Cinque fermate per il paradiso del tè Pubblicato in tre puntate il 16, 23 e
30 dicembre 2009 su La Voce di Romagna
di Simone Mariotti
Kumily, montagne del Kerala
meridionale (India del Sud), 4 settembre 2009.
La notte non era stata una
delle mie più gloriose, ma migliore di quella precedente che mi aveva visto a
stretto contatto con il piccolo bagno della stanza che avevo preso al Coffee
Inn. Mi ero rimesso a posto molto in fretta, ma avevo una gran voglia di
andarmene da quel luogo sì carino, ma che sembrava tanto una specie di
Disneyland in versione forestale, dove tutto era organizzato e tutto un po’
scontato. Ma c’era comunque una delle più grandi riserve al mondo per la
salvaguardia della tigre, e ogni cosa ruotava attorno a essa, e lasciare un po’
di soldi al parco era quasi doveroso, non molto avventuroso, ma doveroso, ed era
quel che contava.
La stazione degli autobus di Kumily era il solito spiazzo caotico e polveroso
come lo trovi in tutta l’India, con i bestioni della Tata colorati e malridotti
che si muovono con disordinata autorevolezza, strombazzando sereni, mentre i
venditori di samosa, noccioline, ananas, giornaletti e molto altro ancora
attendono di salire sul mezzo che sta arrivando per tirar su qualche rupia.
«L’autobus diretto per Munnar,
quello delle 14, oggi non parte».
La notizia ferale, che in realtà si rivelò provvidenziale, me la diede un uomo
in divisa, nervosetto che stava nell’ufficio della stazione, «prova a sentire
con qualcuna delle compagnie private, ma tanto non c’è nulla», insisteva.
«Come mai? E’ sicuro? Mi avevano detto che uno c’era comunque».
«Sì è rotto a metà strada e arriverà solo stasera. Quindi riparte domani».
Mi diressi verso un’altro ufficio, dove un addetto, questa volta ben più
rilassato, in maniche di camicia e lunki, il lenzuolone indossato a mo’
di sottanone, diffusissimo tra gli uomini del Kerala, ascoltata la mia
richiesta, si guardò attorno e mi indicò un controllore appena sceso da un bus,
urlandogli una qualche spiegazione in lingua malayalam. Come un pacco
venni spedito sopra un pulmino rosso che stava partendo, ma fatti pochi metri,
ero di nuovo a terra perché l’autista, che parlava un’inglese più comprensibile
dei suoi colleghi, capito dove dovevo andare realmente, mi disse che se restavo
a bordo non sarei arrivato neanche e a metà strada e che per giungere sino alle
piantagioni di tè di Munnar, c’è era tutti i giorni un diretto... quello delle
14!
Vistomi di nuovo a terra, l’uomo in “gonnella” mi chiamò e mi disse che un
autobus per Munnar forse c’era alle 15.45, ma non era sicuro che arrivasse in
tempo lì a Kumily. E la parola “forse” in India ha un suono ancora meno
rassicurante che altrove.
«Come ci arrivo a Munnar, non
mi dire che devo restare qui ancora una notte?»
Ero tornato al primo ufficio, dove l’uomo in divisa, che in realtà, a guardarlo
bene, probabilmente aveva dieci anni meno di me, anche se ne dimostrava cinque
di più, stava leggendo un giornale. Questa volta sorridente, si alzò e diede
un’occhiata molto veloce alla mappa che era appesa al muro, giusto per cercare
un dettaglio che forse mancava nella sua mente o una conferma. Rimuginato il
tutto per un attimo, mi consegnò un piccolo pezzo di carta lungo dieci
centimetri e largo tre, che ancora conservo, su cui aveva scritto, oltre a
Kumily e Munnar, altri tre nomi di città, o meglio di piccoli paesini, in ognuno
dei quali avrei dovuto prendere una coincidenza.
«Devo cambiare 4 autobus, sei sicuro?», già mi vedevo passare la notte in mezzo
alle montagne, perché se avessi dovuto scommettere sulla mia capacità di
centrare in un tempo ragionevole tutti i cambi, in una tratta che un diretto
impiegava oltre cinque ore a coprire, non avrei puntato una rupia sul fatto che
sarei riuscito ad arrivare a Munnar prima di mezzanotte.
Perché mi fossi trovato in
quella condizione, senza aver programmato quasi nulla, senza essermi informato
con precisione su orari tempi di percorrenza, senza la certezza, ma solo la
speranza di arrivare e di trovare un posto per dormire, speranza che si affidava
a un passaparola di una settimana prima, come dirò poi, non lo so. Ma era, ed è,
bello così, e chi lo ha provato lo capisce. Sentirsi vivi perché privilegiati
nel riuscire ad assaporare la bellezza di un cammino nella sua complicata
imprevedibilità.
Dopotutto non è questo lo scopo del viaggiare? Viaggiare, appunto, per vedere.
Spostarsi anche scomodi, anche senza obiettivi, anche perdendo tempo,
indifferenti alla pioggia e al vento, alla solitudine, allo sporco, al disagio.
Ma lì per guardare, riempirsi del mondo che ti siede accanto, mentre la meta
finale è quasi solo il punto di partenza di un nuovo percorso, anche lui vago.
La prima destinazione era
Paliynmaly.
Ricaricato lo zaino sulle spalle tornai in trincea. Questa volta mi avvicinai
subito a un gruppo di bigliettai che parlottavano in attesa di prendere
servizio. Mostro loro il mio mini foglietto e ancora una volta salii quasi al
volo su un bus già strapieno, e ancora una volta sentii il bigliettaio, da
terra, urlare delle parole all’autista e l’ultima di queste era il nome della
mia prima destinazione.
Dopo una mezzora molti dei passeggeri erano già scesi, anche se avevamo percorso
appena una quindicina di km. Riuscii anche a trovare un posto a sedere e potei
osservare meglio quel che accadeva attorno a me. Avevo già fatto tanti
spostamenti in autobus e l’ambiente non mi era assolutamente nuovo. Ma non so
perché, quel viaggio di quel giorno, quel sali e scendi, quella diversità che
caratterizzò ogni tappa, una così vicina all’altra, mi fecero fissare nella
memoria, meglio che in altre occasioni, tanti particolari di quella parte così
tipica della vita indiana (gli spostamenti, quasi delle “transumanze” dato il
numero di persone coinvolte, con spesso animali al seguito), a cominciare dagli
indaffaratissimi e meticolosissimi bigliettai.
Erano tanti anni che non ne vedevo di quel tipo. Mi ricordavano quelli che
c’erano sul flilobus di Rimini, quando da bambino lo prendevo tutti i giorni per
andare a scuola ai Salesiani. Avevano gli stessi mini blocchetti per i
biglietti, quelli fatti di carta colorata con toni pastello, verdi, gialli, blu,
rossi, grigi. Ricordo che io e i miei amici osservavamo sempre il bigliettaio,
che stava sul suo seggiolone davanti alla porta centrale, per vedere se durante
il tragitto finiva uno di quei piccoli blocchi, per essere pronti a chiedergli
la mazzetta rimasta prima che la buttasse via, come fosse qualcosa di
importante, una specie di finto denaro che poi utilizzavamo per giocare. Roba
che a raccontarla ai bambini di oggi ti danno del disadattato, e che invece per
noi aveva un suo significato, quasi rituale, un contatto con il mondo ufficiale
dei grandi, che ancora godeva di rispetto, e noi con quei mazzetti ce ne
appropriavamo di un pezzettino.
I bigliettai indiani avevano un borsello identico a quello che vedevo nei miei
bus infantili, che conteneva anche un quadernino su cui fare i conti precisi dei
biglietti staccati e dei soldi incassati, che ovviamente dovevano quadrare. Ne
ho visti tanti e quasi tutti, appena all’interno si stabiliva un po’ di calma,
si rintanavano su uno dei sedili liberi a fare i calcoli con grande attenzione;
a volte restavano anche in piedi, poggiandosi su qualche schienale, quando la
ressa non permetteva di fare altrimenti. E non poche volte si sono messi seduti
vicino a me, ché spesso c’era un posto vuoto di fianco.
Il primo autobus di quel mio
curioso viaggio era un classico Tata rosso e giallo. Ancora non pioveva e i
finestrini erano tutti aperti. Lo sono praticamente sempre e nessuno di essi ha
vetro o plexiglas per permettere una chiusura ermetica. Hanno però una tela di
plastica grossa che cala dall’alto a soffietto una volta sbloccata e che copre
molto efficacemente e velocemente dalla pioggia improvvisa, che spesso arriva
violenta nel giro di pochi secondi, e anche dal freddo. Durante la stagione
delle piogge è un continuo su e giù, con la luce, il vento, i profumi e i rumori
della vita esterna che entrano ed escono. Quando sono tutti chiusi si accendono
le luci, che non servono poi a molto perché dentro all’autobus si crea sempre
una specie di effetto cinema grazie alla quasi onnipresente tv, che c’è in ogni
carrozzone che si rispetti, sempre accesa, sempre con un film made in
Bollywood sparato a tutto volume.
Sono i polpettoni indiani prodotti a Bombay, e sempre più anche a Madras, e che
hanno una particolarità: l’eroe vince sempre per tutto il film. Le trame seguono
un canovaccio ricorrente: storie d’amore, problemi familiari, gang che vogliono
far del male alla bella di turno ecc. A differenza dei loro omologhi
dell’Estremo Oriente, quelli prodotti più che altro a Hong Kong, dove in trame
simili il divo di turno le prende di santa ragione sino agli ultimi dieci
minuti, per poi scatenarsi miracolosamente alla Braccio di ferro e salvare la
sua donna dai cattivi, qui, perlomeno in tutti quelli che mi è capitato di
vedere sui pullman, mai una volta il protagonista è parso essere in difficoltà,
e le sue imprese avrebbero fatto impallidire, non dico Superman, ma certamente
Batman e Uomo Ragno! Nel 95% dei casi è trash estremo, roba forte; Ciccio e
Franco al confronto sono due seriosoni da cineclub.
Se l’autobus “disgraziatamente” è sprovvisto di TV, è la musica a farla da
padrona, ed è sempre e solo musica in lingua locale. L’attaccamento degli
indiani alla loro cultura è infatti encomiabile, e inattaccabile.
Arrivai alla prima fermata del
mio itinerario. Era un paesello con tre strade al cui incrocio si formava una Y:
quella da cui eravamo arrivati, quella imboccata dall’autobus da cui ero sceso,
quella lungo la quale avrei proseguito. La fermata non era esattamente una
“fermata”. Era un pezzo di strada dove tutti sapevano che l’autobus si sarebbe
fermato, con un piccolo, perenne capannello di persone in attesa, che aveva così
la funzione sociale di segnaposto. Il controllore del bus precedente,
indicandomi l’uscita, mi aveva detto qualcosa che suonava come: «vai là e chiedi
a qualcuno prima di salire».
Giunto in loco, poggiai lo zaino e mi armai subito del mio foglietto
“lasciapassare”. Un ragazzino, che sembrava il più incuriosito dalla mia
presenza, si fece avanti.
«Devo andare a Nedumkandom», dissi in un inglese molto lento, con la certezza di
aver storpiato il nome della mia destinazione. Ma il ragazzino capì al volo, e
ridendo mi disse di aspettare; anche un signore dietro di lui, forse il babbo o
lo zio, anche lui con un lunky, mi fece un cenno bonario col capo.
Il ragazzino aveva voglia di parlottare un po’.
«C’è una festa qui, l’Onam, e anche in altri villaggi», e mi indicò una piccola
manifestazione che avevo scorto arrivando. Non sembrava nulla di speciale, ma in
effetti, data l’esiguità del paesino c’era molta gente, caotica e colorata,
tutta attorno a un carretto con sopra uno degli dei del ricco pantheon indù.
Il ragazzino rimase in silenzio per un paio di minuti, guardandomi come se si
trattenesse dal chiedere qualcosa di imbarazzante. Poi non resistette più:
«Perché vai a Nedumkandom, non c’è nulla là».
Gli spiegai il mio “problema” e, rotto il ghiaccio, scattò la solita sfilza di
domande e risposte a cui ero ormai abituato da tempo.
«Sono italiano».
«Italia! Milano, Torino...»
Non so quante volte ho sentito ripetere questa tiritera, soprattutto dai
venditori per strada. E Torino era molto più quotata di Roma, Venezia e Firenze.
Potere “olimpico” probabilmente, anche se tra gli indiani e lo sport, cricket a
parte, non è che ci sia mai stato un gran feeling. Eppure Torino primeggiava
quasi sempre.
«Viaggio solo, non sono sposato, non ho figli».
«Quanto si guadagna in Italia?», questo, però, me lo chiese il presunto babbo
del ragazzino vestito di bianco, ma era comunque una domanda classica.
Stava arrivando un autobus.
«E’ il tuo», disse l’uomo, che stava evidentemente rimuginando sulle cifre che
molto approssimativamente gli avevo detto. Loro due rimasero in attesa alla
“fermata”.
Quel secondo bus era veramente
strapieno, e per quasi un’ora restai in piedi proprio sulla porta, sempre
aperta; anzi, il portellone di chiusura mancava proprio. Mi dovevo reggere di
continuo con due mani, premendo lo zaino con una gamba contro lo schienale di
uno dei sedili a cui stavo aggrappato, per evitare di vederlo volare via a ogni
scossone.
Uno dei rari cartelli stradali che vidi appena partiti diceva che a Munnar
mancavano 65 chilometri. Erano le 15,50. Alla fine arrivai a destinazione alle
19,40!
Tuttavia, quella nuova strada in mezzo alla foresta era fantastica. Un paio di
volte provai a fare un piccolo filmato con la mia macchina fotografica, ma
entrambe le volte rinunciai, riconquistando subito la presa che avevo mollato,
rischiando ogni volta di cadere fuori. E per tutta l’ora di viaggio quasi non mi
mossi, se non con la testa.
Nedumkandom sembrava una simpatica cittadina. La stazione degli autobus era la
più piccola tra quelle che mi è capitato di vedere, e copriva un’area quadrata
incredibilmente tranquilla, circondata dalle palme su di uno spiazzo di terreno
un po’ in quota. Molti dei mezzi in attesa, tutti spenti, erano di una taglia
inferiore rispetto ai soliti bisonti a quattro ruote; ma anche quelli lì, pur
piccoli, erano sempre tutti figli della Tata.
Dopo poco scoprii che alle tre città in cui mi sarei dovuto fermare, avrei
dovuto aggiungerne una quarta, perché per arrivare da dove mi trovavo a Popparm
(la “vecchia” numero 3) prima sarei dovuto passare anche per... non avevo la
minima idea del nome che mi era stato detto. Il mio destino era ancora in mano a
un bigliettaio vagante che questa volta mi recapitò su un piccolo autobus
semivuoto e ancora fermo.
«Partiremo tra cinque minuti», mi disse il nuovo controllore, già persona
“informata sui fatti”, impeccabile nella sua uniforme verde scuro, quasi
marrone, simil militare. Era l’unico, oltre a me, a non indossare il lunki.
Il paesello fuori programma, la
mia nuova terza fermata, si chiamava Rajakumari, un nome meno impegnativo di
quel che credevo, ma se non fosse stato per le scritte sulle insegne dei negozi
(che spesso riportano anche l’indirizzo completo) non lo avrei mai scoperto. Fui
l’unico a scendere dal piccolo autobus, che proseguì inerpicandosi per una
stradina in salita e scomparendo subito dalla vista. Ero in un’altra “fermata”?
«Aspetta qui davanti!»
Oramai quella era la frase chiave del mio viaggio. “Qui davanti” significava
davanti a un negozio di spezie o, meglio, di un rivenditore grossista, che le
raccoglieva dai contadini e le rivendeva in grandi sacchi, e che stava dalla
parte opposta della strada, un po’ a nord.
Era situato sotto un piccolo porticato dove c’erano altri negozi, in tutto
saranno stati una decina, ma forse meno. Poco più in là, di fronte, c’era un
palazzo a due piani con altri negozi uno dei quali mostrava una lunga distesa di
vestitini per bambine dai colori sgargianti, il vero segno tangibile che ci
trovavamo in India, un negozio immancabile anche nel posto più sperduto
dell’entroterra. Nelle città più grandi, di questi negozi se ne vedono ovunque.
A Bangalore un’intera area del mercato era occupata da enormi stand dove se ne
trovavano a centinaia, forse migliaia.
Il grossista, grosso pure lui, sulla cinquantina, stava pesando dei sacchi di
cardamomo assieme ad altri due uomini, uno anzianotto e un ragazzo molto
giovane, che lavoravano senza dire una parola, stranamente. Non c’era comunque
molta confusione da nessuna parte, altro fatto insolito.
L’uomo del negozio mi chiese dove fossi diretto, e mi confermò che dovevo stare
lì, fiducioso.
«Vuoi delle spezie?»
“Tentar non nuoce”, si sarà chiesto, anche se era l’ultima delle cose di cui
avevo bisogno. Forse avrei preferito un ombrello dato che stava iniziando a
piovere e il mio k-way era mezzo bucato, e molto poco impermeabile.
«No grazie, le ho già prese e ne ho abbastanza».
«A Kumily?»
«Sì, e non ho molto spazio»
«Cardamomo, è ottimo», aggiunse, più per fare due chiacchiere che per tentare di
vendermelo realmente.
Il effetti il cardamomo dell’India del Sud, specialmente del Kerala, è uno dei
migliori del mondo. A Kumily avevo visitato un giardino di spezie in cui, oltre
alle piante, mi fu mostrato anche la specie di forno usato per l’essiccazione
delle capsule. E anche quello confezionato da tempo manteneva un profumo
intensissimo.
Il mio quarto autobus era poco
più piccolo del terzo, e aveva ancora meno posti a sedere, quasi un pulmino un
po’ allungato. Però, non so per quel motivo, c’erano addirittura due
controllori: uno che faceva i biglietti e l’altro che, assieme al primo, teneva
d’occhio le due uscite. Forse erano necessari due uomini perché le fermate erano
quasi istantanee: si saliva e si scendeva senza perdere tempo, e al fischio dei
due uomini l’autista ingranava la marcia.
A ogni fermata, uno dei due ragazzi urlava come un forsennato i nomi di quelle
successive, sia mentre l’autobus entrava in un villaggio, sia mentre ripartiva,
casomai ci fosse qualche ritardatario da prendere letteralmente al volo, e
spesso c’era.
Altra differenza era il fischietto. Nei mezzi più grossi, quelli con un solo
bigliettaio, c’è una cordicella che corre lungo il soffitto cui è legata una
campanella fissata proprio sopra la testa dell’autista. Il bigliettaio controlla
le porte e facendola suonare ordina, secondo un codice stabilito, di fermarsi o
di ripartire.
Uno dei due ragazzoni che gestivano il flusso di persone del mio quarto bus,
invece, aveva un fischietto che usava nello stesso modo, e siccome fischiare è
più divertente che tirare una cordicella di spago, ci dava dentro nello stesso
modo in cui gli autisti indiani di qualunque mezzo (autobus, taxi, rikshow,
moto), usano il clacson: di continuo, come se la macchina fosse un’estensione
del proprio corpo e richiedesse a ogni espirata anche un colpetto sonoro come
per scaricarsi.
L’uso del clacson è tuttavia necessario, vista la generale “prudenza” di guida
che non risparmia neanche i centri più affollati. Serve per dire “sto arrivando,
vado forte e ora lo sai. Poi vedi tu: uomo avvisato mezzo salvato”. E siccome
ovunque ti trovi tra bus e alti mezzi ne arrivano sempre cinque o sei alla
volta, in ogni tratto di strada questo caos orchestrale è quasi sempre al top.
Il penultimo tratto che
percorsi tra quelle alture del Kerala era l’ideale per “apprezzare” il totale
disprezzo del pericolo degli autisti indiani. La velocità di crociera si
manteneva attorno ai 50 chilometri orari, che a dirlo non sembra gran che; ma
immaginate delle stradine di montagna, strette, piene di curve e tornanti, male
asfaltate e bagnate. Spessissimo si sentiva l’odore caldo dei freni, tanto erano
sollecitati. Quando poi, giorni dopo, sono sceso da Munnar per tornare sulla
costa, con un unico viaggio diretto di cinque ore, le prime tre sono state un
incubo. Persino gli indiani che viaggiavano con me, certamente più abituati a
quell’andare, davano segni di impazienza. Io poi mi ero messo scioccamente in
fondo all’autobus, dove ogni movimento è amplificato. Mi ero seduto lì perché
ero stato tra i primi a salire a Munnar e siccome c’erano tantissimi posti, mi
sistemai in coda per poter osservare con più comodità la vita che si sarebbe
svolta davanti a me.
Nel doppio sedile alla mia destra, oltre il corridoio, c’erano una vecchia e una
bambina che, con un continuo di “turni” quasi regolari, vomitarono per più di
un’ora (per fortuna in un robusto sacchetto di plastica che si erano portate
dietro), tra il risolino di qualcuno degli altri passeggeri e il mio terrore di
fare presto la stessa fine. Fui salvato in extremis da una serie di soste
ravvicinate che mi permisero di volta in volta di recuperare, ma ero veramente
al limite della sopportazione.
Con tutte quelle fermate e rapide ripartite mi sentivo come quella volta di
venticinque anni prima o giù di lì, quando con un paio di amici d’infanzia andai
al Luna Park di Miramare, poco lontano dal centro di Rimini. Io e Gianni, che
allora avevamo più o meno quattordici anni, come molti ragazzini eravamo due
fanatici di tutte le attrazioni che ti ribaltavano lo stomaco come un calzino.
Appena arrivati al parco, esattamente come gli stop & go del mio pazzo
bus indiano, iniziammo a salire su una giostra dopo l’altra e, scesi da una,
letteralmente correvamo come drogati sulla successiva, utilizzando come tempo di
recupero solo la fila per il biglietto; e dopo poco più di mezz’ora, prima della
sesta, capitolai e in una pausa più allungata del solito vomitai tutta la pizza
che avevo mangiato un’ora prima. Sul bus sarebbe bastata una fermata in meno e
avrei fatto la stessa fine, a venticinque anni di distanza.
Ero salito in fretta, mentre
uno dei due controllori col fischietto al solito gridava. Il piccolo autobus non
era molto affollato e c’era anche qualche posto a sedere. Mi ero messo in piedi,
tenendomi stretto alle barre che correvano sul soffitto, proprio dietro al
guidatore, dove era stato eretto un piccolo altarino in omaggio a Ganesh e ad
altre tre divinità: una era Shiva in posizione nataraja, ma le altre due
non ero in grado di identificarle, forse una era la moglie Parvati. Era una teca
che si sviluppava orizzontalmente per un metro circa, alta forse una quarantina
di centimetri, ed era incorniciata con un metallo dorato, con varie collane di
fiori ai lati e delle lucine colorate come quelle che noi utilizziamo per
decorare gli alberi di natale. Il tutto rivolto verso l’interno del mezzo. Non
era la prima volta che ne vedevo una in quella posizione, ma di solito le
immagini sacre, foto, fiori e statuette varie vengono messi sul davanti a fianco
del guidatore, alla base del parabrezza centrale. E’ abbastanza comune trovare
simili “addobbi” in Asia. Uno dei più pittoreschi, pieno di fiori e di frutta,
mi era capitato di vederlo in Thailandia, durante un viaggio tra la vecchia
capitale imperiale Ayuttaya e Loopburi, una cittadina invasa dalle scimmie, poco
più a nord. Ma l’omaggio in quel caso era a Buddah.
Mi ero aggrappato, con rispetto, all’altarino, ma in una posizione piuttosto
scomoda. E’ che non sapevo dove mettere lo zaino perché davanti a me c’era il
vuoto e non lo potevo incastrare da nessuna parte. In realtà non c’era proprio
il vuoto. C’era un sedile che era quasi vuoto, da tre posti, sul quale però era
seduta solo una donna anziana. Ora, le indiane che viaggiano da sole, non tutte,
ma molte sì, specialmente nelle zone rurali, non è che siano particolarmente
felici di sedersi al fianco di uomini che non siano della loro famiglia. Non è
nulla di drammatico né di socialmente vietato, ma a volte capita che sia così,
un po’ per un fatto dovuto all’onore, alla cultura, o una forma di antico
decoro, di moralismo o altro (nei treni si stanno diffondendo gli scompartimenti
ladies only, ma solo per motivi di sicurezza contro il grave problema
della violenza sulle donne). Fatto sta che la signora, supponendo quelle che
avrebbero potuto essere le mie intenzioni, mi stava squadrando con una certa
preoccupazione. Sapevo che quella situazione la stava mettendo in difficoltà e
attesi un po’ in piedi guardano con insistenza il sedile, divertito. Non avevo
intenzione di disturbarla sedendomi, ma non gli dissi nulla. Appena l’autobus
fece una fermata, la donna fu lesta a chiamare le prime due ragazze che erano
salite, adoperandosi affinché si sistemassero subito a fianco a lei. Mi venne da
sorridere e mi girai verso l’autista per cercare di scoprire a che punto eravamo
del percorso, ma senza successo. L’unica cosa certa era che aveva iniziato a
piovere con maggiore decisione e che attorno alla strada la foresta sembrava
farsi più fitta.
Il viaggio su quel mini bus fu tuttavia molto breve, lo si sarebbe potuto
intuire anche dal basso costo del biglietto, appena 5 rupie (neanche 8 centesimi
di euro). Dopo un quarto d’ora, due fermate e una corsa sotto la pioggia da un
autobus all’altro nell’autostazione di Popparm, finalmente ero a bordo di un
diretto per Munnar.
Era ancora giorno, ma stava iniziando a imbrunire. La luce però era sufficiente
a farmi apprezzare la bellezza di un paesaggio decisamente cambiato rispetto
all’inizio. Salivamo più in quota, e ai lati della strada, oltre alla foresta,
iniziavano ad apparire anche le prime piantagioni di tè. Ero seduto ancora una
volta in fondo all’autobus con la porta inesorabilmente aperta. Entrava molto
vento e anche un po’ di pioggia. Mi misi una maglia più pesante e il mio solito
k-way malandato, ma non stavo bene ugualmente e temevo di riammalarmi come due
settimane prima, quando tra Puducherry e Tanjore uno strano virus mi “regalò”
per due giorni 40 inflessibili linee di febbre.
Il sedile in coda aveva 5
posti, io ero in quello centrale. Alla mia destra c’erano due uomini, mentre i
due a sinistra erano vuoti perché la ressa non era tale da riempirli e la
pioggia, che entrava ogni tanto dalla porta, li aveva oramai bagnati quasi del
tutto.
Infreddolito e umidiccio, mi stavo tenendo lo zaino davanti al torace per avere
un po’ di protezione in più, quando una farfalla entrò all’interno e si mise a
“sedere” proprio a fianco a me, come un normale passeggero. Era bagnata pure lei
e aveva bisogno di asciugarsi le ali, e probabilmente quello era l’ultimo posto
in cui era riuscita ad arrivare prima di essere sbattuta per terra dalla
pioggia. Restò lì almeno un quarto d’ora, forse di più, incurante o
impossibilitata a evitare ogni pericolo, ma avevo la sensazione che non gliene
importasse. A modo nostro, eravamo i due passeggeri più soli di quel viaggio.
Arrivai in una Munnar buia e
resa ancora oscura dalle nuvole, stanco, forse con la febbre e con la pioggia
che batteva. Salii velocemente sopra un rickshaw e mi feci portare subito
al JJ Cottage, che mi era stato suggerito cinque giorni prima dal ragazzo del
Lemon Tree di Alleppey, che mi diede anche un pacchetto da consegnare ai
gestori che erano suoi amici.
«Sei Simon?», mi disse, appena mi vide, un signore corpulento e dallo sguardo
quasi nobile. E fu piuttosto rassicurante. Sistemai le cose al volo dandomi una
rapida asciugata, e con un ombrello preso in prestito corsi per strada per
raggiungere l’unico ristorante che c’era, poco lontano da lì, prima che
chiudesse, perché mi sembrava già deserto.
«Non ti preoccupare, fai in tempo a mangiare, ma vai subito», e non erano ancora
le nove.
La mattina dopo stavo bene,
anche se la pioggia ancora non smetteva. Scrissi per più di un’ora gli appunti
che ho poi sistemato per questo racconto, e poco dopo le nove, dopo una
colazione allo stesso posto della sera prima, dato che la pioggia si era calmata
e il sole andava e veniva, e sembrava dovesse continuare così per tutta la
giornata, ero pronto per inoltrarmi sulle colline circostanti, in quel lontano,
piccolo e affascinate paradiso del tè.
Il tè regna a Munnar, anzi
regna la Tata, che possiede praticamente tutto. Per ore girai tra le piantagioni
assieme a Pablo, uno psicologo colombiano in viaggio di lavoro con la sua
ragazza, psicologa anche lei, per diffondere un’interessante metodologia
corporale, che coinvolgeva soprattutto i padri, che serviva da metodo
alternativo all’incubatrice per aiutare i nati prematuri in quei paesi più
arretrati dove i macchinari erano assenti o scadenti.
Ci soffermammo a lungo nei campi di lavoro a far due chiacchiere con i
raccoglitori di tè. Per comprendere appieno la loro condizione, quello che
osservammo non è certo sufficiente, ma erano quasi tutti piuttosto allegri. Il
loro stipendio era da fame, non arrivava a 20 euro la settimana, e praticamente
vivevano sempre lì nella piantagione, nel villaggio che la Tata aveva costruito
per loro, poco sotto delle belle cascate. «Tata workers», ripeteva sempre una
delle donne, che volle una foto e mi lasciò l’indirizzo facendomi promettere che
gliela avrei spedita.
Lo spaccio della fabbrica di tè vendeva profumati pacchi di prodotto appena
lavorato allo stesso prezzo sia per i locali che per noi stranieri. Nessuno di
quei contadini ci chiese soldi, se non qualche bambino.
E non so se quel paradiso di colori e profumi, quel mondo intensamente verde
lontano dall’inquinamento e dal caos fosse per loro una prigione o se,
dopotutto, vivessero lì più sereni di tanti altri indiani.