rive, aggrappati ai margini, in cui non manchiamo di
fermarci e ordinare "lam en cok" , una sorta di cuba libre fatto con un rhum
terrificante. Ogni stop è un secchiello di questa bevanda, per cui dopo un po'
la visione della scena si fa vagamente confusa. Ci sono anche dei rudimentali
alti trampolini e funi, che permettono di fare tuffi spettacolari nel Nam Song.
Ci buttiamo più e più volte nel placido fiume marrone, che è in piena e dobbiamo
affrontare solo un paio di rapide ridicole. Mentre ci lasciamo dolcemente
cullare dalla corrente, ci scambiamo brindisi e tentiamo acrobazie sugli
pneumatici; sono l'unico che riesce a mettercisi in piedi, in una sorta di
parodia del surf, e mantengo alto l'onore italico nel mondo. La ragazza inglese
mi dice "What are you doing crazy italian!". Posha, il cui succinto costumino è
inaffrontabile senza mancamenti, dice che con la bottiglietta di rhum sembro un
pirata. La montagna alla nostra destra, a picco e ricoperta di vegetazione,
incombe solennemente su di noi. Mi spiace di non aver portato con me la macchina
fotografica, per ovvi motivi, ma conservo dei ricordi meravigliosi della
giornata. Arriviamo in città quando il sole sta ormai tramontando, spiaggiamo su
un argine liberato da arbusti e bambù. Mentre torniamo alla base, sbircio dentro
qualche casetta. Le famiglie mangiano su un tappeto per terra, guardando
ipnotizzati la tv. Anche nei bar, i giovani avventurieri farang siedono su molli
divani e guardano puntate dei Griffin. Mi chiedo che senso abbia venire in Lao
per vedere la televisione.
Serata solitaria in un baretto sul Nam Song, la cui presenza è invisibile nel
buio ma imponente; decido che il fiume si chiama Song perchè quando scorre
sembra che canti.
1 Agosto - Luhang Phrabang
Partenza iperpiovosa verso Luhang Phrabang, cielo plumbeo. Il viaggio in
minibus, di qualche centinaio di chilometri, attraversa montagne lussureggianti
di verde ed incoronate da basse nuvole. Diversi villaggi, veramente rustici e di
massimo una ventina di case, con sciami di bambini, vacche, oche eccetera. Sui
terrazzamenti, la gente coltiva il riso in maniera tradizionale, con il tipico
cappello di paglia a cono e la schiena ricurva verso l'acqua.
Luhang Phrabang confonde le idee, disorienta, girandola in bici mi ci perdo
piacevolmente. In verità avrei voluto noleggiare un motorino, ma deve essere
successo qualche casino in passato perché mi dicono che ai farang non li
noleggiano più. LP E' forse l'unica città in Lao in cui i turisti si notano,
ristorantini e mercatini hanno un aspetto più moderno rispetto al resto del
Paese. Mi inerpico per i 330 scalini che portano al That Wat Chomsi. Dall'alto
del monte Phousi si può cogliere una visione d'insieme della città, che è su una
lingua di terra alla confluenza del Mekong e del Nam Khane. Poi mi dedico a fare
un po' di compere, fra i prodotti più tipici ci sono delle larghe sciarpe di
seta che sono stupende. Di solito non mi abbandono a shopping sfrenati, ma ci
sono diversi oggetti notevoli ed è un piacere mercanteggiare pacatamente per
comprarli. Compro anche un lungo portapenne di pietra intagliata, ne avevo già
visti di simili a Vientiane e mi ero mangiato le mani per non averne preso uno.
Più tardi rincontro Posha e i suoi due amici inglesi, ci ripromettiamo di
vederci più tardi al Lao Lao Garden. Qui ceniamo e ci concediamo una bottiglia
di vino bianco, che, pur essendo io abituato a bere vino, mi dà una mazzata
allucinante, io e Posha siamo più che brilli. Fuori, ci avvicina un ragazzo per
venderci dell'erba, che gentilmente rifiutiamo.
2 agosto - Luhang Phrabang
Stamattina mi sono svegliato un po' rintronato per via dei bagordi di ieri, con
piacevoli seppur vaghi ricordi della serata. Decido di dedicare la giornata alle
escursioni nei paraggi. Contratto 25 dollari (una cifra probabilmente enorme)
per un minipulmino ed una guida che mi accompagnerà tutto il giorno. Prima
andiamo al villaggio di Ban Xanhai, famoso per la preparazione artigianale di
liquore di riso, ed altra oggettistica più tradizionale. Bottiglie di liquore di
riso con serpenti, scorpioni e millepiedi. Poi, passando per una strada
disastrosa, arriviamo al villaggio di Pak Ou; da qui traghettiamo con una piroga
sull'altro versante del Mekong, per andare a vedere le sacre grotte in cui un
tempo vivevano degli eremiti. Saliamo diverse scalinate. Dei bambini vendono
degli uccellini in delle gabbiette di vimini, ripetono "uan dola! uan dola!" Nel
buio di queste grotte l'atmosfera è surreale, i fasci di luce delle torce
illuminano le migliaia di statuette di Buddha tutte diverse lasciate dai
pellegrini. Dopo il pranzetto di pesce sul Mekong, la mia guida, che si chiama
Dui e parla poco inglese, mi chiede se io voglia una ragazza lao per fare
bum-bum. Declino cortesemente la sua offerta, e lui fortunatamente non insiste.
Nel pomeriggio passeggio pigramente per traverse poco affollate di LP, tentando
di rubare qua e là qualche attimo di pace e qualche scorcio suggestivo. Teli
arancioni lasciati ad asciugare nel giardino di un tempio, anziani che
chiacchierano seduti sui parapetti lungo il fiume, bambini che giocano a
rincorrersi.
3 agosto - verso Vientiane
Mi sveglio presto, all'alba, senza che mi vengano a chiamare. Ho il pullman per
Vientiane alle 8, e ne approfitto per fare un ultimo giro della città. I monaci
sfilano in processione per chiedere l'elemosina, li sento tintinnare e faccio
appena in tempo ad affacciarmi e a vedere la colonna arancione. Quando scendo,
però, sono già scomparsi chissà dove. Le strade iniziano a prendere vita,
ronzanti di tuk tuk e di gente. Vado in un mercatino di strada dove vendono
alimenti, tutto su semplici stuoie per terra. Le donne agitano grossi ventagli
per scacciare le mosche, ma non sembra funzionare molto; mi guardano e
ridacchiano, falang falang, mentre altri sono del tutto impassibili alla mia
presenza incongrua. Spezie, rane a mazzetti legate per le zampe, anguille e
giganteschi pesci gatto ancora vivi che si dimenano nelle ceste. E poi dei
bozzoli che sembrano frutti, la venditrice li sbuccia e dentro ci sono delle
enormi larve bianche che si agitano mollemente per la luce improvvisa.
L'autobus parte in orario; il viaggio massacrante, di fianco alla graziosa Nu, è
addolcito da paesaggi splendidi, forse più che all'andata. La strada è tutta una
curva, la vecchia che siede due posti davanti a noi sbocca e sputa dal
finestrino ogni 10 minuti. Nu vorrebbe scambiare due chiacchiere, ma il suo
inglese ed il mio stordimento ci impediscono di andare oltre poche frasi di
cortesia. Mi offre una cicca. Poi le montagne lasciano posto alla pianura e ben
presto siamo nella capitale, più caotica di quanto la ricordassi. Anche
l'autista. che vedo sbadigliare nello specchietto, accelera un po' non essendoci
più precipizi ai lati della strada. All'arrivo, saluto Nu e prendo un tuk-tuk
per 7 dollari (prezzo farang) fino alla frontiera, in cui sbrigo velocemente le
formalità, e corro in stazione. Acchiappo appena in tempo l'ultimo treno per
Bangkok. Mangio riso scotto e maiale dolce che ho preso in stazione mentre il
treno era già praticamente in movimento. Il convoglio, che purtroppo non ha
cuccette ma solo rigide panche, si tuffa nella notte, direzione sud. Mi adatterò
a dormire così, anche perché non ho alternative, tenendomi abbracciato ben
stretto al mio zaino che contiene le mie cose, per evitare furti. che dicono
essere non rari in questi viaggi notturni.
Riassumo brevemente gli ultimi giorni. Dopo il
viaggio della speranza, dal confine del Laos fino a Bangkok, incontro Marco al
Suk 11, che dicono essere uno degli ostelli più belli della capitale. In effetti
ad una prima occhiata non tradisce le aspettative, ma purtroppo è pieno, per cui
decidiamo di ripiegare sulla Sawasdee House. Ci danno una doppia senza pretese,
che si affaccia sul macello ininterrotto della strada sottostante. Ieri lo
abbiamo passato girando la città in lungo e in largo, con tuktuk, barca e
skytrain, e soprattutto facendo shopping (abbiamo ribattezzato l'artigianato
locale "buddhanate"). Nei canali, fra ville sontuose e palafitte marcescenti,
gli incontri interessanti non mancano. La vita, lontana dalle arterie d'asfalto,
è molto più tranquilla. Uomini che pescano pazientemente, bambini che fanno il
bagno nelle acque marroni dei canali, tutti salutano e sorridono. Varani di
grosse dimensioni che si arrampicano pigramente sugli argini, le immancabili
effigi del re in ogni dove.
Ieri sera siamo andati in Patpong a fare un po' di vasche fra le bancarelle, e
siamo entrati a dare un'occhiata in uno dei famosi go-go bar, in cui le
prostitute ballano e adescano clienti. Non voglio fare moralismi, ma la
situazione non era molto piccante. Le ragazze si agitano annoiatamente, un
numero attaccato al costume le identifica. Forse hanno subodorato che da noi
caveranno ben poco, perché non veniamo importunati più di tanto. Offriamo da
bere ad un paio di esse per scambiare due chiacchiere. Un grosso orientale ne ha
due incollate addosso, noi guardiamo incuriositi le ardimentose manovre sul
palco. Le donne si esibiscono con palline da ping-pong, cerbottane, lamette; il
come lo lascio all'immaginazione. Qui la prostituzione non è ad esclusivo
appannaggio di povere emarginate, ma coinvolge ragazze di tutti i ceti sociali,
che la svolgono come un lavoro qualsiasi. Passato lo stupore iniziale per lo
show, torniamo fuori fra le bancarelle.
Stamattina Marco si è svegliato presto per andare a prendere Andrea
all'aeroporto. Poi siamo partiti in battuta per andare ad Ayutthaya. La città è
molto più tranquilla di Bkk, abbiamo fatto un pranzo luculliano e conosciuto due
ragazze americane, a cui diamo appuntamento stasera alle 7 al Tony, uno dei
pochi locali in città. Di vita comunque ce n'è ben poca, per fortuna veniamo
salvati dalla depressione incombente da un prestigiatore di strada che ci
delizia con mille giochini divertentissimi.
7 agosto - Ayutthaya
La mattina noleggiamo due scooter e vagabondiamo per la città, fra templi in
disfacimento, elefanti, bande musicali con le giacche viola ed enormi Buddha di
pietra. Ai piedi di uno di essi svolgiamo il rituale, che consiste
nell'attaccare una lamina dorata alla pietra e accendere una candela. Non so se
sia contemplato anche la realizzazione di un piccolo desiderio, o se quella di
chiedere favori sia un'usanza solo occidentale. Sono poco ferrato sulle usanze
religiose, esprimo quindi una richiesta non molto complicata da esaudire. A ora
di pranzo abbiamo praticamente visto tutta la città, che a dire il vero ci
aspettavamo un po' più caratteristica. Siamo indecisi, vorremmo andare a Lopburi
ma temiamo che, una volta visti i tre templi e le famose scimmie, si riveli una
città un po' malinconica come qui. Dopo una pacata discussione (i soliti piatti
che volano e sedie ribaltate), decidiamo di andare verso il mare. Questo perché
Luca arriva fra tre giorni e non avremmo il tempo materiale di vedere qualcosa
di più lontano. Pattaya è la località balneare più vicina, la guida ne parla
come di una specie di girone di perdizione e lussuria. E andiamolo a vedere, sto
girone infernale! Torniamo quindi a Bangkok in treno, e qui prendiamo un pulmino
assieme ad un gruppo di ragazzi israeliani e due olandesi. Arriviamo a Pattaya
in serata. La Walking Street è una specie di rutilante succursale di Las Vegas.
Ristoranti, negozi e go-go bar immensi. Qui questi posti sono ancora più
sfacciati, sono in pratica dei mercati a cielo aperto, le ragazze urlano come
matte per farci avvicinare. Gridano " Halò - sexyboy - aliugoing - velcom -
massage!" in una sorta di loop ipnotico. Questi posti, lasciata un attimo in
disparte la facile morale, sono senz'altro caratteristici, se non altro per
farsi due risate. Non c'è sfruttamento, forse meno rispetto a un ragazzo
occidentale che lavora in un call-center, e comunque non sta a noi giudicare le
usanze di questo popolo, ne abbiamo abbastanza di croci da portare già col
nostro. Vorremmo portare Andrea a vedere uno dei famosi ping-pong show, ma il
locale sta chiudendo. I ristoranti vendono aragoste di dimensioni spropositate,
sembrano cuccioli di alano. Ne facciamo pesare una per curiosità, è quasi
quattro chili e lunga più di un avambraccio. Ecco, sono grosse come le pantegane
che corrono all'ingresso della via, dove ci sono anche alcune facce poco
raccomandabili. Finiamo la serata in spiaggia, dove conosciamo Fabrizio, che
diventa subito il nostro idolo per le sue rivelazioni illuminanti che
diventeranno hit della vacanza ("Ragassi (perchè ha l'accento emiliano), non
fidatevi, sembrano brave ragasse ma son tute batone.. E MA NON CAPISCO!) Alla
quinta volta che viene in Thailandia, sembra aver finalmente appurato che molte
ragazze qui non sono disinteressate.
8 agosto - Pattaya
La giornata la passiamo vagando spensierati per la città, percorriamo il
lungomare fino all'estremità nord. Il mare non è granché, decidiamo quindi di
fare qualche compera per passarci via. Prendo un paio di pantaloni perché quelli
che indosso ormai non li metterebbe neanche un minatore. Si vendono anche
innumerevoli patacche, rolex finti non male, e gioielli di scarsa qualità.
Particolarmente molesti sono i sarti indiani, che insistono per farci dei
vestiti su misura. Con uno, purtroppo, vengo quasi alle mani perché praticamente
mi strattona per trascinarmi dentro il suo negozio. La serata si conclude con un
ladyboy (o katoy.. un travone, per capirci) che nel bel mezzo della Walking,
prima prova ad adescare Marco, e poi tira una cinghiata ad Andrea che gli dice
di lasciar perdere. La situazione è talmente surreale che ci allontaniamo
frettolosamente, la reazione immediata sarebbe quella di riempirlo di botte ma
il suo aspetto femminile ci disorienta, e decidiamo di tornare in hotel.
10-11 agosto - Bangkok
Siamo tornati a Bkk per recuperare gli ultimi due compagni di viaggio che ancora
mancano all'appello, Luca e Nando. La città ora mi appare insopportabile,
l'inquinamento mischiato agli odori agrodolci del cibo, il clima soffocante che
non dà tregua, assieme all'insistenza di alcuni venditori. Nando lo incontriamo
in un hotel in una traversa di Sukhumvit. Dietro suo consiglio, decidiamo di
andare al "the Club", uno dei pochi locali che tiene aperto fino all'alba. Molti
farang, alcune ragazze thai apparentemente senza secondi fini, musica house
pompata al limite della sopportazione, aria condizionata tipo cella frigorifera.
Dopo un po', vuoi per il gelo vuoi per l'alcool, ho un principio di collasso e
mi siedo al divanetto all'ingresso ad aspettare gli altri. Siamo brilli per non
dire ubriachi. La serata si conclude con una marea di baht spesi e il guidatore
pazzo di tuktuk, che ci delizia impennando il suo mezzo di un metro buono e
rischiando il ribaltamento. Quando arriviamo integri alla guesthouse, gli
battiamo le mani e gli lasciamo una buona mancia.
Oggi è stata la giornata dedicata alle compere,
nel gigantesco mercato di Mo-Chi (spero di averlo trascritto giusto). Saranno
diecimila bancarelle divise per settore, vestiti, artigianato ecc. Se avessi i
soldi comprerei la metà della roba che vedo, begli oggetti anche da regalare.
Per cui mi accontento di girare e guardare. Purtroppo non riesco a godermelo
fino in fondo. Esattamente come Marco in Sudafrica, dopo circa 3 settimane di
assunzione, il Lariam (profilassi antimalarica che sto facendo per Lao e
Cambogia) dà luogo ai suoi terribili effetti collaterali. Premetto che sono
abbastanza forte, ho affrontato Messico e Marocco e altri Paesi "a rischio"
senza avere il minimo turbamento interno, diciamo. Invece, dopo un po' che ci
inoltriamo fra le merci, inizio ad avvertire forti capogiri, nausea, pressione a
terra. Dico agli altri di continuare pure il loro giro, mentre io mi fermo ad un
baretto all'ombra. Pur non avendo mangiato praticamente nulla, vomito l'anima in
un tombino, una ragazza pietosa del bar mi porta del ghiaccio che mi dà un po'
di energia. Me lo passo sulla fronte fino a che non si scioglie, e vedendo che
mi sta ripigliando ne chiedo ancora. Non appena sono in grado di mettermi in
piedi, mi dirigo a malincuore verso l'uscita. Prendo un tuktuk il cui guidatore,
dopo avermi chiesto varie volte se, per caso, voglio fare un vestito o un
bum-bum, e di fronte alle mie risposte inferocite, mi porta finalmente in
albergo, dove dormo qualche ora. Mi sveglio rintronato nel tardo pomeriggio, e
decido di fare due passi in Khao San per vedere se gli altri si sono incontrati
con Luca, con cui avevamo un appuntamento. Lo trovo che vaga solo e spaesato,
zaino in spalla, e lo accompagno in camera. Gli altri arrivano ad ora di cena,
freschi freschi, carichi di borse; erano a fare shopping, meno male che Luca
l'ho beccato io per caso. In serata prenotiamo il pullman per Siem Reap (in
Cambogia) a 2300 baht compreso il visto. Gli altri vanno poi al Lumphini Stadium
per assistere ad un incontro di Muay Thay, mentre io rimango in camera a
riprendermi, visto che domani la sveglia è alle 6.
Un ultimo appunto, anzi due, del tutto scollegati dal contesto ma che mi sento
di fare ora.
1) Tutte le guide vi parleranno dell'affabilità e del sorriso dei thailandesi.
Verissimo. Ma pochi menzioneranno l'altro, sinistro, lato della medaglia. E cioè
che se vogliono vendervi qualcosa diventano dei veri rompicoglioni, secondi
solo, forse, agli indonesiani.
2) In Thailandia due cose sono essenziali, da portare con sé. La prima sono dei
sacchettini di plastica, da tenere sempre con sé per bloccare i bocchettoni
dell'aria condizionata. Ho notato che in tutti i Paesi tropicali la usano con
violenza, come uno status symbol, del tutto incuranti alle proteste. La seconda
è la carta igienica, a meno che non siate in prestigiosi hotel internazionali,
visto che l'idea di igiene intima, in tutta l'Indocina, si esprime al massimo
con un secchio di acqua torbida vicino al cesso, il cui uso non oso immaginare.
12 agosto - Siem Reap - Cambogia
Oggi lasciamo Bangkok alle nostre spalle in direzione Siem Reap, in Cambogia. A
noi si è aggregato Danilo, un ragazzo romano che sta girando l'Indocina per
disputare degli incontri di muay thai. Beh, di buon'ora, dopo un giro inutile
per trovare l'autobus giusto, zaino in spalla tipo naja, partiamo con uno di
quei pomposi automezzi dagli interni tra il barocco ed un incubo kitsch; con noi
altri gruppetti di europei ecc. Fuori lo scenario thai scorre lento, velocità
media 60 orari anche se la strada è tipo la pista di un aeroporto vuota.
Chiaramente, il tipo che ci organizza il viaggio ci ha assicurato che alle 17:00
arriveremo a Siem Reap. Non ha specificato però il giorno, furbo orientale. A
quell'ora stiamo più o meno lasciando il confine con la Cambogia dopo la trafila
del visto. Poipet è una città malconcia, casinò e miseria appena oltre
frontiera. Da lì in poi, ci buttiamo coi bagagli su un pulmino che, già al
nostro arrivo, manca di una ruota e perde vistosamente olio. La strada, in
sostanza, è una mulattiera a tre corsie, con scarso traffico. La cosa che la
caratterizza principalmente sono le buche, tante, e le zanzare. C'è da dire che
vediamo tantissimi scorci di vita locale, la Cambogia è ancora abbastanza immune
all'occidentalizzazione forzata, ed ha una popolazione in cui gli anziani
praticamente non esistono visto i terribili avvenimenti degli anni scorsi. Ci
chiediamo, mentre passiamo vicino ad una risaia paludosa al crepuscolo, "Ma
secondo voi, questa è una zona a rischio malaria?". Fra le risate generali ci
facciamo una doccia di repellente per insetti. In realtà le zanzare non sono
così tante, ma potrebbero essere quelle sbagliate, quindi meglio prendere
precauzioni. C'è un gruppetto di francesi delle prime file con cui scambiamo
qualche chiacchiera, ma più che altro siamo occupati a guardare fuori dal
finestrino. Colline, il percorso attraversa grossi paesoni la cui vita è la
strada stessa . In sostanza il viaggio diventa una divertente odissea, non oso
immaginare se avesse piovuto, avremmo dovuto mettere i remi fuori dai
finestrini. Pensandoci a posteriori, il mezzo più adatto è senz'altro una jeep.
L'autista, poco più che un ragazzino, si ferma un paio di volte per collassare,
si butta acqua in faccia, noi lo incoraggiamo, gli chiediamo se vuole che
qualcuno gli dia il cambio, infine gli diamo un paio di redbull. Si fa presto
buio. Salta l'impianto elettrico, che viene aggiustato a martellate. Ceniamo in
una locanda, molto ospitale, il mangiare è gradevole ma il bagno necessita
almeno di un esorcismo. I 160 chilometri più lunghi della mia vita, ma in fondo
ci siamo divertiti un sacco. Arriviamo a Siem Reap che è circa mezzanotte. La
città si presenta, almeno nel tragitto che facciamo noi, ordinata, alcuni grossi
hotel dall'aspetto rassicurante, molti dei quali con annesso casinò. Si capisce
che la città ha ottime potenzialità per attrarre visitatori, e le vuole
sfruttare bene. Noi, ovviamente, andiamo all'hotel dello "zio" dell'autista, il
Green Town, che non è male, camere doppie pulite a 5 dollari, un bel cortiletto
con un bar. Domani entreremo ad Angkor.
13 agosto - Angkor
Dopo una notte sudaticcia, affrontiamo Angkor con i tuk-tuk dei ragazzi della
guesthouse. Naturalmente non ricordo i nomi di tutti i templi che vediamo; è un
posto che trasuda millenni da tutto, dalle pietre, dalle piante immense che
avvolgono con i loro tentacoli verdi e marroni gli edifici maestosi. Camminiamo
per ore in questo scenario onirico, anche se il sole è a picco ci arrampichiamo
sulle ripide scalinate degli edifici, passiamo attraverso le imponenti radici
degli alberi. Ad Angkor Wat, ovviamente, il tempio principale si vede solo
scostando tonnellate di turisti. Molto meglio andare in orari meno gettonati
dalle orde in ciabatte, tipo l'alba. Passiamo la giornata girando quanto
riusciamo nel sito, sulla cui spettacolarità credo ci sia poco da aggiungere.
Indimenticabile, senz'altro. La serata, la passiamo in diversi locali nel
centro; Siem Reap si rivela essere una meta notturna non priva di sorprese e
divertimenti.
14 agosto - Tonlè Sap
Ci svegliamo con calma, la giornata ieri è stata abbastanza faticosa, e
decidiamo di dirigerci verso il lago, il Tonle Sap, il più grande del sudest
asiatico. Nella stagione delle piogge aumenta immensamente di volume. Solita
contrattazione con i ragazzi della guesthouse, molto disponibili. Passiamo
attraverso la vecchia Siem Reap, dove abitano pescatori, poveri e miliziani,
ovvero coloro che non si spartiscono la torta del turismo in città. Il viaggio
in tuk-tuk è piacevole, ci fermiamo a vedere le case su palafitte. Il lago
comincia quando ancora non lo vedi, la stessa piattezza del panorama e le case
sui pali lo suggeriscono, pulsa a seconda delle stagioni. C'è un villaggio
vagante, che mi affascina molto, a parte per la bellezza in sé, anche per il
fatto che cambia nome a seconda di dove si trova. Segue i flussi del lago, ed è
abitato da una minoranza vietnamita, che si riconosce dalle donne che si coprono
il volto con una sciarpa di seta scura. Ci imbarchiamo su una specie di barca
con un tossicchiante motore a vista. Uno dei ragazzi della guesthouse decide di
venire con noi per farci da guida. Il bacino acquatico è pieno di coccodrilli,
alcuni dei quali tenuti in gabbie, ci dicono per uso alimentare (li mangiano).
Alcune barche lunghe e affusolate ci si affiancano, sono piccoli negozietti
vaganti, e dei ragazzini giocano usando delle tinozze come barchette. Tutto è
sull'acqua, i ristorantini, le abitazioni; c'è perfino un campo da pallacanestro
galleggiante! Ci addentriamo nelle acque beige del lago, un immenso mare
colorato come la terra chiara, piatto come fosse olio, cinto da canneti e
arbusti.
Arriviamo in quello che sembra l'estuario di un fiume, lo risaliamo, è una scena
che ricorda vagamente Apocalypse Now. Ad un'ansa del fiume, c'è un villaggio su
palafitte altissime, la gente che lo abita è povera ma dignitosa, centinaia di
bambini che vagano e accettano qualche merendina in dono, maiali, lucertole, le
donne che lavorano ai telai, alcuni uomini si occupano di sistemare delle
imbarcazioni. Passeggiamo per un'oretta, c'è persino un piccolo tempio.
Poi, con una piroga a motore, andiamo a visitare una vicina foresta sommersa,
surreale, le piante chiare emergono dall'acqua, dei ragni corrono sulla
superficie e ci sono farfalle grosse come una mano. Ci accompagnano due signore
con i loro figli e il ragazzo della guesthouse che è voluto venire con noi
perché qui non era mai stato. Il posto vale senz'altro la pena di essere visto,
ci avventuriamo con calma nel silenzio, la maglietta in testa per i tratti
assolati. Durante la gita, una ragazzina cambogiana intraprendente che ha
imparato un po' di inglese, ci spiega che lavoro fa suo padre, come vivono, come
sono le piene del lago, dove ci sono i coccodrilli eccetera.
Danilo, non ricordo in che contesto, ha coniato una frase che diventerà un'altro
ritornello del viaggio: "I'm a little bit afraid, to be fucked again!".
16 agosto - Phnom Penh
Passiamo un paio di giorni nella capitale, la città sembra essersi lasciata alle
spalle gli orrori del passato. Locali carini sulle sponde del lago, traffico,
grandi stradoni invasi da motorini carichi di qualsiasi cosa si riesca a mettere
su un motorino. Il record che abbiamo visto è stato cinque persone, polli
attaccati dietro e cane nel cestino. La città merita il soprannome di perla
d'Asia, l'architettura khmer si intreccia con quella coloniale e quella moderna
dando vita ad uno scenario davvero unico; inoltre la gente è sempre molto
cordiale, a patto che non si parli dei problemi del passato, un argomento
abbastanza tabù. Spesso si incontrano dei mutilati, che chiedono con discrezione
una piccola elemosina. Ad un bambino do qualche dollaro per mangiare, lo rivedo
dopo che mi sorride e si tocca la pancia soddisfatto, mi vuole abbracciare per
ringraziarmi. Se uno cercasse un Paese per aiutare la gente col volontariato o
anche con un'offerta a qualche ente serio, la Cambogia ha senz'altro bisogno di
più di una mano.
I mercati sono degni di una visita, soprattutto il russian market, in cui ci si
perde fra aromi, vecchi cimeli, seta e teste di maiale; i venditori in coro: "Ken
ai elp iù, Luk insaid". Di notte, la città è gradevole, soprattutto sulle coste
del fiume, ci sono dei locali e dei ristoranti non male (uno che consiglio
vivamente è il Boat Noodle Restaurant, ad un blocco da Sothearos Blvd).
Visitiamo il complesso del palazzo reale, il museo annesso, i cortili ed i
templi all'interno del perimetro. E' una città nella città. La Pagoda d'Argento
(così chiamata per il materiale di cui è fatto il pavimento, in realtà un po'
ossidato e malridotto) è senz'altro affascinante, e protegge un buddha che
secondo me vale da solo la visita della Cambogia, il più bello e inquietante che
abbia mai visto. E' a grandezza naturale, interamente d'oro, giada e tempestato
da migliaia di pietre preziose, gli occhi sono due diamanti grossi come
nocciole.
La nostra sistemazione in città è il J-Hotel, pulito e conveniente, con un
piccolo casinò annesso per chi voglia farsi spennare un po'. Per spostarci,
viaggiamo spesso come passeggeri dei moto-taxi, un'esperienza tipo sport
estremo. Una delle attrazioni dei dintorni sono i poligoni abusivi, dove si
spara con kalashnikov, lanciarazzi ecc.. Surreale il menù in uno di questi
posti, dove fra le bibite ci sono anche i prezzi di bombe a mano, M-16 e
lanciagranate.
17 agosto - Phnom Penh
Oggi andiamo a vedere Choeung Ek, uno dei campi di sterminio dei Khmer rossi. La
guida ci accompagna all'ossario, dove ci sono migliaia di teschi accatastati.
Camminando sul sentiero, vediamo che affiorano dalla terra ossa e brandelli di
vestiti, molte fosse non sono ancora state scoperte. Su alcuni alberi, delle
macchie scure indicano dove veniva spaccata la testa dei bambini. Insomma, un
luogo dal silenzio impressionante e dal passato che grava ancora, non trova
pace. Più tardi, non contenti di atrocità, andiamo al museo del genocidio Tuol
Sleng, un ex edificio scolastico in cui i seguaci di Pol Pot perpetravano le
torture più agghiaccianti. Delle foto alle pareti ritraggono le vittime,
migliaia, e alcune delle aule sono state lasciate come vennero trovate, con i
letti di ferro a cui venivano legati i prigionieri, le macchie scure sul
pavimento, muri che trasudano urla e orrore. All'uscita, alcuni mutilati ci
chiedono senza insistere qualcosa per mangiare, e anche noi facciamo un breve
pranzo nel grazioso ristorante fuori.
Il pomeriggio lo passiamo allo stadio a vedere un paio di incontri di boxe
cambogiana, il biglietto costa mezzo dollaro e vale la pena. Metà dello
spettacolo è fatto dal pubblico, che urla e si dimena per incitare il proprio
campione su cui ha scommesso, l'orchestrina suona musichette ipnotiche al ritmo
delle quali avviene il combattimento. Essendo gli unici occidentali e alti in
media una spanna in più, la gente ci guarda con molta curiosità. Ci sediamo in
una specie di tribuna d'onore, davanti ad un qualche politico locale, ed infatti
dopo un po' ci chiedono gentilmente di spostarci. In serata, solita partitina a
biliardo in qualche locale sul lungofiume; al ritorno, chiedo di poter guidare
un tuk-tuk. Ma non sono proprio sobrio, e prendo in pieno un cordolo con la
ruota sinistra, rischiando il ribaltamento del mezzo. L'autista mi guarda
sconsolato e riprende il suo posto.
Questo paese trasuda acqua da tutte le parti, dagli onnipresenti corsi d'acqua,
dalle pareti delle case, dai volti scuri della gente. I sorrisi delle donne
cambogiane sono a mio parere i più belli dell'Indocina, larghi, un po'
squadrati, e gli occhi hanno una luce diversa, ma forse è solo una mia
impressione. E' un popolo coraggioso, che vuole dimenticare il suo passato e
ricominciare dalle sue nuove generazioni. Bambini che giocano nudi nella
spazzatura. Un battello, lo vedo ora dalla mia terrazza, naviga lentamente
controcorrente. In strada passa di tutto, motorini carichi di pollame, trattori
chopperati, risciò, bonzi in tre su una moto. Phnom Penh é una città che non si
dimentica.
18 agosto - Kuala Lumpur - Malesia
Oggi, con un volo da Phnom Penh, siamo arrivati nella capitale della Malesia.
Dopo aver pagato una cifra astronomica al tassista che ci ha portati in città,
troviamo alloggio nel peggior albergo di chinatown, quattro letti in una stanza
squallida, bagni in comune. Capiamo subito che la Malesia non è economica come
il resto dell'Indocina. In serata abbiamo giusto il tempo di fare un po' di foto
sotto le Petronas Tower, che si spengono circa verso le 23:00 lasciandoci in una
triste penombra poco fotogenica. Dirottiamo allora in una delle vie più caotiche
della città, la Sultan Ismail, che pulsa di vita notturna. La città ricorda le
scenografie alla Blade Runner, la popolazione è del tutto eterogenea, malesi,
cinesi, indiani, musulmani, ma in giro si vedono poche facce occidentali. In un
locale, al cui centro della pista c'è un acquario con due squali dentro,
facciamo le ore piccole prima di tornare al nostro tugurio.
19 agosto - KL - verso la costa - Kuala
Selangor
Risveglio della camerata, malumori di chi se ne vorrebbe andare da Kuala Lumpur.
Passiamo la mattinata nel giardino ornitologico, un immenso parco coperto da
reti in cui volano innumerevoli e coloratissime specie di uccelli. Dopo una
colazione abbondante fra tucani e fenicotteri, ci dirigiamo verso l'inevitabile
servizio fotografico diurno alle Petronas. Sembra davvero esserci poco altro da
vedere in questa città.
Alle tre di pomeriggio, con un colpo di mano, fermiamo un tassinaro e gli
diciamo di puntare verso Kuala Selangor, una cittadina sulla costa con diverse
cose interessanti da vedere.
La prima è il vecchio forte portoghese, dove fra le mura ed i cannoni
arrugginiti vive una numerosa colonia di scimmie, dei macachi i cui cuccioli
sono di un color giallo vivo. Si può arrivare in cima alla collina anche con un
trenino turistico, ma è di una tristezza infinita, la salita non è molto
impegnativa; una bella passeggiata è molto meglio. Stiamo attenti a schivare i
bisognini delle scimmie che vediamo saltare da un albero all'altro. Il panorama
sul mare è molto bello, mi ritrovo a fantasticare su storie di pirati,
arrembaggi e sandokanate varie. Al ritorno dalla gita al forte, conosciamo due
ragazze, un'olandese ed una laotiana, che si aggregano a noi. Ceniamo assieme e
decidiamo di andare a vedere le colonie di lucciole che abitano lungo il fiume.
Alla stazione degli autobus non c'è anima viva, mancano solo i cespugli che
rotolano. Senza perdere coraggio, entriamo in un internet point nella piazza,
per chiedere informazioni al giovane gestore malese, Roy. Fortunatamente parla
un po' di inglese, ma non sa se ci siano mezzi pubblici che arrivino fino al
fiume di notte. Con molta disponibilità, chiama un suo amico, Texas, il quale si
offre addirittura di accompagnarci lui. Dopo una mezzoretta di macchina,
arriviamo al fiume, dove prendiamo due sampan che si inoltrano nel buio sulle
acque scure e placide. Lo spettacolo delle lucciole è notevole, popolano a
milioni gli alberi lungo le rive, pulsando come luminarie. Il silenzio è rotto
solo dal fruscio della vegetazione e da qualche rana che gracida. Quando
torniamo a riva, Roy e Texas ci chiedono se abbiamo sonno. Alla nostra risposta
ovviamente negativa. ci portano prima in un luna park nelle vicinanze, e poi in
un bar karaoke vicino al porto. Fra un piatto traboccante di polipi piccanti,
una cantatina, balli e fiumi di birra, ci divertiamo come dei ragazzini. Frase
conclusiva della serata, di Andre rivolto a Roy: " I send an email to you when I
put my foot on the italian pocodio". No comment. Ora solo il ventilatore sopra
di noi agita la notte, fuori scroscia la pioggia. Il dio dei viaggiatori è con
noi, basta non perdere mai la speranza di trovare gente amichevole.
22 agosto - Palau Langkawi
Dopo l'ennesimo viaggio della speranza in pullman, con non poche difficoltà
logistiche, traghettiamo sull'isola di Palau Langkawi. La giornata in cui
arriviamo il cielo è nuvoloso, il mare mosso e torbido, l'umore non alle stelle.
Noleggiamo una macchina, visti i prezzi convenienti, una decina di euro a testa
al giorno. In giro per l'isola pochi turisti occidentali. le donne sono coperte
dal velo da testa a piedi, noi le abbiamo ribattezzate scherzosamente Cattivik,
se il velo è nero, o uova di Pasqua (Cattivik colorati).
La giornata di oggi, però, è stata ricchissima di avvenimenti. In mattinata,
siamo andati a vedere le meravigliose cascate al centro dell'isola. Sono alte un
centinaio di metri, cinte dalla vegetazione lussureggiante, e formano un
laghetto principale e diverse pozze di acqua cristallina. Ci rilassiamo
nell'acqua fresca, sotto il getto d'acqua, mentre alcune scimmiette ci guardano
curiose mentre spolpano dei grossi frutti arancioni. Dopo un pranzetto veloce in
un bar lungo alla strada, torniamo in albergo, dove ci accordiamo con Crocodile
per un tour delle isole. Crocodile è il nostro nuovo tour operator, un malese
scatenato, biondo e col fisico da californiano in trasferta. Ci imbarchiamo per
un pelo. La barca guizza fra le isole verdi, l'acqua è turchese e il clima non
potrebbe essere migliore. Nella prima isola in cui attracchiamo, facciamo il
bagno nella laguna salmastra, e poi camminiamo lungo il sentiero che gira tutto
il perimetro dell'isola, regalando scorci da cartolina. Nell'isola successiva,
ci fermiamo nella rada per vedere le maestose aquile, simbolo dell'isola, che
volteggiano su di noi e si buttano a capofitto nell'acqua per pescare. Infine,
nel pomeriggio inoltrato, approdiamo sull'ultima isola, la più bella. Qui ci
tuffiamo e a pochi metri da riva c'è una splendida barriera corallina, non
saprei elencare tutti i pesci che vedo, ci sono anche un paio di cernie scure
enormi che si lasciano avvicinare.
Sulla barca, al ritorno, sentimenti alla Corto Maltese. Serata alla Reggae
House, complessino dal vivo e Tequila Sunrise, e poi tutti a nanna.
23 Agosto - Palau Langkawi
Oggi è la giornata in cui ci lascia Andre, per cui pianifichiamo un programma
poco impegnativo a zonzo per l'isola. La mattina gironzoliamo per lo Snake
Sanctuary, un giardino-rettilario in cui, a dire il vero, i serpenti sono tenuti
in condizioni un po' tristi. Ne stuzzichiamo un paio con un bastoncino per
vedere se reagiscono, sono un po' intorpiditi. Alle pareti di una sala, foto
impressionanti di gente morsa o ingoiata intera. Visto che il traghetto di
Andrea parte per Georgetown nel tardo pomeriggio, andiamo alla pista di go-kart
per fare un paio di gare. Il tracciato è molto divertente, essendo noi in
ciabatte optiamo per la guida a piedi nudi, che lascerà qualche vescica. Serata
useless.
24 Agosto - Palau Langkawi
Giornata naturalistica. Ci imbarchiamo di buon'ora per Coral Island. Il viaggio
è piacevole, mi stravacco ad abbronzarmi su una sdraio, sul ponte della nave,
con l'mp3 di Marco. L'isola è molto suggestiva, forse un po' troppo affollata
nei ritrovi, ma sott'acqua ci si sente liberi, fra grossi pesci variopinti,
coralli e mille altre creature. Passeggiamo nella foresta, e poi ci dedichiamo a
nutrire squali pinna nera, alcuni dei quali lunghi un paio di metri. Ci
avventuriamo nell'acqua fino alla vita, e agitiamo pezzi di pesce sott'acqua.
Centinaia di pesci colorati si azzuffano per cibarsi, ma scappano quando arriva
qualche squalo. Ci raccomandano di tenere le dita a pugno, consiglio che
adottiamo, e presto siamo letteralmente circondati di pinne minacciose. A quanto
pare sono inoffensivi per l'uomo. Sarà, ma quando iniziano a nuotarci intorno a
decine non è che siano proprio rassicuranti. Fortunatamente, torniamo a riva con
tutti gli arti attaccati. Decidiamo di andare a pranzare, al sicuro sul pontile.
Il viaggio ce l'ha proposto il nostro amico Crocodile Dundee, e anche stavolta
non ci siamo pentiti.
Cena opulenta a base di pesce (a furia di vederne vivi ci era venuto appetito),
con musicista francese che canta anche Bella Ciao. Se c'è una cosa che però
manca a Langkawi è la vita notturna, per cui andiamo a letto alle 11 come dei
bravi ragazzi. Domani parto solitario verso le isole thailandesi, visto che io
ho voglia di mare, mentre Luca e Marco hanno deciso di andare a Chiang Mai,
nell'estremo nord. Sono indeciso fra quelle sul versante occidentale (Phuket,
Koh Phi Phi) o le altre, principalmente Koh Samui. Credo che, se la notte non mi
porterà consiglio, domani tirerò una moneta.
Risveglio brusco e imbarco all'ultimo minuto
sul traghetto che mi porta a Satun, in Thailandia. L'ufficiale di frontiera
conta spaesato i visti, le pratiche sono abbastanza veloci. Fortunatamente, un
francese silenzioso con trolley va a Koh Samui, per cui mi aggrego. Con 750 baht
posso raggiungere l'isola, e poi decidere se avventurarmi a Koh Pangan o Koh
Tao. Tragitto con minivan fino ad Hat Yai e Surat Thani. Il traghetto per
l'arcipelago partirà stanotte, per cui mangio in un ristorantino al porto, brodo
di riso e pollo. La barca ha un aspetto un po' antiquato, ma ha un suo fascino,
l'idea che si avventuri nella notte dell'oceano coi suoi legni cigolanti e i
suoi bulloni arrugginiti. Al primo piano vi è la stiva e i motori, al secondo,
su un pavimento di legno, una distesa di materassini dall'aria vissuta, su cui
stendo il sacco lenzuolo. Famigliole thai, bonzi, qualche farang, una ventina.
Scelgo una postazione d'angolo, con un oblò che si affaccia sulle tenebre e da
cui fumo l'ultima sigaretta prima di sdraiarmi. Dormo bene, il mare è una
distesa d'olio ed il rumore del motore si attenua durante il viaggio.
26 Agosto - Koh Samui
Entriamo nel porto all'alba, il cielo appena rosa all'orizzonte, un gruppetto di
tassisti mattutini cantilena le destinazioni. Come al solito i falang si
consultano, si formano i gruppetti che si sparpaglieranno per l'isola. La mia
meta è Chaweng Beach, e sembra che ci vada anche qualche faccia simpatica. Con
me, sul songthaew, un gruppetto di canadesi, tre ragazze e quattro ragazzi, con
cui simpatizzo. Arriviamo che chiareggia, i canadesi fanno colazione da un
Burger King, mentre io, fuori, scambio qualche informazione con dei pisani
recuperati in strada. Loro, prima di qua, son stati dieci giorni a Phuket e
hanno preso praticamente solo pioggia, per cui probabilmente ho scelto la costa
giusta. Qua mi consigliano un resort, il Chaweng Garden, dove trovo una doppia a
500 baht. Uno dei canadesi è spaiato, sembra una persona per bene e decidiamo di
prenderla insieme, soprattutto perché l'alternativa è andare a cercare un altro
posto, visto che molti hotel sono pieni. Il bungalow, in un complesso fra le
palme, è abbastanza pulito e ordinato, ad una ventina di metri dal mare.
Il gruppo di canadesi è attivissimo, decide di prendere un taxi collettivo per
fare un giro dell'isola ed io mi faccio tirare in mezzo, anche se mi proietterei
volentieri in spiaggia a farmi fare un massaggio mentre sorseggio un cuba.
Andiamo a vedere l'ennesima cascata, da cui ci tuffiamo, ed un gruppo di scogli
dalla curiosa forma di genitali. Dopo una foto collettiva sulla cappella di
roccia, ci dedichiamo ad un pomeriggio nei negozietti di artigianato, dopo di
che mi faccio il meritato riposino. Cena luculliana in riva al mare, crostacei e
pesce, vino bianco non dei migliori, collane di fiori. Con le canadesi fumo il
narghilè, distesi sulle stuoie, fra i cuscini, guardiamo i palloni di carta con
la lampada dentro alzarsi nel cielo e farsi portare via dal vento. Conosciamo
due ragazze californiane, con cui ci diamo appuntamento all'Happy Bar, salvo poi
scoprire che ce ne sono almeno 4 di posti con quel nome, un paio dei quali di
dubbia fama. Nottata etilica a vagare da un locale all'altro, la vita notturna
si concentra in un paio di posti facilmente raggiungibili. Finiamo sulla
spiaggia ad aspettare l'alba, le ragazze fanno il bagno, Monica mi invita
nell'acqua ma io preferisco aspettare sulla sabbia tiepida. Fumiamo con un thai
che si è unito al gruppo, ci spiega quali zone dell'isola secondo lui sono le
migliori per comprare o per fare il bagno, eccetera. Non male, come primo giorno
a Koh Samui. L'isola è bella, bikini farang sulla spiaggia, buona la possibilità
di alloggiare e fare acquisti a prezzi onesti, gente tranquilla; alla sera la
movida è frizzante, finalmente, dopo il ritiro spirituale nella musulmana
Malesia.
Frase del giorno : "Where the fuck is the third Happy Bar?"
29 agosto - Koh Phangan - Full Moon
L'isola di Koh Samui si presta ad essere girata facilmente in scooter. Fra le
attrazioni, un buddha dorato gigantesco (e un po' pacchiano, con lucine tipo
luna park), il Butterfly Garden (un parco racchiuso da reti dentro cui volano
migliaia di farfalle) e molte spiagge lontane dal turismo di massa, magari meno
adatte al bagno ma senz'altro affascinanti.
Stanotte siamo stati a Koh Phangan. Siccome ieri pomeriggio tutti fervevano per
via della luna piena e del Full-moon party, pur non essendo un grande amante del
genere decido di unirmi a loro. Al porto, ci recupera una speed-boat, siamo un
gruppetto nutrito, ovviamente tutti falang. La barca è una scheggia nella notte,
limpida e luminosa per via della luna, solleviamo grosse creste di schiuma
bianca dietro di noi. Una ragazza inglese scopre di soffrire il mare, per
fortuna si allontana. Da lontano, avvistiamo le luci della festa. Sono curioso
di verificare quante leggende su questa festa siano vere. La spiaggia, nel buio,
luccica di centinaia di chioschetti, neon, ragazzine ubriache, impianti stereo,
mangiafuoco. Ci sono zone in cui la musica è pompata, altre dove si può far
riposare i timpani e osservare i giocolieri o la gente che balla seminuda
ricoperta di vernice fosforescente. Coi canadesi faccio un patto di
aiuto-controllo reciproco, ripromettendoci di non perderci di vista. Bisogna
dire che non girano solo ettolitri di alcol, per cui cerchiamo di tenerci alla
larga da situazioni spiacevoli. Un poliziotto ispeziona il mio zaino, e mi
augura gentilmente di divertirmi. Tutta la notte abbiamo ballato, riso,
soprattutto bevuto parecchi bucket di lamencoke; credo di aver cambiato tre
volte le ciabatte nel corso della serata. Ci ritroviamo all'alba, a sonnecchiare
sulla spiaggia, praticamente sotto un woofer. Io sono dipinto di roba
fluorescente peggio di quelli che pigliavo per il culo quando sono arrivato.
Centinaia di persone, barcollanti, aspettano con l'acqua fino alla vita l'arrivo
delle spead-boats. Silhouettes nere contro il cielo rosa e arancio, come animali
migratori verso la prossima festa. Devo ammettere che mi sono divertito, anche
se questo genere di feste non rientra nella pura filosofia routard, ogni tanto è
giusto prendersi una pausa e godersela un po'. Delle lampade-mongolfiere di
carta annuiscono, mentre si sollevano lente dalla spiaggia su cui si trascinano
gli ultimi e già si smontano i baracchini e i sound system.
30 agosto - Koh Samui
Giornata finale sull'isola. Stamattina i canadesi sono partiti, ho intravisto
nel sonno Ryan che mi faceva un cenno di saluto. Avrei voluto salutarlo meglio,
ma il dormiveglia mi ha sopraffatto. Quando sono uscito, noto che sulla porta
c'è una busta con dei soldi. C'è una lettera di Rehzad, uno dei canadesi, che
dice a Ryan che ha deciso di partire all'improvviso, e gli rende i soldi che il
mio compagno di stanza gli aveva anticipato per una gita. Non posso fare altro
che tenerli, sono circa 15 euro. In spiaggia, sotto una palma, mi faccio fare un
massaggio mentre sorseggio un cuba, che mi scioglie un po' di stanchezza per
questi ultimi 51 giorni in Indocina. Passo la serata facendo una passeggiata,
fra bancarelle e locali, o a giocare a biliardo con le ragazze dei go-go bar,
ovviamente fortissime. All'alba, inglesi ubriachi e ladyboys che vagano per la
strada. Un pitbull con una collana di fiori. Sentimenti da fine della festa,
devo dirigermi verso nord per raggiungere Bangkok, dove Luca e Marco mi
racconteranno come è andata fra le montagne del nord.
Le foto e il video di questo viaggio sono disponibili sul mio sito
http://www.bradolab.net
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