L'otto maggio
2008 Massimiliano e io siamo partiti per un viaggio di 19 giorni in India. Più
precisamente a Delhi, Agra e nelle principali città del Rajasthan.
Il nostro è stato un viaggio “zaino in spalla”, con l’itinerario stabilito
(quasi) giorno per giorno. Non abbiamo prenotato nulla e per gli alberghi
abbiamo usato come “bussola” la Lonely Planet. Le scomodità e gli sporadici
disagi che abbiamo trovato sono evitabili visitando l’India con un viaggio
organizzato. Tuttavia è un modo di viaggiare che a Massimiliano e a me non piace
molto.
Tutte le principali città del Rajasthan hanno un palazzo o un forte, eredità dei
maharajà, che hanno per secoli dominato la regione. Grazie alle molte
attrazioni, il Rajasthan è una zona tra le più turistiche del paese, però è
anche una tra le più povere.
L’India è una terra affascinante ma piena di contrasti; la sua cultura comporta
usanze e modi di fare che a noi possono sembrare contradditori. Con questo paese
bisogna avere quindi un po’ di pazienza, non pretendere di capire tutto.
L’igiene e la comodità sono sempre relative, anche negli alberghi di buona
categoria, e la capacità di adattamento è necessaria quanto il visto. Tuttavia
se la si prende per il verso giusto, l’India è magica e indimenticabile.
Impossibile andarci senza volere, dopo qualche tempo, ritornare.
9 maggio: atterrati
a Delhi abbiamo preso un taxi prepagato e ci siamo fatti portare all’Inter State
Bus Terminal, sicuri che in quella che ci è stata venduta come la principale
stazione dei bus di Delhi dovevano “Per Forza” partire bus per Agra.
Invece, con nostro grande disappunto, non è così. La ragazza in biglietteria ci
scrive su un foglietto il nome della stazione giusta e lì ci facciamo portare
con il nostro primo (di molti) motorisciò. Sarai Kale Khan è la stazione dalla
quale partono i bus per Agra e per le principali città del Rajasthan. "Local
Bus" senza aria condizionata, sul quale gli indiani viaggiano stipati uno
sull’altro, senza accusare particolari disagi. Noi invece li accusiamo, anche
perché abbiamo due zaini “king size” tra le gambe e otto ore di volo sulla
groppa. Non immaginavamo che il nostro viaggio sarebbe iniziato su un mezzo così
“sgarrupato”, ma ora ci sentiamo solo molto fortunati se questo bus ci porterà
ad Agra in meno di 5 o 6 ore ore.
-Curiosità 1: Il motorisciò. Anzi il Rickshaw, come lo chiamano gli indiani. È
il più diffuso, popolare, economico, semplice e inevitabile mezzo di spostamento
nei centri indiani. Consiste in un’Apecar modificata e il prezzo medio di una
corsa è 50 rupie, meno di un euro. L’autista di motorisciò a volte è anche una
guida improvvisata e si offre di farvi fare dei Sightseeing. Se ne trovate uno
dall’aria affidabile e non troppo insistente (sono rari ma ci sono....) potete
accettare, a patto di concordare in anticipo il prezzo e non farvi portare in
negozi e bazar (dove l’amico ha una lauta commissione). Esiste anche la versione
Ciclorisciò, delle bici con rimorchio "trainate" da un indiano, di solito
macilento. Su questi Massi e io abbiamo avuto un confronto di opinioni; lui
sosteneva che per queste persone il Ciclorisciò è uno strumento di lavoro e
fonte di guadagno. Io però sono in difficoltà psicologica all’idea che un essere
umano debba faticare per trasportarmi. Ne abbiamo preso uno solo, ci siamo
offerti di scendere durante una salita e gli abbiamo lasciato una lauta mancia.
Sarà anche lavoro ma questa è una delle mille cose dell’India che mettono in
difficoltà la coscienza e la capacità di comprensione.
A pochi metri dalla partenza del bus salgono venditori di giornali, acqua,
cocco, tovaglie, cipolle, portafogli. Siamo gli unici visi pallidi tra un mare
di indiani; questa condizione ci diventerà presto molto familiare... La
temperatura alle 10 di mattina supera già i 35 gradi, cosa che amplifica gli
odori, la stanchezza e l’insofferenza. Lasciamo la regione dell’Haryana ed
entraimo nell’Uttar Pradesh, costeggiando panorami deprimenti. I piccoli
agglomerati urbani sono caotici, caratterizzati da costruzioni semidistrutte, ma
nelle quali la gente sembra vivere e lavorare normalmente, merci di ogni genere
vendute su carretti o direttamente in terra; su tutto una povertà avvilente (che
comunque ci aspettavamo) e un territorio privo di qualunque attrattiva naturale
(cosa che invece ci coglie alla sprovvista). I sari delle donne sono una nota di
colore che però non riesce a rendere lo scenario più allegro. Speriamo che il
Rajasthan ci riservi sorprese più piacevoli. Arriviamo ad Agra dopo 5 ore e 250
chilometri.
-Curiosità 2: Il Traffico. Sulle superfici polverose e frastagliate delle strade
indiane (a meno che non siano autostrade) circolano bus, auto, moto, risciò,
carri trainati da cavalli o cammelli, camion (bellissimi i camion dipinti coi
colori sgargianti e l’immancabile scritta Blow Horn!), pedoni e creature di ogni
genere. I mezzi dotati di clacson lo suonano senza soluzione di continuità. I
sorpassi sono bipartisan, indifferentemente da sinistra o da destra (basta
annunciarsi col clacson) e non è infrequente la guida contromano. Che dire? E’
un’opinione personale ma un paese che non conosce il codice della strada non
dovrebbe possedere la bomba atomica...
Agra è una città con poche attrattive ma ospita il famoso Taj Mahal. Il nostro
albergo è vicinissimo all’edificio nella circoscrittissima zona interdetta ad
auto e risciò (provvedimento palliativo per non affumicare troppo il candido
monumento con le emissioni). E’ semplice, spoglio ma confortevole e ha un
incantevole giardino, dove si può fare colazione o godersi un po’ di frescura
pomeridiana. Qui per la prima volta ci rilassiamo, ci facciamo una doccia
(l’acqua calda non c’è ma in queste condizioni non è un problema).
10 maggio: Tra imponentissime misure di sicurezza (che comprendono il
palpeggiamento diretto e il metal detector), visitiamo il Taj Mahal. Qui
scopriamo che nella maggior parte dei monumenti indiani i turisti stranieri
pagano molto più degli indiani (e possiamo accettarlo) e spesso c’è un extra per
la macchina fotografica (questo invece sembra una cavolata...). Nel biglietto
d’ingresso però è compresa anche una bottiglietta d’acqua (siamo sempre a quasi
40 gradi) e due sacchetti copriscarpe per entrare all’interno del mausoleo. Al
pomeriggio visitiamo l’Agra Fort e Fatehpur Sikri, una piccola città abbandonata
dove l’imperatore moghul Akbar (lo sentirete nominare spesso se visiterete
l’India settentrionale) ha costruito un imponente complesso di palazzi, con
“depandance” per ognuna delle sue re mogli.
Per la gita a Fatehpur Sikri ci siamo concessi il lusso di una macchina con aria
condizionata. Il panorama che scorre fuori dai finestrini della macchina (per lo
più campagna) è più piacevole della strada Delhi-Agra, che invece somiglia molto
all’Afghanistan bombardato. Pian piano iniziamo ad interagire con gli indigeni.
Sono gentili ma un po’ maschilisti; tendono a rivolgersi prevalentemente a Massi
e a me ci vuole un po’ prima di ottenere la loro attenzione. In ogni caso il
“Madame” con cui mi apostrofano mi infastidisce infinitamente meno di quando in
Italia mi chiamano Signora. La più grossa difficoltà nell’interazione con gli
indiani è la loro insistenza nel volerti appioppare acqua, cibo, risciò, tour,
souvenir, memory card, hotel; dopo un po’ non ci si fa più caso ma all’inizio è
faticoso. Ceniamo in un ristorante con terrazza. Come molti locali di Agra, non
ha la licenza per gli alcolici, eppure servono lo stesso la birra (l’immancabile
Kingfisher), che portano in una teiera e bisogna bere in una mug da caffelatte.
A parte questo, la vista sul Taj Mahal e su Agra, con la sua distesa di case
scrostate sui cui tetti i bambini fanno volare gli aquiloni, è la prima vera
emozione che l’India ci regala.
11 maggio: Giornata di spostamenti. Viaggiamo sulla più tipica delle
macchine indiane, la Tata Indica, una vetturetta simile alla Palio. Entriamo nel
Rajasthan e finalmente incontriamo un panorama simile a quello che ci
aspettavamo; campagna, colline, altipiani di terra rossa color ocra. La
vegetazione è variegata e c’è qualche capanna di paglia. Anche i villaggi che
incontriamo lungo la strada sono meno tristi degli insediamenti "inurbani" che
abbiamo lasciato nell’Uttar Pradesh.
In neanche 5 ore raggiungiamo Saway Madhopur una cittadina senza nessuna
attrattiva che però pullula di alberghi di ottimo livello. Questo perchè Sawai
ospita il Ranthambore National Park, che ha trasformato questo paesello nel
nulla in un luogo di attrazione turistica. Il nostro hotel è bellissimo; un
edificio in stile neorajastano con decorazioni a conchiglia, un bellissimo prato
e la piscina circondata da alberi. Cosa ancora più bella, siamo gli unici a
godercelo...
-Curiosità 3 : L’India fuori stagione. Il periodo nel quale abbiamo scelto di
viaggiare non è il migliore dal punto di vista meteorologico perché le
temperature sono alte e possono tranquillamente sfiorare i 40 gradi. Tuttavia il
caldo che abbiamo sofferto è stato quasi sempre sopportabile, anche perché il
clima è secco (il Rajasthan è una regione praticamente desertica), abbiamo
bevuto come cammelli (fino a 6 litri di acqua in due) Un paio di vantaggi:
l’assenza di altri turisti e i prezzi stracciati che ci hanno permesso di
dormire in posti bellissimi. Sicuramente certi servizi sono ridotti, alcuni
hotel non aprono il ristorante o la piscina (lo so, state pensando che non è per
andare in piscina che avete scelto un viaggio in India, ma vi assicuro che a
quelle temperature e dopo spostamenti così faticosi, un tuffo in piscina a volte
è provvidenziale…) e i cacciatori di turisti si accaniscono con ancora più
virulenza sui pochi che trovano. Ma per la mia esperienza posso dire che gli
aspetti positivi superano quelli negativi; tutto sta a quanto si sopporta il
caldo.
12 maggio: La mattina la passiamo a rilassarci in piscina, nel pomeriggio
visitiamo il Ranthambore National Park. Avrei voluto capire qualcosa di
botanica, anche solo per identificare tutte le stranissime piante e gli alberi
che ho visto. Il parco, sovrastato da un forte del X secolo, è affascinante;
abbiamo intravisto una delle 40 tigri che lo abitano, ma abbiamo incontrato
soprattutto scimmie, antilopi, il chinkara (la tipica gazzella indiana) uccelli,
piccoli maiali selvatici, qualche coccodrillo, tutti perfettamente a proprio
agio tra i resti di antichi templi, padiglioni di caccia in rovina e laghetti.
Gli alberi con le liane, tra le quali saltellano gli entelli, scimmie sacre agli
Indù, sono l’ultimo dettaglio per farci sentire ancora più nel Libro della
Giungla.
La nostra prossima tappa è Udaipur, che raggiungeremo in treno, con partenza a
mezzanotte. Ma passare di notte in una stazione indiana è un’esperienza che
merita di spendere qualche parola..
12/13 maggio: Dunque abbiamo fatto tutto come guida comanda. Ovunque c’è scritto
che bisogna
visitare l’India con tutti i mezzi pubblici; così stanotte andiamo a Udaipur in treno. Come
si può immaginare, le stazioni indiane sono qualcosa di inimmaginabile.
La povera gente che viaggia in seconda classe sta come in un carro bestiame.
Ancora peggio stanno quelli nelle carrozze “sleeper” che sono accalcati l’uno
sull’altro come polli di batteria. E ancora (più) peggio stanno quei tanti che dormono sui
marciapiedi della stazione e non hanno neanche un treno da prendere.
13 maggio: Nonostante i
primi attimi di stordimento, la notte in treno è andata abbastanza bene. A parte un
losco figuro che metteva con insistenza la testa nello scompartimento e mi guardava. Ho
dovuto chiamare Massimiliano tre volte prima che si svegliasse. C’è di che star
tranquilli...
Udaipur è una
città piccola, sulle sponde del lago Pichola, incasinata (come tutto in India) ma
bellissima. Qui parecchi anni fa è stato girato il film “007 Operazione Octopussy”, e
gli udaipuresi ancora ne parlano. Ci sono mille bottegucce che sono una gioia per gli
occhi (e per lo shopping).
-Curiosità 4.
L’artigianato indiano: Il più grosso limite dell’artigianato indiano è che la maggior
parte di esso è già sbarcato da anni sulle bancarelle dei mercatini. Potrei
comprarmi una gonna o un paio di orecchini del Rajasthan e dire tranquillamente
che li ho presi in montagnola a Bologna. Del resto i commercianti indiani
farebbero passare la voglia di shopping anche a Sophie Kinsella. Se non compri nulla fanno la
lagna, se compri qualcosa perché non lo compri più grande, se lo compri più
grande perché non ne compri due...Una palla. Per il momento abbiamo comprato solo
qualche miniatura da incorniciare nella nuova casa.
A Udaipur ci
siamo coccolati e fatti coccolare. Il 15 era il nostro anniversario, per festeggiarlo
abbiamo dormito al Jagat Niwas Palace, una bellissima “haveli”, cioè gli antichi palazzi
fatti costruire dai mercanti o dai rajput. Abbiamo visitato il CityPalace, il
tempio Jagdish, abbiamo girato il mercato (un’esperienza multisensoriale
fantastica) e ci siamo fatti fare il massaggio ayurvedico. A Udaipur abbiamo
incontrato anche due elefanti, sormontati dall’inevitabile “santone” di 35 chilogrammi di
peso e dall’ugualmente inevitabile seguace, che appunto “segue” a piedi per
chiedere soldi ai turisti che fotografano l’animale…
15 maggio.
Sveglia all’alba e partenza per Jodhpur. A Udaipur siamo stati così bene che avremmo
voglia di rimanere, ma la strada è ancora lunga, bisogna che si parta. Il bus era
decisamente meglio di quello per Agra. Oddìo... un po’ meglio. Di primo acchito Jodhpur
è stata deludente. Traffico, smog, casino. Inoltre ci sono pochi degli animali
che già ci siamo abituati a vedere ovunque per strada. Ma tanto bruttina è
Jodhpur tanto belli sono i suoi dintorni. Il forte Mehrangarh subito fuori dalla città è
veramente maestoso e bello, così come il mausoleo Jaswant Thada e l’Umaid Palace
(dove ancora risiede l’attuale maharaja...,però noi non l’abbiamo incontrato
durante la nostra visita. Forse era fuori a fare delle compere)
-Curiosità 5: I Maharaja. I Maharaja (la cui legittima moglie si chiama Maharani) esistono
ancora. Naturalmente non hanno più potere politico ma sono ancora molto-molto
ricchi. Il loro mestiere è la beneficenza, le attività culturali,
l’amministrazione e la promozione (anche attraverso fondazioni) del loro
smisurato patrimonio.
Molti dei palazzi e dei forti che abbiamo visitato sono ancora di loro proprietà
Nel centro di
Jodhpur abbiamo girato poco, stroncate le nostre buone intenzioni dai nugoli di
noiosi che vogliono attaccare bottone con noi e poi trascinarci nella bottega dello
zio, del padre, del fratello. Questa discutibile tattica di direct marketing è
inevitabile in tutta l’India ma a Jodhpur i commercianti sono noiosi come tafani. Abbiamo
cenato entrambe le sere all’“On The rocks” un ristorante turistico e con poca anima,
ma gradevole, pulito e con del buon cibo. L’eccesso di spezie della cucina indiana
inizia a fare i suoi nefasti effetti sul nostro apparato
gastrointestinale. Tra poco partiremo per Jaisalmer, la città “d’oro” nel
deserto del Thar ai confini
col Pakistan. Le nostre aspettative sono alte e fortunatamente questa volta non
andranno deluse.
17 maggio:
Abbiamo raggiunto Jaisalmer con un pullman di media categoria. C’è spazio almeno per i
piedi ma il viaggio è lungo e, anche se partiamo sempre all’alba, presto il caldo ci
raggiunge in questo veicolo che non conosce aria condizionata. All’arrivo siamo travolti
da un esercito di albergatori, intermediatori, tassisti, autisti, rickshawmen,
che ci travolgono per metterci in mano depliant, biglietti da visita o solo cartoncini
con scritto a mano il nome e l’indirizzo dell’albergo che ci stanno offrendo. È un
assalto in piena regola; non ci permettono quasi nemmeno di scendere dal bus.
Stravolti, ci lasciamo agguantare da uno a caso ci facciamo portare nell’hotel che
abbiamo scelto.
Come
immaginavamo, Jaisalmer è bellissima. Nel piccolo centro, circondato da mura, case e templi
sono attaccati l’una sull’altra, le fotografie non vengono bene, ma girare tra le
viuzze è un’esperienza fantastica. Qui abbiamo fatto un po’ di shopping: una
camicetta, un paio di pantaloni (che torneranno molto utili per il resto del
viaggio), cavigliere coi sonagli e due piccoli tappeti. Per strada incontriamo di
nuovo mucche e maialini. Una capretta ha anche tentato di incornarmi; per fortuna era
ancora piccola...
Di fronte ai
primi segni di cedimento del nostro organismo, provato dall’eccesso di spezie indiane,
abbiamo mangiato in uno del molti ristoranti italiani (arredati però in stile
indiano) con vista sul forte: la cucina era pessima, almeno dal punto di vista
dell’”italianità”, però il locale era molto romantico e suggestivo. Durante la serata la luce
è saltata un paio di volte (la cosa in India è assolutamente normale) e questo ci ha
fatto ancora di più godere la vista del Forte e di Jaisalmer.
18 maggio:
Abbiamo visitato il Forte, il più antico tra quelli che abbiamo incontrato finora,
supportati dall’utile servizio di audioguide, che si iniziano a trovare in tutti i
principali palazzi del Rajasthan. Abbiamo visitato anche un tempio giainista, una dottrina
religiosa abbastanza diffusa in India, una sorta di induismo integralista
che persegue ossessivamente l’ideale della purezza; all’entrata del tempio c’è un
cartello vieta l’ingresso alle donne mestruate!
Dopodichè è
stato inevitabile la gita in cammello nel deserto, un’esperienza decisamente
turistica. Io ero attratta dal deserto, meno dal cammello, ma nel complesso è
stato affascinante. Abbiamo raggiunto il deserto in jeep, con una guida veramente
gentile e un autista simpatico. I villaggi nel deserto sono bellissimi con le loro piccole
casette di sabbia, alcune delle quali decorate, i cammelli parcheggiati
davanti all’entrata e le donne che con anfore sulla testa che vanno al pozzo a
prendere l’acqua. È impressionante quante persone vivano ancora così isolate dal mondo.
Accompagnati da un giovane cammelliere, abbiamo fatto un giro di due ore circa,
dopodiché ci hanno lasciato sulle dune al tramonto, a guardare la luna piena che avanzava
nel cielo e a rotolarci nella sabbia come due bambini. Il deserto ha un’energia
magica; anche a distanza di mesi, guardare la foto che mi ritrae tra le dune, mi
comunica un indescrivibile senso di pace.
Nel frattempo
la guida, l’autista e il cammelliere ci preparavano la cena, su un fuoco acceso
per terra e con utensili di fortuna: riso, verdure e pane indiano preparato e
cotto sul momento. Era buono, tutto molto piccante e, tra le stoviglie lavate con la
sabbia e le mani zozze del cammelliere, anche molto poco igienico. Ma ormai ci era
chiaro, l’India non è un paese per schizzinosi.
-Curiosità 6:
Problemi idrici a Jailsalmer. A Jaisalmer abbiamo fatto i turisti responsabili.
Questo perché l’antico centro fortificato è al limite del collasso idrico, a causa
dei troppi alberghi e ristoranti costruiti recentemente. I canali delle fogne
smaltiscono una quantità d’acqua dodici volte superiore alle loro possibilità, e
la pressione esercitata dalla rete fognaria, mette a rischio le fondamenta del
Forte. Dal 1993 ad oggi sono crollati già tre bastioni del XIII secolo. Sapendo
questo e con la complicità dei prezzi stracciati, abbiamo soggiornato in un
albergo-palazzo fuori dal centro, di proprietà del maharajà in persona. Una fantastica
soluzione “di ripiego”.
20 maggio: Di
nuovo sul treno, questa volta per un viaggio di 12 ore che ci porterà a Jaipur, il
“capoluogo di regione” del Rajasthan. Il convoglio che fa la tratta
Jaisalmer-Jaipur ha solo la seconda classe; quindi l’intimità è poca ma l’aria condizionata
funziona anche troppo. All’alba arriviamo a Jaipur insonnoliti e infreddoliti.
Subito alla stazione ci abborda Kahn, che sarà il nostro risciòmen e guida per i
prossimi due giorni. Un po’ insistente e chiacchierone, ci fa vedere il suo “quadernino
delle referenze” (ogni guida ne ha uno) dove turisti da tutto il mondo
garantiscono per la sua serietà e professionalità. Ci fa anche vedere una foto con alcune
ragazze inglesi. Ci garantisce che una di quelle è la sua ragazza. Chissà se ci sta
prendendo in giro o se la bionda inglese ha preso in giro lui...
La città
cosiddetta “rosa” del Rajasthan è bella ma grande e caotica. Ha 300.000 abitanti e si
vede! Il traffico è pazzesco. Abbiamo visto il Hawa Mahal, una sorta di edificio ad
alveare di 5 piani, riservato alle donne e abbiamo visitato il City Palace, con le
sue porte dipinti, i grandi vasi d’argento e il museo dei tessuti e degli abiti dei
marajà. Abbiamo visto la città dall’alto del minareto, ma purtroppo non siamo
riusciti a gironzolare le viuzze del centro, con i suoi bazar delle attività
artigianali, perchè la nostra guida ci ha un po’ sballottati a suo piacimento.
Noi, che iniziamo ad essere stanchi, l’abbiamo un po’ lasciato fare. In compenso Khan
ci ha portato al Galta, il tempio delle scimmie, un luogo molto suggestivo
popolato da decine e decine di macachi. Non possiamo resistere; compriamo per loro due
sacchetti di arachidi. Sono abituate al contatto con l’uomo e vengono a prendere le
noccioline direttamente dalla mano. I cuccioli hanno occhi grandi e dei musetti
grinzosi dolcissimi. A Jaipur facciamo una gita fuori porta ad Amber, sede di un forte
molto famoso, che però troviamo con “lavori in corso” e zigzaghiamo tra turisti indiani
e muratori. L’edificio è grandioso ma un po’ spoglio. Abbiamo visto tanti di quei
forti, palazzi, stanze principesche che ormai ci siamo abituati ad uno standard...da
maraja.
In questi
giorni dobbiamo scegliere cosa fare per quel che resta del viaggio. Abbiamo tenuto aperta
la possibilità di andare con un volo interno fino a Varanasi. A Jaipur decidiamo di
lasciar perdere. Sicuramente sarebbe stata un’esperienza interessante e “forte” ma i
primi giorni eravamo ancora un po’ frastornati e intimiditi da questo strano paese,
ora cominciamo a essere stanchi. Città sacra per città sacra, ripieghiamo per
una gita in giornata a Pushkar, Varanasi ci avrà un’altra volta.
22 maggio:
Noleggiamo un macchina, rigorosamente con l’autista, e ci facciamo portare fino a Puskar,
la città famosa per la fiera dei cammelli, che però non è in questo periodo.
Arrampicata tra i monti, piccola e tutta raccolta intorno a un laghetto, Pushkar la
città è centro di pellegrinaggio per hindù e per turisti vetero-sballoni. Un tripudio di
templi (oltre 400), santoni, negozietti, note di sitar, ristoranti, odore di
incenso, odore di canna, preghiere, stranezze (ho visto una vacca con cinque zampe che il
proprietario esibiva come oggetto di venerazione), Pushkar sintetizza tutto il meglio
e tutto il peggio dell’India. Il nostro autista ci scarica
obbligatoriamente con una guida che non riusciamo a rifiutare e che ci porta
dritti dritti nelle
fauci di un gruppo di santoni-spillasoldi. Anche questi non ci lasciano andare finché
non diamo un’offerta in denaro. Non avremmo dovuto cedere ma non vedevamo via
d’uscita. Da quando siamo a Pushkar passiamo da un “sequestro” all’altro... Nonostante
questo contrattempo, facciamo di tutto per non farci rovinare la gita.
Visitiamo il tempio di Brahma, il creatore dell’universo e una delle divinità più
importanti dell’Hinduismo. Gironzoliamo per i negozietti, Massi cerca una maglietta
souvenir, compriamo cosmetici ayurvedici. A fine giornata ci facciamo riportare a
Jaipur, nell’albergo che abbiamo trovato quasi a caso ma che si è rivelato un
vero angolo di paradiso.
23 maggio: Il
nostro primo bus con l’aria condizionata. Lo prendiamo per arrivare da Jaipur a Delhi.
Qui spenderemo i tre giorni che ci restano della nostra vacanza in India. Delhi è
una vera metropoli asiatica; sul motorisciò che ci porta in albergo dobbiamo
mettere la mascherina antismog per ripararci approssimativamente dai gas di scarico e
dall’odore che viene dai bidoni della spazzatura. Inoltre lo smog rende il caldo più
insopportabile. Appena arrivati scopriamo che il viaggiare “easy” e rilassato che
abbiamo conosciuto nel Rajasthan, qui non è possibile. Gli alberghi a volte non hanno
camere libere e i prezzi sono alle stelle. Abbandoniamo l’idea di restare nei
dintorni di Connaught Place, il cuore pulsante della città nuova, con ristoranti,
negozi, cinema e hotel e, su pressioni dell’autista di risciò, ci facciamo
portare in un albergo del quartiere Paharganj: ricordate il nome di questo quartiere ed
evitatelo! L’albergo era triste ma, tutto sommato, abbastanza confortevole,
il quartiere fuori un incubo di strade impraticabili, polvere, rumore a tutte le ore
del giorno e della notte. Per dormire bene a Delhi meglio organizzarsi prima.
Negli ultimi
due giorni che abbiamo passato in India abbiamo visitato il grandissimo Red Fort, con
il bel parco interno nel quale passeggiare e i casermoni inglesi (le tracce del
passato coloniale dell’India sono discrete ma onnipresenti).
Alla moschea
Jama Masjid non si limitano a coprire come al solito gli “indecenti” pantaloni corti
di Massimiliano ma mettono anche a me una specie di accappatoio di tessuto
pungente. Eppure non ero molto scollacciata... Sarà per colpa
dell’”accappatoio” che non ho un ricordo piacevole della moschea. È molto bella invece la parte
sud della città, verso l’India Gate; qui ci sono grandi viali e torna protagonista il
verde. Abbiamo visitato il mausoleo di Gandhi e il museo a lui dedicato. Ci
siamo riparati dal caldo nella galleria nazionale di arte moderna, vicino
all’India Gate, e ci siamo sdraiati nel parco, mentre i ragazzi che giocavano a cricket
facevano di tutto per entrare nell’inquadratura delle nostre foto... chissà poi
perché.
Abbiamo fatto gli ultimi acquisti uno degli empori statali dove è possibile
trovare oggetti provenienti da tutti gli stati dell’India a prezzi ragionevoli, ma
che fatica arrivarci! Attenzione, perché al contrario degli autisti rajastahani,
che si sono fatti le ossa sui turisti, quelli di Delhi non masticano tanto l’inglese
e nemmeno lo capiscono. Ci si sono messi in tre per capire che volevano andare
al “state emporium” e alla fine ci hanno portato allo “stadium”. Ci vuol pazienza... All’Emporio
(che dallo stadio abbiamo dovuto raggiungere a piedi) ho comprato una
statuetta di terracotta di Ganesh, il dio con la testa di elefante. È un personaggio
molto rappresentato in India e, al contrario delle divinità hindù, a volte un po’
inquietanti, è un dio allegro e portafortuna, pieno di “buone vibrazioni”.
Impossibile soggiornare in India senza affezionarsi a Ganesh.
In Connaught
Place tornavamo ogni sera per cenare e guardare un po’ di vetrine, che ci hanno pian
piano riabituato all’idea che esiste un occidente alla quale, volente o nolente, presto
saremmo dovuti tornare. Ma non abbiamo potuto lasciare l’India senza assaggiare un
Mc Veg...
-L’ultima
curiosità: La cucina indiana. Abbiamo scelto di mangiare quasi sempre nei ristoranti
locali, qualche volta in locali un po’ turistici altre i posti più genuini.
Abbiamo assaggiato tutte le varietà di pollo (tikka, masala, biryani, afghani). È
semplice ma delizioso il riso in bianco con il cumino, ottime le patate con gli spinaci
mentre ho trovato i legumi quasi sempre troppo speziati. Abbiamo bevuto svariate
bottiglie di Kingfisher, la birra locale che si trova ovunque. Non è buona ma è
leggera e va giù bene col caldo. Purtroppo non ho avuto il coraggio di prendere un
“samosa” (il fagottino ripieno di carne o verdure che sta alla cucina indiana come la
pizza a quella italiana) o un dolce fritto dalle molte bancarelle che li vendevano
per strada. Troppe mosche attorno al cibo, troppa sporcizia; mi sono un po’ vergognata
ma non ce l’ho fatta. Massimiliano, che è goloso di frutta, una volta ha preso una
macedonia che però è stata foriera di problemi intestinali. Meglio evitare. Buono
il lassi dolce, avrei voluto bere più tè, ma era praticamente impossibile
farselo portare senza latte. Per riposare il palato dalle spezie, due volte abbiamo
mangiato italiano. A Jaisalmer, bello il ristorante ma la cucina era discutibile,
mentre a Jaipur su una scrostata terrazza a lume di candela, abbiamo mangiato
spaghetti col tonno, come avrebbe potuto prepararli uno studente fuorisede: semplici,
abbondanti e buonissimi. A Delhi abbiamo scoperto cosa si serve al McDonald di un paese che
non mangia ne mucche ne maiali e predica il vegetarianesimo. Dopo una fila
inenarrabile abbiamo scoperto che si serve l’hamburger di pollo (povero pollo, non è animale
sacro a nessun culto) e una polpetta di verdure e legumi, detta appunto McVeg, ideate
per gli indiani e servita solo in India. Buffo come questo popolo abbia accettato
usanze e abitudini da tutto il
mondo, adattandole però tutte al proprio gusto. È senza dubbio la caratteristica
più forte e bella degli indiani.
E se andate in
India non dimenticate:
- Caramelle per
i molti bambini che vi inseguiranno
- Asciugamani e
almeno un lenzuolo; negli alberghi di media categoria non sono compresi o sono
inutilizzabili.
- una pashmina
o una felpa; quando c’è, l’aria condizionata, può essere impietosa.
- in caso di
piedi delicati, un paio di calzini da mettersi in tutti i templi e le moschee, dove
dovrete sistematicamente lasciare le scarpe all’entrata. Il marmo al sole raggiunge
temperature altissime!