racconti e
diari di viaggio, foto, suggerimenti e idee
di Alessandra e
Marco
India del Sud agosto 2006
-
racconto
di viaggio di
Carlo
Protagonista
Carlo di Ferrara
India del Sud 2006
1. LONTANO /
VICINO, distanziamento / coinvolgimento
Il timoniere del barcone (una kittawallam, questa bella imbarcazione in
solido legno scuro fatta con lo stile e le arti tradizionali e coperta con una
bellissima costruzione in paglia intrecciata), con la sua pelle nerissima sui
lineamenti "indoeuropidi", e con la sua "gonna" bianca, il dhoti, e con i
suoi bei baffoni fiorenti, se ne sta lì placido alla guida tenendo con una mano
l'ombrello per farsi appunto un po' d'ombra, e guarda l'orizzonte. Siamo in
Kerala, nell'India del Sud, e stiamo scorrevolmente navigando con tutta
tranquillità per le backwaters, l'intrico di "valli", canali, rami
dell'antico fiume, che stanno dietro la costa, su un vastissimo territorio,
subito all'interno. Ad un primo sguardo, è una scena che si può vedere nei suoi
tratti caratteristici, guardando da una grande distanza culturale, quale può
essere quella dello sguardo nostro, un po' sbigottito, essendo arrivati ieri,
catapultati in questo mondo dell'altrove grazie alla rapidità dei trasporti con
i moderni jets delle rotte aeree intercontinentali. E tuttavia dopo qualche ora
di questa calma navigazione silenziosa ecco che adesso a ben guardare c'è
semplicemente il pilota del "nostro" barcone, che essendo in pieno sole si
ripara facendosi ombra; lo si vede oramai con uno sguardo più "da vicino", più
familiare, poiché ora ci si è abituati a quella estraneità del primo momento, a
quella scena inusuale. Si chiama Veera, e lavora in questa cooperativa di
barcaioli che gestisce i trasporti fluviali.
Ma tuttavia, tutt'intorno c'è questa vegetazione lussureggiante verde smeraldo,
tipica di un paese che sta più vicino all'equatore che al tropico, una
vegetazione che come accade in certe immagini esotiche è una vera e propria
esplosione di verde incontenibile, prorompente, che si manifesta sotto splendide
forme vegetali, ma soprattutto alberi di mango, palme da cocco, fiori rossi o
gialli, ma comunque sgargianti.
E ciononostante dopo un po' di ore di questo panorama più o meno simile, ci si
acquieta la curiosità dello sguardo, e si constata che ci sono sempre solo e
nient'altro da vedere che palme, palme, palme sul bordo dell'acqua limacciosa.
Non viene catturato lo sguardo come all'inizio, non si è più inchiodati là ad
ammirare increduli e ad occhi spalancati, la realizzazione per pura magia
dell'immaginario orientaleggiante, condito con quadretti esotici, con un po' di
reminiscenze di Kipling e di Salgari, con quell'esotismo, quel gusto del
favoloso, quelle aspettative che hai quando vai a vedere i paesi tropicali... e
che lì, nelle backwaters del Kérala, sono proprio così come te li aspettavi (e
forse forse proprio questo, oramai smaliziati come siamo, non te lo aspettavi
più veramente...).
Quando si incomincia a distogliere lo sguardo, allora il tuo sguardo non è più
uno sguardo "da lontano". E più si è vicino, e più ci si può poi ri-allontanare,
e più tutto ti appare nei suoi reali contorni che pur mischiando usuale e
inusuale conservano proprie specifiche caratteristiche che ti consentono di
cogliere l'inusuale con uno sguardo di nuovo "da lontano", o meglio ora direi
"ampio", che riesce a mettere insieme nella cornice tutta una molteplicità, una
complessità, ora sufficientemente vagliata non essendo più distratti
dall'insolito o dall'inatteso. Quindi reinquadrato l'insieme, ci si potrà di
nuovo avvicinare perché ora più consapevolmente si vuol vedere più da vicino
come stanno le cose. E così dopo aver dato uno sguardo all'uno, si potrà vedere
di che molteplicità esso è composto, e a quel punto poi ritornare spostare la
visione dalla molteplicità all'uno.
E in questo continuo movimento di distanziamento e di coinvolgimento, in questo
continuo riaggiustare la messa a fuoco del nostro binocolo, sta tutto il senso
del viaggiare come forma del conoscere per comparazioni e quindi per
similitudini e differenziazioni.
Ecco, ora si vede la "normalità", si cominciano a percepire gli individui con i
loro costumi, e i loro usi, ed essi divengono anche persone. Nel timoniere vedi
un lavoratore con i suoi problemi sindacali, oppure costeggiando lentamente, dal
barcone vedi una madre con la sua famiglia a carico, un impiegato di un negozio,
che esterna invidia o astio per quel che accade in altri negozi differenti dal
suo, una contadina legata al suo orizzonte di vita ristretto sempre identico...
una donna che lava i panni e un'altra che pulisce le sue pentole, alcuni che
lavano se stessi. Si comincia a capire il Paese e la sua gente.
Ma già non ci rendiamo più conto che siamo arrivati ieri mattina !??... E ora
stiamo qui a parlare con questo timoniere e gli altri della barca, grazie al
fatto che oltre al malayalam sanno un pochino di inglese, facendo domande su
quel che ci sfila dinnanzi agli occhi man mano che il barcone procede lungo le
coste del canale... Interessandoci di questioni e di gente di cui sino a
pochissimo addietro non ce ne importava nulla o quasi, o di cui comunque
ignoravamo tutto o quasi...
E' così: il tempo si è dilatato. Essendo alcunché di elastico e flessibile si è
dilatato in proporzione allo spazio percorso. Ieri mattina è oramai qualcosa, o
tutto un complesso di cose, che sta in una dimensione lontanissima, e noi adesso
siamo immersi nell'altrove, e questo ci pare accada già da tantissimo, tanto
intensi sono gli stimoli che riceviamo, tanto intensa e partecipata è
l'esperienza che ne facciamo, tanto coerente è l'insieme in cui ci troviamo,
tanto lontano è ora divenuto ciò che era il nostro contesto abituale ! E questa
lontananza si tramuta in lontananza temporale: qui il tempo scorre più lento, e
una giornata equivale ad una estensione lunghissima.
Ed è perciò che ci sembra già possibile ri-volgere uno sguardo più da vicino...
2. UN GRAN
CROCEVIA DI GENTI E LINGUE
Cochin, 1° agosto 2006- L'attuale Stato meridionale del Kérala si estende lungo
la costa ovest fin quasi alla estrema punta sud, ed è delimitato da belle catene
di monti verdi e ricchi di flora e anche di fauna (andremo a visitare il bel
parco naturale di Bandipur, ma più famoso è quello di Peryiar). Subito alle
spalle delle spiagge della costa, ci sono le backwaters, cioè quell'intrico di
canali navigabili in mezzo a una lussureggiante vegetazione, di cui vi parlavo
la volta scorsa, e che appunto si visita con le cosiddette houseboats, ben
attrezzate, su cui si può imbandire una tavola ricca di frutta tropicale e pesce
fresco, e su cui si può dormire in pulitissime camere da letto (con toilette), e
star via navigando all'interno anche per giorni.
La storia della costa, nota come costa del Malabar, e in particolare di Cochin,
o Fort Cochin (ora Kochi), è una storia molto antica di contatti e scambi con il
resto del mondo: si pensi solo che già nel IV secolo av. C., un greco di nome
Megastene fu qui come rappresentante degli interessi commerciali degli Ioni,
come venivano qui chiamati i greci e macedoni (storico e geografo fu inviato dal
diadoco alessandrino Seleuco Nikator, più volte in missione tra il 302 e il 292
av.C.). Megastene giunse fino a Madurai attraversando la fitta jungla, come
ambasciatore presso la corte del Raja Chandra Gupta (dai greci poi storpiato in
re Sandracottos), quando Madurai era un lontanissimo centro di esportazione di
spezie rare e di pietre preziose. (Chissà cosa raccontò quando ritornò
indietro... purtroppo non abbiamo un suo "Milione"...). Poi, a quanto racconta
Plutarco nei "Moralia", Menandro (il re alessandrino della Bactriana che regnò
da Kabul sino al fiume Indo dal 163 al 150 circa a.C.), era giunto sin qui per
incontrare un grande monaco, il venerabile Nagasena, e sembra che fosse divenuto
buddhista col nome di Milinda (come attesta l'importante testo che riferisce
dell' incontro, e che è divenuto un'opera di grande autorità per il buddhismo
dell'epoca, è intitolato: Milindapanha - le domande del re Milinda, si
veda la trad.it. a c.di M.A.Falà, Ubaldini editore, Roma). Poi la dinastia Murya
(fondata proprio da Chandragupta) estese il proprio regno sino al nord,
cacciando i dominatori alessandrini dai territori lungo il fiume Indo.
Inoltre, si sa che l'apostolo Tommaso venne a predicare qui subito dopo la morte
del Maestro, e che dunque questa fu la prima comunità protocristiana del mondo
fuori dalla Terra d'Israele. C'è persino una favolosa leggenda secondo cui
l'ultima volta che diedero sollievo a Gesù sulla croce, detergendogli il volto e
dandogli da bere qualche goccia con una spugna bagnata posta in cima a una
pertica, in realtà gli avrebbero dato un potente anestetico o sonnifero, per cui
dopo poco si irrigidì e sembrò come morto (con battiti cardiaci lentissimi e
temperatura corporea in rapido raffreddamento). Quindi, corrotto il centurione
di guardia al sepolcro, nottetempo scoperchiarono la tomba e lo portarono in
salvo in un nascondiglio nella sua Galilea, poi da qui lo misero in salvo su una
imbarcazione che salpava per i porti commerciali più lontani che gli ebrei
conoscessero, cioè appunto la costa del Malabar (forse dunque accompagnato da
Tommaso). Ho visto in un libro sulla storia delle comunità cristiane nella costa
occidentale, una foto di una lapide tombale in cui vi è una iscrizione in
aramaico che dice: qui giace Jeshu ha-Notzrì (Gesù il nazareno), qui deceduto
all'età di 60 anni. Non ricordo il nome della località, ma o è nel Kerala o poco
più a nord. Comunque Didymos Judas Thomas è attestato che fosse in questi
territori costieri nel 52 d.C. (cfr. J.-Y.Leloup, Il Vangelo di Tommaso,
Roma, 2005). In effetti in quegli anni si formò una piccola comunità di indiani
seguaci della Torah, noti come Nazranis (più tardi aderiranno alla Chiesa
Siriaca, poi nestroriana -quindi dichiarata eretica nel 431). Pensate che i
pochi fedeli della chiesa siriaca attualmente esistenti, e sparsi in tutto il
vicino e medio oriente, ancor oggi parlano l'aramaico!
Poi con la distruzione del Grande Tempio di Gerusalemme da parte dell'imperatore
Tito nel 69/70 d.C. diversi ebrei andarono a Cranganore (allora Kadungallor)
dove appunto c'erano già degli empori di conterranei. La storia della presenza
ebraica nelle coste meridionali dell'India ha continuità nel tempo: è attestato
un Thomas Cana nel IV sec. d.C. a Thrissur; e poi nel 962 risulta che il raja di
Kadungallor concesse a Joseph Rabban di stabilire una "colonia" permanente,
nominandolo capo della sua comunità.
Secoli dopo, nell'epoca della espansione mercantile e marinara europea, giunsero
i primi portoghesi, il famoso Vasco de Gama, passando oltre la punta sud
dell'Africa, doppiato il capo di buona speranza giunse nel 1498 a Calicut,
aprendo una nuova rotta commerciale, e il grande navigatore Cabral sbarcò
nell'anno 1500 una guarnigione a protezione dei commerci di spezie, e Alfonso de
Albuquerque fondò qui nel 1503 la prima fortezza europea in India (Fort Cochin).
Qui Vasco, nominato vicerè delle Indie, morì, e vi fu sepolto nel 1524. Insomma
i portoghesi si insediarono stabilmente in questo tratto di costa (e a Goa),
come attesta il bel Palazzo Mattancherry da loro qui edificato nel 1557. Ebrei
di origine iberica costruirono qui il primo tempio vero e proprio in muratura,
Paradesi Synagogue, considerata la prima sinagoga d'oriente, essendo del 1568,
che in seguito a varie guerre dovute alle rivalità con gli olandesi per la
supremazia commerciale, fu poi distrutta dai portoghesi. I missionari di
Lisbona, sia non riconobbero quegli indigeni "nazariti" come dei cristiani, sia
disprezzarono i locali fedeli della chiesa siriaca, e da ligi controriformisti,
con la presenza di Francesco Xavier nel 1542, vollero che quelli sostituissero
la loro "croce fiorita" e che aderissero alla chiesa romana, cosa che provocò in
loro molta avversione. Essendosi poi stabilizzato un lungo dominio olandese, di
cui resta il bel Dutch Palace, e varie abitazioni, la sinagoga fu ricostruita
nel 1662 e poi abbellita con un pavimento di mattonelle cinesi acquistate a
Canton da Ezekiel Rahabì nel settecento. Gli ebrei dell'India (divisi in
sefarditi, di origine iberica, e in indiani ebrei, o Bené Israel, dagli altri
chiamati con spregio "neri") si trasferiranno poi nel secondo novecento quasi
tutti nello stato d'Israele. Tanto che ora girando per le stradine del vecchio
quartiere coloniale, ci dicono che ne siano rimasti diciannove, tutti vecchi...
Insomma una comunità molto antica, che ci fa dischiudere pagine di storia da noi
ignorate. Si pensi a quei lontani tempi, in cui qui già si incontravano genti
dei più diversi e lontani popoli. Nell'VIII sec. d.C. giunsero qui degli
zoroastriani dalla Persia, detti poi Parsi (oggi presenti, e potenti, a Bombay e
nel Gujarat. Si pensi al famoso Tata). A Kochi ci sono ancor oggi resti della
presenza di pescatori cinesi, a "China Vala", dove ci sono le Fishing Nets,
grandi reti da pesca a bilanciere introdotte all'epoca di Marco Polo nel XIII
secolo.
In realtà i contatti con il nostro mondo mediterraneo iniziarono ben prima, come
dicevo già più sopra, e oltre ai motivi di incomprensioni e di scontri, non
mancarono coloro che -come Menandro- rimasero affascinati da questo paradiso
tropicale e dalla sua antica civiltà. E dunque aggiungo altre due favolose
storie d'oriente, riferendovi che Pentaenus, scolarca alessandrino, visitò il
paese, e si dice che conoscesse bene le filosofie dell'Advaita Vedanta, che
apprese conversando con i dotti conoscitori di Kalyan delle sacre scritture
vediche. Un altro personaggio interessato a conoscere e capire, fu, molto più
tardi, proprio un italiano, il gesuita Roberto de' Nobili che si stabilì
nell'attuale Tamil Nadu dal 1605 al 1656, vestiva in color zafferano, e visse
come un asceta hindu a Mylapore (vicino a Madras). Parlava tamil e sapeva
discutere con i bramini in sanscrito, tanto che ne avrebbe convertiti alcuni al
cristianesimo. La gente e le personalità preminenti locali lo rispettavano,
poiché secondo le usanze tradizionali osservava le regole di purità rituale nei
cibi, e nei contatti interpersonali (ma tuttavia fu poi sottoposto a
inquisizione come sospetto...).
Sarebbero tutte storie da trarne romanzi degni di Kipling e di Salgari.
Insomma un gran crocevia di presenze diverse; già molto tempo prima dell'epoca
del colonialismo inglese, qui dunque c'era un melting pot di genti e una babele
di lingue, da far "invidia" alle metropoli del nostro attuale mondo "globalizzato".
Oggi il Kérala (che conta quasi un 20% di cristiani), è uno stato tra i meglio
organizzati dell'India e tra quelli in più rapido ed ordinato sviluppo. Oramai
da più di mezzo secolo qui hanno governato i comunisti e le sinistre, perciò è
molto frequente vedere bandiere rosse con falcemartello lungo le strade (dopo
l'interruzione di una legislatura con al governo i neoliberisti di
centro-destra, le sinistre rinnovate hanno di nuovo vinto le elezioni). Qui sono
molto forti le organizzazioni sindacali, e si è radicata una rete di cooperative
in molti settori dell'agricoltura e dell'artigianato. Tutti sono alfabetizzati,
c'è una buona assistenza sanitaria e i servizi sociali sono efficienti. Ci sono
in prevalenza prezzi fissi e onesti, e si contratta poco. In generale c'è molta
dignità. Sarà stato un caso ma non si è mai avvicinato un bambino, o un
mendicante, che ci avesse chiesto l'elemosina, se non in cambio di qualche
piccolo prodotto o di qualche servizio. Oltre alla lingua locale malayalam,
moltissimi parlano inglese, e ciò facilita i nostri contatti con persone
generalmente gentili e corrette. Il turismo è in notevole sviluppo, sia per le
belle spiagge, le montagne, la vegetazione e i paesaggi, i parchi naturali, le
riserve faunistiche, sia per la buona organizzazione di centri di cure
ayurvediche, di scuole di yoga, e per le attività culturali (in particolare di
musica e danza classica).
Purtroppo la danza kathakali, l'ho vista soltanto in televisione, anche se forse
in quel modo l'ho potuta apprezzare anche maggiormente, grazie al commentatore.
Questi spiegava che si tratta di una antica pantomima, specifica solo del Kerala,
per cui si raccontano favolose storie tradizionali, attraverso la danza, con
movimenti emblematici, e con un vistoso trucco (i danzatori tradizionalmente
erano tutti uomini) e un abbigliamento dai significati simbolici.
La prossima volta che verrò in Kerala mi piacerebbe poter assistere a delle
lezioni in una scuola di kathakali; e anche visitare un centro di meditazione
che dà insegnamenti basati su una antica saggezza tramandata oralmente, fondato
e gestito da una donna, una guru mata, che dispensa calorosi e affettuosi
abbracci a tutti coloro che vanno ad incontrarla (indipendentemente da gerarchie
di caste, e di fuori-casta, e "intoccabili"), e sono assai numerosi, perché qui
è molto venerata ed è amorevolmente chiamata da tutti Amma, Madre.
3. FAVOLOSE
STORIE D'ORIENTE
Pensate che il termine moderno di serendipity, oggi tanto in voga, è sì inglese,
ma in realtà deriva da Serendib, nome arabo per le coste della punta sud
dell'India e di Sri Lanka-Ceylon, nome molto usato dai mercanti arabi che
trafficavano portando le spezie e i tessuti da lì a Baghdad, e a Damasco. In
effetti nella puntata in cui vi ho parlato della storia della costa del Malabar
e dei commerci e contatti con vari popoli di terre lontane, mi ero scordato di
menzionarvi i rapporti con la Persia e con i Paesi arabi, che furono
intensissimi per tutto quel periodo che noi chiamiamo medioevo, ed oltre.
Il nome di Serendib è menzionato in "Simbad il marinaio", che è più esattamente
“Sind-bad”, ciclo di racconti favolosi, incluso poi anche ne "Le Mille e Una
Notte" * relativo al periodo attorno al Millecento, (ma presente già nelle
"Mirabili cose dell’India" del sec.x redatto in persiano-farsi), in
effetti Sind significa genericamente "India", ovvero sta a indicare tutte le
terre al di là del fiume Sind (o Hind, che il "nostro" Alessandro Magno voleva
conquistare ma che non raggiunse). Il nome Sinbad sta anche per “il saggio
navigatore”, che per metafora sarebbe quel che noi chiamiamo un filosofo, e
viene dal nome di uno degli antichi Sette Savi indiani: il saggio Sindbad.
Questi è menzionato nel Kalì wa Dimna, testo antico perduto, trad. in
arabo nell’ VIII-IX sec., e poi in greco bizantino nell’ XI come historikòn
Syntipa tou philosòphon, storia di Suntipa il filosofo, dove sono riportati
i racconti relativi ai Sette Savi dell’India. Il nome Sinbad dunque fu
attribuito come epiteto ad un vero saggio navigante, cioè a uno straordinario
marinaio le cui avventure dal significato allegorico, sono raccontate in quel
ciclo di storie che vi dicevo prima.
In Età Moderna il termine serendipity fu coniato dallo scrittore inglese Sir H.
Walpole nel 1754 per riferirsi a ciò che accade a coloro che scoprono
fortunosamente cose che non stavano cercando. Egli formulò questo neologismo
dopo che lesse una antica novella persiana tradotta in italiano da Cristoforo
l’Armeno, e pubblicata a Venezia nel 1557 col titolo Pellegrinaggio di tre
giovani figliuoli del re di Serendippo. In cui si raccontano le avventure di
tre prìncipi indiani che mettendo a frutto straordinarie doti di osservazione e
perspicacia, riescono a scoprire verità su fatti e cose a loro sino a quel punto
del tutto ignote, attraverso una serie di indizi inattesi in cui si imbattono
durante il loro viaggio, e provocando bonariamente i loro informatori in argute
chiacchierate in cui vari temi vengono toccati come per caso. Tale racconto fu
preso come parabola del percorso di ricerca, per indicare appunto la capacità di
cogliere inaspettati segni indiziari in un cammino intrapreso inizialmente per
altri fini.
Ma ritorniamo alle origini, e troviamo prima del coraggioso e avventuroso
marinaio, e del grande e leggendario filosofo antico, la figura emblematica di
un precettore! Dunque dovete sapere che il saggio Sindbad era il precettore del
figlio di un re, di un raja della costa del Malabar, o di Ceylon, e si racconta
che egli lo proteggesse assegnandogli il compito di osservare il silenzio per
una settimana come prova o esercizio spirituale contro le tentazioni della
parola. Come si spiega questo? Il principe dovette compiere questo esercizio di
grande difficoltà, poiché quando vide certi segni, che interpretò come indicanti
un pericolo imminente, corse a raccontare tutto al suo buon precettore. In
effetti poi succede che la matrigna tenta di sedurlo, ed essendo stata respinta
dal giovane principe, lei che è la maharani, la regina, lo accusa poi
pubblicamente presso il marito di tentato stupro, chiedendo la sua messa a
morte. Allora sette saggi di corte interpellati, raccontano al raja, una storia
a testa al giorno, in cui con molta arguzia lo intrattengono sui pericoli delle
decisioni affrettate, e sugli intrighi donneschi, alludendo in modo assai
sottile ed ironico a quanto accaduto. Storie cui la maharani ne contrappone ogni
volta altrettante di segno opposto. Dopodichè il giovane principe alfine parla e
rende testimonianza contro la matrigna provando la sua innocenza.
Si delinea qui il ruolo protettore e paterno del precettore, che conosce la
disposizione ingenua e naif del giovane, ma anche la facilità che ha a parlare
senza riflettere. Inoltre il precettore è anche un saggio che conosce il
fascino che esercitano le apparenze, e il rilievo dei sentimenti e delle
emozioni nella formulazione di giudizi, nonché i funesti frutti dell’ira in
personaggi potenti.
La forma narrativa è quella in cui si esprimono nelle culture antiche in modo
comprensibile e accessibile concetti e problematiche complesse. Il genere
letterario è quello tipico con struttura a cornice che contiene una o più serie
di conti di “forma semplice” (cfr. A. Jolles, trad.it. Mursia editore).
Ricorre qui il tradizionale tòpos sui secondi fini dei consigli femminei, di cui
bisogna che il potere patriarcale impari a diffidare, e dunque su quell’astuzia
ritenuta tipica delle donne. Il tema è ricorrente, e trova la sua prima
formulazione nel rotolo della Torah, "Bereshìt" (=in greco Ghénesis, il
libro iniziale della Bibbia), nella storia di Joseph figlio di Jacob e della
moglie di Potifar, il ministro del Faraone (e qualcosa di non molto dissimile si
legge pure in Erodoto, quando nelle sue Historiai, I.8, racconta una
leggenda della Lydia, già riportata da Archiloco nel VII sec.av.C., su come la
moglie del re fece uccidere il marito e regnò assieme al suo amato Gige, storia
che oggi tutti conosciamo perché menzionata nel film "Il paziente inglese", e
che ha delle affinità con la vicenda micenea di Klytemnaistra e Aga-Amemnon,
tutte storie che poi un po' rifuse da Shakespeare ritornano sotto altre forme
nell'Amleto).
Ma questa versione del saggio Sinbad del Sud dell'India, mi piace molto, se
permettete, perchè valorizza il ruolo educativo del buon precettore...
*cfr. di M.-C. Leuzzi, "Le mille e una notte di Shahrazàd", in History of
Education and Children's Literature, II/2, Edizioni Università di Macerata,
dic. 2007, pp.403-409, n.13
4. ALL’ ASHRAM
7 agosto
Dopo aver attraversato al mattino molto presto la linea divisoria tra lo Stato
del Karnàtaka e il Tamil Nadu (=il Paese dei Tamil) con un treno in seconda
classe, siamo scesi a Vellore Junction, dove c'è una spettacolare fortezza del
1500. Di qui quattro di noi (cioè Annalisa con Ghila, e Paolo con Loredana),
hanno deciso di andare verso la costa, mentre io con Michele, e con
Marco-Lucia-Antonio-Enrico, abbiamo preso una quattroruote in affitto e ci siamo
diretti verso una cittadina con un famoso tempio antico, sotto un monte sacro,
dove Marco & Co. erano passati due anni fa, e che tanto era loro piaciuto e
rimasto impresso, per cui volevano ora rivedere e conoscere meglio il luogo.
Si attraversano zone con una vegetazione veramente splendida, zone con grossi
massi lisci, ovoidali, di varie forme, che a volte accatastati compongono grandi
colline. Sono affascinanti, con un color marroncino sbiadito, o
rosato-giallognolo, o sul rossastro, che cambia con il cambiare
dell'illuminazione solare. Vediamo anche belle montagne, e, sempre di passaggio,
altre fortezze, e bei templi, e pure una lunga muraglia medievale che attraversa
i campi per miglia. Dopo circa quattro ore arriviamo nella cittadina di
Tiruvannamalai. Scendo per comperare un asciugamano e delle forbicine al
mercato, e poi proseguiamo lungo i declivi della montagna adiacente, il monte
sacro dell'Arunachala (=dell'immutabile Aruna). Si dice che basti o esser nati a
Thiruvarur, o morire a Benares (Varanasi), o anche solo rivolgere il pensiero
all'Arunachala, là dove è sorto il grande Shiva, ovvero dove si è manifestato
originariamente su questa Terra, per poter avere aiuto al raggiungimento della
moksha, la liberazione spirituale...
Ecco che verso mezzogiorno entriamo nell'ashram, che sta proprio esattamente
dall'altra parte del monte rispetto alla cittadina, in una zona tranquilla con
un vicino paesetto campagnolo. Il cartello all'ingresso dice "Self Knowledge
Village - est.1983 - Suddhananda Ashram". Con quest'ultimo termine si indica
un ritiro spirituale, ovvero un centro di meditazione. Letteralmente vorrebbe
dire: luogo di impegno. E questo è dedicato alla ricerca della conoscenza di sé,
fondato nell'83 dallo swami (=reverendo) Suddhananda.
Com'è un ashram? posso dire com'è questo. All'ingresso è bello, dopo un vialetto
alberato ci si ferma dinnanzi alla ricezione, dove c'è un grande alberone
ombroso, e oltre c'è un semplice giardino, e un tempietto circolare.
C'è subito silenzio, appena l'auto spegne il motore, e l'aria è asciutta e
ventilata. Dalla ricezione ci viene incontro una signora molto affabile
dall'aria giovanile, che attendeva il nostro arrivo, si chiama Lakshmi. Veniamo
accompagnati poco più oltre dove ci sono delle piccole casettine in muratura,
ciascuna consistente in un vano con due brande e un bagno con lavandini, doccia
e water. E' un po' come nel Lodge del "Parco Naturale di Bandipur", dove siamo
stati l'altro giorno passando sulle montagne dal Kerala a Mysore, solo che è un
po' più spartano e più piccolo. "Gestite il vostro tempo come desiderate -ci
dice Lakshmi- lì cè il tempio, e laggiù una sala di meditazione, potete girare
tutt'attorno, il nostro terreno è ampio, ed uscire ed entrare a piacimento. Alle
6 un thé aromatico, alle 8 prima colazione, alle 12.30 il pranzo, alle 16 un
altro thé, e alle 19.30 la cena." Ci ritroviamo subito con tutto il giorno a
disposizione, e per il momento ci mettiamo in osservazione dell'ambiente e del
paesaggio, e ci godiamo il silenzio.
Gli elementi costitutivi di questo piccolo ashram, che possono risultare subito
attraenti, sono semplici, ed essenziali. Riguardano l'ambiente naturale e
l'ambiente umano. Per il primo, come già detto siamo in campagna (pur vicino
alla cittadina), alle pendici del monte di cui si gode una bella prospettiva,
c'è una bella vegetazione e un bel giardino curato, ci sono delle risaie, dei
campi coltivati, si vedono e sentono uccelli vari e scoiattoli, nel cielo le
nuvole corrono per la brezza, la sera vedremo stupendi tramonti, e di notte c'è
pure una bellissima luna luminosa... Per il secondo: atmosfera tranquilla,
rilassata, rapporti gradevoli e cortesi, poca gente, sistemazioni spartane ed
essenziali, ma ben inserite nel contesto, ci si può mettere con la sedia davanti
all'ingresso della casetta sul prato, e stare lì a leggere o a pensare. Non c'è
sporcizia, solo polvere, non ci sono brutti insetti, neanche mosche, solo un po'
di zanzare, sulle pareti dei gechi, e piccolissime raganelle in bagno. Cibo
genuino non troppo piccante, acqua buona e fresca, in abbondanza, da un pozzo
artesiano, con loro depuratore. Lo swami che c'è qui, Sashwatananda, è
abbastanza giovane, sorridente, un tipo di buon umore; lei è una persona
estremamente gradevole. E dunque si possono fare piccole conversazioni distese.
Si guarda il monte e se ne ammira la bellezza essenziale, si accetta il fresco
che la pioggia ogni tanto apporta. Tutto qui, ...e non è poco! Nella camera ci
sta ben poca roba, e comunque non si saprebbe dove metterla, ma ti puoi fare la
doccia, e così ti cambi con vestiti puliti, gli altri li lavi e li appendi alla
corda che c'è fuori, agganciata a un albero, e dopo poco sarà già tutto
asciutto, anche gli asciugamani, grazie al venticello che spira tra gli alberi e
alla temperatura elevata ma secca. Siamo in una pianura che è un altopiano, e il
terreno è sassoso. Chi vuole legge o scrive come sto facendo io ora, ma spesso
ci si distrae a guardarsi attorno, o se volete ci si concentra a seguire con lo
sguardo una ranocchia, o ad osservare uno scoiattolo, o un uccellino, o una
lucertola, o il cane, la gallina, o i gattini, o si ascoltano i corvi
gracchiare, o semplicemente si vaga posando via via lo sguardo sul panorama
circostante. Se si apprezza questo, tutto è bene.
Ora ci chiamano: deen - deen, suona la campanella del pranzo. Dieta "pure
veg", cioè vegetariana pura, ossia senza uova (né pesce). Tutti (ovvero
oltre a noi quei pochi che ci sono) si avviano verso lo spiazzo-mensa. Si tratta
molto semplicemente di uno spazio aperto pavimentato, sotto un colonnato che
sostiene una tettoia. Ci si mette a sedere per terra su delle stuoie di paglia
intrecciata. Ma chi vuole (come me e un altro) si siede sul muretto basso tra le
colonne. Si mangia come nel sud, con le mani, o meglio con la sola mano destra.
Io chiedo un cucchiaio e subito mi viene dato. Arrivando si prende un piatto di
alluminio con i bordi, una ciotola e un bicchiere, sempre di alluminio, e si va
a lavarli ai rubinetti, con la cenere, o con della polvere di pomice e delle
spugnette. Poi si sta in fila indiana e si passa dinnanzi a un tavolo basso con
su i pentoloni, e ci si fa dare, o si prende, qualche mestolo di ciò che c'è.
Assieme a noi sei, ci sono per pranzo anche quelli che vivono qui, cioè, oltre a
Swami-ji Sashwat e alla dolce Lakshmi che già abbiamo visto, anche quelli che ci
lavorano (per le pulizie e il mantenimento, e per la costruzione delle parti
nuove), quelli che sono qui temporaneamente o come ospiti. Nello spiazzo
pavimentato ci sono pure Seeva, un bel cagnone, una gatta con due gattini, un
gallo, a volte una gallina, e tutt'attorno corvi, cornacchie, scoiattoli,
uccellini, e ogni tanto una cagnetta. Inoltre di là in cucina c'è la cuoca, suo
marito, le due bimbe, una di 4 e un'altra di un anno, e tre ragazzi inservienti.
Tra gli ospiti c'è un bel vecchio con la barba lunga bianca, avvolto in un telo
azzurro e uno bianco. Mi dicono che ha più di ottant'anni. Io vedo in lui la
figura di Socrate... Poi c'è uno sulla cinquantina vestito con un telo
arancione, ha la barba un po' nera un po' grigia, e gli occhiali con la
montatura spessa. Lakshmi ha detto che non è uno swami, e nemmeno un sannyasi,
ma semplicemente un hindu, credo voglia dire con questo che è un fedele, e
nient'altro. Ed è l'unico oltre a me che si siede sul muretto, su un cuscino (io
sono invece l'unico ad usare un cucchiaio).
Socrate (ma d'ora in poi -dato che in effetti non è Socrate- lo chiamerò
Socrate-ji, perchèil suffisso -ji si aggiunge al nome in segno di rispetto; per
es. quando parlano di Ghandi, o usano il titolo di Mahatma, cioè il Grande
Spirito, oppure dicono Ghandiji), dunque Socrate-ji è arrivato presto in
sala-mensa, e siccome "l'hindu arancione" non c'era, si è seduto sul muretto, ma
appena ha visto che stava arrivando, si è alzato ed è andato a mettersi per
terra sulla stuoia; chissà quale significato ha questo suo atto? forse c'è
dietro una gerarchia, un motivo di casta? C'è in verità anche un altro che sta
seduto anziché accovacciato, ed è uno che ha l'aria di essere un poveraccio, si
mette sempre in disparte da solo, un po' lontano, nell'altro spiazzo
adiacente... chissà? forse è quest'uomo è di casta bassa, o un "paria", un
intoccabile? Quando tutti "loro" (e noi sei) ci siamo serviti, o siamo stati
serviti, si servono le donne delle pulizie, che si siedono un po' più in là (la
"sala" è piuttosto ampia), e poi alla fine gli stessi inservienti e la famiglia
della cucina, con le loro due bimbe piccole.
In cima alla "gerarchia" locale, certo ci sono Swamiji Sashwatananda, e Lakshmi.
Lui è simpatico, e lei mi piace molto, per come si muove, per come parla, per la
serenità che mostra di avere. Ha un bel viso, nonostante i brutti occhiali, deve
avere circa sui 48 anni, porta bene con grazia i suoi semplici ma bei saree di
cotone.
Poi sopraggiunge "l'americana bianca" con la sua particolare andatura, il corpo
ben diritto, con il suo sorriso permanente ma sincero, il suo bel saree
arancione. Ringrazia tutti gli "inservienti" e tutti gli altri con gentilezza,
ma senza proferire parola, e se ne va, un po' eterea, portandosi il suo vassoio
nella sua casetta. Evidentemente sta praticando l'esercizio del silenzio, perché
ho notato che non parla mai con nessuno per nessun motivo in nessuna occasione,
ma si fa capire lo stesso. Credo stia qui da parecchio tempo...
Intanto il cagnone Seeva va a mangiare dal secchio degli avanzi, poi si fa
avanti la cagna, ma lui la caccia con qualche ringhiata molto eloquente, e lei
se ne va con la coda tra le gambe. La gallina passa attraversando un po'
altezzosa la sala mentre noi mangiamo, e i gattini si rincorrono veloci
giocando, poi si fermano a pietire cibo perché loro non riescono a prenderlo dal
secchio. I corvi guardano e commentano, e il gallo attraversa dandosi delle
arie.
L'ottantenne Socrate-ji di solito prende solo del lassi (yoghurt acido liquido)
nel suo piatto, e così farà quasi sempre, a volte fa mettere un pochino di cibi
solidi ma nella piccola ciotola, oppure mischia il lassi con del riso, ma il
tutto in piccole quantità. Poi va a lavare il suo piatto, e se ne va portandolo
con sé, con molta dignità.
Arriva Swamiji (che anche gli altri giorni giunge dopo aver fatto lezione da
qualche parte), e commenta, e chiacchiera e scherza. Prende un po' in braccio la
piccola di un anno, e fa conversazione di là in cucina. Lakshmi da informazioni
a tutti, e si informa di noi.
Al tramonto andiamo in fondo al terreno dell'ashram, attraversando delle risaie
con bellissimi uccelli e specie di aironi, e altri tipo fenicotteri, e andiamo
sul terrazzo della casa di meditazione, per ammirare il passaggio dalla luce
alla sera. O facciamo due passi fuori dal cancello verso il paesetto. Già dalla
prima sera lungo la strada si moltiplicano quelli che allestiscono dei tendoni,
o degli altarini, e certi cantano, oppure certi mettono su musicassette con
nenie ripetitive che si sentono sin in camera.
Chiediamo come mai queste attività e scopriamo che domani sarà la prima luna
piena d'agosto e che quindi arriverà molta, molta gente, e rimaniamo un po'
sorpresi.
Andiamo a dormire sulla nostra branda di legno rigido, e Michele, stanco per la
giornata è preso subito da un profondo sonno. Di notte invece io fatico a
dormire, sono attraversato da pensieri sull'India, su questo Sud di tradizioni
dravidiche, su cosa è un ashram, che senso ha venerare una montagna, su cosa
rappresenta simbolicamente questo antichissimo dio che è Shiva, e mi chiedo se è
l'influsso della luna piena che mi agita, o sono forse dei minerali, magari
delle forze magnetiche che stanno nella composizione geologica del monte, a
comunicarmi questa irrefrenabile attività mentale, e devo, devo scrivere, e
scrivo queste note di diario, e varie disparate riflessioni. Tutto al buio
assoluto, non vedo nulla ma devo scrivere lo stesso... Domani sarà meglio
comperare una pila, in modo che senza disturbare Michele potrò (se dovrò)
scrivere ancora ma almeno vedendo la pagina del quaderno... mi acquieto, o
meglio crollo di sonno, ad un'ora certamente piccola.
5. DARSHAN
A pranzo ci dicono che siamo fortunati perchè proprio oggi arriva swami
Suddhananda qui nell'ashram, e poi ripartirà domani. E questo è un altro evento
eccezionale non previsto, della nostra permanenza qua. Restiamo in attesa di
poterlo vedere, e magari facesse un discorso, sarebbe interessante poterlo
sentire. Intanto che lavo il mio piatto, mi pare di sentire delle voci che non
conosco, venire da in fondo al sentiero. Vado a vedere, e se fosse arrivato
adesso? Intravedo due figure con abito arancione-giallo, sono là dove stanno
costruendo il nuovo tempio, e forse sarà lui che è andato là per vedere a che
punto sono i lavori. Lo scorgo che è dove c'era la statua coperta, che ora è
visibile, e sta parlando con chi lo ha accompagnato. Mi avvicino, capisco quale
è lui (avrà circa 50 anni), e lo saluto. Mi invita ad entrare a vedere anch'io
la statua appena "scoperta". E' molto strana e interessante. Quando finisce di
parlare con i suoi, approfitto e gli chiedo qualcosa sulla statua, sulla sua
particolare postura. Mi dice che si tratta di Lord Dakshinamurty, ma io
non ho idea di chi rappresenti. Risponde che è la prima incarnazione di Shiva,
ed è nella forma del primo insegnante. cioè? è Lui -dice- che ha dato i primi
insegnamenti, le prime leggi del cosmo, la prime regole della vita. Ma, mi
ricordo che due anni fa nel Rajahstan avevamo imparato il nome della dea
dell'educazione e delle arti, non è dunque Saraswathi? E' differente, mi
risponde, She is the Goddess of Learning, lei è la dea dell'apprendere,
mentre He is the God of Teaching, lui il dio dell' insegnare. E'
straordinario: già a quei tempi arcaici della civiltà umana in India avevano
disgiunto i concetti dell'apprendimento e dell'insegnamento! Intanto
sopraggiungono gli altri, che sono un po' sorpresi di vedermi conversare con
Swami-ji Suddhananda. E dunque gli chiedo se magari in serata quando avrà
terminato i suoi impegni sarebbe disponibile a spiegarci più distesamente i
significati simbolici di quella rappresentazione statuaria, e intanto gli
presento gli amici. Ci dice di essere contento di incontrarci, e di essere
volentieri disposto a fare una conversazione con noi verso le 6 p.m.
Figurarsi come siamo tutti entusiasti, una occasione molto rara e imperdibile, e
oltretutto ci saremo solo noi. ..
Nel pomeriggio lo vedo passare parlando con l' "americana" che conversa con lui
normalmente...., è forse finito per lei il suo periodo del silenzio?
alle 18 in punto ci facciamo vedere, e ci fa segno di seguirlo nella bella casa
che sta lì accanto. Ci sono due belle colonne in legno molto vecchie, a forma di
cono rovesciato, e dentro un patio di legno intarsiato, pure molto vecchio. Dice
di aver salvato questi elementi architettonici dalla distruzione in un villaggio
di campagna, e che rappresentano esempi della arte tradizionale che oramai non
si realizzano più. La sua casa dunque è in realtà una sorta di museo di bellezze
locali. In sala c'è una stupenda statua antica in legno duro (tek?) levigato.
Gli chiedo se si tratta di Nataraja, il Re della danza che avevo visto nel museo
di Ahmedabad nel viaggio scorso. Mi dice che Nataraja è una manifestazione di
Shiva sotto forma di chi dirige la danza cosmica dell'universo, mentre questa è
Tribikram, una manifestazione del Dio Vishnu. E' bellissima, e il
movimento della danzatrice è reso in modo straordinario. Siccome non ho ben
capito il nome me lo faccio scrivere (e anche quello della statua là fuori vista
a mezzogiorno) da swami Sashwatananda con cui oramai sono un po' più in
confidenza; e lui scrive Lord Tribikram incarnation of Bishnu, con la bi,
evidentemente loro non avvertono una gran differenza nel fare la
traslitterazione dall'alfabeto tamil tra v e b. Ci sono anche altre statue, ma
ci colpiscono i bellissimi affreschi che dice di aver fatto eseguire da bravi
artisti come copie fedeli di opere nello stile tradizionale dello stato dell'Orissa
(dove c'è la "casa-madre" della Fondazione di Suddhananda). Vi sono raffigurati
per es, un elefante, e in un altro una barca, composti interamente da figurine
graziose di danzatrici, che danno una notevole impressione di movimento
all'insieme. Tutto molto colorato, tranne un affresco che è in bianco e nero.
Anche nel tempietto circolare ci sono dei magnifici retabli in legno con
bassorilievi, e una bella statua al centro. Anche in sala-mensa c'è un piccolo
ma grazioso affresco ad una parete. Insomma s. Suddhananda è un amante dell'arte
e delle cose belle, e questa casa di fatto è più che altro il museo che c'è
nell'ashram, e che lo arricchisce con questi pezzi stupendi.
Saliamo di sopra, e ci sistemiamo nella terrazza costruita sopra il tetto. Da
qui c'è la più bella vista del monte sacro, dell'Arunachala. Ci dice che il
punto e la prospettiva dove fare la casa e come orientare la terrazza, l'ha
scelta lui. Anche molto bella è la vista sull'ashram, dato che siamo appena un
po' sopra il livello degli alberi, e si spazia con gli occhi per tutta la
piana, con le silhuettes delle altre colline circostanti e la vegetazione
tropicale: questa serata è splendida. Già ieri sera c'era una luna piena
veramente maestosa, con attorno un alone azzurrognolo-violetto con strisciate di
arancio tenue, e ora c'è un cielo terso, e nell'aria pulita c'è una piacevole
brezza continua, piena d'ossigeno.
Ci sediamo in cerchio, e lui ci dispone rivolti verso l'Arunachala che tiene
alle sue spalle.
Inizia a dire qualcosa, ed è subito un discorso intrigante anche se non si
coglie ancora bene dove voglia andare a parare. Racconta di uno che voleva
sentire gli insegnamenti di un maestro che stava su una montagna lontanissima.
Giunto là, gli chiede quali sono i suoi insegnamenti, e lui risponde, "di esser
gentile col prossimo, di non causare sofferenza". Allora l'aspirante allievo gli
dice, "ma ho viaggiato a lungo, e mi dici cose che le sa un bimbo di quattro
anni, non potresti dirmi di più?", e il maestro risponde, "quelle cose che tutti
sanno a 4 anni nessuno a 40 le applica". Quanto è importante questo! E' per
questo che vivere diviene fonte di grandi conflitti esteriori e interiori.
Invece di cercare grandi cose in libri, conferenze e altre fonti, perché non
riflettiamo sul fatto che troviamo tanto difficile praticare quel che
consideriamo esser giusto? Diceva Duryodana all'epoca del Mahabharata,
rivolgendosi a Lord Krishna: "Oh Signore, io so cos'è giusto, ma spesso non sono
interessato a farlo, e io so cos'è ingiusto, ma non riesco a trattenermi dal
farlo". Il problema è questo, che ognuno sa cos'è giusto, ma non sa come agire
correttamente, facendo quel che è giusto ed evitando di fare quel che è
sbagliato, ingiusto. E ciò è dovuto al fatto che abbiamo la mente ingombra di
troppi pensieri.
L'automobile non ha la capacità di muoversi di per sé, è l'autista che la fa
muovere. Se tu vai in una direzione e fai certe cose, non è l'auto che ci è
andata da sé. Così il nostro fisico, è la mente che lo fa muovere verso una
direzione. Con i sensi attenti, noi assorbiamo continuamente impressioni e le
registriamo nella mente. Queste impressioni sono il contenuto della nostra mente
e generano pensieri. Il fisico (e in particolare il cervello) è come un
registratore che registra continuamente. Se vuoi riflettere su quel che è stato
memorizzato, sui tuoi pensieri, le tue idee, le impressioni che sono il prodotto
delle registrazioni, non puoi farlo se non fermi il registratore, riavvolgi il
nastro, e poi lo ascolti con attenzione. Cerca di calmare la continua produzione
di pensieri, di associazioni di idee, nate dalla necessità di classificare le
impressioni ricevute. Per imparare a pensare è meglio non esser confuso da
troppi pensieri. Per ogni cosa che mi da pena, o mi agita, corrisponde un
pensiero nella mia mente; se non vi fosse quel pensiero, la cosa di per sè non
mi turberebbe. I pensieri sulla mia infanzia, il mio paese, i miei genitori, non
esistono nella tua mente e non ti creano alcun sentimento piacevole né alcun
tormento! e così è viceversa. Distinguiamo dunque tra i pensieri e il pensare. I
pensieri ti fanno fare cose anche assai sbagliate. Spesso confondi un oggetto, o
un'altra persona, con i tuoi pensieri al proposito. A volte si crede di amare o
odiare qualcosa o qualcuno e ci si comporta di conseguenza, sinchè non ci si
accorge che le nostre aspettative erano errate. Eravamo convinti di amare la
nostra fidanzata, mentre amavamo in realtà quel che credevamo di trovare in
quella persona, o viceversa. Quando poi, cambiamo idea al riguardo, il rapporto
non ci sta più bene ... l'auto sembra essere fuori controllo e ci fa sbattere
contro un ostacolo. Ma siamo noi che abbiamo diretto l'auto sino a quel
punto...
Dice di fargli ora noi qualsiasi tipo di domanda, e allora Michele gli dice che
cosa non ha ben colto di un esempio che aveva appena fatto. Di lì inizia un suo
lungo discorso, fitto di metafore, esemplificazioni e similitudini, in un
inglese chiaro con una pronuncia molto più accessibile della solita parlata
indiana. Un discorso che essendo molto piano e scorrevole rischia di apparire
più elementare di quanto forse non siano i suoi contenuti (lo penso, perchè
prima di venire mi ero letto varie pagine da sue pubblicazioni che io e Marco
avevamo comperato appositamente in ricezione).
Esiste il mondo ed esistono delle mappe che lo descrivono, ma le due cose sono
incommensurabili, tuttavia è in quello spazio intermedio che noi viviamo
cercando di orientarci con la mappa di cui disponiamo mentre stiamo andando in
giro con la nostra auto in zone che non conosciamo....
Ora è tutto rivolto a Michele e ai ragazzi, e fa frequenti riferimenti critici
verso la cultura diffusa nelle società dei consumi, e dei comportamenti
massificati. Forse pensa che quelli siano i temi più adatti per dei ragazzi. E'
didascalico, ma ci mette una verve, e fa frequenti battute di spirito,
per cui catalizza fortemente l'attenzione.
Il suo discorso in generale è stato indubbiamente stimolante oltre che
interessante, in sostanza un pressante invito ad accrescere la consapevolezza,
il senso critico, le nostre conoscenze, e l'abitudine all'autoanalisi.
Nel frattempo giungono altre persone, indiane, e poi una grande famiglia,
arrivata con un taxi da lontano. Evidentemente si è già sparsa la voce della sua
breve presenza a Tiruvannamalai. Il capofamiglia si prostra dinnanzi a lui in un
gran inchino, e poi gli bacia la mano (come potrebbe accadere da noi con un
monsignore, o un sant'uomo). Ma lui ci dedica molto altro tempo, e in totale sta
a parlare con noi più di un'ora e mezza! Poi ci invita a lasciarlo parlare con
chi è arrivato, con cui inizia subito ad interloquire in tamil. Lo salutiamo, e
gli chiedo se ci potremo vedere ancora prima che riparta. Dice di tornare pure
domattina se dopo questa conversazione abbiamo da chiedergli delle cose. Lo
ringraziamo moltissimo per la sua disponibilità, ma dice che gli hanno fatto
piacere le curiosità e le domande che abbiamo espresso, e a quel punto si
ricorda della mia richiesta a proposito della simbologia presente nella statua.
Allora dice che la cosa più importante è la postura della mano destra, che sta
appunto a simboleggiare il suo essere insegnante. Tiene il pollice e l'indice a
cerchio, perché queste due dita potrebbero anche reggere una sorta di rosario,
mentre le altre tre dita stanno ben ritte e unite. Queste fanno riferimento al
forcone tridente di Shiva, e quindi a creazione, distruzione, e rigenerazione,
ma anche alla prossimità, e all'unità sostanziale di passato, presente e futuro,
solo formalmente distinti, mentre pollice e indice, indicano la circolarità e la
continuità quasi senza soluzione dell'essere. Inoltre questa postura della mano
rivolta verso l'alto e con il palmo rivolto verso i discepoli (l'umanità), è
appunto una figura allegorica dell'insegnamento spirituale, ma anche fa
riferimento ad una semplice ma importante tecnica di meditazione. Ma è anche
tante altre cose, però ora ci congeda.
E' già sopraggiunta l'oscurità notturna, ed è oramai molto vicino il momento
della campanella per la cena.
6. CHI E’ GURU
?
Michele mi chiede: ma che cos'è che fa di un guru, un guru? giusta domanda ora
che siamo qua, e che abbiamo l'occasione di conoscere da vicino un guru.
Correttamente Marco gli risponde che è innanzitutto è il fatto che ci siano
molti che lo considerano tale, e poi il fatto che ha fondato una sua "scuola"
che molti seguono, e continuano a portare avanti il suo impulso, e dunque è uno
che è riconosciuto guru per il fatto che è divenuto un punto di riferimento.
Poco prima io gli avevo detto che secondo me due sono le possibilità; 1- o è un
creativo, uno che dice cose originali e interessanti, che è dunque molto colto
o intelligente o saggio; 2 - o/e è uno che esercita un fascino, che ha carisma,
che ha "una marcia in più", insomma che ha una forte personalità. Le due cose
poi potrebbero darsi singolarmente, oppure sommarsi, e in quest'ultimo caso si
tratterebbe di un personaggio veramente eccezionale.
Ma a ben pensarci il primo requisito non è sufficiente, perché in questi casi
(cioè di persone che raccolgono attorno a sé altre persone) per essere lui un
guru, non è detto che basti dire cose di grande originalità o proporre un
proprio punto di vista interessante, perché se non ci fosse altro, basterebbe
leggere i suoi scritti. E invece qui non si tratta eminentemente di un fattore
intellettuale, non è in primo luogo il fattore razionale (cioè dei ragionamenti
che egli svolge) quel che più conta. Nel caso del guru stiamo trattando di un
personaggio che si impone sul piano spirituale; è sul terreno della spiritualità
che si afferma un guru come qualcuno che diventa come si diceva, un punto di
riferimento, uno che va dunque ascoltato e sentito dal vivo, per cui si cerca il
contatto diretto con lui. Siamo di fronte ad una figura sociale che si è
strutturata nell'ambito della cultura orale. Soltanto, o soprattutto, di persona
si avverte la sua energia, la sua carica, il suo carisma, l'influsso della sua
presenza, e della sua capacità di comunicare e di creare una atmosfera. Costui è
qualcuno che viene dagli altri avvertito, percepito nella sua eccezionalità come
un Guru. Che a tanti altri poi piaccia o non piaccia, poco conta. Ovviamente se
fosse solo ed esclusivamente presente questa componente, allora vi potrebbero
essere anche casi di "falsi" guru, di manipolatori delle emozioni e della
emotività altrui (e ciò avviene anche in occidente chiaramente, sia pur con nomi
diversi: predicatori, beati padri, ecc., comunicatori abilissimi, gran istrioni,
uomini di spettacolo, incantatori astuti delle masse ovvero del grande
pubblico). E poi facevo a Michele il paragone con il grande artista, cioè la
forte personalità autenticamente creativa, originale, e innovativa. Egli è
grande e unico nella sua opera, lì da qualcosa che altri non riescono a dare. Ma
poi nella quotidianità è un individuo comune, come tanti altri, anzi a volte è
bizzarro, o di pessimo carattere, ovvero "strano" e difficile da reggere nei
rapporti interpersonali. Per questo in molti casi è difficile "riconoscerlo".
Eppure in molti casi, ciò nonostante, si avverte che è un personaggio
straordinario, si percepisce che ha dentro di sé un mondo straordinario da
esprimere. Quanto poi alla interpretazione che l'artista stesso sa dare a parole
della sua stessa opera, di cosa intendeva, del significato che lui vi
attribuisce, oppure della sua complessiva concezione dell'arte, beh, in quel
campo può pure darsi che non sia particolarmente interessante (se non per uno
psicologo dell'arte, per uno studioso dei processi creativi, per chi è
interessato a comprendere le personalità eccezionalmente dotate su certi
aspetti....ecc).
Ma certo è difficile cogliere tutti gli aspetti che concorrono a fare di
qualcuno un guru ovvero un maestro spirituale, o anche un maestro d'arte, uno
che nel suo campo sia riconosciuto in vita come uno che si stacca dalla media e
ha un contributo, qualcosa di straordinario da portare agli altri (e questo
anche in caso non si concordi con lui). Molte dunque sono le componenti che si
intrecciano, e difficile è dire in generale quali siano necessarie, quali
sufficienti, quali siano da considerare eccellenti... ecc. Inoltre giocano
fattori storici e culturali specifici.
Ci vuole comunque legittimazione da parte di altri per poter diventare un guru.
Quindi prima di darla di conferirla questa legittimazione a qualcuno, prima di
dire "per me ecco questo è il mio guru, di cui avevo bisogno", è bene guardare
in sé stessi e chiedersi che cosa ci si aspetta dall'avere un maestro, e che
cosa dunque si proietta eventualmente su una figura esterna di questo tipo!
Ma comunque saper riconoscere uno spirito superiore, una grande personalità, è
un pregio, perchè in effetti ci sono veramente uomini/donne eccezionali, ed è un
privilegio poter esser loro accanto anche solo per un tratto, si può prendere
moltissimo, Ci dirà l' "americana", che anche dopo essersi allontanati, finché
c'è questo "ponte", questo trait-d'union, supererai l'individualismo,
l'egocentrismo, e vivrai nella copula vivificante, e continuerai ad acquisire le
sue vibrazioni e la sua energia.
Certo, anche se poi si corre il rischio di un processo di tranfert perchè
si stravede per loro, si incomincia a temere di perderli, si diviene dipendenti
psicologicamente, non si è più in grado di fare da sé stessi. Ma accompagnarsi
ad una personalità straordinaria per un tratto di cammino, e con autodominio di
sé. basato su una minima autocoscienza, e dunque con un minimo di distacco
critico, sia pure senza troppo scetticismo nichilista, è una gran cosa, un
grande arricchimento. E in questo fortunato caso è probabile che nasca un
sentimento di affetto, in un legame reciproco. Ognuno riconoscerà una parte di
sé nell'altro e viceversa.
Ma sempre ricordando che la priorità sta nel rivolgere la riflessione a sé
stessi, nelle fasi iniziali occorre innanzitutto riflettere su di sé. Chiedersi:
perché senti la necessità di un guru? dopo di ché devi sentirne la necessità, lo
devi veramente volere, devi metterti ad andare in ricerca, comparando, finché lo
riconoscerai (o ti parrà di), o ti lascerai prendere. E poi domandarti, in cosa
ha fatto crescere la tua autonomia? e in cosa no? Andrebbe tenuto sempre a mente
che da parte nostra la delega, la legittimazione, potrebbe esser ritirata in
qualsiasi momento.
7. SECONDO
DARSHAN
L'indomani mattina riprendiamo i discorsi, sistemandoci nel terrazzino laterale
più piccolo, che è quello in cui c'è la sua brandina dove dorme all'aperto. E
per iniziare gli porgo un po' sfacciatamente la domanda-dubbio di Michele: che
cos'è che fa di una persona un guru? (ho letto che il termine in origine aveva
questi significati: "colui che disperde le tenebre", e anche "colui che rimuove
l'ignoranza"; e che quindi si intende "che è carico di saggezza").
Quando siete assieme, se tu sei studente -dice Suddhananda a Michele- lui è
guru, cioè nella misura in cui tu sei studente, l'altro è guru, ma se tu non mi
ritieni tuo insegnante, io non lo sono. E' come per marito e moglie. In questo
caso sono insegnante nella misura in cui ti so dire che cos'è un maestro. Ma,
per esempio, se chiedo io a te chi sei, tu forse mi rispondi dicendo il nome che
porti, proprio come designeresti questo come un lettino, o quell'uomo che c'è là
come un autista. In questo caso ti contesterei: non dirmi queste cose. Né p.es.
che sei italiano, ma dimmi caso mai che hai la cittadinanza italiana; così è per
la professione tua, o per un ruolo sociale che tu hai; e così è per la tua fede
religiosa. In quei casi, non mi staresti rispondendo chi sei, ma solo dicendo
quali sono i tuoi vari attributi...
(parentesi. E intanto io penso: forse una volta era più plausibile (?): dimmi
cosa e come mangi, e ti dirò chi sei, mostrami come ti vesti, fammi sentire come
parli, e ti dirò chi sei, dimmi chi frequenti, o che mestiere fai, o chi sono i
tuoi famigliari ... eccetera. Una volta queste cose erano una introduzione
valida per cercare di conoscere una persona, c'erano mondi di vita separati e
ben caratterizzati da identità collettive con propri usi e costumi... c'erano
ambienti ben marcati e qualificati... ma non è un po' così ancora adesso? specie
in India?).
Invece -continua Suddhananda- colui che ti pare ti indichi la via per migliorare
la autoconoscenza di te stesso, quello è guru. Non sono il libri, le
autorità,...a poterti dire chi sei! ma è l'esistenza stessa. I nomi sono solo
convenzioni. Le scienze, sono relative, storiche. Chi indica, insegna, come
trovare chi sei, è un guru, un Master. Quelle che ti apre sono conoscenze
valide sempre. Quel che tu hai, e io ho, quel che tu hai acquisito, e quel che
ho acquisito io, sono diversi, ma non quel che siamo noi in quanto esseri
umani. I contenuti dell'insegnamento della self-knowledge sono semplici,
non necessitano adattamenti particolarmente complessi. La conoscenza di sé,
implica anche conoscenza del mondo come luogo di manifestazione del divino,
perchè esso è pure in te.
Ora prendiamo in considerazione la versione antica indiana della Trimurti
cosmica: 1. Brahma è il creatore, la sua versione femminile è Saraswathi, cioè
education as learning, l'educazione intesa sotto l'aspetto
dell'apprendimento; 2. Vishnu è il substainer, colui che mantiene,
perpetua l'ordine cosmico per una certa durata nel tempo. Le sue incarnazioni
sono state Rama, e Krishna. Il suo aspetto femminile è Lakshmi, cioè prosperità,
abbondanza, benessere; 3. Shiva sta per changer, il modificatore, colui
che introduce i cambiamenti, e le norme di essi, la sua parte femminile è Shakti,
ovvero power, inteso come energia, le di lei manifestazioni sono stati
Parvati, Umma, Durga o Kali, e Devi (da non confondere con Amadevi, che invece è
la "Madre" di Vishnu, che cavalca la tigre). Questa è la Trimurti, cioè
l'Assoluto nel triplice volto supremo con cui si manifesta a noi.
Dunque, tutto ciò che si forma, per un istante di sospensione si preserva, poi
si dissolve in quanto si modifica, si trans-forma. E ciò incessantemente, e
questa meta-morfosi, questo movimento, questa attività, è Vita.
Così è per l'uomo (nei più antichi testi sacri che si conoscano, i Rig Veda,
questa è la massima aspirazione che può avere l'umanità: "concedici o Dio di
continuare a vivere attraverso i nostri figli e discendenti...!"), come per
tutte le altre specie e forme del vivente su questa Terra.
La materia e l'antimateria, la luce e i buchi neri, l'essere e il non-essere,
l'esistenza e la morte. Il tutto è la Vita cosmica. Energia = vibrazione,
movimento. Lord Shiva è Nataraja, il re della danza.
Insomma -dice ancora Suddhananda- Lord Dakshinamurty, quello della statua
che c'è là nel tempio (cioè education as teaching, l'educazione intesa
sotto l'aspetto dell'insegnamento), ci indica, ci da innanzitutto questa
istruzione: senza conoscenze non puoi creare nulla. Inoltre chi crea qualcosa,
necessita anche wealth, prosperity, deve essere ricco di know how,
chi cambia ciò che è stato predisposto, necessita di power, cioè di
capacità.
L'uomo a sua volta è un microcosmo, ed in questa misura è come dio, in quanto è
parte di Dio, dell'Essere cosmico. Guarda ad es. le tue stesse mani, se le studi
vedrai che hanno dello spazio entro di sé. Ciò che ci sostiene in esistenza, "ce
l'abbiamo in dotazione già gratis": aria, terra, acqua, fuoco, sono attorno a
noi, e in noi, a disposizione!. Brahma-Vishnu-Shiva sono ovunque, anche se è qui
o là che si manifestano. Il Tempo, è ovunque, lo Spazio, è ovunque, e così pure
la Coscienza suprema: non si muovono solo i corpi solidi. . . .ma anche lo
spirito, l'ineffabile realtà.
La Coscienza divina è ovunque. Cominciamo dalla percezione del bello. Nel
momento in cui tu prendi coscienza che ascolti della musica, sei compenetrato
dalla musica, e "pensi" che bello! ti senti libero, stai con te stesso.
Questa è già self-knowlege, pensi che bello, perché in quel momento senti
dentro di te questo, in quanto in quel momento tu sei bello, e bella è la tua
mente libera. Partecipi così della Coscienza divina, dello spirito cosmico.
Amore, compassione, eccetera, aiutano molto a procedere in questa direzione.
Quando desideri, ami qualcuno, ti senti felice. Ogni oggetto del desiderio, ogni
oggetto d'amore, è tale fintanto che ti da soddisfazione, altrimenti, lo lasci.
Ma allora sei disperato per la perdita. Questo perchè non puoi vivere solo per
conto tuo e isolato. Se si incontrano due oggetti di soddisfazione e si
completano, in primo luogo provi che ha soddisfazione in te l'amor di sé, e se
lo senti anche nell'altro, questo ti da la pienezza del Sé. Ma c'è
interdipendenza totale, indissolubile, non si può fare a meno dell'altro. Sempre
si cerca la completezza, a partire dalla realizzazione del Sé. Non è dunque il
"perché" ciò che dovrebbe stare a fondamento dell'amore, se dici ti amo perché
sei..., allora quello è solo innamoramento come infatuazione; mentre amo
"affinché" noi si diventi qualcosa di più bello e di migliore, allora è amore.
C'è anche ignoranza nell'amore, e c'è misunderstanding, fraintendimento,
quando ami per ciò che gli altri tuoi simili hanno e non per ciò che sono, e se
tu valorizzi solo ciò che hai, ciò che ti hanno dato, attribuito, i tuoi
attributi, e non conosci ciò che sei, allora da qui viene l'ignoranza che c'è
nell'amore, e si accresce la sua componente negativa, distruttiva.
Dopo una breve pausa, che crea come un momento di sospensione... in seguito a
questo fiume di concetti che ci ha comunicato, di punto in bianco, gli chiede
Marco: "Quale religione più si avvicina a una concezione o intuizione giusta di
Dio?". Subito Suddhananda inizia a dire che ciò è legato a quanto diceva prima.
E' quasi incredibile il fatto che spesso si sente praticamente chiedere: "ma Dio
chi è, dove sta, com'è?" Come se si trattasse di un oggetto di fronte a noi o
all'universo. Comunque in effetti tutte le religioni del mondo dicono molte cose
straordinariamente giuste e belle sulla divinità, e -ciò che è importante
sottolineare- ciascuna apporta qualcosa di specifico. Per cui direi che tutte
assieme ci possono aiutare, e nessuna è da ignorare. E' bene conoscerle tutte e
apprezzarle una per una. Se prendi un foglio di carta di un quaderno, e lo
dividi a metà in orizzontale e poi ancora in verticale, quanti rettangoli ci
vedi? c'è chi dice quattro, chi cinque, chi sette o addirittura nove... Così è
per le religioni, in fondo sembra che dicano cose simili, ma non è così,
ciascuna di loro è uno sguardo particolare, chi prende in considerazione il
numero massimo di punti di vista, è forse quello che sa dire di tutti e di
ciascun rettangolo, altrimenti si ha una visuale limitata. Sono però tutte
parziali, anche perchè pensano a ciò che vogliono definire, come a un oggetto
esterno, altro da noi. quante più caratteristiche del divino si contemplano,
tanto più completo sarà il quadro che ne traiamo. Come in tutti i campi,
maggiori le nostre conoscenze, e tanti più i punti di vista considerati, tanto
più ampio sarà il nostro sapere. Bisogna conoscere, confrontare, elaborare.
Tutte le visioni religiose sono espressione di ciò che l'uomo nella varietà
delle culture cui ha dato vita, ha concepito e colto del divino. L'errore di
ciascuna fede esclusiva, è di dirsi l'unica vera, di rifiutare gli altri
apporti.
Ma a me pare (dico io) che questa apertura è tipicamente rispondente alla
cultura indiana. Lo stesso cosiddetto "hinduismo" è assai composito e complesso.
Perciò l'uomo formatosi nel contesto della cultura e in particolare della
spiritualità indiane, contempla più facilmente di noi possibili plurimi aspetti,
facce, manifestazioni del divino (come della realtà della vita), cui dare più
nomi, e forme. Dal caritatevole e protettivo Vishnu, alla terribile e
inflessibile Kali. Ciò può predisporre ad una maggiore apertura e disponibilità
ad accogliere altre eventuali varietà accanto alla propria (ma mi sembra sia
così anche in altre culture asiatiche). Noi forse siamo ancora nipotini della
controriforma e poi della razionalità cartesiana, oltre che figli del
positivismo...
Non mi sono spiegato bene? chiede Suddhananda. Domanda, non aver timore o
vergogna, chiedi qualsiasi cosa, una cosa qualsiasi apre molte strade. Metti
alla prova l'altro e te stesso, perchè solo così si convalida, si constata se
quel che pareva stare assieme si rompe o se sostiene la messa alla prova. La
conoscenza stessa viene dal tentativo di distruzione delle nostre conoscenze
assodate, il cambiamento poi si produce ma solo se c'è questa sfida, altrimenti
si è acquiescenti e si vive nell'accettazione di ciò che ci è dato. Sempre
emerge nel discutere, nel confronto, qualcosa di universale. Ad esempio, "io" è
universale, è una nozione che è invariabile, a chiunque, a qualunque individuo
si applichi. Si è soggetto prima di ogni altra determinazione. C'è solo
Nameless, tutto quel che inizialmente è indistintamente ciò che è senza
nome, e "io", o meglio -in un primo momento- si ha la sensazione di esser il
soggetto di ogni azione verso l'esterno.
Allora, torniamo alla domanda di prima. Chi è mai Dio? dove sta, dov'è Dio?
Ecco, tocca l'infinità, cioè Dio, se puoi... Tutto ne è parte, e nulla ne sta a
parte. Chi sei? dove sei? Per rispondermi puoi per es. toccarti il naso, va
bene, tocca il corpo, dove indichi? l'insieme del corpo, di ciò di cui è
composto, in effetti è già una determinazione più generale del solo naso, per
dirmi chi sei, dove sei. Così per indicare Dio puoi indicare ovunque, anche
verso di te, per rispondere alla prima domanda. Chi distingue, disgiunge, creato
e creatore, già sta facendo una ideologia parziale, parcellizzatrice. Dov'è
l'infinito, l'infinità ? Dov'è il nostro Mondo? tu stesso ne sei una parte, ne
fai parte, tocca te stesso, indicati pure. Non sei un alieno che si trova fuori
posto. Ecco, questo è un inizio di ricerca dell'Universale. La divinità è
infinita, il divino è nell'infinità, è ovunque. Tu ne partecipi."
Dunque abbiamo avuto da lui questo secondo darshan (=letteralmente punto
di vista, o visione, o sguardo divino), ovvero una udienza diretta con un guru,
durante la quale con semplici esempi ci ha indicato una via da percorrere su cui
fare ricerca. Ci salutiamo, gli chiedo di scrivermi una dedica sulla mia copia
di un suo libro, e infine ci abbracciamo.
8. RICERCA
SPIRITUALE Certo un viaggio in India può
essere fatto anche sotto la dimensione della ricerca. Può essere una ricerca
intesa nel senso di confrontarsi con l'altro, con usi, costumi, mentalità,
cultura, civiltà diverse dalla nostra, o/e nel senso di imparare tante cose
nuove perchè siamo curiosi di sapere e perchè ci sentiamo cittadini del mondo,
o/e nel senso di ricercare se qui si trovano indicazioni di percorsi spirituali
da intraprendere. Perciò molti viaggiatori leggono e studiano le filosofie e le
religioni della storia indiana, prima e durante (e dopo) il viaggio.
Cosa si impara dedicandosi allo studio?: si sa che si tratta di un tipo di
attività che ci fa sapere cose nuove, ci fa capire qualcosa di più su certi
temi, ci aiuta a saper analizzare e a comparare, può affinare il nostro senso
critico.
Mentre è meno facile dire cosa si impari dedicandosi a coltivare la nostra
spiritualità, e cogliere spunti di riflessione e di introspezione. Si potrebbe
dire che ci aiuta a scoprire e conoscere una nostra dimensione interiore che
avevamo trascurato, oppure che ci rivela qualcosa di ignoto, o che ci fa rendere
conto di nostre esigenze e bisogni inappagati o conculcati.
In ogni caso si misura il senso di questa attività con un metro specifico, che è
quello della trasformazione. Possiamo valutare l'importanza delle pratiche e
degli esercizi spirituali, osservando in quale misura essi possano produrre in
noi un mutamento, un cambiamento nel nostro usuale modo di considerare le cose,
gli eventi, e i nostri moti interiori. La trasformazione è una buona cosa se ci
cambia nel senso di farci divenire maggiormente attenti a non creare situazioni
di tensione, a non causare sofferenze, a disporci ad essere più comprensivi
verso gli altri, e in definitiva ad essere più compassionevoli. Ma anche a dar
luogo ad una maggiore pace interiore, e a diminuire in noi l'aggressività, i
conflitti interiori, e a non lasciarci condizionare da paure.
Perciò bisognerebbe cercare di essere più consapevoli di noi stessi, e imparare
a guardare con maggior distacco emotivo a ciò che ci accade attorno. Per poter
valutare le cose con maggiore obiettività, per poter capire le situazioni, oltre
ad imparare ad essere più comprensivi, necessitiamo di conoscere più elementi
possibile, di comparare le idee e i punti di vista, e anche fare il maggior
numero di esperienze noi stessi, per poterci calare in altre dimensioni del
vissuto. Inoltre è importante, anzi essenziale, coltivare l'onestà, anche verso
noi stessi, e la disponibilità a comprendere gli altri, ma anche ad accettare
gli altri per come sono (e ad accettarci noi stessi!). Bisogna sviluppare una
mente aperta e il saper ascoltare. In sostanza si dovrebbe cercare di vedere le
cose sempre sotto una prospettiva ampia, come dall'alto, non troppo interna ad
un particolare, ma memore di un quadro generale.
Tutto ciò rappresenta una grande sfida, e richiede esercizi di autocontrollo e
di autoanalisi continui e non facili. Richiede nel contempo sensibilità e
spirito critico. Attenzione a non cadere in pregiudizi e opinioni fomentate
dall'emotività. Certo ci può spingere verso un allontanarci dalla massa e ciò
può comportare anche aspetti spiacevoli, per cui potremmo venire fraintesi, e
soprattutto può generare in noi in un primo momento un sentimento errato di
autostima eccessiva, che ci condurrebbe completamente fuori strada.
In definitiva la ricerca spirituale, e dunque la pratica quotidiana di una
simile concentrazione su alcuni elementi che si ritengono importanti per stare
meglio con sé e con gli altri, pur con la fatica che può implicare, è
produttrice di serenità e di saggezza. Ma è anche una forma di intelligenza
della vita.
A questo punto di riflessione però va aggiunto che un ricercatore per poter
progredire sul sentiero del perfezionamento spirituale ha necessità di una guida
che lo accompagni. Nella tradizione indiana si contemplano due tipologie di
sapienti che possano svolgere questo ruolo. Uno che spieghi e illustri gli
insegnamenti contenuti nelle sacre scritture, che si impegni nella diffusione di
quelle conoscenze, e che sia riconosciuto come una persona esemplare che sia
impegnata interamente nel far progredire il proprio discepolo in modo del tutto
disinteressato, cioè senza ricercare anche fama e prestigio per sé. Costui viene
denominato un
Acharya, una sorta di
precettore-mèntore.
Un'altro modello è quello del guru.
Il termine come abbiamo visto, significa "colui che rimuove le tenebre
dell'ignoranza", ed è qualcuno che ha acquisito un buon grado di
autorealizzazione, intesa quale conoscenza di sé, e realizzazione del Sé nella
propria persona (Jnani),
per cui sa come condurre un ricercatore verso la consapevolezza e la pace
interiore. Se quest'uomo di saggezza è un samnyasin
completo cioè un autentico e totale "rinunciante", allora sarà un vero Guru
in grado di esser da guida a ricercatori già solo con il proprio esempio. La sua
iniziazione la può svolgere con il discepolo anche solo con uno sguardo oppure
con una sola parola, in questo caso si tratta di una straordinaria personalità
dalla cui semplice presenza emana una eccezionale sensazione di beatitudine, di
serenità e di pace. Costui risveglia nel discepolo le sue capacità, le sue
potenzialità, il suo proprio maestro interiore ovvero il maestro universale che
è in ciascuno di noi, jagad-guru.
Dopo di ché ciascuno essendo stato posto in grado di regolarsi da solo, può
esser maestro di sé stesso. Diceva Krishnamurti: "sii luce a te medesimo". Per
cui di fatto i modelli sono tre.
La conoscenza di sé non è qualcosa che si può instillare in qualche modo, per
cui non si può comunicare con la sola istruzione, per quanto avanzata. Nella
Bhagavad Gita
(sacra scrittura) Lord Krishna, la manifestazione del divino in terra sotto
aspetto umano, dice: "cerca di comprendere la vera natura di questa conoscenza
avvicinandoti ad anime illuminate. Se renderai loro i servigi che si aspettano,
e li interrogherai con animo aperto e con cuore puro, costoro che vedono la
Verità te la indicheranno". E continua dicendo che un vero Jnani,
cioè uno "realizzato", se continua a vivere nel mondo è solo per amore del
prossimo, per cui la liberazione dello spirito dai condizionamenti può esserci
anche in vita e non solo come certi dicono dopo la morte. Ma queste personalità
straordinarie sono veramente delle rarità, e pertanto si riconoscono
immediatamente. Mentre un vero mèntore e un vero maestro saranno difficili da
riconoscere, tuttavia se individuati, potranno essere di grandissimo aiuto sino
ad un certo stadio del percorso, e saranno veramente degni di tale nome se
sapranno rendere l'allievo in grado di conoscere sé stesso, e di procedere da sé
con i propri mezzi, scegliendosi la propria strada.
9. IL CERCHIO DEL FUOCO mercoledì 9 di agosto '06
C'è la prima luna piena d'agosto, ecco cosa c'è. Qui a Tiruvannamalai è già da
ieri che stanno continuamente convergendo grandi quantità di gente, gente da
ogni dove, gente di ogni tipo, gente che arriva con ogni mezzo.
Nel Tamil Nadu ci sono i grandi templi dedicati ai quattro elementi, e il tempio
in onore di Shiva è innanzitutto dedicato all'elemento fuoco, l'elemento
distruttore-cambiatore, mutevole e cangiante. Esso fornisce luce, calore, e
quindi vita, che permette di vedere, di contrastare l'oscurità e il freddo, e
avere il cibo cotto e digeribile. Perciò Shiva è dio di salvezza, perchè
garantisce che dal decadimento e dalla distruzione possa prodursi una
trasformazione e dunque consente spazio a che si ritorni circolarmente ad una
nuova creazione, garantendo la perennità della vita. Nel tempio c'è una colonna
dorata che trapassa il soffitto, e fa entrare la luce, abbagliante nell'oscurità
della sala, e là dove i raggi penetrano la dissipano, proprio come a sua
imitazione tenta di fare un guru, la prima manifestazione di Shiva in effetti
quella di colui che impartisce le istruzioni fondamentali. La sua colonna di
fuoco e di luce senza fine né inizio (come la dea arcaica greca Hestia) lo fa
apparire agli occhi degli shivaiti come superiore a Brahma e Vishnu, gli altri
volti della Trimurti, ma il suo 1° insegnamento è quello di combattere i
pericoli dell' egocentrismo, tipico di chi assume un punto di vista del tutto
individuale. La singolarità è mortale, impermanente. Dal simbolo della colonna
cosmica di fuoco e luce vitale, deriva il simbolo fallico del Linga che
si erge a spandere vita nell'universo (Tejo Lingam). Nelle raffigurazioni esso è
indissolubilmente rappresentato incastonato nella yoni, nella vulva
universale che lo accoglie, e dove avviene la trasformazione dovuta al calore.
Questo grande tempio in effetti è dedicato proprio al lingam del Signore del
Monte d'Oriente, Arunachalashvara.
E' questa la notte in cui si commemora l'apparizione del grande dio Shiva sulla
Terra, è la festa del fuoco.
Probabilmente deriva da una antica festa del culto di Surya, il dio del Sole, di
cui Aruna era il cocchiere che conduceva il carro del Sole appunto nella sua
traiettoria celeste (si pensi all'arcaico dio Helios greco, e al suo auriga
Fetonte). Ma il culto del fuoco (atr o atar) è ancestrale, poi divenuto tra gli
ariani e poi gli iranici, una manifestazione del Signore della Vita (Ahura
Mazdan), e lo si ribadirà nel testo sacro "Avesta", che sta a fondamento della
religione iranica riformata da Zatathushstra nel 2° millenio a.C. (e ancor oggi
seguita in India dai fedeli Parsi).
Oltre alla celebrazione nel grande tempio shivaita, la festività viene ricordata
in decine di piccoli o grandi fuochi che la gente accende in vari posti, in
altarini improvvisati lungo la strada, o in più o meno piccoli tempietti. Quando
un braciere viene acceso, c'è subito un gran accorrere di persone, che pregano,
cantano, danzano attorno, si genuflettono, ed è sempre un momento di emozione
generale. Certo è vero che il fuoco ha una capacità di attrazione, di
ipnotizzazione quasi, sprigiona un grande fascino, non si può non ammirare il
suo continuo trasformarsi pur rimanendo il medesimo, si prova un senso di
rispetto per la sua forza, i suoi poteri distruttivi, ma anche piacere per la
luce e per il calore che emette, mentre si compie il mistero della
trasformazione di ciò che arde da uno stato solido ad uno stato aereo, e tutto
si fonde poi con l'atmosfera circostante.
L'altra consuetudine che rende particolarissima questa mid summer night, è la
processione del Girivalam, cioè il rito collettivo di camminare,
possibilmente a piedi nudi (ma eventualmente anche con delle calze) tutt'attorno
al monte. E il perimetro dell'Arunachala è di 14 kilometri. Questo giro di massa
nel buio è straordinario, anche grazie alla potente luna piena "ferragostana".
Si compie ad un passo un po' spedito, e possibilmente senza parlare, anche se
poi in realtà alcuni intonano più o meno sommessamente dei canti o cantilene, o
recitano preghiere, o anche si scambiano sussurri. Però è un camminare
meditativo e con consapevolezza.
L'aria è calda come lo può essere nel sud dell'India, la folla è tale che pur
essendo la strada larga come una nostra statale a due corsie, sembra piuttosto
di stare in un bus pieno zeppo all'uscita delle scuole, e si va, si va, si va,
fitti fitti con prossimità di corpi. Chi non è un podista ci mette tre ore e
mezza/quattro di cammino senza sosta. Alla fine arriviamo dove siamo partiti
(cioè al cancello del nostro ashram) che siamo letteralmente "un po' stanchini"
(come ebbe a dire Forrest Gump), e un bel po' sudaticci, e pure un pochettino
allucinati. Il magnetismo e l'energia che in questa nottata di luna sprigiona
dall'Arunachala è straordinario, e infonde forze e vigore. L'atmosfera e la
prossimità della massa, contagia. L'ambiente è da film felliniano, o da
immaginario orientalista del tipo fosco e misterioso, con accompagnamento quasi
continuo delle più diverse, ma assai simili, nenie e musiche ripetitive e dai
toni bassi. Aa-ru-u-naaa-cha-laaa.
Il tutto trasmette una sensazione di un rito ancestrale, primitivo, e un po'
misterioso. Intanto sul ciglio della strada conto che in uno spiazzo ci sono una
trentina di pullman, e più avanti in un simile grande spiazzo, pure sono più di
trenta, e continuano ad arrivare e a partire. In realtà questa gente che gira e
che noi vediamo, è solo una sezione del grand tour, l'anello è permanente, ma
composto da persone sempre diverse che si alternano, che deviano e se ne vanno,
e che arrivano e si aggregano. E noi siamo dentro a questo girone dantesco che
celebra in parte gli inferi, le potenze magmatiche del sottosuolo, in parte
l'ardere nell'aere dell'elemento fuoco con i suoi numerosi falò, e i suoi
bracieri, in parte il calore stesso, in parte il monte con la sua potente e
pesante struttura di grandi massi e pietre, con la solidità, e con l'energia che
emana, in parte l'apparizione del divino che si manifesta, e in parte il suo
contestuale dettare le leggi cosmiche, e in parte la funzione trasformatrice del
dio, che rinnova, modifica, è in ogni manifestazione, e non cessa il movimento,
rapido o sia pure lentissimo, di tutto ciò che è, e infine la presenza
inaccessibile della luna con la sua luce di riflesso, con il suo essere una
fonte fredda, alta nel cielo stellato, femminile, rassicurante, sorridente, ma
complice, simbolo della pura energia, della luce che riflette il fuoco del
grande braciere solare. E così si gira, si gira, seguendo gli altri e facendo da
riferimento per quelli dietro che ci seguono. Ci sono dei sadhu con i lunghi
boccoli di capelli corvini, pieni di unguenti e di ceneri, ci sono tutti quelli
con il volto dipinto con i segni e i colori shivaiti, ci sono i pellegrini con
il loro alto bastone, i monaci con la tunica arancione, quelli a torso nudo,
quelli tutti vestiti della festa, quelli giovani e vigorosi, e quelli lenti e
anziani. Ai bordi sono stati eretti santuari temporanei, ma anche stands di
fondazioni religiose, oppure tende per dare da bere e da mangiare, o lunghe file
lungo i margini, di vecchi con grandi barbe accovacciati per terra o a gambe
incrociate che attendono una elemosina, e anche storpi, malati, bisognosi.
Uomini, donne (tutte con numerose trecce e ghirlande di fiorellini freschi e
profumati tra i capelli), giovani, vecchi, invasati e compassati, di tutte le
pelli, nere, marroni, bianche, mulatte, e di varie lingue dell'India. Gente
arrivata da chissà dove con un carretto, con un asinello, con un pullman, con il
treno, in auto, o a piedi.. ..
Rientriamo spossati e ci buttiamo sul lettino rigido, continuando a sentire
lontano la folla che gira e le musiche, ma anche continuando ad avere quei
suoni nella testa e quelle immagini sfocate negli occhi, e ciò nonostante, ci
addormentiamo di botto, desiderando un profondo e denso sonno ristoratore...
Ma sento l'Arunachala, la montagna incantata, che mi sprona, mi stuzzica, mi
vitalizza, mi incita, non mi lascia stare. Ho comprato una torcia a pila ieri,
ma fa una luce appena fievole, e serve a poco (tanto poco quanto è costata). E
per di più con questa luna piena di mezz'estate. Sono veramente nel bel mezzo
dei mid summer night dreams, e scrivo, scrivo queste note. O forse è solo
perchè ho gambe e piedi un po' dolenti, la branda è un po' troppo dura, e bocca
e stomaco sono un po' impastati per il cibo pure vegetarian per me
inusuale, e poi il caldo, e le zanzarine, mi opprimono....ecc...??
Lord Shiva è Dionyso.
10.
PELLEGRINAGGI
Intorno al monte intanto continuano ad esserci gruppi che fanno il giro. Sono e
siamo ancora un po' intorpiditi dalla camminata di ieri sera e io anche dalla
nottata mezza passata sveglio e agitato. Chi di noi ce la farebbe ad immergersi
ancora in quella corrente umana? Leggo su un foglio illustrativo, che fra sei
mesi, sabato 17 febbraio, la notte di Shivaratri, notte di luna nuova del mese
lunare di Phalgun (febbraio-marzo), si celebra la festa per la fusione di Shiva
e Pàrvati, la coppia divina da cui si manifesta l’energia del cosmo. Mi sembra
che vi sia una sorta di complementarietà tra queste due feste ai poli opposti
dell'anno.
"Questa celebrazione dell’atto creativo che dà vita all’universo viene vissuta
in uno spirito di totale, festoso abbandono dai fedeli, e trova il suo più
naturale luogo di celebrazione a Varanasi (Benares), l’antica Kashi, la città
sacra vivente più antica del mondo. La benevolenza della coppia divina che
garantisce la liberazione dal ciclo delle rinascite si festeggia con una notte
di purificazione (Yoga) e di ebbrezza (Bhoga), la cui indissolubile
complementarità, quintessenza dello spirito di Kashi, viene rappresentata in un
antico rilievo del tempio di Kardameswara, dove accanto al guru immerso nella
recitazione dei mantra, il discepolo prepara il bhang, l’inebriante mistura che
è tradizionalmente consumata da tutti i devoti".
Chissà se potrò andarci? mi intrigherebbe molto, ma temo che non potrò...
Oggi comunque abbiamo compiuto la salita a piedi scalzi sull'Arunachala (in
un'ora e mezza "soltanto"), l'altro rito collettivo che si compie in questa
occasione ferragostana. Ma incredibilmente sul sentiero sassoso della salita non
c'era nessun altro, a parte un paio che scendevano, forse era anch'essa da
compiersi ieri? siamo andati assieme a uno che ci faceva da "cicerone", ci
spiegava alcune cose della vecchia sapienza campagnola, per cui ci mostrava le
varie erbe e le loro proprietà, ci diceva cosa si può fare con il legno dei vari
alberi, o ci parlava degli insetti, degli usi o delle credenze relative a certe
pietre, ci mostrava i punti panoramici, e ci illustrava i momenti della vita di
Sri Ramana Maharshi (o Maharishi a seconda delle traslitterazioni).
Ma ciò che è stato più emozionante di altre cose, è che quando già il sentiero
si è addentrato nel bosco, abbiamo visto un anacoreta ! uno che si è ritirato,
insomma un eremita! è uno che se ne sta lì nel boschetto in una capanna di
paglia raffazzonata malamente a una certa distanza dal sentiero, e vive lì da
solo, da 28 anni! ...Ma quando mai, dove, come, si potrebbe fare un incontro
così in Europa, e in generale in occidente?
Ci siamo avvicinati, e lui ben contento ha dato le benedizioni a ciascuno di
noi, facendo con una pastetta rossa un segno sulle nostre fronti mentre diceva
delle frasi rituali. Certo, si potrebbe pensare che lo ha fatto perché così poi
gli abbiamo dato una moneta ciascuno, e con quella forse manderà il suo kela (il
ragazzo al servizio del saggio "santone", ritratto in "Kim" da Kipling, e
nell' indimenticabile film degli anni '50 con Errol Flynn) a comperargli del
lassi fresco da bere... ma sembrava sinceramente contento di incontrarci, e
comunque non ci ha chiesto nulla. È tradizione in India dare un obolo ai sadhu,
ai pellegrini, perchè possano sostentarsi nel loro peregrinare. Ma al di là di
ogni possibile considerazione, è un personaggio fuori dal comune, e dunque un
incontro eccezionale. Certo che tutti abbiamo sentito parlare degli eremiti, ma
quando mai ne ho visto uno se non in fotografia? Per me è la prima volta, e
forse resterà l'unica. Quindi indimenticabile, se non altro perchè è stato
emozionante vederlo lì, nel suo posto, accanto alla sua cenciosa capanna nel
bosco.
Mi vengono in mente Yoghananda, o Shivananda, o Cinmayananda, anche loro come
Ramana Maharshi, erano "usciti", e poi ritornati nel mondo, per parlare a tutti
noi. Sono vicende incredibili, e da queste profonde introspezioni in solitudine,
certi riescono a trarre grandi riflessioni. Tanto più che avevamo appena sentito
raccontare di quando Maharshi si era ritirato in una grotta -che poi abbiamo
visitato- dove visse dal 1899 al 1916. Dopodichè ha dato vita a fondazioni
sociali che operano in molti settori, dalla sanità agli ospizi per anziani, a
aiuti agli emarginati.
Insomma mi veniva da pensare all'eroe platonico della famosa grotta nella quale
gli pareva di avere delle allucinazioni, e al fatto che dopo esser riuscito ad
uscire ebbe l'emozione di veder le stelle, ma soprattutto poi al coraggioso suo
voler rientrare e scendere negli anfratti reconditi e oscuri, alla sua lotta per
comunicare con gli ex compagni, e cercare di dire loro che quelle laggiù erano
tutte illusioni, ombre, correndo il rischio di esser preso per folle e di
offendere oneste persone e irritare chi profittava della situazione.
Lì nel buio totale della grotta, ho avvertito le presenze di alcuni che stavano
silenti in meditazione, di cui non si sentiva nemmeno il respiro, e che stavano
come fuori dal tempo.
Scendendo dall'Arunachala con il sentiero di sassi, si entra nell'ashram da lui
fondato, lo Sri Ramanasramam, un grande centro, in questi giorni affollato da
pellegrini che necessitano cibo e acqua, e che ospita anche alcuni occidentali.
Ed ho avuto la fortuna che l'addetto aveva proprio in quel momento riaperto
fuori orario la bella libreria per dare delle cose a uno di sua conoscenza, e
così ho potuto guardare alcuni libri di e su Maharishi. Ho poi comperato un
libro oramai introvabile che è una buona sintesi fatta nel 1959 da S.Cohen sulla
scorta delle sue registrazioni delle conversazioni-interviste da lui avute con
Maharshi stesso, e appena ristampata proprio da pochi mesi, ma in sole mille
copie, dopo 16 anni che era esaurita l'ultima edizione...! Subito dopo di ché il
libraio ha chiuso... e non avrei più avuto la possibilità di ritornarvi...
Stando lì i miei pensieri non potevano non andare a mia nonna materna Fede
Paronelli, che negli aa.Trenta già sapeva di Maharshi, quando era la redattrice
della rivista "La Ricerca Psichica - luci e ombre", e facevano venire
ospiti ogni tanto alcuni indiani nella sede di Milano a illustrare le tecniche
yoga o a parlare delle correnti del pensiero indiano (credo che tra questi abbia
incontrato personalmente Krishnamurti; lo dissi a quel sikh suo adepto, da cui
eravamo stati a cena a Gurgaon, e lui mi disse che in effetti proprio in quegli
anni K. era andato anche a Milano).
Chissà se il "nostro" Suddhananda è stato anche lui in isolamento come un totale
"rinunciante"? Come Francesco d'Assisi. Oltre a viaggiare in Europa e negli Usa,
ha il suo ashram, i suoi seguaci, e poi può usufruire di quella bella
villetta-museo, ma in effetti non ha di suo che la brandina sul terrazzo...
Comunque lui con la sua posizione di carattere razionale e dialogante, non
indica nulla cui abbia senso rinunciare, ovvero non la concepisce (mi pare) come
una condizione per iniziare una via di ricerca spirituale, o anche solo per
approfondire il proprio sapere… come d'altronde, credo, neppure un grande
personaggio come Krishnamurti. Certo ci sono vie differenti, e anche assai
divergenti.... ma forse per certi aspetti potrebbero essere considerate
complementari; ognuno potrebbe anche in questo caso parlare dei suoi
rettangoli..., come direbbe Suddhananda (vedi la 7a puntata di questo diario), e
così si avrebbe infine una visione un po' più d'insieme di quello che l'uomo ha
via via considerato conoscenze importanti che è riuscito ad acquisire sia nel
cercare di conoscere il mondo in cui vive, sia nella ricerca del Sé, per capire
il tutto nel suo complesso, multiforme, mutevole insieme.
La realtà di ciò che vorremmo capire, è forse nient'altro che ciò che secondo
scienze sappiamo essere tale obiettivamente e concretamente? O forse essa è solo
ciò che per ciascuno di noi è entrato nel proprio vissuto, quel che ci appare e
su cui ci regoliamo secondo le esperienze, dunque il vissuto con tutte le
implicazioni psicologiche ed emotive, con le quali interagiamo con il mondo
circostante ed interiore, quindi la nostra "lettura" e simultanea
interpretazione di essa così come la conosciamo ed esperiamo? non posso che
sospendere la mia risposta perché non saprei che dire...
"Non avrai altra realtà al di là di questa!", ovvero di ciò che è ed è stata per
tutta la durata della tua vita durante la quale di fatto non hai avuto accesso
ad altro. Allora la "realtà" obiettiva, quella concepita "in sé e per sé"
soltanto, è una pura astrazione, è uno dei grandi modi escogitati
dall'intelletto per tentare di "comprendere" l'incomprensibile? In effetti come
si potrebbe negare che "non avrai altra realtà fuor che quella che avrai
esperito nella tua vita"? E ciò riguarda ovviamente anche le determinazioni di
spazio-tempo in cui siamo immersi. Di questo discutono tra loro i saggi?
O no?
11. UN DONO
Stamane si parte, ed è un dispiacere, non vorrei doverli salutare... 0cercherò
di convincermi che è un arrivederci. La mattina inizia con una sorpresa: Lucia e
Marco ci portano alle sei e mezza il caffelatte nella nostra casetta in un
thermos...! alle otto andiamo in sala-mensa, così mi congedo da "Socrate-ji" che
sfodera il suo sorriso esprimendosi con lo sguardo, e si lascia persino
fotografare!... E intanto penso, chissà se l'americana è già stata qua a
ritirare la sua razione, vorrei proprio dirle almeno due parole. . . ed ecco
compare in quel momento, eterea quasi solo sfiorando il suolo. Vedo che è
incerta nel prendere o meno un sughetto, e che chiede di che cosa si tratta.
Approfitto di un momento di rallentamento nel prendere su i panetti idly
dal tavolo, per dirle che partiamo e che sono dispiaciuto di non averla potuta
conoscere, e aggiungo che ora le parlo perchè l'ho sentita parlare, e le chiedo
se forse è finito il suo periodo di osservanza del silenzio ? Si ferma stupita,
e mi risponde che può parlare in caso di necessità. Ironizzo sul fatto che
chiedere di un sughetto possa essere ritenuto una necessità, e allora le dico
che avrei voluto fare conversazione in questi giorni, ma non volevo disturbare
la sua scelta del silenzio. Ma siccome oramai le sto parlando, volevo prima di
andar via dirle che l'ho osservata, e che mi ha affascinato il suo sorriso
aperto e genuino, il suo modo lento di incedere, e quella sua calma interiore
che traspare e irradia serenità. Allora lei mi dice, rivolta anche a Michele:
venite a consumare la colazione nella mia camera, e là converseremo (forse non
voleva farlo in pubblico?). Dico rapidamente a Marco che sta arrivando in quel
momento, e che ha già chiamato l'auto, che mi aspettino per la partenza, ma che
voglio assolutamente cogliere questa opportunità.
La sua camera è arredata con cura, con foto di guru, libri, ventilatore con
striscioline colorate, cuscini, drappi. Le chiedo pertanto se è qua già da tanto
tempo e quanto ha intenzione di fermarsi, ma mi dice che ora è il momento di
consumare la colazione assieme in silenzio, dopo parleremo. Ed in un primissimo
istante mi sento fremere perché mi pare uno spreco di quel poco tempo che
abbiamo a disposizione mentre già sta arrivando la macchina che avevamo
richiesto...
Invece questo inizio silente permette che si crei una atmosfera distesa e
serena. Intanto mi guardo meglio attorno, osservo i volti delle foto e si
sentono gli uccellini che cinguettano. Le nostre presenze sono molto concrete e
si avverte il corpo dell'altro, il respiro. E' stato bene che ci fosse questo
momento di sospensione.
Rifletto sulla comunicazione nel e tramite il silenzio. Il silenzio in un
contesto di incontro, nella prossimità dell'altro, fa sì che ognuno avverta
fisicamente la sensibilità dell'altro: esso è scambio di vibrazioni, di energie.
Il silenzio può essere per certi versi anche più eloquente di tante parole, che
sono imperfette e ambigue, sono sempre passibili di fraintendimenti, mentre ciò
che ci si comunica stando accanto in silenzio è partecipe della verità. Nel
silenzio si conosce sé stessi, la propria disposizione spontanea ad accogliere
il silenzio, o le proprie resistenze, e si apprende molto del compagno, o
accompagnatore, taciturno, ma direi dell' "interlocutore" in questo caso.
Consumiamo la colazione; io in verità sono distratto e non mangio quasi nulla,
l'atto del masticare e del deglutire mi sembra un atto dovuto, di cui un po' mi
vergogno, come di cosa stridente con la pace meditativa di questa atmosfera.
Quindi lei si alza e lentamente va al lavandino a lavarsi i suoi piatti. Torna e
i suoi occhi hanno uno sguardo dolce quasi interrogativo. Le dico che essendo
stati ieri all'ashram "Sri Ramanasramam", che ci è molto piaciuto, ho
riconosciuto ora qui la foto di Ramana Maharishi, mentre non conosco chi sia
l'altro con quella bella barba e quel viso da saggio. Lei allarga il suo
consueto splendido sorriso smagliante, e gioiosa dice che sono i suoi grandi
Maestri, i cui spiriti sono calati in lei, e che lei si sente sempre in fusione
spirituale con loro. Premette, prima di aggiungere altro, che la Mente è unica e
trascende le manifestazioni di forme corporee individuali. E quindi dice che in
questo Paese (vuole dire qui a Tiruvannamalai e dintorni? o nel Tamil Nadu? o in
India?) si può avere accesso all'insegnamento di un guru di grandissimo respiro
e alta levatura spirituale. Chiedo chiarimenti, e chi sia? E' qui vicino, dice,
ed è... mi pare che dica qualcosa come hatha-Veda Krif ??, o forse era Padma
Vedegrith...? sicuramente conteneva il termine Veda, ma non colgo il nome, è un
suono indistinto e come una parola misteriosa che lei pronuncia sottovoce con
riverenza. E subito aggiunge, per rispondere alla mia domanda di prima, che è
già venuta in India molte volte nell'ultima dozzina d'anni, e che si è fermata
ogni volta diverso tempo, ascoltando molti diversi insegnamenti, ed è stata a
Rishikesh alle falde dell'Himalaya (forse da quel Shivananda, da cui erano
andati nel '68 i Beatles?), e anche qui nel sud, mi pare anche dallo yogi
Maharishi Mahesh (?). Ora ha potuto ottenere un visto per una permanenza di due
anni e mezzo senza dover uscire e rientrare. E' stata a trovare il suo guru, e
poi è venuta qui per starsene tranquilla, cosa che nell'ashram di Sri Ramana
Maharshi -che è effettivamente molto bello- non sarebbe stato possibile per il
continuo andirivieni di pellegrini e visitatori. Quando poi Swami Suddhananda
ritornerà e qui verrà anche qui tanta gente, lei andrà altrove. Ma dove?,
chiedo. Non lo sa, ci penseranno i suoi Maestri a disporre le cose che saranno
meglio per lei. Quel che accadrà accadrà. Parla molto lentamente, e ci sono
spazi tra una frase e l'altra. il tempo in questa stanza sembra essersi
incredibilmente dilatato.....
Intanto penso: se ora mi chiede io chi sono, cosa potrei dirle in sintesi? non
certo la professione, o la nazione, come ci diceva ieri Suddhananda... forse
potrei dirle di alcune cose che faccio, di quali cose mi interesso. Ma allora
potrei dirle soltanto che nelle ultime settimane mi sono interessato del tal
argomento, oppure che negli ultimi giorni ho fatto dei giri curiosando su questo
e quello, andando di qua e poi di là e ricevendo vari stimoli a certe mie
riflessioni... Sono impreparato, è evidente. E intanto penso anche che tutto ciò
naturalmente riguarderebbe in realtà soltanto la mia routinaria vita diurna,
mentre invece sono ben consapevole che viviamo in due dimensioni temporali, in
due forme o modi, la solare e la notturna. Ecco dunque, perché non parlarle del
momento notturno-onirico che in queste ultime notti è stato così tanto intenso
?
Vengo "risvegliato" dal fatto che lei chiede se abbiamo avuto un darshan, cioè
se abbiamo sentito Swami-ji Suddhananda e cosa ne penso. Le dico che non mi è
parso una personalità sconvolgente, ma che ci sono state molte cose interessanti
tra quelle che ha detto, e che è molto bravo a fare esempi che ad un primo
ascolto sembrano semplici ma che possono essere "letti" a più livelli. E' molto
contenta di questa mia ultima osservazione, e mi vorrebbe dire molte cose al
proposito delle interpretazioni a più livelli, ma che ha capito dal fatto che
guardiamo fuori dalla finestra, che il tempo manca.
Dice, riguardo al rapporto con veri Maestri spirituali, che anche dopo essersi
allontanati da loro, finché c'è questo "ponte", questo link o trait-d'union,
supererai l'individualismo, l'egocentrismo, e vivrai nella copula vivificante, e
continuerai ad acquisire le sue vibrazioni e la sua energia. Ripenso alle
riflessioni che avevamo fatto l'altro giorno tra noi e con Suddhananda su chi è
un guru... un vero maestro di vita.
Le dico che quando l'ho vista la prima volta intenta in un momento di
introspezione sul muretto esterno della casa di meditazione, io ero venuto
laggiù per vedere il tramonto, e siccome era molto bello (anche se "purtroppo"
non così splendido come la sera prima...), sono tornato di corsa fino alla
nostra casetta, e lì ho perso un sacco di tempo per cercare frettolosamente la
macchina fotografica che chissà dove l'avevo ficcata. Poi ritorno veloce al
meditation center, le faccio un cenno di saluto discretamente (ma mi pare che
lei non se ne sia nemmeno accorta), e una volta salito sulla terrazza constato
che sono giunto un po' tardi, ma lo stesso forse sono quasi ancora in tempo per
prendere una bella foto... ma ecco... le pile sono scariche... E ho pensato che
tutto ciò era un po' una metafora della vita... cercare freneticamente di
cogliere l'attimo fuggente, di fermarlo, ma anche proprio di possederlo,
prenderlo, per portarselo sempre con sé, e in un certo senso dunque dominarlo...
non è in sostanza una amara ironia?
Dal suo sorriso mi sembra che le faccia piacere sentirmi dire questo. Le dico
che lei ha la capacità e disposizione rara di saper gioire di cose semplici. Il
suo sguardo ora mi pare divenga compassionevole. Ci congediamo con affetto, e
dice che per lei è stato un dono averci lì oggi. Allora Michele le risponde che
lui ha veramente gradito questo incontro e che in realtà è per noi che l'essere
stati con lei è stato veramente come un dono. Lei subito aggiunge che già lo
sapeva, e che è certamente così, perchè il dono è tale solo quando la gioia è
reciproca, altrimenti non si tratta di un vero dono. C'è una unità indissolubile
tra i due vissuti, e sono due aspetti del medesimo, il dare e il ricevere, ed
è proprio la gioia che se ne prova quel che tiene unite le due facce.
Purtroppo ci chiamano a gran voce e dobbiamo scappare. Allora rapidamente mi
dice che posso mandarle mail presso l'ashram di Swami Suddhananda, a nome Jñanam,
che significa appunto Self Knowledge, conoscenza di sé ma anche della
realtà del divino, quindi la conoscenza del Sé. Le chiedo qual è il suo nome
originario, e mi dice che il suo cognome è Cristan, di origine italiana, il suo
bisnonno era proveniente dalle Dolomiti di Belluno. Le dico che è una
coincidenza sorprendente, che ho una casa proprio in quell'area, e che un giorno
le racconterò anche come l'ho trovata e il significato che vi ho attribuito.
Ma ormai usciamo dalla sua stanza....dobbiamo partire, e saliamo di corsa
sull'auto, dove gli altri hanno già provveduto a mettere i nostri bagagli, e
partiamo con ancora il suo volto gentile negli occhi, e con la determinazione a
cercare questo guru della foto, e andare al suo ashram. Certo che incontri così
si fanno solo in India...
E durante il viaggio verso la costa, in mezzo ad un bellissimo panorama, mi
attardo a ripensare all'incontro, e ai pensieri che mi erano sopravvenuti, e che
avevo come messo in stand-by. Ma mi coglie un gran sonno, e inizio a mescolare
il sognare e il pensare. Nella "vita dei sogni" non mi pare di aver mai detto,
né che mi abbiano mai chiesto chi sono, nel senso di definirmi attraverso quel
che faccio... là raramente ci sono di queste... come potrei dire?...
univocità...
E' anche per questo che è impossibile rendere quella complessa e intricata cosa
che è la nostra identità in una semplice definizione. Quello stimolo del maestro
swami Suddhananda mi ha intrigato e invischiato. E' davvero deleteria, direi
devastante culturalmente questa abitudine di pensiero, indotta dal costume, che
prevede di definirsi con un titolo, una referenza magari geopolitica, o un
mestiere. Ma sto per scivolare nel sonno, nonostante la testa ballonzoli e
sbatta sul finestrino... e la figura della dolce Jnanam mi accompagna... come
una Beatrice.
E' proprio vero che con i grandi Maestri si dialoga anche quando non ci sono,
anche quando sono già scomparsi (ad es. gli autori dei grandi libri della nostra
vita), attraverso i loro messaggi, o mietendo e raccogliendo dal loro esempio,
dalle loro opere, e che se queste ci hanno lasciato un segno dentro, sono
divenuti effettivamente parte di noi stessi. Questo è proprio un elemento di
jñana-yoga, unione mediante conoscenza, unione per via conoscitiva. E poi
ripenso alla comunicazione silenziosa, e alla vibrazione serena che compenetrava
il nostro breve dialogo denso di aspettative in cui eravamo come protesi l'uno
verso l'altra. Se non ci fosse stato l'ardire del mio atto di parlarle in mensa,
questa azione da karma-yoga cioè che ha innescato una serie di
cause-effetti densa di significatività, che ha accresciuto la mia conoscenza e
prodotto una unione di spirito con lei, non ci sarebbe stata e non avrei ora
scritto queste righe né fatto questi pensieri. Voglio proprio, devo, andare a
cercare e trovare quel suo Maestro dal nome impronunciabile. E tutto ciò è stato
possibile perché c'era stato sin dall'inizio un sentimento di bhakti, di
amore spirituale che mi ha attratto verso di lei. Sono poi questi i tre grandi
marga, i cammini, i percorsi, le vie, del sentiero della consapevolezza,
triplice e uno (trimarga). E lei ne è stata la messaggera, la divina
figura che appena sfiora il suolo, eterea, che mi ha iniziato...
Ma oramai dormo proprio, e mi sogno di quando ero piccolo e mio padre gran
viaggiatore, guidava per ore anche di notte, e io mi rilassavo protetto dal
guscio dell'auto con dentro la mia famiglia viaggiante, e poi mi invadono i
ricordi di mia mamma pianista che suonava Chopin inebriando tutta la casa, e poi
mi sogno di mio nonno che faceva lo scultore... e del suo incasinatissimo
atelier pieno di creta, di bozzetti incompiuti, di statue, attrezzi... dove
sentivo palpabilmente nell'aria la sua tensione verso il riuscire a cogliere il
movimento, la torsione, la spirale, le forze, i corpi....corpi di creta, o di
gesso, poi fusi nel bronzo... sì lui l'avrebbe ritratta con la leggera tunica
svolazzante e con un piede scalzo appena sollevato dal suolo...
Fra tre/quattro ore saremo sulla costa, a Pondicherry, e andremo all'Ashram del
grande Aurobindo, e poi ad Auroville, la città internazionale dell'utopia fatta
realtà, e là inizierà un nuovo capitolo, là inizierà tutt'un'altra storia...
il caldo rende oramai il mio sonno densissimo.
12. A PONDY
24 ore di intervallo a Pondicherry, in cui ci ricongiungiamo, ci troviamo e ci
raccontiamo reciprocamente, e tutto ci pare un po' strano venendo dalla calma
arcadica di un ashram di campagna. Giriamo nel traffico che ci pare assai
rumoroso e puzzolente di miriadi di moto, motorini, motorickshaw, biciclette,
carretti, ecc (mentre in realtà non è del tutto così, è un po' come dappertutto
nelle città indiane, anzi forse forse un tantino meno disordinato...), finché di
sera tutto rimane paralizzato per un totale intrico che blocca ogni direzione...
In definitiva il traffico è come una immensa arena di confronti e di rivalità
tra le psicologie degli autisti, con gran tensioni, e risoluzioni in tempi
brevissimi frutto di contrattazioni tramite interpretazione di minimi segnali, e
necessari compromessi realistici istantanei. E di fatto così è per ogni dove
oggigiorno.
La cittadina non sarebbe male, ma ci pare poco verde. Certo la vegetazione
veramente rigogliosa del sud-indiano, viene -come d'altronde ovunque nel
mondo- radicalmente spianata ed eliminata per far posto alla civiltà urbana. Per
prima cosa la nostra moderna civiltà dell'asfalto deve vincere la battaglia
contro il regno vegetale. Poi si cerca di spingere ai margini, si regolamenta, e
infine si rinchiude e segrega il mondo animale. E così alla fine la specie
eletta e dominante, cioè quella umana, può crearsi il proprio spazio esclusivo,
la propria grande tana a parte, e crearsi un ambiente del tutto artificiale
fatto a propria immagine e somiglianza. e questa è la città, il traffico,
l'industria, la politica, la lotta tra istituzioni e delinquenza, i conflitti
vari, e l'inquinamento... ecc. Che belle cose! Così ci accade di pensare a
questo bell'albergo con personale gentile, dove abbiamo trovato posto, come ad
una sorta di (falso) luogo di ritiro, di silenzio, e di sollievo. Anche se
Annalisa e Ghila che ci accolgono, non sono riuscite a dormire per il frastuono
incessante, 24 ore su 24, di una festività terminata solo oggi.
Ma dico queste cose in gran parte perchè ho sentito molto il salto, il
confronto, e l'ho preso male. Qui nel sud dell'India invece certi processi sono
ancora solo incipienti, e da noi invece sono giunti a livelli molto più
sofisticati che hanno stravolto le ns vite e ci hanno estraniato dal contesto
naturale. Ma qui sui giornali, in televisione, si danno più che altro notizie
dei vari altri stati indiani, o limitrofi, dell'Asia, ma poco si dice, e dunque
poco si sa a livello popolare, sulla lontana Europa (e praticamente quasi mai
alcunché sulla nostra piccola Italia).
Insomma il giorno dopo partiamo volentieri, anche se invece stavamo già per
riconciliarci un poco con la cittadina.
Partiamo dunque per un "viaggio" di appena mezz'ora/tre quarti d'ora per andare
a stabilirci qualche giorno ad Auroville, là dove hanno cercato di concretizzare
il sogno sociale di Sri Aurobindo (1872-1950) e della sua compagna spirituale.
Aurobindo era un bengalese, che fu considerato tra i padri fondatori della lotta
per l'indipendenza indiana. Egli si rifugiò nel 1910 come perseguitato dalla
polizia inglese a Pondichéry, cioè in quella che allora era una piccola
énclave francese (sino al 1954), dove fondò un ashram, e si ritirò dagli
impegni politici, per dedicarsi allo yoga, alla meditazione e alla filosofia.
A Pondy giunse poi Mira Al-fassi, di padre turco e madre egiziana, una donna
colta nata a Parigi (per cui cittadina francese), che lì era cresciuta e aveva
studiato, e poi era stata qualche anno in Giappone, la quale infine divenne la
compagna spirituale del grande maestro, e poi dal '26 direttrice dell'ashram,
con l'appellativo che l'ha resa famosa: la Mère. Vissuta fino a 95 anni
(1878-1973), ha dato una impronta decisiva all'ashram di Pondy e alle sue
iniziative sociali e educative, e ne ha fatto un centro internazionale di
diffusione del pensiero del maestro, che ha raggiunto molti ambienti europei ed
americani, con cui poi si sono stabiliti frequenti e proficui contatti. Per cui
è stato anche un tramite di diffusione per la conoscenza in occidente della
spiritualità indiana in generale.
Nel 1968 si è dato inizio nella campagna circostante la periferia di Pondy, alla
fondazione di una città di tipo nuovo, in base agli ideali sociali di Aurobindo.
Cinque anni dopo la Mère morì. Col tempo i legami tra la nuova sperimentazione e
l'ashram si sono allentati, poi il governo centrale indiano ha scorporato il
territorio del villaggio da quello del territorio di Pondicherry, includendolo
nello stato del Tamil Nadu. Oggi Auroville è una realtà ancora in crescita, e
nel contempo, oramai consolidata. E' là che vogliamo andare per capire meglio di
che si tratta, anche se è qui a Pondy che tutto è iniziato. Nei giorni scorsi
Annalisa con Paolo e gli altri, erano andati in visita all'ashram e hanno preso
alcune informazioni e pubblicazioni. Io intanto stavo leggendo un romanzo della
Desai proprio sulla figura della Mère (ma che è molto critico al riguardo).
L'ascetismo (sannyasa) non fu mai accettato da Aurobindo come una via valida,
pertanto i membri del suo ashram furono indicati non come dei "rinunzianti", ma
piuttosto come sadhak, dei ricercatori spirituali il cui intento è trovare i
mezzi per rendere universale la coscienza che il divino è presente in noi e nel
mondo fisico. Uno degli obiettivi "politici" divenne quello di fomentare l'idea
dell'unità del genere umano, ed un tramite imprescindibile è la diffusione di
una pratica consapevole della meditazione, dello yoga, e della concentrazione,
come via di un perfezionamento insieme fisico, mentale e spirituale che faciliti
la conoscenza dell'unione tra il divino e la materia. In effetti il primo passo
per Aurobindo sta nell' esercitare le proprie capacità di concentrazione,
bisogna imparare a valorizzare l'importanza del saper porre attenzione e del
riflettere su ciò che si fa nel quotidiano, giocando, studiando, e
lavorando, per giungere ad una autodisciplina, o sadhana, che ci aiuti nel
liberarci da pregiudizi e resistenze che stanno alla base sia di opinioni di
tipo particolaristico, che più in generale di una visione dualistica della
realtà vivente. Di qui l'impegno per l'eguaglianza tra tutti gli esseri umani,
uomini e donne, indipendentemente dalle nazionalità e dalle fedi in cui sono
cresciuti. Di qui le varie iniziative di carattere sociale, o per l'istruzione
generale di cui l'ashram si fece promotore. Le sue difficoltà inizialmente
vennero proprio da questa dichiarazione di non appartenenza ad alcuna chiesa, ad
alcuna idea nazionalista, e dalle critiche che nei confronti di esse si
portarono avanti nell'ashram. Dalla maggiore consapevolezza e dall'incremento
delle potenzialità mentali, fisiche e spirituali di ciascuno, può scaturire
secondo Sri Aurobindo e la Mère una umanità rinnovata e superiore a quella
odierna.
Questa tensione verso un superamento delle nostre più diffuse limitazioni, è per
Aurobindo la spiritualità: "La spiritualità non è un'alta intellettualità, né un
idealismo, né una tendenza etica della mente, né una purezza ed austerità
morale, né una religiosità o un fervore emotivo ardente, o esaltato, e nemmeno
un insieme di tutte queste eccellenti cose. (...) Nella sua essenza la
spiritualità è il risveglio alla realtà interiore del nostro essere, allo
spirito, al sé, all'anima -che è altra cosa dalla mente-corpo-, è una
aspirazione interiore al conoscere, sentire, essere, per entrare in contatto con
quella realtà più vasta che pervade l'universo, ed è al di là di esso, e che
abita anche il nostro stesso essere; è una aspirazione ad entrare in comunione
con questa realtà, per unirsi ad essa, e che come risultato dell'aspirazione,
contatto, unione, ci sia un rivolgersi, una conversione, una trasformazione di
tutto il nostro essere, una sua crescita o cammino verso un nuovo divenire, per
un nuovo essere, un nuovo sé, una natura rinnovata". (citazione che ha
costituito il messaggio augurale trasmesso dall' Ashram il 15 di agosto del 2006
in occasione della celebrazione dell' anniversario della nascita di Sri
Aurobindo).
13. LA CITTA’
DEGLI UTOPIANI
Ci sistemiamo la mattina del 13 agosto nella Guest House centrale di Auroville.
Io e Michele siamo in un piccolo sotto-tetto cui si accede con una scaletta
interna in legno, molto ripida, ed è un po' un problemino alla notte andare in
bagno, che è di sotto, ma fuori, per il fatto che bisogna andar giù, assonnati e
con la pila in mano... e poi tornar su (possibilmente senza perdere il sonno).
Ma ci piace moltissimo, e poi dà proprio sulla "piazzetta" centrale dove c'è un
grande albero banyan, che è il punto di ritrovo di chi vuole fare incontri e
chiacchierare.
E' tutto molto semplice e alla buona, comunque per sei euro e mezzo a testa al
giorno, hai la stanza, i tre pasti, acqua potabile fresca, servizio lavanderia,
e uso bicicletta; inoltre ti chiamano un motorickshaw o un taxi (a tariffe
controllate), oppure se vuoi con un euro al giorno hai una piccola motoretta.
Così facciamo lavare tutto quanto, e andiamo in giro per la cittadina a vedere
le cose più notevoli. Le distanze sono abbastanza grandi da non poter girare
tutto a piedi.
Cambiamo i soldi ad un ottimo tasso di cambio, perchè stiamo solo quattro,
cinque giorni, stando di più ti consigliano di aprire un conto. Infatti loro
vorrebbero che circolassero meno soldi possibile. Ad es gli aurovilliani non
prendono uno stipendio, ma gli vengono accreditati in conto circa 80 euro al
mese (questa si chiama "manteinance" ed è eguale per tutti, qualsiasi lavoro
facciano), e ognuno dà il suo numero nei negozi o nei servizi, e l'importo gli
viene detratto dal conto. Al proposito quando si progettava la fondazione della
città, la Mère (o Mother, come oramai si dice) fu perentoria: "il denaro non
sarà qui il sovrano signore". Certo non è gran che come cifra, anche se qui ha
una capacità d'acquisto molto maggiore che da noi, ma comunque consideriamo che
non ci sono tasse, non c'è da pagare l'affitto perché hanno la casa in
assegnazione perpetua, l'assistenza sanitaria, istruzione, cultura e sport
gratuiti, bici in uso, e moto e scooter in uso a prezzo simbolico; inoltre per
gli aurovilliani ci sono particolari minimarket, e magazzini in cui possono
avere a prezzo di costo i generi di prima necessità. I servizi di trasporto per
anziani, malati o persone con handicap, sono gratuiti (con speciali veicoli
elettrici a emissione zero). Non resta poi molto da spendere. Comunque ci sono
problemi di mancanza di capitali, e certamente per un euroamericano che voglia
venire a stabilirsi qui, lo standard di vita è molto più basso e quindi
consigliano di venire con un proprio gruzzoletto, oppure facendosi mandare
regolarmente un aiuto dai paesi di provenienza. Per es. degli italiani che si
sono trasferiti qui coi bambini, hanno realizzato il più possibile prima di
partire, vendendo quello che avevano, e poi magari hanno tenuto l'appartamento
dove abitavano, e lo affittano, e si fanno mandare i soldi per bonifico; altri
sono potuti andare in pensione anticipata, e per quanto minima qui è già una
bella cifra; altri più giovani ricevono qualcosa da casa quando hanno qualche
necessità particolare. Comunque in genere chi è residente è anche assai sobrio e
ben poco consumista. Si tratta certamente di una scelta ideologica, una scelta
di stile di vita.
I prodotti di Auroville, alimentari, stick aromatici, saponette, abbigliamento,
borse, sono di ottima qualità (soprattutto per il mercato indiano), e godono di
buona considerazione, tanto più che sono venduti a prezzi onesti, pertanto la
produzione va piuttosto bene e i profitti vengono utilizzati per incrementare i
servizi sociali, e lo sviluppo generale.
Tutta la gestione e amministrazione è come si dice molto trasparente. La gente
che viene dai paesi economicamente più sviluppati, porta anche know-how, e molti
sono intellettuali, o hanno una buona specializzazione, e socializzano le loro
conoscenze ed esperienze.
Auroville vuole essere anche la sede per attività sperimentali e per la ricerca
applicata in vari settori, con lo scopo poi di portare all'esterno le proprie
acquisizioni, e così è appunto in agronomia, in campo ecologico, e in vari
settori dell'artigianato. Inoltre il livello dell'istruzione è piuttosto buono.
La cittadina dunque, pur avendo il numero di abitanti che ha un nostro paese di
provincia, ha la vivacità culturale (biblioteche, cineteche, festival, ecc), e i
servizi, di una città. Questo si deve anche al fatto che si ritiene la varietà
culturale una ricchezza, e inoltre per favorire l'integrazione nella vita
sociale e la cooperazione, si considera importante che ciascuno possa ritrovare
qui la presenza della propria civiltà d'origine (informazioni, usanze,
cultura...). quindi vi sono continuamente iniziative e spettacoli, o corsi
pubblici in cui si ha accesso a film, testi, musica ecc. di vari paesi, e vi
sono, e si stanno costruendo, vari centri culturali "nazionali". Ciò in vista
del fatto che non si perda la propria identità che è preziosa proprio
nell'acquisire quella nuova di aurovilliano impegnato a favorire l'unità
dell'umanità. Naturalmente c'è molta tolleranza e compresenza di comportamenti e
abitudini le più varie, e molta libertà di espressione. L'obiettivo ideale
sarebbe di poter avere qui a vivere stabilmente almeno un paio di famiglie in
rappresentanza di ogni paese del mondo. Certo in generale la cultura dell'India
è prevalente, inoltre sono molto presenti pure i tibetani, e oltre a queste
componenti ci sono poi francesi, inglesi, tedeschi, olandesi-scandinavi, e i
nordamericani, ma nel totale c'è un po' di tutto. Interessante anche il continuo
viavai di visitatori e di turisti da ogni dove.
Il grande banyano sotto cui ci si siede alla Guest House a conversare e a
prendere il thé, è quasi una metafora di Auroville, perché è come un grande
individuo con molte braccia, che ci circonda e protegge, ed è lui che crea
l'atmosfera raccolta che da il tono al nostro soggiorno. E' qui che si sta a
chiacchierare, e che si ascoltano le storie degli altri viaggiatori, e ci si
scambiano le opinioni e le impressioni su Auroville. E' veramente stupendo e non
mi stancherei mai di ammirare e fotografare questo venerabile anziano "Signore
del luogo" (deus loci). Sapete com'è un banyano, dai suoi rami cadono delle
liane che toccando terra mettono radici e formano un nuovo albero-figlio che
resta attaccato al tronco primario, e così via occupando un territorio sempre
più vasto. Diviene come una foresta di colonne, sottopassaggi, ponti... Quello
al centro della città, vicino al Matrimandir è oramai estesissimo, e ci si
cammina sotto per un po'. Annalisa dice che però le pare nel contempo anche un
po' inquietante perchè finisce per inglobare tutti gli arbusti e le piante che
incontra. Con la sua lentezza comunque inesorabile si muove e amplia la sua
"supervisione" (un po' da godfather). Ciò nonostante continua ad affascinarmi,
pur con questo suo risvolto dominante - patriarcale, perché in realtà poi non
riesci più bene a capire quali sono i figli e quale il corpo d'origine. Anzi ora
che lo guardo sotto quest'ottica a me pare paterno, anzi ...come un nonno...
14. AUROVILLE,
2
Tutto era iniziato con una aspirazione espressa dalla Mère nel 1954, quando
scrisse, "un sogno. Dovrebbe esserci un qualche angolo della terra in cui
nessuna nazione abbia il diritto di dire: è mio! Un luogo in cui ogni uomo di
buona volontà, con una sincera aspirazione, possa liberamente vivere come
cittadino del mondo". Ispirati dall'universalismo predicato da Aurobindo e dalla
Mère, vari giovani di vari paesi vennero qui, a una dozzina di kilometri dalla
periferia di Pondicherry, a lavorare per dar vita alla città utopica: Auroville.
Per me c'è una assonanza con "città d'oro", e penso alla Città del Sole di
Campanella (invece l'assonanza fu forse ricercata con il francese Aurore,
giocando sull'ambivalenza tra l'inizio di aurora e di Aurobindo). Stilarono una
Carta fondamentale, in cui si diceva che "la città non sarebbe appartenuta a
nessuno in particolare, bensì all'umanità nel suo insieme". Satprem, un vicino
collaboratore di Aurobindo scrisse una lettera aperta agli studenti di tutto il
mondo, che allora iniziavano il movimento di contestazione: "Questo è il tempo
della Grande Avventura. Il mondo è chiuso solo i robot vanno sulla luna, e le
nostre frontiere sono dappertutto ben controllate: a Roma come a Rangoon gli
stessi funzionari dello stesso Sistema ci sorvegliano, verificano le nostre
teste e frugano nelle nostre tasche. Non c'è più spazio per l'avventura nel
mondo. La libertà è dentro, lo spazio è dentro, e così la trasformazione del
nostro mondo attraverso il potere dello spirito (...) se avremo il coraggio di
scendere nei nostri cuori, allora tutto diverrà possibile". Alla cerimonia di
fondazione, il 28 febbraio 1968, vennero qui "rappresentanti" da quasi tutti gli
stati dell'India, e da 124 paesi del mondo, con un pugno di terra del loro paese
e la versarono in un'urna a forma di loto, attorno a cui si riuniscono ancor
oggi ogni anno il giorno del compleanno di Aurobindo. La cerimonia di fondazione
avvenne sotto l'egida dell'Unesco che riconobbe nell'esperimento un alto valore
simbolico. Nell'anno in cui morì la Mère, si contavano 322 aurovilliani, oggi
sono quasi duemila, di una quarantina di nazionalità diverse (un terzo sono
indiani), di ogni classe sociale. Il piano urbanistico della cittadina è stato
progettato per uno sviluppo sino a 50 mila abitanti, ed assomiglia ad una ruota
con cinque raggi attorno a un perno, ma come se fosse in movimento, quindi con
una torsione dei raggi stessi, vista dall'alto è quasi una galassia a spirale.
Queste zone con abitazioni sparse, sono immerse in un contesto naturale di
vegetazione, tanto che girovagando per la cittadina quasi non ci si accorge di
essere in un centro urbano, ma pare di girare per sentieri che si inoltrano nei
boschi. Grande è il rispetto per l'ambiente, e grande l'attenzione a fare
ricorso solo a fonti di energia "alternative" (sole, vento, acqua, ...) e
comunque rinnovabili e non inquinanti. Già più di un quarto delle costruzioni
non sono collegate alla rete elettrica nazionale dato che utilizzano pannelli
fotovoltaici, inoltre vi sono una trentina di grandi mulini a vento che
alimentano le pompe d'acqua, un centinaio di pompe solari, si contano una
settantina di cucine collettive solari, e la grande cucina centrale utilizza per
la cottura dei cibi il vapore prodotto da un pannello solare concavo del
diametro di 15 metri. In questi trent'anni nei milleduecento ettari del
territorio, che inizialmente era abbandonato e brullo, sono stati piantati più
di due milioni di alberi da frutta e da legna. Per l'irrigazione, e per evitare
l'erosione e la aridità, sono stati inventati metodi originali di contenimento
delle acque piovane, e di rigenerazione del suolo, per cui il territorio ora è
estremamente florido. Nel territorio, e nei campi agricoli che lo servono, non
si usano fertilizzanti o prodotti chimici, ma solo metodi organici per lo
sviluppo di una policoltura intensiva. Tutto ciò che attualmente esiste è stato
costruito dal nulla. . .
Il centro geografico è un grande maestoso albero banyan, che rappresenta l'unità
nella molteplicità, ma a pochi passi vi è il centro ideale e il perno di questa
polis, che è costituito simbolicamente da un grande globo dorato, e a poca
distanza vi è l'urna con tutte le terre del mondo, e attorno un anfiteatro per
le riunioni generali. Questo centro spirituale, che non appartiene a nessuna
religione ma è aperto a tutti, è il Matrimandir, Tempio della Grande
Madre Universale. A questo proposito la Mère espresse nel 1970 questa
indicazione: "Sri Aurobindo ha insegnato che è nella Materia che il divino si
manifesta: Egli ha insistito sulla comprensione del concetto di Madre Creatrice.
Il Matrimandir deve esistere per insegnare all'umanità che non è sfuggendo al
mondo o ignorandolo che gli esseri umani realizzeranno il divino nella vita. Non
voglio che diventi un luogo religioso, non voglio assolutamente dogmi, né
regole, né riti."
Il Matrimandir è come sostenuto tutt'attorno da grandi petali contenenti
ciascuna una sala di meditazione e concentrazione, e all'interno ha una sala con
una sfera di cristallo. Qui si vede sulla destra l'urna con le terre del mondo.
15. AUROVILLE,
3
Andiamo a visitare i luoghi notevoli della cittadina. Tutto qui ad Auroville ha
un valore ed un rinvio di tipo simbolico, non si tratta solo di una concezione
urbanistica (si pensi per es. alla città di Le Cobusier, Chandigarh, capitale
del Punjab, o a Gurgaon nell'Haryana, o Ghandinagar nel Gujarat) ma della
realizzazione di elementi simbolici. I nomi dei rioni (Sincerity, Bliss, Horizon,
Existence, Grace, Invocation, Gaia, Progress, Fraternity, Transition...), e le
loro destinazioni prevalenti (Auroville è zonizzata), l'architettura del
"municipio", della Biblioteca, della sala riunioni, del centro di cultura,
eccetera, materializzano determinati simboli che stanno alla base, sono di
fondamento, sono irrinunciabili, nella ideologia che pervade questa polis.
Perciò hanno la priorità, vanno stabiliti inizialmente, prima di procedere ad
una costruzione e alla sua collocazione, poi viene il resto. Un po' come
accadeva per la fondazione di città nell'antichità.
Dunque dopo il Visitors Centre, con esposizione e vendita dei prodotti locali,
foto sulla storia della città, video sul matrimandir, eccetera, visitiamo la
cucina solare, la Town Hall che con la sua bella architettura fronteggia il
matrimandir ed ha dietro ad una grande vetrata una grande sfera scomposta e
aperta, con attorno i vari piani degli uffici che vi si affacciano, poi la
Bharat Nivas la casa delle culture dell'India, con l'Auditorium, in mezzo a un
bel parco di cactus, agavi, fichi d'india, fiori colorati tropicali, ecc., il
centro culturale Sàvitri Bhavan, con tutte le opere di Aurobindo, video,
registrazioni sonore delle interviste o dei discorsi di lui e della Mother,
biblioteca, riviste, sala conferenze, tutto in cemento vivo, con molto movimento
nella parte strutturale, e grandi spazi aperti illuminati, e al centro il
capolavoro di Aurobindo, il poema epico "Sàvitri", in una edizione di
gran lusso rilegata e con incisioni, esposto su un pubblico leggìo, poi il
Padiglione della cultura tibetana, e il centro di progettazione architettonica
e urbana, poi vediamo delle scuole, campi sportivi e altro...
Girando ci fermiamo alla bella bakery, la panetteria dove c'è sempre pane fresco
alla francese, torte, quiches, paste e dolci, appena sfornati, e si può stare
nel bar all'aperto lì accanto a consumare bevendo spremute di frutta, sotto
l'ombra di bei alberoni, e fare conoscenze, o ascoltare conversazioni in varie
lingue. Diamo una occhiata a un magazzino del servizio "Pour Tous" per
gli aurovilliani, dove vanno e vengono vecchi sessantottini con lo scooter a
fare rifornimenti di latte, e generi vari.
Girovaghiamo un po' per i sentieri sterrati in mezzo al bosco, che sarebbero le
vie, dove è molto facile perdere l'orientamento dato che si assomigliano
moltissimo tra loro.
Il 15 agosto, che è l'anniversario della nascita di Aurobindo, e dunque festa
per la città, ci alziamo alle 04 a.m. per recarci al Matrimandir, e lì assistere
alla celebrazione dell'arrivo dell'alba. Procediamo con le pile nel buio totale,
camminando tutti in silenzio e assonnati, e via via convergono masse di gente di
tutti i tipi, moltissimi indiani dei dintorni, o arrivati appositamente con
pullman al parcheggio, e poi a piedi, e anche non pochi turisti. Semplicemente
si sta nell'anfiteatro ad attendere i primi chiarori dell'alba, sentendo i
cinguettii o i fischi dei vari uccelli o scoiattoli man mano che si svegliano,
fin quando viene acceso un grande falò, vengono diffuse musiche sommesse e poi
un discorso della Mother in inglese, quindi con la luce il globo del matrimandir
diviene tutto dorato e luminoso, e a quel punto la riunione si scioglie. Il
tutto è suggestivo nella sua semplicità essenziale. Si esce passando accanto, o
sotto, al grande venerabile alberone banyan.
Queste comitive di indiani giunti coi pullman mi colpiscono, perché questo non è
un luogo hindu, e non è nemmeno un luogo con una denominazione di una religione,
o di una nuova religione, ma loro vengono qui perchè vi riconoscono un luogo di
spiritualità, perché si celebra un grande saggio, uno Shri, un sant'uomo. E
questa è una caratteristica dell'India: li abbiamo visti l'altr'anno a nuova
Delhi fare la fila per entrare nel grandioso tempio Bahai a forma di fior di
loto, o alla Global Pagoda buddhista, o in un famoso tempio Jain, o Sikh, o
tibetano, oppure per vedere la grande moschea rossa moghul della vecchia Delhi,
o il santuario di Alì a Bombay; vanno a vedere gli Hare Krishna, a sentire i
guru, di cui non necessariamente condividono il messaggio, l'ideologia, o il
credo. E' una forma di rispetto e riconoscimento del fatto che si tratta di
qualcosa di venerabile e dotato di una sua sacralità. Questa è anche una
curiosità per le varie forme e tematiche della spiritualità (si vedano ad es. le
rubriche fisse di spirituality su quotidiani come il "Times of India"
o lo "Hindu Times", o altri, in internet), ed è una particolarità una
peculiarità della cultura e della civiltà indiane.
Solo in India potevano sorgere Auroville, il Centro Tibetano di Dharamsala,
potevano aprire i più disparati e contrastanti Ashrams, ecc.....
Vi ricordate che fine fece la comune internazionale costruita da Osho
nell'Oregon, quando la democratica e tollerante società americana requisì tutto
ciò che era stato costruito in quelle lontane e appartate foreste del
nord-ovest, cacciando con le fucilate della Guardia nazionale tutti i residenti
dopo una feroce caccia alle streghe, con morti e feriti, e poi rase al suolo
tutto quanto e lo incendiò...? Solo l'India li accolse.
Ma ve la immaginate voi una città come Auroville in Italia? o che lo stato
italiano sollecitasse l'interessamento dell'Unesco per valorizzare una
esperienza del genere conferendole valore simbolico? sì possono esserci piccole
iniziative qua e là, ma nel silenzio dei mezzi d'informazione, perchè non piace
che si mettano sullo stesso piano le più disparate religioni, che si esalti un
ideale di fusione interconfessionale per un obiettivo di una umanità unita, o
cose del genere. In India si può.
16. LASCIANDO
AUROVILLE
La filosofia di Aurobindo nasce sul terreno culturale della generazione fiorita
negli anni Venti/Trenta del secolo scorso, e ha temi e motivi in comune con
altre filosofie di quel tempo, ma si caratterizza per l'accento posto sugli
aspetti fisici-corporei. I suoi esercizi di meditazione/concentrazione di tipo
yogha, mirano a produrre nell'individuo un effetto psico-somatico che Aurobindo
pensava potrebbe portare ad un perfezionamento dell'essere umano. Cioè pensava
che potesse produrre addirittura una trasformazione a livello cellulare
stimolandone le attività e le reti connettive. Comunque l'accento posto su certe
pratiche yogha, lo concepiva volto a potenziare le possibilità latenti della
nostra stessa costituzione organica. E' ritenuta una via di perfezionamento che
mira alla promozione della perfettibilità della nostra specie, con l'aiuto di un
contesto sociale di tipo non-conflittuale.
Nelle chiacchierate sotto il banyano della Guest House, ci dicono che è per
questo che ad Auroville si coltivano molto gli studi e le pratiche del
massaggio, ricorrendo ad un sincretismo di scuole differenti, pur di raggiungere
una maggiore conoscenza della persona e una più ampia gamma di risultati,
stimolando l'individuo da più punti di vista, ma sempre nel rispetto della
psicologia del singolo. E poi è da qui che dall'ashram originario è scaturita
questa attenzione al sociale, ai prodotti, all'urbanistica, all'architettura,
che contraddistingue Auroville.
Ma i 1800 cittadini aurovilliani, non saranno poi destinati a divenire una casta
dominante, che vive grazie al lavoro dei contadini e degli operai poveri dei
paesini attorno, e alle rendite inviate loro dai paesi d'origine? Fattostà che
indubbiamente questo tipo di esperimento, e soprattutto questo particolare
ambiente di vita, e l'aver strutturato queste condizioni del vivere e della
socialità, risulta attraente per un certo tipo di pubblico. Inoltre un
visitatore occidentale che ritrovi qui una atmosfera perduta, tipo anni
settanta/ottanta, un certo spirito di avventura, il piacere di costruire
qualcosa di nuovo, unico, ambiziosi progetti che ti fanno sentire protagonista
di una sperimentazione di grande respiro..., può percepire tutto ciò come
gradevole e accattivante. Ci si ritrova alla sera a parlare di queste idee, di
queste illusioni, di questi obiettivi di lungo periodo, in un contesto esotico,
a discutere di grandi tematiche, a raccontarsi dei propri viaggi e scambiarsi le
proprie riflessioni. E' simpatico vedere in giro ex giovani ed ex ragazze con
lunghi capelli grigi o bianchi, che se ne vanno intorno con il motorino o lo
scooter. Perché ogni tanto c'è pure da andare fuori, nel mondo circostante, nei
paesi attorno, o in città a Pondicherry, che sta a un quarto d'ora dalla polis
degli utopiani, in una cittadina che ancora risente abbastanza della impronta
europea che la Francia si impegnò a dare a questo suo piccolo lontano
"stabilimento" della Compagnia francese delle Indie.
Non diventerà una "riserva" di interesse turistico? non staranno gli
onnipresenti volti e simboli di Aurobindo e della Mother, diventando marchi
commerciali per prodotti di qualità e di un certo stile? Non si ridurrà un po'
tutto a qualcosa che se impresso su una T-shirt la rende più vendibile ai
curiosi di passaggio? Certo una cittadina con le sue problematiche non solo
economiche ma anche sociali, non è (e non può essere) un grandissimo ashram. Nel
paesino degli aurovilliani, tutti si conoscono e il giornalino delle News
parla degli eventi di quel piccolo mondo, di cui forse i ragazzi divenuti adulti
si stuferanno. Gli aurovilliani -passata per motivi d'età la generazione dei
fiori e delle grandi alternative- chi saranno? chi saranno gli attuali ragazzini
nati qui per i quali tutto ciò è normale, e le avventure dei padri sono un
noioso ripetersi di frasi retoriche? Questi figli sembrano assomigliare tanto, e
vogliono assomigliare, a quelli delle lontane società d'occidente, o delle
metropoli in sviluppo della nuova India (ma forse solo a livello esteriore).
Saranno essi i degni custodi inflessibili delle regole auree della repubblica
platonica? Ma forse qui sarebbe più ottimista ricordare il guru Narayana
(1854-1928) che fondò una società di previdenza che governasse saggiamente il
villaggio di Muthakunnan nel Kerala, (cfr. E.Zolla, "Come ho trovato la Città
del Sole", Corriere della sera, 3.3.1979), esperienza che tuttora
prosegue con generale consenso pur dopo tanti anni.
Ma al di là di questi timori, Auroville rappresenta una scommessa, una promessa,
per "molti" una speranza cui guardare. In ogni caso sta di fatto che
l'esperienza prosegue, e una nuova realtà si è comunque radicata nel territorio.
17. IMPREVISTO
Progettiamo un viaggio da farsi noi quattro nelle due settimane dopo la partenza
degli amici, e così andiamo nella efficiente agenzia viaggi aurovilliana,
prenotiamo, paghiamo, e poi per renderci le cose meno faticose, decidiamo di non
prendere il treno notturno con cuccetta che per arrivare a Madurai ci metterebbe
dieci ore e mezza, e prendiamo invece dei biglietti low cost per un volo aereo.
Quindi ritorniamo di nuovo alla Railway station a Pondy per cancellare la
prenotazione che avevamo già fatto, e a quel punto per rilassarci un poco
decidiamo di passare il resto della giornata al mare, nello stabilimento
balneare aurovilliano di "Repos". Finalmente ci facciamo un bel bagno e
un po' di mare! e lì: l'imprevisto.
Annalisa per non cadere a causa di un'onda forte in arrivo sul bagnasciuga, si
gira per correre indietro, e fa una torsione col ginocchio sinistro mentre la
gamba è sprofondata nella sabbia che le tiene bloccato il piede. Non riesce più
ad appoggiarla e quindi a camminare. Tornati con un taxi, prepariamo i bagagli
sperando che passi, ma si muove solo con faticosi saltelli su un piede solo, o
spingendo lentissimamente una sedia. La mattina dopo, dobbiamo lasciare le
nostre stanze, ma la cosa non è passata per nulla, anzi è peggiorata. Allora con
l'auto che avevamo prenotato per portarci a Chennai (Madras) all'areoporto,
andiamo invece all'ospedale che c'è fuori Pondicherry, a Pyms, un centro medico
moderno ed efficiente. Lì viene ricevuta e visitata nel reparto di ortopedia, il
medico le prescrive immobilità, riposo, e siccome gli diciamo dell'aereo, la
manda al reparto radiografia per fare una lastra, e poi le fa mettere una lunga
e stretta fasciatura, e le prescrive l'uso delle stampelle per almeno due
settimane. La manda al reparto di fisioterapia e là le fanno un breve corsetto
rapido con addestramento all'uso corretto delle stampelle. Veramente bravi,
efficienti, oltre che cordiali e gentili. Dobbiamo pagare tutto (20 €) e usciamo
contenti e soddisfatti.
Non è dunque questa una ironia della sorte? ora che credevamo di poter disporre
del nostro tempo in totale libertà di scelte, e di fare grandi camminate a
visitare i templi di Madurai e di Tirucchirappalli, ci ritroviamo da un momento
all'altro in condizioni ben diverse, imprevedibili, e su cui non possiamo fare
nulla, se non accettare gli eventi, e tutto a causa di un attimo in cui si sono
decise le sorti delle prossime due settimane... La vacanza passa in secondo
piano rispetto all' attenzione al corpo, lo spirito muta ed è meno baldanzoso, i
tempi si trasformano radicalmente, divenendo lentissimi, il dolore che Annalisa
prova nell'appoggiare il piede o fare un passo ci ricorda le priorità e i
limiti. Una lezione da non dimenticare e da non disprezzare (e come?), né
minimizzare. Con l'auto che ci porta verso l'aeroporto passiamo vicino a
Mahaballipuram, ma non c'è più tempo per fermarci come avevamo previsto perchè
abbiamo perso l'intera mattina all'ospedale (volevamo rivedere dopo anni i
magnifici antichi monumenti oggetto di pellegrinaggi). Invece poi arriva un
messaggio sul cellulare in cui ci avvisano che il volo è posticipato di tre
ore... Arriviamo comunque un'ora e mezzo prima della nuova partenza, per venire
a sapere in aeroporto che il volo è spostato di un'altra ora. Insomma in
definitiva anziché alle 5.20 partiremo alle 10.30... Ore e ore in questo
aeroporto, in questa nowhere land, in questo non-posto fuori dal mondo. Alfine
si va, portano Annalisa seduta sulla sedia a rotelle a braccia su per la
scaletta, con rischio di cadere all'indietro addosso agli altri passeggeri sotto
alla scaletta, .....ma alfine si parte. A Madurai Annalisa scende la scaletta di
sedere. Arriviamo all'albergo anziché alle sette previste, poco dopo la
mezzanotte. Annalisa sale le scale dell'albergo carponi, e saremo a letto verso
l'una!
18. A MADURAI
18 agosto 2006, Madurai
Ora comunque siamo sulla terrazza dell'albergo per fare il breakfast, c'è una
bella brezza e un panorama vastissimo. Dinnanzi a noi si stagliano sulle
casupole i quattro grandiosi gopuram (=torri/porte) colorati del
complesso templare: quasi una visione da fantascienza proiettata nel passato.
Passato, presente, futuro si toccano e si congiungono come nelle dita di Shiva
insegnante. L'immaginazione corre, stimolata fortemente dall'emozione di questa
vista, e con la fantasia mi figuro quando 4 secoli fa, quel grande complesso
emergeva da una cittadina di capanne di fango e paglia, e il palazzo reale era
più grande di ora ! venendo da fuori, tra le palme fitte e i banyans, e la
vegetazione equatoriale, improvvisamente vedevi i quattro gopuram....! Un
complesso di queste proporzioni stava a significare anche che esisteva là un
centro di saperi, di artigiani, un mercato commerciale e di scambi, un centro di
produzione, un centro di potere religioso e politico di grande levatura.
Quando scendiamo in strada e poi giunti là entriamo, già nella prima cinta
muraria rettangolare si avverte di essere passati per una soglia e di avere
fatto ingresso in un mondo a sé con una atmosfera differente di grande
suggestione. La penombra, i colonnati, la grande vasca per le abluzioni, gli
altari, e tutta la grande massa di devoti, creano veramente un universo a parte.
Si percepisce anche che l'attuale complesso templare è il risultato di aggiunte
e rifacimenti nel corso di una lunga storia, sulla base di un tempio molto più
antico. In effetti una parte è dell'epoca che noi chiamiamo medievale, e una
parte addirittura risalente all'antichità. Pensate che ad esempio Megastene (che
ho già citato, storico e geografo inviato dal diadoco alessandrino Seleuco
Nikator, più volte in missione tra il 302 e il 292 av.C.), venne fin qui
attraversando la fitta jungla, come ambasciatore presso la corte del Raja
Chandra Gupta (dai greci poi storpiato in Sandracottos), quando questo era un
lontanissimo centro di esportazione di spezie rare e di pietre preziose. Chissà
cosa raccontò quando ritornò indietro (purtroppo non abbiamo un suo
"Milione"...). Chandragupta fu poi il fondatore della dinastia Maurya che estese
il proprio regno sino al nord, cacciando i dominatori alessandrini dai territori
lungo il fiume Indo.
Ma il culto che qui si esplica, rivolto alla divina Sri Meenakshi, è più
antico ancora. Meenakshi, la bella dall'occhio di pesce, nasce sulla terra del
fuoco sacrificale, ed è una divinità matriarcale. Il suo culto era così forte,
sentito, e radicato che l'hinduismo non poté soppiantarlo, e quindi venne
inglobato, assimilato. Nella ricca Madurai, il cui nome viene da madhuram,
dolce come il miele, la bella dea fu detta essere una apparizione di Devi, e di
lei si innamorò il dio Shiva in quella sua manifestazione in cui è considerato
come "il bel Signore", l'affascinante, Sundareshvara. Ed il Meenakshi Mandir
fu ampliato con una immensa sala in cui i due incontratisi si innamorarono.
Perciò, per lo meno dal 1500 questo è il tempio del matrimonio, un tempio bino,
in cui si celebra la congiunzione divina. Meenakshi, rappresentando l'energia
femminile è assimilata a Pàrvati, la shakti di Shiva, e l'unione delle due
divinità è l'unità delle due polarità. Il grande complesso templare, uno dei più
affascinanti dell'India, fu portato a compimento a metà del 1600 dal principe,
nayak, Tirumalai
In quella parte, detta Mandapa, "sala dalle mille colonne"( 985), che poi furono
decorate con figure scolpite nella roccia, di straordinaria forza e bellezza,
ora c'è una sorta di museo del tempio, o esposizione, tenuta malissimo (o meglio
non-tenuta né intrattenuta), ove sono esposte opere stupende, tra cui molti
pezzi antichi, risalenti all'epoca in cui si diffuse il buddhismo, pezzi
inestimabili che vanno pian piano in rovina (soprattutto per quanto riguarda gli
arazzi, i dipinti, le pergamene, ecc...).
Le statue, addossate alle colonne come cariatidi, sono opere d'arte che rivelano
un gusto estetico, e tecniche artistiche di grande raffinatezza. La ricerca del
movimento, le leggere torsioni, le espressioni di serenità, la ricerca di
armonia tra le parti, le loro proporzioni, la capacità riproduttiva, il
risultato di perfetto equilibrio, denotano la presenza di una scuola di
notevolissime tradizioni e di grandi abilità. Si trovano commisti l'umano e
l'animale, il maschile e il femminile, la serenità e il valore guerriero, la
bellezza e il grottesco...
Ritorniamo al tempio alla sera perchè proprio oggi alle 7.30 p.m. l'immagine di
Pàrvati/Meenakshi verrà portata in pompa magna su un carro-baldacchino in giro
per tutto il vasto complesso templare, con banda musicale, un bue sacro tutto
dipinto e adornato, reggendo ombrellini coloratissimi, e l'elefante del tempio,
di 40 anni d'età, anche lui tutto ricoperto di sbirluccichini e vetrini, con un
bel coprifronte, eccetera. In un percorso tutto dentro, interno al tempio,
passando per tutte le gates-torri, a cominciare da quella dell'est, fino ad una
camera nella parte più sacra e più interna, inaccessibile a noi, che è quella
che fuori ha una luminosa cupola tutta dorata. E poi lì alle 9 p.m. verrà
condotta la statua di Shiva, e i due verranno lasciati soli a porte chiuse a
passarvi tutta la notte assieme.
Centinaia di persone, soprattutto donne (la dea è protettrice e guaritrice dei
guai femminili, tipo mancata gravidanza o difficile gestazione, ma anche ogni
altro tipo di inconveniente femminile) seguono con grande fervore la
processione, tutte con belle ghirlande di fiori freschi tra i capelli, e molte
belle speranze.
Già stamane avevamo visto tante donne sedute per terra in un punto del tempio ,
che portavano in offerta olio in un piccolo spicchio di noce di cocco, e con
quello ungevano le statue e i bassorilievi delle colonne dove è raffigurata
Meenakshi, e accendevano una fiammella, allo scopo di chiedere di poter avere un
marito buono e buone gravidanze.
Nel museo interno, là dove c'è una vecchia statua lignea tutta colorata di
Pàrvati davanti ad un "carro del Sole", una giovane si ferma di colpo come
fulminata dalla vista della dea, così vicina, così accessibile, e si ferma a
prenderle la mano con tenerezza e le sorride. La guarda proprio fissa negli
occhi, sta vicinissima al suo volto, è felice estasiata, mugugnando qualcosa
come una nenia, e nemmeno si accorge che a un certo momento la fotografo con il
flash. E' radiosa quando, chiamata più volte, alfine si distacca e raggiunge la
madre che è già all'uscita del museino. Cosa crede? cosa ha nella sua mente?
cosa cerca? quale bisogno la spinge a questa saldissima fede? qual è la molla
interiore che fa scattare questa sua incrollabile credenza? Il bisogno di un
riferimento, di una protezione, di una figura consolatrice, probabilmente...
chissà...
In un certo punto del tempio c'è un lungo palo d'oro che va oltre il soffitto, e
di giorno entrano dal buco solo raggi perpendicolari al terreno e paralleli
all'asta, con grande effetto. Alludono forse al perno di luce eterna attorno a
cui gira la galassia (e il cosmo intero) come una grande ruota, fascio immenso
senza fine (come per la dea greca arcaica Hestia). E' quello il segno dinnanzi
al quale, come raccontano gli shivaiti, gli stessi Brahma e Vishnu, che si
scambiavano opinioni sul primato nella Trimurti, concordarono che il titolo di
primo tra pari avrebbe dovuto spettare al dio solare del fuoco, Shiva.
19.
THEOSOPHICAL SOCIETY
Ieri il conducente del motorickshaw mi ha presentato un signore che abita
proprio di fronte all'ingresso dell'albergo, e che ci aveva notato, e voleva
conoscerci. Ha un viso particolare, e ancor più, ha le labbra proprio sottili
che paiono un po' violette sulla pelle decisamente bruna scura, un asciugamano
sulla spalla, a torso nudo ma con calzoni "moderni", e a piedi nudi. Parla bene
un buon inglese, e gli sorridono anche gli occhi. Mi fa entrare in casa sua, e
mi mostra che nella sua camerina, sopra al suo letto, tiene un enorme dipinto di
suo nonno da giovane. Era stato un allievo di Sri Maharshi, che gli aveva
insegnato, o fatto insegnare, l'arte di prendersi cura del corpo, e in
particolare della pelle. E dunque aveva poi fondato una sorta di laboratorio
artigianale domestico per la produzione di oli speciali per massaggi, e di
saponi, fatti con erbe aromatiche, usando solamente ingredienti naturali cui si
attribuiscono particolari proprietà. Poi insegnò a sua volta i segreti della
composizione, delle proporzioni, delle procedure, della lavorazione, ecc. al
proprio figlio, che è suo padre, che a sua volta li trasmise a lui. Poi mi porta
lungo il corridoio alla sala grande al centro della casa, dove la moglie e la
figlia accucciate stavano confezionando e imballando bottigliette. La moglie è
bella e dolce, anche se mi fa vedere un altarino con la foto della suocera
appena morta, e mi dice che si scusa ma è per questo che sono ancora tutti
intristiti. La figlia di 21 anni è figlia unica, le piace giocare a tennis, e
lui (il padre) fa ogni sacrificio purché possa farlo regolarmente. Parla bene
inglese, e vorrebbe tanto vedere l'Europa. Chissà se poi continuerà a tramandare
i segreti della fabbricazione artigianale orgoglio di famiglia?...O se aprirà un
minimarket dei nuovi prodotti industriali made in India?
Vado un po' in giro a cercare un posto che avevo visto dal rickshaw e che dev'essere
molto vicino, ma le strade si assomigliano tutte moltissimo, quindi vengo
seguito e "aiutato" da un tale, poi da due, poi da tre, sinché si trova uno che
capisce quel che cerco e mi indica la via. Ecco trovata la sede della "Theosophical
Society", che sembra come abbandonata da decenni, e in via di disfacimento
lento.
Certo qui con l'umido, i monsoni, il sole fortissimo, tutto di disfa,
ammuffisce, si sgretola. Questo edificio è come uno squarcio del passato che si
apre tra un palazzo moderno ed un altro. Forse è ancora lì perché è abbandonato,
cioè proprio in quanto è totalmente dimenticato da tutti. Il suo guardiano, lo
usher, è addetto alla sua sopravvivenza apparente. Forse era da ragazzo
l'inserviente, poi quella portineria è diventata la sua unica casa... Qui tutto
è pieno di polvere e ci sono ragnatele e muffe. Non un segno di presenza umana
recente, tutto scricchiola, e dalle foto alle pareti i volti mi guardano
increduli.
E' tutto in bianco e nero, è come entrare in un dagherrotipo impresso su una
lastra di vetro. Mi pare di essere uno del film "la macchina di Morel", e di
aggirarmi in un ologramma. Avrebbe potuto passare di qui mia nonna materna, sì
quella che è morta poco prima che io nascessi, e si sarebbe soffermata con il
suo cappellino con la velette, la borsetta nera e la stoletta di volpino sulle
spalle, e certamente si sarebbe intrattenuta ad amabilmente conversare con i
soci sui rapporti della Teosofia con gli esercizi di respirazione pranayama,
oppure se Krishnamurti (che lei certamente incontrò in qualità di redattrice
della rivista "La Ricerca Psichica"), fosse o no Maitreya, il nuovo
avatar. Poi uscendo dalla sala della biblioteca si sarebbe voltata a salutare e
sarebbe scesa dal porticato nel bel giardino fiorito, girandosi a far loro un
ultimo sorriso, magari giungendo le mani nel passare sotto la scritta che sta ad
arco sopra al cancello esterno.
Dopo di ché il tempo passa e spazza via tutto come il vento che precede e porta
il monsone: la guerra d'indipendenza dagli inglesi, la tragedia della
spartizione coi profughi e i massacri, e poi addirittura il passaggio di un paio
di generazioni. Il tempo ne ha spazzato via decine e decine di milioni, con la
sua falce ha apportato la morte totale di tutti quanti c'erano allora, nessuno
escluso, tutti tolti di mezzo con un gran soffio di vento caldo. Ora, svaniti
anche gli ultimi refoli e mulinelli, ecco qua sopravvissuta, come se nulla fosse
stato, la Theosophical Society of India di Madurai, con la sua Free
Library & Reading Room, la biblioteca impolverata, i suoi bei libri rilegati
mai più toccati da mano umana, le sue collezioni di riviste oramai rare, le sue
opere complete della Blavatsky in non so quanti volumi, che non potevano certo
mancare e che saranno state assiduamente consultate, la imponente "History of
Free Thinking", i testi della Besant, di Gurdjeff, di Ouspensky, e insomma
tutto il suo patrimonio librario ancora lì intatto, come se qui la storia fosse
stata messa tra parentesi, come in sospensione, in stand by. In questo giorno
-venuto sin da migliaia di miglia- mèmore delle letture e delle passioni di mia
nonna, a un certo punto entro io, illudendomi addirittura di entrare per
consultare lo schedario...!, accolto dal guardiano incredulo e assai seccato.
Oggi visitiamo quel che resta del grande palazzo reale di Tirumalay Nayak
costruito nella prima metà del 1600 (con l'assistenza di un architetto
italiano), uno dei più bei monumenti dell'architettura civile del sud
dell'India, e uno dei più imponenti. Nel grande cortile il re riceveva e si
svolgevano recitals e letture di poesie (oggi è adibita a spettacoli vari).
Nella sala adibita a teatro per la rappresentazione di drammi sacri, oggi c'è un
piccolo ma prezioso museo con pezzi bellissimi e antichi, ma anche questo mal
conservato e mal illuminato (stupendi certi disegni e pitture di cui restano
solo frammenti).
Sono su nella terrazza al 7° piano, è sera e i grossi falchi (ma forse sono
proprio aquile...) in gran numero si lanciano nell'aria e volteggiano, vanno su
su altissimi, e poi si lasciano andare alla corrente. Che fascino che ha questo
loro dominio dell'elemento aereo! questo navigare, nuotare, volteggiare,
scivolare nell'aria! Sopra: i nuvoloni neri incombenti, in mezzo il vento coi
suoi abitanti alati, sotto il grande tempio coi suoi imponenti gopuram colorati.
E attorno la città brulicante con tutti i suoi rumori mischiati assieme, e
attorno ancora il regno vegetale, tutto verde fitto fino all'orizzonte lontano,
che fa come da corona, nonché da sostegno, e riposo, per il popolo alato degli
uccelli e degli uccellini, che posandosi lanciano i loro diversi gridi e
segnali. Vorrei tanto, come quella divinità scolpita nella pietra di una delle
mille colonne, cavalcare un grosso volatile favoloso, e godere dei suoi poteri
di volo. Ma... in effetti, dovesse accadere veramente, ne avrei una paura
insopportabile, e lo pregherei di farmi scendere, implorando quella cavalcatura
che mi illudevo di poter dominare e usare... ... e finisco queste note serotine
mentre guardo le aquile, figurandomi quel brivido del sangue che gela per
l'eccessiva e pazza frequenza del battito cardiaco... Il terrore di cadere è
troppo primordiale per poterlo controllare quando si attiva, è inscritto nel
midollo, nel cervelletto, e l'allarme rosso scatta automaticamente. Non siamo
padroni di noi stessi in certe situazioni, anche se questo pensiero normalmente
lo accantoniamo.
20. CHE COS’E’
SAMSKARA?
Certo che il bombardamento di stimoli cui si è sottoposti durante un viaggio in
culture altre rispetto alla nostra, come avviene appunto nel caso dell'India, è
pressante e stimolante, in quanto sorgono molte curiosità e si vorrebbero
approfondire molte questioni per capire meglio la peculiare identità di questa
grande civiltà.
Ad esempio sovente in questo soggiorno abbiamo sentito accennare al Samskara
(che è altra cosa rispetto al ben più noto termine di samsara). E in prima
battuta c'è chi dà come definizione qualcosa di simile a "usi e costumi", o
all'insieme dei riti e rituali che scandiscono la vita degli hindù. Mentre
invece altri ne parlano piuttosto come l'insieme dei residui karmici, ovvero in
altri termini l'insieme delle impressioni ricevute, e delle impronte da esse
lasciate nel subconscio (vasana) nel corso delle generazioni precedenti. Tali
impronte costituiscono come degli "attivatori" subliminali che ci inducono a
certe azioni e pensieri, e influenzano le nostre scelte individuali.
Dal punto di vista dunque della teoria dell'educazione (con la quale il termine
ha molto a che vedere, e anzi sembrerebbe esprimere un concetto basilare della
psicopedagogia indiana), con Samskara (o Samkhara), ci si
riferisce insomma a ciò che concorre al processo di formazione della "mente" con
tutti i suoi condizionamenti materiali e spirituali. Ma l'ottimismo della
civiltà indiana, subito aggiunge che da questi condizionamenti ci si può
distaccare e liberare con la pratica della concentrazione e con la meditazione.
Nella concezione Vipàssana della meditazione, essa è ciò che ci può far
acquisire una maggiore e più vigile consapevolezza di sé, e un sentimento di
equanimità. Con essa si può imparare a lasciar scorrere via i nostri pensieri,
e "semplicemente" osservare le nostre stesse sensazioni in modo distaccato, e in
tal modo imparare a conoscerle, ovvero innanzitutto a prenderne consapevolezza.
Ma con Samskara si indica sia l'atto di formare, sia ciò che viene
acquisito con la formazione, il contenuto del processo del formare, e il
risultato. E d'altronde si pensi al significato anche in italiano di
"educazione", essa è ciò che si da, che si fornisce, ma anche qualcosa che si
ha, che è poi il risultato del processo formativo. Con Samskara si precisa però
che ogni formazione è condizionata sia dal processo che porta ad essa, che dal
fatto che essa stessa a sua volta influenza i vari processi che via via ne
conseguono.
Samskara è la condizione, o meglio la pre-condizione, per il sorgere della
conoscenza e della coscienza. Con Samskara si intendono dunque sia le
impressioni che inconsapevolmente ciascuno riceve, che i residui subconsci che
queste lasciano in noi. Quindi Samskara intesa come formazione, è a sua
volta anche l'ultima a perfezionarsi dopo percezione, e sensazione, quale
reazione ad esse. Ogni Samskara sta in (e dietro a) una catena
determinata da attaccamento e/o avversione, dopo di che si ricomincia il
processo di una nuova Samskara. Letteralmente Samskara si potrebbe
rendere pure con il termine "reazione", poiché in definitiva è così che i
condizionamenti poi si imprimono nella "mente" a livello inconscio. Attraverso
processi di attaccamento (e/o avversione) a qualcosa che è fuori dalle nostre
possibilità di controllo razionale, sia per rassicurarci (cultura come
metamorfizzazione della paura), sia per rafforzare la ns identità.
Ma per la civiltà indiana non si può e non si deve dimenticare che tutto quello
cui ci leghiamo o cui ci opponiamo si modifica, si trasforma incessantemente nel
corso del tempo, è transitorio, impermanente, e questo cambiamento continuo ci
accompagna per tutto il percorso formativo: e ciò stesso è causa di sconcerto,
inquietudine, se non sofferenza. Ma tutto quello cui ci leghiamo o cui ci
opponiamo, come pure tutta la creazione cosmica, è anche un processo incessante
che da un verso "vincola" il soggetto, e per altro lo stimola, lo incita a
liberarsi dai condizionamenti dell'esistenza (samsara è detto il ciclo
perpetuo di apparizione e scomparsa delle individualità nell'attualità dell'
essere).
Bisognerebbe sempre considerare che la nostra mente ha dei limiti. Pensiamo ad
es. ad un cieco di nascita, che non comprende appieno cosa è turchese, o lilla,
o color rosa pallido, e quale sia la differenza tra loro, semplicemente perchè
non ha la facoltà di fare esperienza di che cosa si tratti. Lo stesso paragone
vale in generale per tutte le conoscenze autentiche che riteniamo di aver
acquisito su ciò che è non transitorio.
In generale un atteggiamento di distacco è prescritto come mezzo e come
obiettivo. Ma questo non va confuso con indifferenza o fatalismo, piuttosto
richiama per similitudine quel tipo di distacco che è proprio di quel medico che
constata che la cura o l'intervento che lui stesso aveva somministrato al
paziente sinora, non dà i risultati sperati, e si sforza di individuare in modo
fondato e preciso quale altra cura si possa intraprendere. Similmente fa lo
scienziato nelle sue ricerche. Non vi deve essere attaccamento alle proprie
convinzioni. Il cercare di andare oltre la catena di attaccamenti/avversioni,
non è dunque sinonimo di indifferenza ! ma piuttosto di apertura e di
disponibilità a ricredersi e rinnovarsi. "Tu sei il tuo miglior amico e maestro,
in te sta il tuo futuro" disse il dio Krishna al discepolo umano Arjuna, ed è
questo anche il motto di un noto saggio, shri Goenka, che è tra i maestri che
hanno insegnato le tecniche di meditazione Vipassana, cioè che mirano a
una consapevolezza vigile dell'istante in cui viviamo, ad una presenza nel
qui-ora, e dunque alla liberazione da identificazioni, emozioni. Questo maestro
sottolinea che dall'accettazione che vi siano sempre molteplici possibilità,
scaturisce la disponibilità ad apprendere, e comprendere (e a saper apprezzare),
la varietà complessa compresente nella realtà.
Ad es. questo maestro dice pure che a volte molti si chiedono perchè la Natura
(o Dio) sia così buona e protettiva oppure perché sia così inesorabile con noi,
ma essa (o Esso) non è né l'una né l'atra cosa, ed è ambedue. Si pensi alla
desolazione delle foglie che cadono dagli alberi in autunno, e alla festa di
colori, dal marrone, al giallo al rosso, di cui esse rallegrano il paesaggio. La
pioggia ci fa rabbrividire ma feconda il terreno. Dobbiamo cercare di accogliere
in noi questa realtà ricca di sfumature e contrasti.
Mi sovviene alla mente il nome di quella antica divinità assoluta, al di là dei
concetti e delle immagini del bene e del male umani, che nell'Egitto
predinastico era denominata Abarim, o Abaris (il dio dei passaggi, che
ritroviamo nella Tracia arcaica come Abras o Abrasax, e poi in copto come
Abraxas). Fu in quella visione del divino (di cui ci parla un grande
letterato e maestro dell'occidente, Hermann Hesse) che anche nel Vicino Oriente
e nelle terre mediterranee si concepì l'Assoluto come l'al di là del Bene e del
Male.
D'altronde si consideri che la tensione individuale verso la configurazione di
una personale identità, è ineludibile in quanto la nostra individualità ha
bisogno di distinguersi dal grande fluire dei contesti sociali e culturali, per
poi poter soddisfare l'altro forte bisogno, cioè di essere in grado di
partecipare al flusso con consapevolezza.
Compiuto il primo passo, di maturazione della individualità, anche e sopratutto
tramite la partecipazione a molteplici esperienze, il secondo può essere aiutato
(oltre che dalle prove della vita) da una espansione delle conoscenze, e dalla
loro comparazione critica. Nel fondo tutte le arti e le scienze vengono
coltivate per poter "distillare" alcuni valori universali che ci siano da
riferimento e guida per affrontare le problematiche successive che via via
incontreremo. In questa operazione mentale e della coscienza, l'esigenza di
individuazione personale e di individuazione di valori che ci appaiano validi e
funzionali nel contesto di vita in cui siamo immersi, fa sì che il processo di
comparazione, valutazione critica, lasci da parte, per poter conseguire il
risultato di una sintesi, vaste porzioni e componenti del reale che compone il
nostro ambito di vita. La dialettica tra elementi o momenti antitetici non può
nella sintesi ricomporre tutto, e quindi si rendono necessarie scelte che
vengono messe in atto inconsapevolmente o deliberatamente. La presunzione
implicita nelle scelte intellettualistiche, che è implicita in ogni operazione
di carattere logico, e in ogni intenzionalità, di poter giungere ad una sintesi
suprema, è denunciata appunto da tutto ciò che sta ai margini e soprattutto che
viene espunto e traslato fuori dai margini. Solo una accettazione piena, priva
cioè di inquietudini, della complessità del molteplice sin a livello cellulare e
più infinitesimale, può darci una visione "panica", olistica, scevra da
sacrifici rituali, e non dunque una scepsi tipica dell'intelletto analitico.
Così le operazioni interiori che stanno al di sotto della soglia della
coscienza, che procedono per i sentieri della conoscenza simbolica, possono
darci lo sfondo ove cogliere quell'unità nella simultaneità di oggetti, eventi,
situazioni, possono farci cogliere il fluire nel suo insieme, il movimento
complessivo dei campi di forze vettoriali contrastanti, e quindi renderci
l'appercezione del continuum nella pluralità dei mutamenti e delle metamorfosi
risultanti dalla interazione dei fattori.
Individuo e specie, l'individuo nel suo tempo e nel suo spazio, la specie in un
arco assai più vasto che trascende i tempi delle brevi vite singolari, e che ha
assunto il pianeta come casa comune al di là dei singoli spazi di specifiche
civiltà e culture, e società determinate. Da qui la necessità di compiere le
proprie scelte per contribuire al progredire proprio e complessivo dell'umanità,
e la necessità di assumere la consapevolezza dei contesti più ampi di cui siamo
parte. Cogliere e affermare i propri riferimenti di vita è importante per capire
meglio sé stessi, e conoscere il proprio Sé o Atman. Come lo è accettare
di essere una componente di un insieme assai complesso di molteplici elementi in
movimento in cui tutto convive. Anche la casa terrestre è parte della nostra
galassia e oltre. Anche l'umanità nel suo insieme di popoli, e nel suo insieme
temporale delle varie generazioni, è parte dell'avventura della vita in questo
universo, ovvero in questa espressione del Sé universale (Brahman).
Per molti maestri, quando si prega e/o quando si entra in meditazione ci si
dovrebbe concentrare sul mantra Om, e controllare la respirazione. Om, o Aum, o Aumn, la più sacra espressione del Dharma
hindu, è una delle parole più antiche che si conoscano. Più di cinquemila anni
orsono, ma probabilmente molto prima, Om era noto nell'antica lingua dei
Sumeri, ed utilizzato come parola chiave segreta da mistici e sacerdoti sumeri.
Quando le tribù nomadi Sindo-Aryan vagarono stanziandosi verso i territori
settentrionali dell'attuale India, essi portarono con sé il prezioso e sacro
termine. Già nei più antichi sacri testi come i Rig-Veda, Om ha una
presenza preminente. Quasi tutti i mantra e gli inni iniziano e terminano
con Om, e Om è usato anche a sè stante come mantra e
considerato il più "potente", in particolare pronunziandolo come un canto,
mormorando appena, o anche solo pensando: Om Tat Sat, cioè "Om è colui
che è", che sarebbe il mantra che fa riferimento alla mistica sillaba Om
quale simbolo dell'Assoluto (si ricordi che nella Torah ebraica, il Verbo divino
dice di sé, "sono colui che è").
La radice om- oppure aum- o aumn- la ritroviamo in molte lingue antiche. In
ebraico, simile ad Aumn abbiamo 'amen (=così sia, o in essenza, in
verità). In egizio 'Amon è la Grande Anima primordiale. Ma troviamo
anche 'Ammon come divino, celeste, di qui l'arcaico Aga-Amennon quale
titolo supremo di sovranità. In latino troviamo Omne = il tutto, la
totalità universale, ma anche Omen, che sta per voto, augurio, presagio,
giuramento sacro (mentre nomen è l'epiteto, la qualificazione personale).
Dunque antichissimo è il suono Om, da pronunciare con la o lunga, ovvero
Aum, e vibrando lungamente la consonante. Esso è il nome che indica la
realtà assoluta considerata nella sua triplicità, cioè in quanto Sat, Chit,
Ananda = essere, coscienza, beatitudine perfetta (da qui anche l'indicazione
a un primo livello: esistere, con consapevolezza, e in serenità); perciò si
inizia ogni invocazione dicendo che Om é Sat-Chit-Ananda. Perciò
molti recitano il tradizionale mantra tibetano (da man-, mente, e tra-
proteggere): Om Mani Padme Hum = Om è il gioiello nel fior di loto.
La vibrazione che Om (Aum) produce nella mente è considerata in sintonia con la
stringa, o l'anello, primordiale di vibrazione universale, e dunque può aiutare
a porsi in armonia col Tutto, e ad acquietarsi interiormente, e a porsi in uno
stato di sospensione... e in tale stato il sannyasi (il ricercatore che rinuncia
al Mondo) sa elevarsi alla ricerca dell'Assoluto, e della comunicazione del sé
individuale con il Sé cosmico, la beata comunione col quale, porta a comprendere
nella sua profondità il significato di Tat Tvam Asi, "tu sei Esso",
ovvero "Quello tu sei".
Perciò si dice anche che nell'esistenza, per quanto transeunte, in continua
metamorfosi, si manifestano Satyam, Shivam, Sandaram, cioè il reale, il
vero; il buono, ciò che è bene; e il bello, la serenità.
21. VISHNU
21 agosto, andiamo a Thanjavur, o Tanjore, dove c'è un tempio a Shiva tutto
scolpito in massi di roccia negli anni attorno al Mille. E' stato dichiarato
monumento patrimonio dell' umanità, e per questo l'ingresso è gratuito, si
possono fare foto, e ci sono soldi per curare degli interventi di restauro.
L'area principale, ovvero il grande cortile con in mezzo il tempio è di 270
metri per 140... Certo che girare a piedi nudi (ma anche con dei sottili
calzettini di filo di cotone, qui consentiti) su questa pietra resa rovente dal
sole equatoriale, non è impresa semplicissima... Ma il monumento lo merita, è
stupendo e imponente tutto scolpito in enormi blocchi di granito, contiene anche
un tempio al toro sacro Nandi, scolpito in un unico masso nero di sei metri di
lunghezza e alto quasi quattro. Ai lati ci sono portici con affreschi bellissimi
alle pareti, e centinaia di lingam. Mi ricordo di un episodio a questo proposito
riferito da Jung (nei suoi "Erinnerungen", 1961, a cura di A.Jaffé, trad.it.
"Ricordi", 1978) in cui il pandit che lo accompagnava nella visita del tempio di
Konarak gli disse avvicinandosi: "vedete queste pietre? raffigurano l'organo
sessuale maschile" come a confidargli in privato un segreto, e Jung che lo
sapeva benissimo e invece si aspettava che gli dicesse che rappresentano Shiva,
rimase attonito, al che l'altro ammiccava come per dirgli "nella vostra
ignoranza da europeo non lo avreste mai pensato, vero?"; e al ritorno quando lo
riferì all'amico Heinrich Zimmer, egli esclamò: "finalmente sento raccontare
qualcosa di vero sull'India!".
Nel corridoio
ci sono stupende sculture con le 108 posizioni della danza classica
Bharata-Natyam, interpretate da Shiva stesso danzante. Al centro del grande
cortile un santuario-torre piramidale con una statua di Harihara, una
raffigurazione in cui la metà destra è Shiva, e l'altra Vishnu; e in cima ad una
lunga e ripida scaletta traballante, in una nicchia una statua di
Ardhanarishvara, raffigurazione che unisce le nature maschile e femminile di
Shiva. Affascinante.
Intanto il
sole è cocente e alto, e nella poca ombra o sotto i portici il pavimento è
coperto da gente sdraiata che dorme o sonnecchia, uomini, donne, vecchi,
bambini, in gran silenzio che si rotolano a destra e sinistra per cambiare
posizione, e che non si curano per nulla di noi che li scavalchiamo. Certo a noi
ignoranti europei tali atteggiamenti in un tempio sorprendono perché ci possono
sembrare inadeguati e poco rispettosi di un luogo sacro, ma oramai noi non diamo
alcun peso a questo tipo di considerazioni essendoci già abituati, per cui li
osserviamo con distacco e indifferenza.
Mangiamo in un
bel ristorante noto per le specialità locali, piatti molto particolari, e in
complesso abbastanza buoni. Quella di mangiare piatti sconosciuti è sempre
un'esperienza che si attende con un poco di titubanza, e che ci fa osservare i
cibi molto da vicino e per nulla con con distacco e indifferenza, e che -se
infine dà soddisfazione-, si affronta poi con interesse e curiosità (anche se
non sempre in seguito lo stomaco accetta e digerisce con altrettanto
entusiasmo...).
Alla sera
arriviamo all'albergo, l'Hotel Femina, nella zona moderna della città di
Tiruchirappalli, comunemente chiamata Trichy.
Al mattino
seguente subito ci facciamo portare nel centro storico, dove visitiamo il
grandioso tempio Renganatha.
Un "cicerone"
ci fa da accompagnatore e ci porta in giro per questo vasto complesso vishnuita,
dandoci spiegazioni e rispondendo alle nostre domande con competenza.
Come sempre ci
sono, intanto che girovaghiamo, persone di ogni età e condizione, che bivaccano,
sdraiati per terra, certi dormono, insomma c'è con il tempio una consuetudine
essendo considerato come una casa, un luogo di riunione, un rifugio. Li evitiamo
e scavalchiamo, intanto che ci guardiamo attorno stupiti e affascinati. Ma il
nostro buon cicerone è sorridente e calmo, ed espone le sue spiegazioni in modo
chiaro e preciso. Si sente che c'è dentro una sfumatura di orgoglio della
propria cultura religiosa, è contento che ci interessiamo a quel che ci dice, e
andiamo oltre la pura informazione. Quando poi gli chiedo della sua famiglia, se
ha figli, cambia quasi espressione, e racconta raggiante che ha una bambina, che
ha chiamato Manasa, cioè tranquilla, e Pourvaja, cioè completa,
perfetta, pura. Nei nomi dei figli spesso si possono intuire le aspirazioni e le
aspettative dei giovani genitori.
Il grandioso
tempio di Shri Ranganatha Swami, è dedicato a Lord Vishnu, e quindi -mi
dice la ns guida- è ad un livello di spiritualità più alto che non i templi
shivaiti (che a suo parere sono frequentati da devoti di una religiosità più
semplice e popolare). Qui si assapora una atmosfera che favorisce il consiglio
di Jung (e di nuovo in breve tempo mi tornano alla mente sue considerazioni),
quando diceva: una volta entrati in certi templi di grande fascino "poi
analizzate accuratamente, e con la massima onestà, tutte le vostre reazioni,
sentimenti e pensieri. Vi ci vorrà un po' di tempo, ma alla fine, se avrete
fatto un buon lavoro, avrete imparato qualcosa su voi stessi, e sull'uomo in
generale, qualcosa che probabilmente non avete udito da nessun altro. (in questo
caso) ... Penso che un viaggio in India, nel complesso sia la cosa più
edificante, e da un punto di vista psicologico la più consigliabile" (da What
India Can Teach Us, 1939, Opere di C.G.Jung, vol. 10/1, trad.it. in La saggezza
orientale, 1983).
Incessantemente gli altoparlanti rinviano una nenia a volume moderato, che
cantilena le lodi al grande Dio, intonando lentamente, molto lentamente e quasi
a bocca socchiusa: Om Namu Narayanà....Oooom Na - mu Na - ra - ya -
naaaaaa..... Se Shiva è
l'incessante danzatore Nataraja, qui Vishnu è il "Sostenitore" del Cosmo, è il
Signore dell'Armonia universale. Nell'altare più interno, cui noi non abbiamo
accesso, e di cui ci è concessa in visione solo una riproduzione collocata
all'esterno per il pubblico, vi è raffigurato il Vishnu sdraiato mentre è
dormiente. Egli se ne sta là immobile, immerso nel suo riposo, e perciò
rappresentato in pietra nero granito. Ma il grande cobra Ananta dalle cinque
teste, che simboleggia la carica di energia suprema, veglia sul suo sonno
conservativo. Le teste di Ananta rappresentano i cinque elementi, terra, aria,
acqua, fuoco, e il cielo che sta per la serenità, l'armonia. Essi -ci spiega la
nostra guida- sostanziano tutte le cose esistenti, quindi anche noi stessi: il
corpo è solido, il sangue è liquido, il respiro è vita che assorbiamo
dell'esterno, la temperatura interna è il calore vivificante, e la nostra mente
è la dimora dei pensieri e delle idee, che è simboleggiata dal cielo. Nell'India
del nord, spesso è raffigurato con sette teste per richiamare i sette chakra,
o centri di energia presenti nei corpi. La sua vigilanza e protezione ci
garantiscono che Vishnu continui a conservare e preservare il tutto. Anche se si
sa che vi sono grandi cicli cosmici (kalpa), al termine dei quali vi è un
Big Crunch di riassorbimento-dissoluzione, che riporta il tutto alla pralaya,
alla condizione originaria indifferenziata. Il grande cobra su cui riposa è
appunto il residuo della creazione (anadì ) dopo il riassorbimento
nell'Unità. Con le vibrazioni del suono Om è stato reso possibile il formarsi di
questo nostro attuale universo, che ora Vishnu, che è pervasivo, onnipresente,
sta preservando, sta mantenendo in essere.
Se nell'antica
tradizione vedica la Trimurti era concepita come composta dall'elemento
acqua (Indra, dio della pioggia), dall'elemento fuoco (Agni, il
dio del calore e della fiamma), e dalla luce (Surya, dio del sole), con
il 900/700 av.C. in alcuni commenti (Upanishad), si introduce il concetto
dell'Anima Assoluta (Brahman), e il concetto di energia (Shakti)
espressa dalla Grande Dea Madre (Maha-Devi), e la spiritualità cambia,
nascono anche correnti come il Tantra di carattere mistico. Poi con i
testi dei Purana, la Trimurti diviene quella che avevamo già sentito
spiegare nei nostri viaggi precedenti in India, cioè quella espressa dalla
triade creazione-preservazione-mutazione (Brahma-Vishnu-Shiva).
In essa alcuni
ritengono che l'aspetto più venerabile debba essere quello della preservazione,
della continuità, del mantenimento delle forme pur nel trascorrere delle
molteplici manifestazioni individuali. Pertanto i devoti di Vishnu, cioè i
Vaishnava, si distinguono dagli shivaiti, cioè gli Shaiva, portando
sul volto come segno di riconoscimento una linea perpendicolare rossa e due
linee oblique bianche, e sono coloro che identificano Vishnu come il Vadaraja,
il Signore del Mondo, e Dio Supremo. Ritengono che ogni volta che un disordine
fisico o morale disturbi il mondo, Vishnu si incarni in un suo Avatar. Tra
questi vi sono le sue manifestazioni corporee sotto forma umana, tra cui Rama,
o Om Ram (identificato anche con l'egizio Amon Ra), e il beato Signore Krishna,
o Bhagwan Krshna, di cui trattano famosi poemi epici. I "Vaishnava" hanno una
loro modalità di devozione (bhakti) espressa salmodiando e cantando
proprie preghiere. Tra i principali testi che onorano Il grande Vishnu (e la sua
sposa Lakshmi), ci sono soprattutto la Bhagavata Purana, e la Bhagavad
Gita, testi molto noti anche in occidente grazie a molteplici traduzioni e
commenti in varie lingue. Il fior di loto è la rappresentazione simbolica del
divino (in esso siede Lakshmi), il cerchio di luce (il disco chakra),
rappresenta il Cosmo, e la conchiglia la vittoria sulle forze malvagie, poiché
essa contiene la musica dell'universo. Vishnu e Lakshmi sono sempre raffigurati
con aspetto pacifico, rasserenatore, rassicuratore. Vishnu dormiente riposa con
il fido e vigile cobra su un oceano di latte, che è l'infinita beatitudine (in
inglese bliss) e grazia di Brahma. Per ogni evenienza il dio può recarsi subito
per ogni dove con il suo vettore, Garuda, un'aquila dalle sembianze anche
umane, figura di grande potenza e pietà.
"Vishnu, o il
Vishnu, il pervasivo, è definito nelle Upanishad come "colui che esiste in ogni
particella di materia, e di vuoto, di essere vivente, e non vivente, del cosmo".
The Vishnu, the Pervader, è l'essenza che è in noi, la coscienza divina
immanente che ha il governo del mondo, cioè il preservatore del creato. Egli ha
migliaia di nomi, tra cui quello di Narayanà (menzionato più sopra), "Colui che
cammina sul cammino dell'uomo", è "ciò che è presente nel cuore umano." (queste
cit. sono tratte da B.K. Modi, "The Universal Truth", Brijbasi Printers,
NewDelhi, 1993, che è presidente della World Buddhist Cultural Foundation, e
quindi rappresentano un importante riconoscimento di carattere "ecumenico" da
parte di una corrente spirituale considerata dagli hindu come fuori dalla
tradizione).
Chiedo alla
nostra guida, se Vishnu e Lakshmi siano da considerarsi un medesimo ente, ma mi
dice che Lakshmi è la sua sposa cui egli è congiunto, mentre la sua propria
forma, quando si manifesta al femminile, è Moheene, cioè la pura bellezza in sé,
(perciò pourvaja, o Beauty, è il nome che lui ha dato alla figlioletta).
Una
spiritualità dunque che nel suo complesso mi pare più consolatoria di quella
ispirata da Shiva, e meno astratta di quella ispirata a Brahma.
Questo
complesso templare è stato nell'antichità luogo di incontro degli aedi tamil.
Questi cantori appartenevano alla leggendaria accademia, sangam (o
Sangha, comunità), preservatrice della lingua tamil, o tamùl, dove si riunivano
grammatici, linguisti, letterati e scienziati verso il 5/600 av.C., erano gli
Alvar, dei cantori vaganti, che giravano per tutto il Deccan intonando un
romanzo epico dedicato ad un principe poeta, e la raccolta detta dei
"Quattromila Inni", poemi in lode a Vishnu e a Shri Ranganaciyar (l'epiteto
della sua sposa nell'antico tamil), la cui immagine, durante il 1300, il periodo
storico del dominio dei sultani islamici, venne sepolta per un secolo sotto un
albero di bilva, la cui ubicazione restò per tutto quel tempo segreta, e così fu
preservata.
Vediamo le
enormi cucine dove si prepara ritualmente ancor oggi il cibo per la mensa, che
può ospitare fino a tre mila pellegrini. Più avanti ci mostra alcune immagini
erotiche scolpite sulle colonne di pietra in bassorilievo. Ci dice che sono da
intendere come forme in cui si manifesta l'energia vitale, per cui, commenta,
non avrebbe senso non celebrarle. Questo tempietto interno è dedicato a Lord
Krishna. Impressionanti poi sono gli enormi gopuram, cioè le 21 torri alte anche
50 metri, ricoperte ciascuna di 1500 sculture, del complesso templare, che conta
sette "cerchia" murarie rettangolari (alludenti ai sette chakra), e che con i
suoi 60 ettari totali di superficie è forse il più grande tempio hindu
dell'India. I gopuram sono al solito tutti decorati con statue coloratissime,
tranne uno che è tutto bianco. Il nostro accompagnatore-cicerone ci dice che
quando prese il sopravvento a Tiruchirapalli una dinastia regnante shivaita,
vennero imposte pesanti tasse alle casse del tempio Renganatha, tali da rendere
impossibile il suo completamento, e da far cessare qualsiasi attività di
accoglienza come centro di pellegrinaggi, e di assistenza sociale. Per cui i
sacerdoti salirono sulla cima di quella torre-gopuram, che era stata appena
ultimata, e si gettarono suicidandosi per protesta. Perciò non solo non è mai
stata colorata la parte esterna, ma anzi la si tinge di bianco calce, che è il
"colore" del lutto, ad imperitura memoria di quelle morti. Alla fine salutiamo
il nostro accompagnatore, che ci dice che raramente incontra occidentali che
vogliano capire e non solo informarsi, e quindi è lui che ci ringrazia.
Al pomeriggio
visiteremo un tempio shivaita, e poi andremo a visitare il tempio a Ganesh che
sta proprio in cima ad una grande rocca dove c'è una fortezza (Rock Fort), cui
si accede salendo per 434 gradini scolpiti nella pietra all'interno dell'enorme
masso, passando per androni e un tempio con sculture rupestri d'arte "pallava"
del 600 d.C..
Una volta
discesi, poi visiteremo una vicina scuoletta primaria in un vicoletto del
quartiere, accolti con grande entusiasmo dagli alunni e dalle maestre.
La sera
rientriamo nel nostro hotel, che fa parte di una catena creata da un cosiddetto
buon mussulmano "nazionale", o "patriota indiano", che si è preoccupato che
l'albergo fosse in grado di accogliere chiunque fosse strettamente osservante di
qualsiasi religione, con i propri precetti alimentari, igienici, e relazionali.
Domattina
presto, finalmente andremo a cercare il villaggio con l'ashram di padre Beda
(chissà se là reincontrerò l'americana...? l'eterea Jñanam...).
22. DA GRIFFITHS
23 agosto. E'
da due settimane che ho fissa in mente l'immagine di quel maestro con lo sguardo
gentile e la barba, il cui nome è stato un enigma, e che mi pervade l'attesa di
poter infine andare a incontrarlo. Ora finalmente so come si chiama e quale è
l'ubicazione del suo centro spirituale. Dunque ieri sera siamo stati previdenti,
e abbiamo prenotato in anticipo un'auto che ci portasse stamane a Shantivanam,
che si trova nel paesino di Tannirpalli, una frazione di Kulitala, nel distretto
di Trichy, un po' fuori in campagna. Là cercheremo l'ashram di padre Beda. Il
taxista di ieri arriva un po' tardi, alle 9.30, parte e subito si ferma a fare
benzina (però stavolta non chiede soldi in anticipo), e poi superato il traffico
notevole, finalmente esce dalla città e procede verso la strada che costeggerà
il fiume. Ed ecco che dopo un po' si sgonfia una gomma, e si blocca... Lo vediamo
che scende a dare una controllata e poi apre il bagagliaio. Ora che ci rendiamo
conto, ecco che in un attimo già lui è montato su una motocicletta cui ha
chiesto autostop, e se ne sta andando con in braccio una logora e sgonfia ruota
di scorta, e urla I'll be back... e noi rimaniamo lì come ebeti in mezzo a
un rettilineo, sotto il sole a 40 gradi, in un punto che oltretutto, a
differenza di quasi tutto il resto del percorso, non riveste proprio alcun
interesse. Per cui non ci si può nemmeno distrarre un po' guardando il panorama
o altro, o fare foto, o osservare qualche attività... che so..? c'è una scarpata
con una discarica, qualcosa in costruzione, un fiumetto lurido, e al di là una
ferrovia. Avendo oramai acquisito l'atteggiamento rilassato che abbiamo
constatato in molti indiani (è già il terzo nostro soggiorno in India di un mese
e mezzo circa), non ci preoccupiamo eccessivamente e ci disponiamo l'animo -con
dispiacere- ad una forse lunga attesa. Dopo poco, di starsene seduti dentro l'
auto, neanche parlarne, è bollente; così io e Annalisa andiamo più avanti lungo
la strada a sederci su un paracarro sotto l'unico albero. L' auto, ferma su
quella strada secondaria ma un po' trafficata, crea problemi continui di
traffico; passano grossi camion, parecchi pullman, e autobus, mezzi agricoli,
motorickshaw...ecc. E così trascorrono 60 eterni minuti, e noi siamo sempre là,
seduti sul granitico paracarro sul ciglio della strada, senza sapere cosa
aspettiamo, quanto tempo abbia senso aspettare... Poi, eccolo che torna
(proveniente dalla direzione opposta!), dice che non ha trovato soluzione; mi
chiede dei soldi per telefonare, va a un telefono pubblico e chiama un'altra
auto. Sembra proprio che si debbano superare vari ostacoli (a cominciare dalla
articolazione del ginocchio di Annalisa) per poter raggiungere questo maestro
così raro ("di ampio respiro e alta levatura spirituale" disse l'americana).
Finalmente un altro taxista arriva, porta ruota di scorta e attrezzi, e noi
saliamo e ora si parte davvero, finalmente!
Il paesaggio
dopo pochissimo è di nuovo stupendo, vegetazione rigogliosissima, e si costeggia
il fiume, che scorre con tanta acqua. Attraversiamo vari paesi e villaggi, in
uno c'è un tempio grande con statue, al ritorno ci fermeremo a dargli
un'occhiata, mentre il fiume è sempre più largo e nelle acque "panta réi" scorre
di tutto, frasche, tronchi d'albero, fiori, barchette. Sull'altra riva vediamo
un edificio con scritto "Griffiths Trust", che sembrerebbe essere una scuola di
tipo professionale. Ed ecco poi, sulla destra un cartello, "Shantivanam", cioè
"bosco della pace", saliamo lo stradello, e siamo arrivati, c'è proprio il
cancello d'ingresso dell'ashram.
L'ashram è in
un luogo abbastanza ben appartato, e tranquillo, a prima vista è molto ben
tenuto, pulito, e silenzioso, passare la soglia d'ingresso è veramente come
entrare in un mondo a parte. Due donne (forse una è una suora) passano e ci
salutano con gran sorrisi. Dopo un bel po' di tempo arriva finalmente qualcuno,
un giovane frate, che ci accoglie e chiede cosa desideriamo. Gi dico che
vorremmo semplicemente avere informazioni sulle caratteristiche dell'ashram,
sulla sua "visione" di base, e mi risponde di seguirlo in un deposito di libri e
di opuscoli. Gli chiedo se sarà forse possibile incontrare padre Bede, e mi
risponde stupito, dicendomi che materialmente ha lasciato il corpo 13 anni or
sono all'età di 86 anni. Resto sconcertato e dispiaciuto, 13 anni fa....! Non
avevo inteso bene dunque le parole della americana? E' morto il 13 maggio (il
giorno del compleanno di Annalisa), ma -mi dice- ha lasciato il suo spirito qui.
L'ashram è intitolato "Saccidananda", la Trinità, ed il suo simbolo è un sole in
cui vi sono un fior di loto che galleggia sulle acque, da cui emergono tre volti
rivolti verso le tre direzioni, con sopra stelle e a destra una falce di luna e
a sinistra una luna piena. Sono i tre aspetti divini del Padre che crea,
preserva e dissolve l'universo creato.
Intanto mi
dice che deve ora andare al tempio perché hanno la preghiera di prima di pranzo.
Torno da Annalisa per pensare che fare; nel frattempo con lei si è intrattenuto
padre Giorgio, un frate che dice che come lui dal 1980 tutti qui hanno aderito
all'Ordine benedettino, denominandosi come una comunità dei Camaldolesi, per
questo lui è stato in Italia e sa abbastanza bene parlare in italiano. Gli dico
da chi e come ho saputo di padre Griffiths, e delle difficoltà che si sono
interposte a compiere la nostra visita. Ci mostra le tombe dei fondatori
francesi dell'ashram, e la sede di preghiera, dove stanno convergendo varie
persone per gli inni di mezzogiorno (mi pare che abbia detto che sono in
diciotto). E' strutturata proprio come un tempio di villaggio dell'India del
Sud. Completamente aperta sui tre lati, sormontata da una cupola con tantissime
statue e statuette coloratissime, che riproducono immagini cristiane in stile
locale: Gesù, lo Spirito santo, Dio padre, la Madre di Dio quale Regina dei
cieli, vestita di un manto azzurro stellato con sole e luna, e un serpente
schiacciato sotto i suoi piedi, quale simbolo dell'ego, quattro santi, e le
quattro bestie dell'Apocalisse, e varie manifestazioni del Cristo, nella postura
di meditazione con accanto san Benedetto, in quanto signore del luogo,
contornato da angeli, in quanto sacerdote, con alla sua base san Pietro, e in
quanto profeta-insegnante, con alla base San Paolo quale guru delle nazioni. In
cima sta il trono di Dio.
Dinnanzi
all'entrata alla sala di preghiera, c'è il tradizionale disegno indiano
geometrico fatto sul terreno antistante la porta di casa con polvere di gesso,
che si cambia ogni giorno (qui il riferimento simbolico è al fatto che polvere
eravamo e polvere ritorneremo). Nella sala di preghiera, o mandapam, sul
pavimento ci sono solo stuoie per sedersi a terra. Così come nella mensa che
abbiamo visto vicino all'ingresso, con la differenza che qui c'è un altare, e in
mensa le foto dei padri fondatori (e di Griffiths) alle pareti. L'ingresso
dall'esterno è situato più in là, di fronte all'entrata della sala del tempio, e
dà direttamente sul sentiero in terra-battuta che passa davanti; è un portale
tipo piccolo gate, o gopuram sormontato da raffigurazioni e da simboli delle
religioni mediterranee ed orientali. Nello spiazzo c'è una croce di pietra
inscritta in un cerchio, il quale rappresenta la ruota del Dharma; al centro
della croce c'è un Om (scritto Aumn, che sta per l'ebraico Amen) quale simbolo
del Cristo, che è il Verbo di Dio come spiega Giovanni evangelista. Nella sala
di riunione e preghiera c'è un'altra croce simile, con iscritto in sanscrito
Saccidanandaya Namah, cioé worship to the Trinity (venera la Trinità). Con
questo si fa riferimento all'Essere Assoluto, fonte del creato, alla Coscienza
universale, che è il Dio Padre che si automanifesta nell'Uno, e alla
Beatitudine, espressione della gioia del frutto dell'amore. Sul portale che da
accesso all'altare, che chiamano mulashtanam, cioè santuario più interno, c'è
pure una iscrizione in sanscrito dalla più antica Upanishad: "Tu solo sei
l'Essere Supremo, non c'è altro Signore del Mondo". E più sotto in greco
Kyrios Christòs. Un po' più dentro nell'ombra, per significare che Dio sta
nell'interno del cuore, c'è un altare in pietra scura col tabernacolo. Una
pietra nera informe un po' nascosta e poco visibile sta a simboleggiare il
senza-forma.
Iniziano
intonando un Om, delicatissimo, e di una purezza veramente ammaliante. Annalisa
è attratta e incantata, e finisce col sedersi ad ascoltare i loro inni così
particolari. Intanto io visito le tombe nello spiazzo proprio lì a fianco, dove
riposano i padri fondatori di origine francese, che diedero vita nel 1950 a
questo ashram, padre Griffiths, e il suo beneamato allievo indiano Amaldas,
morto prematuramente a 42 anni, troppo giovane, nel pieno della sua evoluzione
spirituale. Mi colpisce il suo sguardo acuto, che si vede nella fotografia, e
soprattutto resto colpito dal fatto che era nato nello stesso mio
giorno-mese-anno...venivamo al mondo contemporaneamente in due terre lontane...!
Su tutte e quattro le lapidi nere e lucide, ci sono incise le figure di un fior
di loto che emana raggi di luce, di una falce di luna con stella, e di una
candela accesa, a simboleggiare la convergenza spirituale delle varie religioni.
Lo spiazzo delle sepolture ha un fascino strano e mi fa tornare alla mente il
Foscolo, e la prima generazione romantica inglese. Gli alberoni e la vegetazione
tropicale tutt'intorno sono bellissimi e muovono le fronde alla brezza che
accompagna i canti.
Una bellezza e
una purezza mistiche che mi si imprimeranno nell'animo rendendo questa una
giornata indimenticabile.
23. DA GRIFFITS, 2
Questo ashram,
un vero e proprio ashram indiano, venne fondato da due francesi, padre Jules
Monchanin, che come sannyasi (rinunciante, totalmente dedito) assunse il
nome in sanscrito di Parama Arubi Ananda ("beatitudine dello spirito supremo"),
e padre Henri Le Saux, che nel 1950 prese il nuovo nome di Abhishktananda ("la
beatitudine del Signore", dei cui scritti si vedano le numerose trad. italiane,
o gli studi di S.Calza o di A.Chieregatti). Volevano congiungersi alla ricerca
vedica del divino assoluto, che aveva ispirato sin dai tempi più antichi la vita
monastica in India, e inserirvi la propria specifica esperienza di ricerca del
Cristo nel mistero della Trinità (in italiano si veda "Alle sorgenti del
Gange"). Padre Monchanin morì troppo presto, sette anni dopo, e poi Swami
Abhishktananda sentì di essere chiamato all'eremitaggio sull'Himalaya, dove morì
nel 1973. Fortunatamente l'ashram continuò a vivere grazie al fatto che nel 1968
(è già la seconda volta che ricorre questa data in questo viaggio, alludo ad
Auroville), un gruppo di monaci che si raccoglieva a Kurisumala in Kerala
attorno a padre Bede Griffiths, si congiunse a questo ashram e gli diede un
grande impulso.
Ecco dunque
che cosa sussurrava con un filo di voce sottile la mia "divina figura" quando mi
pareva dicesse qualcosa come hatha-Veda Krif??, o forse era Padma Vedegrith...?
(almeno così fraintendevo io), poi facendo delle ricerche, ho ricostruito che
stava dicendo Father Bede Griffiths. E quando l'ho capito ho davvero gridato
nella mia mente éureka!
Egli proveniva
dalla chiesa anglicana, e prese il nome di padre Bede quando passò nella chiesa
cattolica inglese. Forse ispirandosi al Venerabile Beda del VII s., e ad alcune
tradizioni monastiche irlandesi?. In esse, non solo la via monacale è ritenuta
più importante di quella ecclesiastica continentale, ma colui che ha deviato, o
peccato, anche gravemente, non veniva escluso dai sacramenti e dalla comunità
ecclesiale, in base al principio che non vi è alcun peccato che non possa
redimersi praticando la penitenza e la contrizione. Inoltre si da grande rilievo
alla peregrinatio in contrasto con l'incardinamento in una sede fisica, anzi la
peregrinatio monastica è esaltata come la migliore via alla perfezione. Dunque
da quanto leggo sul venerabile Beda, mi pare che questi possano essere dei
principi che abbiano attratto Griffiths, e in effetti egli venne poi in India
per proseguire questa sua ricerca nei territori più antichi della spiritualità.
Pertanto accolse e approfondì questo tentativo di fondare la via contemplativa
sia sulla tradizione monacale (di matrice benedettina: cioè unendo il lavoro per
l'autosostentamento, il ritiro spirituale, e la comunicazione con l'esterno,
tramite attività sociali) sia sulla Sannyasa hindu, la via verso la"
liberazione" interiore. Quindi incrementò nell'ashram lo studio del Vedanta
e delle pratiche di meditazione yoga.
L'alba e il
tramonto sono momenti riservati alla meditazione, e tre volte al giorno si
ritrovano per la preghiera in comune, consistente in buona parte in canti dal
loro proprio innario, e in letture di testi dai Veda, dalle Upanishad
e dalla Bhagavad Gita, come da classici della letteratura tamil, oltre
che dalla Bibbia e dai Vangeli. La comunità ha adottato il telo arancione, ed
esso può essere portato come un dhoti, secondo le consuetudini locali anche
semplicemente attorno alla vita, nei mesi o nelle ore più calde, per coprire
solamente la parte inferiore sino al ginocchio, o alle caviglie (cosa che fece
allora grande scandalo presso i visitatori inviati dalla Chiesa dall'Europa); e
alla preghiera del mezzogiorno si pongono tra le sopraciglia un punto con
tintura color porpora quale terzo occhio. Ma lo scopo principale è quello di
fare dell'ashram un centro di incontro tra hindu e cristiani, in cui entrambi,
possano risiedere per un ritiro spirituale, anzi Griffiths si adoperò molto
perché mussulmani, buddhisti, sikh, jain, gente di tutte le religioni, o di
nessuna appartenenza, potessero trovare qui un luogo sia di ritiro e
raccoglimento se ricercatori spirituali, sia di studi e ricerche di tipo
comparativo, sia di incontro, dialogo, discussione aperta e libera, con
l'intento di imparare dagli altri, apprendere a capire gli altri e ad apprezzare
ciò che potevano apportare, in vista della identificazione di una sempre più
ampia possibile base condivisa. Perciò l'ashram è definito un luogo "dove si
tenta di rispondere alla necessità di disporre di un centro spirituale in cui
gente in un percorso di ricerca (seekers), di differenti tradizioni, possa
venire e trovare una atmosfera di calma quiete per lo studio e la meditazione".
La preghiera
di meditazione, è quella che avevamo visto durante la funzione, e richiama per
molti aspetti quella divulgata da padre B.Pennington della St.Joseph Abbey di
Spencer nel Massachussetts, che mi pare ispirata all'anonimo del XIV sec. autore
de "La nube della non-conoscenza", e sembrerebbe richiamare in parte
anche l'esicasmo e la cosiddetta "preghiera di Gesù" aramaica.
Dunque il
primo punto nell'elenco di dieci richieste ai visitatori e ospiti è "di
concentrarsi sul proposito per cui sono venuti all'ashram, e di osservare il
silenzio in modo da preservare una atmosfera di pace e preghiera". L'orario è il
seguente: ore 5 a.m., Angelus; 5.30, Namajapa e meditazione; 6.30, preghiera del
mattino, eucarestia, prima colazione; 10, caffé; 12, Angelus; 12.15, preghiera
del mezzodì, pasto, silenzio; 3.30 p.m., thé; 4, discorso di un confratello; 6,
Angelus, meditazione, silenzio; 7, preghiera della sera, cena; 9, Namajapa,
silenzio.
Tutto ciò inizialmente incontrò molte
difficoltà e non fu subito compreso dalla Chiesa ufficiale (vennero minacciati
di essere considerati sospetti di eresia), ma pian piano ottenne molti consensi
nel paese tra chi voleva costruire una chiesa cristiana autenticamente indiana,
e Griffiths divenne famoso per il suo impegno per il dialogo interreligioso.
Ora è generalmente accettato, e inoltre le sue idee sono divenute in gran parte
componenti della vita di molte comunità cristiane del sud dell'India (e forse
per questo è ora meno visitato da parte di curiosi esterni?).
24. ANCORA DA GRIFFITS, 3
Riflettendo
sulle tematiche che qui vengono sollevate e poste di fronte a tutti, viene da
ripensare a R.Sennet e al suo concetto aperto e flessibile di rispetto per
l'altro basato innanzitutto sul riconoscimento delle altre identità e dignità, e
della ricchezza che la conoscenza e l'apertura al contributo dell'altro ci può
dare. Sì l'ashram di Griffiths è divenuto un centro di dialogo e di incontro
interreligioso, è vero... ma il fuoco che arde qui è innanzitutto quello del
misticismo, e poi quello del sincretismo e della fusione tra le spiritualità
dell'India e dell'Occidente. Sono scomparsi i padri fondatori, i fomentatori, e
anche padre Bede, e persino il giovane brillante Swami Amaldas non c'è più, ed i
suoi continuatori attuali qui, come swami Sahajananda (cioè padre John Martin
Kuvarapu, di cui si vedano traduzioni in it. nelle edizioni appunti di viaggio),
o padre George, non sembrano avere la stessa grandezza di personalità
trascinanti ...E allora si ritorna al quesito: chi è Guru, cosa significa?
Qui si pratica
dunque una sorta di sincretismo che possa stare a fondamento di un cristianesimo
di cultura profondamente e autenticamente indiana (ma se i primi cristiani
datano dal 52 d.C., non è questa una componente della civiltà indiana di questi
duemila anni??). Amaldas, che era nato nella chiesa cattolica-siriaca del
Kerala, forse era il più adatto a portare avanti questa via di sviluppo
spirituale, ma è mancato. Resta comunque il messaggio, ed è un messaggio forte
(qui, dicono, lo spirito dei padri fondatori è sempre presente, è ovunque).
Conciliare vita comunitaria, isolamento per esercizi introspettivi nel ritiro e
nel silenzio della meditazione profonda, e attività sociali e di comunicazione
al mondo esterno. Questo difficile equilibrio padre Bede pensava di assicurarlo
facendo entrare l'ashram nell'alveo dei camaldolesi... e la scommessa è in corso
(in novembre al monastero di Camaldoli ci sarà un convegno per il centenario
della nascita di Griffiths).
Sto leggendo
con la crescente pressione della curiosità i vari libri e libricini che ho
acquistato. Ma poi ho visto su internet che ci sono testi suoi pubblicati anche
in Italia (ad es. Una nuova visione della realtà, Roma 2005; il suo bel
commento alla Bhagavad Gita; e l'autobiografia Il filo d'oro), e non
solo, anche studi su di lui (cfr. Sonia Calza). Mi rendo tuttavia conto che le
questioni che si aprono sono molteplici e complesse, e che ci vorrebbe tempo e
dedizione allo studio, per coglierle nella loro articolazione, anche se non
sempre nei loro profondi livelli di significato che ovviamente in questo momento
non mi sono accessibili.
Anche qui ciò
che unisce, è ciò che più attrae. Mi riferisco al sentimento di identità del
gruppo (un gruppo eterogeneo per lingue, nazionalità, ed età), che è dato dalla
motivazione che li ha spinti a venire fino qua, cioè l'aspirazione a una vita di
raccoglimento, e la propensione verso il misticismo, cui si associa un desiderio
di rinnovamento profondo della vita spirituale cristiana nell'incontro con
quella indiana. Dunque motivi molteplici e forti.
La chiesa
romana, per quanto si dichiari cattolica, cioè basata su verità e valori
universali, e per quanto lo sia stata e lo sia per estensione geografica dei
fedeli e per propria convinzione, in effetti ha molto spesso nel passato cercato
di imporre la propria cultura e mentalità latina ai paesi di civiltà differenti,
senza ammettere particolari adattamenti e identità peculiari (oltre a connivenze
col colonialismo), come è stato anche recentemente ammesso ufficialmente con le
famose "scuse" pronunciate da papa Wojtila.
Al contempo vi
sono sempre state, e ora acquistano una crescente importanza, tendenze
ecumeniche che vorrebbero far crescere all'interno delle chiese e delle
conferenze episcopali occidentali, e delle loro masse di riferimento, un maggior
rispetto e attenzione (basate su una maggiore conoscenza), nei riguardi delle
altre chiese, sia cattoliche non romane, che cristiane ma non cattoliche.
Inoltre nel
mondo missionario si è venuta sempre più affermando, imponendo, cioè divenendo
indicazione non solo formale e quindi superficiale, la necessità di approfondire
la conoscenza delle culture nelle quali ci si va ad inserire, ma non solo a fini
strumentali, ma per cercare di capire quelle culture, di comprenderle e
rispettarle.
L'incontro con
l'altro, col diverso, non significa solo riuscire a meglio interloquire con le
popolazioni, ma anche rispettare veramente la loro identità, a mio modestissimo
parere. L'incontrare l'altro per volerlo trasformare, per stravolgerne i
connotati, per staccarlo dalle sue radici, tradizioni, usi, costumi, riti, fedi,
elementi identitari, non mi pare un incontro veramente "in buona fede" fin in
fondo.
Più recente
invece, e minoritario di fatto, il riconoscimento di quanta parte della
spiritualità presente nell'intimo di altre culture, tradizioni, e religioni,
possa esserci vicina, o divenirlo, al di là di formali (o effettive) distanze
dovute a modalità espressive, linguaggi, motivi storici e culturali. Pertanto si
invita ora a tener conto nel dialogo interreligioso di ciò che può unire più di
quanto nel passato si sia fatto, quando si enfatizzavano anzi le differenze, i
motivi di distinzione e di diversità, fraintendendo e a volte travisando il
senso e il significato di importanti elementi costitutivi della spiritualità
presente in tradizioni, anche grandiose e plurimillenarie, di civiltà
extraeuropee.
Certo è
importante ricordarsi sempre che c'è pure una minoranza che ha piuttosto
insistito sul dialogo come momento di vero e proprio incontro profondo, andando
oltre dunque il semplice rispetto, e anche la mutua stima basata su una corretta
conoscenza, per accettare, ma forse anche "amare"(?), l'altro per quello che
egli è.
Infine, in
questa rapida scorsa di varie correnti e componenti, ci sono anche persone come
questi Monchanin, Le Saux, o Griffiths, che hanno cercato un possibile
incontro-scambio, forse un certo sincretismo anche, accogliendo molto di ciò che
non lede il nucleo specifico del messaggio cristiano (riferito a ciò che è il
"sine qua non" della identità religiosa del cristiano). E ciò è stato molto
osteggiato (lo stesso Griffiths venne ritenuto da alcuni come "in odore
d'eresia"), e ancor oggi stenta ad essere capito e accettato in occidente,
mentre sembra che nelle chiese cristiane dell'India, almeno là dove sono
prevalenti gli "ecclesistici" indiani, sia compreso, rispettato, e visto con
interesse crescente. Certo qui non si tratta di quel tipo di sincretismo che si
avviò nella cultura popolare romana con Costantino, o di quello praticato nell'America "latina", bensì di una nuova via dell'intelletto e della fede per la
comprensione di quella spiritualità che sta dietro e sotto ad ogni forma
culturalmente e storicamente determinata. Ma anche in occidente, dato il
crescente interesse per le religiosità di altre culture, molti non ritengono
incompatibile col proprio sentirsi cristiani il praticare ad esempio vie
orientali di ricerca spirituale. Ad es. padre Jäger dice che lo zen ha cambiato
(e migliorato) la sua autocoscienza cristiana, e che con la pratica della
meditazione si può ri-scoprire sé stessi e la propria spiritualità. L'incontro
tra cristiani, musulmani, ebrei, induisti o buddhisti, e altri percorsi
spirituali, è possibile e auspicabile e può esser molto fruttuoso, perchè c'è
qualcosa, un nucleo profondo che li accomuna, e perchè ciascuno può dare molto a
ciascun altro.
Nel secolo
scorso ci sono stati pensatori di varia confessione, come ad esempio i fautori
della teosofia, o come Rudolf Steiner con la sua antroposofia, e altri come i
per esempio i bahai, o per certi versi pure la Mère, o Krishnamurti, o
Thomas Merton, oppure come Karlfried G. Dürckheim, o come padre Hugo M.E.
Lassalle, ma con impostazioni diverse anche R.Panikkar, che hanno cercato in
vari modi, pur assai differenti tra loro, o soluzioni in certa misura di mutuo
interscambio e intreccio culturale, oppure soluzioni che comunque considerassero
quale fondamento della propria spiritualità, quella base comune alle numerose
religioni del mondo e della storia, che pure c'è, esiste, ma quindi cercando al
di fuori delle differenti ideologie, delle varie dottrine dogmatiche, al di là
delle istituzioni delle varie chiese e delle varie denominazioni. Di qui anche
l'attenzione ad un dialogo interiore "intrareligioso" che ognuno dovrebbe
condurre con sè stesso con assoluta sincerità e apertura. Anche dallo stesso
mondo laico e persino "laicista", con l'attenzione di discipline di impianto
scientifico (come la psicologia o l'antropologia) ad aspetti della interiorità,
vengono aspirazioni ad una cultura umanistica che ci fornisca la base, il
fondamento generale di riferimento per l' "essere uomo" di ciascun appartenente
alla specie homo sapiens.
E poi pensiamo
solo a figure, pur così diverse, della cultura umanistica del Novecento come
Th.Mann, H.G.Wells, A.Huxley. C.Kerényi, C.G.Jung, H.Hesse, R.Rolland,
A.Schweitzer, o R.Guénon, M.Eliade e altri, che nell'incontro tra studio delle
religioni, dei miti, delle letterature comparate, e della psicologia, e
dell'antropologia culturale videro una via per una cultura nuova che desse un
contributo alla causa dell'umanesimo come base di riconoscimento reciproco tra
tutti i popoli nelle loro pur specifiche identità. La ricerca di una piattaforma
di spiritualità condivisibile, che ci accomuni, è assai diffusa e oramai è un
dato ineludibile.
Oggi in un
mondo sempre più globalizzato io credo che si dovrà ritornare a riflettere su
questi messaggi a favore di un possibile e augurabile obiettivo di
affratellamento spirituale universale, se non altro per una sempre più acuta
consapevolezza della necessità urgente di trovare basi per assicurare una pace
mondiale duratura quale punto di partenza per un futuro di reale progresso
culturale dell'umanità.
O come minimo perchè si incominci ad
incamminarsi verso quell'obiettivo indicato ad es. da Andrea Ricciardi
(fondatore della Comunità di Sant'Egidio), cioè di una effettiva condivisione di
questo affollato piccolo spazio disponibile sul nostro pianeta, se non altro per
realismo, oltre che per mantenere sempre aperta la speranza. Per cui Ricciardi
esprimeva l'augurio "di una civiltà fatta di tante civiltà, ovvero di tanti
universi culturali, religiosi e politici, senza svendita e senza paura delle
identità (perché solo) la coscienza di quanto sia necessaria la civiltà del
convivere è l'inizio di una cultura condivisa." Che è in sintonia con l'appello
di R. Pannikkar ad un "disarmo" culturale per addivenire a quello che definisce
"l'incontro indispensabile" in vista di una pace interculturale (dai titoli di
suoi noti libri). Perciò assume ancor più attualità il messaggio ricordato da
Enzo Bianchi (il priore della comunità monastica di Bose) nel suo recente libro
"ero straniero e mi avete ospitato". E se l'incontro nasce dalla convivenza, da
qui può venire il rispetto nel riconoscimento, e quindi anche può venire
sollecitato l'apertura reciproca, e l'amore per ciò che -del patrimonio
dell'altro- sentiamo che ci può dare di arricchente, accogliendolo in noi come
un dono.
25. A PUNE
E' il 25
agosto, ed eccoci a Pune, dopo un lungo tragitto verso il nord con un volo aereo
low cost. Ci sistemiamo nella lussuosa (e cara per gli standards indiani) Guest
House del "Centro" di Osho (da noi anni fa noto con il nome di Rajneesh). Anche
questo è un ambiente internazionale, con sue caratteristiche particolari, e
anch'esso è assai differente dalle realtà viste e descritte in precedenza. La
storia del Malabar e di Cochin, poi il fervore shivaita di Tiruvannamalai,
l'ashram di swamy Suddhananda, la figura di Shri Ramana Maharishi, l'ashram di
Shri Aurobindo e di Mère, la città internazionale di Auroville, il grande
complesso templare vishnuita di Tiruchirapalli, la comunità indocristiana di
padre Bede Griffiths, per non ricordare di precedenti contatti avuti durante il
viaggio precedente con seguaci di Krishnamurti, con gli Hare Krishna, con gente
parsi, o sikh, o jain, con buddisti, musulmani, con rigorosi comunisti....che
ampio spettro di colori e di sfumature! l'India è come un radioso arcobaleno.
Questa è la grandezza dell'India dovuta proprio alla sua variegata
articolazione, alla sua straordinaria civiltà composta di tradizioni e lingue e
popoli diversi e dotata di una predisposizione all'apertura e alla molteplicità.
Ecco che ora
entriamo nel Centro internazionale di Osho a Pune, noto in tutto il mondo, e ci
immergeremo in un altro contesto di gente di varia provenienza, lingua e
identità, che converge qui in India per condividere delle esperienze spirituali.
Subito
all'ingresso c'è un bel giardino zen, con una statua del Buddha in meditazione
dinnanzi ad un laghetto con fiori di loto, e lì vicino c'è una lapide con cui si
rende omaggio al grande Krishnamurti, che volle essere un esempio di"
anti-guru". Si respira un'aria di grande serenità.
Dunque questa
comunità, che a quanto pare non poteva trovare spazio per insediarsi e crescere,
se non in India, essendo a suo tempo Osho Rajneesh stato dichiarato non accetto
da molti paesi in cui si era recato, è oramai qui una realtà stabile e fiorente
da parecchi anni, e la sua pubblicazioni sono tradotte in quasi tutte le
principali lingue del mondo con altissime tirature, e le sue iniziative sono
seguite da gente in paesi di tutti i continenti. E ciò, nonostante Osho sia
morto già da molti anni, dopo lunga malattia (forse per avvelenamento), nel
gennaio 1990.
Stupenda
l'ambientazione, l'architettura, magnifici il parco, i grandi giardini zen, la
piramide della meditazione, eccetera. Interessanti e spesso stimolanti non pochi
elementi del pensiero e delle ricerche del fondatore.
Ma anche qua,
durante il suggestivo e coreografico raduno serale nella grande piramide, con
lunghe file di persone tutte abbigliate con una veste bianca immacolata che
salgono all'ingresso per le due scalinate contrapposte dinnanzi al viale
lastricato di marmo scuro con lunghi specchi d'acqua, anche qui mi ritrovo a
farmi le consuete domande. E in particolare qui me le pongo con un certo grado
di sconcerto e stupore, sebbene per motivi diversi dalle volte precedenti. Cosa
spinge queste persone, venute da ogni dove per conoscere meglio il messaggio di
questo personaggio che si proclama un ribelle e un "anti-guru", a tanto fervore
da adepti adoranti ? Qual'è il bisogno profondo che necessitano di soddisfare?
per cui cercano, e infine secondo loro trovano, ciò che risponde alla pressione
domandante che hanno dentro di sé? Soltanto che qui l'interrogativo me lo pongo
osservando prevalentemente giovani, e meno giovani, occidentali, e non solo
persone cresciute in un contesto culturale a me assai distante, ma gente che è
stata formata in società fondate sulla razionalità e che affronta un grande
viaggio proprio per allontanarsi dal modello "euroamericano". E certo questo
luogo costituisce un piccolo mondo artificiale, molto occidentalizzato, rispetto
a quel che c'è fuori le mura, e vagamente riecheggiante una sorta di
parco-a-tema culturale e spirituale adatto alla mentalità di ambienti che si
definiscono anticonformisti sviluppatisi in occidente a seguito dei movimenti
giovanili degli anni post-68.
Perchè
mostrano tanta eccitazione? tanto fervore e devozione per il grande Maestro?
tanta soddisfazione? Mi riesce arduo rispondermi appena entrato, e questo è
certamente dovuto ai miei limiti, ma anche arduo trovare chi mi sappia dare
risposte esaustive.
Qui spesso
quando qualcuno incontra altre persone, forse già incontrate in precedenti
esperienze, si abbracciano con gran calore e restano strettamente abbracciate,
dimostrando giustamente quanto sono gioiosi di essere qui (e mi fa sovvenire di
madre Amma nel Kerala).
Il grande
movimento e incessante viavai di gente da ogni dove (europei, sudamericani,
statunitensi, australiani, sudafricani, israeliani, russi eccetera, nonché
indiani di varie parti che si parlano tra loro in inglese) è notevole e, a
quanto pare, incessante tutto l'anno. Cosa bella e che crea una atmosfera che si
intreccia con la partecipazione assai "sentita" di cui dicevo prima.
Inoltre ci
sono anche anziani, e meno anziani, con belle barbe, spesso più che grigie,
candide e lunghe, che forse appartengono al gruppo originario "più anziano" che
vive permanentemente qui dentro. e che forse costituiscono come una sorta di
ashram tra di loro. Infine ci sono tutti coloro che vivono, o sono venuti a
vivere a Pune, e che lavorano qui per far funzionare questa notevole grande
impresa (e spesso sono volontari che si pagano con il loro lavoro la loro
permanenza).
Multiversity è
chiamato l'insieme dei vari corsi, stages, laboratori, conferenze, workshops,
sessioni, ecc. che sono qui offerti, per cui ti componi tu il tuo percorso di
attività che vuoi seguire.
Ogni domenica,
ma già da ieri pomeriggio, ci sono pure molti indiani che vengono per passare
qui il week-end, e anche gruppi in visita con pullman organizzati. Siamo stati a
passeggiare nel grande parco (di vari ettari) che c'è dietro, e proprio ora
mente prendo queste note, stiamo ammirando gli enormi "mazzi" di grandi e
altissimi bamboo che si agitano al vento, ed emettono scricchiolii, gemiti,
schiocchi e rintocchi, sbattimenti e scontri tra loro, faticosi piegamenti e
torsioni. Oltre ad ammirarne lo spettacolo incessante e ammaliante, bisogna
anche appoggiare l'orecchio ad un tronco-canna, per conoscere la vita di questo
stupendo "essere plurale". Secondo me sono un po' il simbolo di questo luogo, ma
anche dell'India (come pure il grande banyan lo era ad Auroville).
Ieri tanti
uccellini con il ciuffo e un pomello rosso venivano abbastanza vicino, con
fiducia. In quel bello spiazzo grande che c'è di fianco alla libreria, stavamo
facendo Tai-chi alle sette del mattino, e si sentivano vari uccellini, il gallo,
il pavone, il picchio, non c'era silenzio, ma era un sottofondo
straordinariamente gradevole che veniva dalla fitta vegetazione che c'è intorno
e che è piena di vita che si rianima al mattino, cosa può meglio accompagnare i
flessuosi ed armoniosi movimenti lenti che ci fa fare uno stupendo istruttore
tibetano?
26. C’E’ CHI
In questa
enclave, in questo mini mondo a parte, tutto appare felice come in un parco a
tema. C'è chi ci vive, e chi vorrebbe viverci, come la giovane russa che
vorrebbe continuare a giocare tutto il giorno, fuori dal mondo spiacevole della
reale società del suo, come di questo, e di altri Paesi.
Ma fra un
mese, fra un anno, tutto qui dentro si ripeterà più o meno sempre uguale, fuori
dal tempo: come si può pensare di viverci? è come in una qualche fatata utopia
di certi romanzi fantasy o di fantascienza, in cui il visitatore si informa
presso gli utopiani sulle loro usanze si mostra interessatissimo e meravigliato,
magari approva entusiasticamente, e poi riparte e scompare all'orizzonte,
ripensando anche dopo anni con nostalgia a quell'isola fortunata, dove certo
tutto sarà rimasto così com'era... Oppure è proprio (mutatis mutandis) come da
noi nella prosaica realtà in cui viviamo come se fosse normale che le cose
continuino a stare come stanno...
E' sera, e
forse ora incomincio a capire la gente che incontro qui. Certi sono molto
"presi", certi sono in un buon punto di equilibrio tra coinvolgimento e sguardo
consapevole,certi sono qui per loro problemi psicologici in cerca di aiuto, di
un contesto umano solidale con loro, con cui condividere il più possibile. certi
sono qui per portare aventi una propria ricerca e perfezionamento in certe
pratiche, per fare le sessioni di meditazione, per sviluppare uno sguardo
introspettivo, per raggiungere la propria autosufficienza dal mondo e "uscire"
dalla società di provenienza, dai problemi della propria vita, dalle
responsabilità, dal fastidioso aver a che fare con il prossimo, che sente come
tanto diverso da sé.
Certi sono
solo visitatori, curiosi, turisti, o cultori del wellness sia interiore che
fisico, per fare le diete, gli esercizi, i massaggi, ecc. Certi sono gente che
qui può "sbarcare il lunario" quotidiano con poca fatica...
Una umanità
varia, anche se entro un ventaglio di sfumature di una certa gamma.
Inoltre vedo
che quando uno sta facendo ad esempio un percorso di terapia di gruppo, magari
di un mese, è tutto dentro al contesto del proprio gruppo di riferimento, anche
quando è per conto suo (allora spesso ha sulla veste la spilla che segnala che
sta osservando il silenzio), e pur essendo in giro per il resort, è ancora preso
dalla sua attività in corso e da quelle dinamiche. Tra queste persone, benché
facciano pratiche differenti, ci sono certi che comunicano invece molto con
altre persone più o meno note, e si aprono alla condivisione, mostrando la
propria interiorità anche intima. Perciò certi quando poi si incontrano nei
vicoli, nei bar, o negli spiazzi, si abbracciano e si stringono. Il che
indubbiamente stimola e abitua ad una pratica di condivisione e comprensione
reciproca, o comunque ad una disponibilità verso gli altri, vissuti come simili.
Se può essere che "sfumi", si diradi l'ego, si rafforza il "noi". Si è in
condizioni di vedere negli altri quella parte del "noi" che ora si è disponibili
a cercare di comprendere. A vedere la differenza degli altri come se fosse
dovuta al fatto che sono semplicemente più indietro nello stesso cammino nostro,
e quindi degni di comprensione e affetto tanto quanto ne meritiamo noi stessi
ora che siamo riusciti a fare dei passi avanti e ci siamo lasciati alle spalle
certe condizioni e problematiche.
Una cosa bella
è che non solo ci sono qui molti giovani, ma c'è veramente gente di tutte le età
e condizioni, oltre che di tutte le nazionalità, e delle più varie origini
ideologiche, religiose, culturali.
In un contesto
così, tutto intessuto di corsi di self-awareness, meditazioni, self-love, sei
continuamente a contatto con angosce, sofferenze interiori, ansie, aspirazioni,
aspettative, bisogni, desideri... perché infine è questa la dimensione che
prevale.
Certi sono qui
perché si sentono in una impasse, o perché vivono una crisi di valori, e
riconoscendo attraverso le varie pratiche qui proposte i loro limiti, li vivono
in alcuni casi come motivi di un proprio fallimento esistenziale, come segnali
di una vita persa e sbagliata, perciò alcuni reagiscono con il timore di
cambiare, di dover ammettere di dover cessare un certo stile di vita e di fare
riferimento a falsi valori che si rivelano ora per disvalori, pertanto o
rifiutano di tentare di intraprendere una via di trasformazione personale e si
costruiscono uno scudo protettivo più solido, oppure hanno timore a ritornare a
casa propria.
La meditazione
essendo una tecnica, una metodologia, oltre a far compiere passi importanti
verso una maggiore consapevolezza che consentirà una più elevata armonia, può
aprire le porte anche ad percezioni di aspetti interiori non facilmente
accettabili e maneggiabili, ed esporti ad una situazione pericolosa e ardua da
gestire, e allora certi si buttano nelle attività ludiche che qui pure sono
proposte in abbondanza.
Certi fuggono
dentro un isolamento totale, dedicandosi ad una immobilità silente da freezer
della meditazione profonda. Certi maturano la decisione di ritornare a casa
trasformati e decisi a cambiare, determinati a non riprendere la solita routine
quotidiana e le solite relazioni di qualità non più accettabile.
Perché in
definitiva il fatto è che praticamente quasi tutti usciranno dal cancello e si
reinseriranno nella situazione, e nel contesto relazionale da cui erano venuti.
Ma chissà probabilmente resterà un seme che potrebbe maturare in seguito per far
compiere loro una maturazione e una maggiore e migliore coscienza di sé.
27. DA PUNE
Durante il
giorno si indossa tutti una tunica color bordeaux scuro (maroon veste),
magari sopra all'abbigliamento consueto, mentre poi allo Evening Meeting
delle 18.30/20.30, solo una tunica bianca immacolata. E questo rende tutti un
pochino più eguali, non lascia che l'abito sia un elemento che distrae, ed è
bello, almeno a me non dispiace, mi sembra un po' come quando si è al mare tutti
in costume o in shorts e ciabatte. Poi ci sono quelli in tuta blu, che sono i
lavoratori manuali indiani, e quelli con la divisa da impiegato dei vari
servizi; grazie a loro tutto ciò sta in piedi.
E qui può
prendere rifugio anche la bella ballerina solitaria. Vive con tutta sé stessa il
suo compulsivo bisogno di danzare in modo gioioso a tutte le ore. Ieri vedevo
che stava entrando, e appena dentro si dirige danzando verso il giardino che c'è
appena di fianco all'ingresso, e subito si avvinghia a un albero, e lo
circuisce, lo ama, gli danza flessuosa tutt'attorno. E sorride gioiosa. Per lei
questo luogo è un rifugio, a shelter, ed è una bellissima cosa, qui si sente
libera, e perché no? non fa certo male a nessuno, anzi caso mai introduce
armonia e spensieratezza. Se si trovasse nei giardini di una piazza di una
nostra città, certo ci sarebbe dopo un po' qualcuno che fa una telefonata alla
USL, al servizio psichiatrico magari, se non ai carabinieri... Qui è libera,
prova godimento lei, e ne provano quelli che la guardano e le sorridono. Ieri
sera all'evening meeting c'era una ottima band, che ha suonato bella
musica, e lei era lì tra i primi arrivati, proprio davanti in prima fila, in
fremente attesa, non aspettava altro che iniziassero a intonare la primissima
nota, che già si era alzata in piedi e aveva iniziato la sua danza solitaria
aggraziata, leggiadra, volteggiante, ed era subito divenuta parte dello
spettacolo, parte della musica stessa. Forse vorrebbe essere una sorta di
derviscia? è una sua forma di meditazione sufi?
Anche qui, ma
in maniera del tutto differente da altri contesti, si tende a praticare un
sincretismo tra tradizioni indiane, orientali, e occidentali.
Nel discorso
videoregistrato di Osho, parlava del suo non impartire una dottrina, ma solo di
voler infondere un fuoco, e indicare alcune possibili strade da intraprendere,
dicendo che sta soltanto esprimendo quelli che sono i risultati della sua
personale esperienza e delle sue riflessioni, per condividerle con chi lo vuole
ascoltare.
E qui ritorna
il problema che mi ponevo sin dall'inizio di questo diario di viaggio. Molto
importante è la guida, quello che anche si può chiamare con un termine recente,
il facilitatore. Si è visto quanto diversi e diversamente efficaci, e variamente
esperti possano essere. Nell'avviarti ad una tecnica di meditazione può essere
fondamentale l'abilità e la partecipata assistenza della guida. Vieni spinto
verso una situazione in cui i più delicati e intricati pensieri, nel senso di
tuoi problemi intimi anche angosciosi, possono emergere e sospingerti verso una
direzione, e riempirti di una pesantezza a volte insostenibile. Essenziale è
dunque darti gli strumenti per far evaporare, svanire al loro insorgere simili
pensieri e indirizzarti verso una rilassatezza vigile, una consapevolezza
critica che ti instradi per un sentiero di calma, in cui acquietare ogni
agitazione. Perciò è molto delicata la scelta della guida, dell'accompagnatore,
e del consigliere, cui affidare sè stessi per un percorso durante il quale il
controllo razionale e parte della mente viene scemando. Ci sono poi alcune rare
grandi personalità che più di ogni altro possono aiutarti, ma anche queste
potrebbero in definitiva plagiarti...
Certo che ora
c'è qui questa Osho Commune International for Meditation, che è però
priva di Osho, così come abbiamo visto una Auroville senza shri Aurobindo (e
nemmeno la Mère), uno, e più, ashrams senza shri Ramana Mahrishi, o scuole
ispirate a Krishnamurti, di cui parlammo con suoi seguaci nell'altro nostro
viaggio, senza più quella brillante "stella d'oriente" con la sua chiara luce
diretta; abbiamo ben avvertito il problema di Shantivanam senza la personalità
vivificante di padre Bede Griffiths lì presente. Ma questo problema riguarda
tutti, da Shantiniketam senza R.Tagore, allo stesso ashram ghandiano fuori
Ahmedabad che visitammo nel viaggio scorso, eccetera. L'assenza fisica del
maestro, fa sentire la differenza quando manca la sua presenza fisica diretta,
con la sua grande influente capacità di essere la sorgente di vita spirituale
che anima quel luogo. Anche là a Tiruvannamalai, l'abbiamo sentita la
differenza, un conto era l'ashram dopo la partenza di Suddhananda, pur essendo
il giovane swami-ji Sashwatananda bravo oltre che simpatico, e Lakshmi una
presenza confortante e importante, era tutt'altra cosa quando il fondatore,
l'ideatore, il forgiatore della identità del luogo era lì fisicamente, rispetto
a quando era partito: quel che si sentiva percettibilmente, pur là sotto
l'Arunachala, era un senso di vuoto, di mancanza (al confronto direi quasi di
mancanza di senso ).
E dunque torna
la domanda cosa fa di uno una guida, un guru? il carisma? Ad es. la scuola
pestalozziana, o steineriana, dopo la scomparsa di Pestalozzi, o di Steiner, è
probabilmente tutt'altra cosa. La scuola di Alexander Neill senza la sua
presenza fisica, la scuola di Barbiana una volta scomparso don Milani, o
Nomadelfia oggi, cosa sono? e poi quando anche il diretto allievo più stretto, è
scomparso, restano solo i libri (e ora le videoregistrazioni). Certo si leggono,
ci si entusiasma, si interloquisce mentalmente, nel nostro intimo, con il grande
personaggio e il suo messaggio. Ecco che allora potremo sentire la fievole voce
che da epoche lontane ci parla ancora e che può ancora essere ascoltata. Ne vale
la pena. Ed è così che poi si guardano ancora le opere di un tempo, si
ristampano ad es. vecchi o antichi testi, e si leggono ancora, e si trova che
c'è un filo di continuità e che grazie ad esso pur attraversando una grande
distanza temporale il messaggio che contengono continua a comunicarci qualcosa
di coinvolgente. Poniamoci all'ascolto.
Parafrasando
Cusano direi che proprio là dove con la sua lente il maestro ci stimolava a
porre attenzione al contenuto di un testo e ad andare in profondità, se c'è un
sole splendente proprio in quel punto i suoi raggi amplificati fan sì che la
carta bruci, e che nasca un fuoco. Ma poi il buon maestro ci avrebbe "costretto"
dolcemente a pensare con la nostra testa e ad infiammarci con il nostro
spirito.
Ma d'altronde,
e tuttavia, anche quando muore un mastro artigiano che fu un grande artista,
cos'è poi la sua bottega pur piena dei suoi apprendisti e compagni? Cosa era
altrimenti lo sconcerto degli allievi intimi di Leonardo che pur intendevano dar
continuità alla sua "Schola" ? E poi dopo la loro scomparsa? A maggior
ragione dunque quando morirono i compagni di Socrate, o di Siddharta Gautama il
Buddha, o di Gesù, o dei grandi Rebbe, dei venerabili Sufi, o dei saggi cinesi,
quando poi morirono non solo i loro grandi allievi creativi, ma anche venne poi
meno la stessa memoria diretta di quell'atmosfera che era stata il collante di
quella cerchia, e dunque che resta quando tutte le condizioni sono mutate, e
l'aria stessa che si respira non è più quella?
Dolce eterea
figura di Jñanam, dimmi tu... che ancora sei tanto pervasa dalla loro presenza in
te dei tuoi due Maestri...
Restano in
qualche misura gli effetti, le onde concentriche determinatesi per la legge del
karma, la oramai fievole voce da ascoltare con la mente e lo spirito protese nel
silenzio, ma soprattutto si percepisce il senso struggente di mancanza e dunque
il bisogno che sorga un nuovo grande vero Maestro di vita per il nostro tempo.
Indubbiamente però tutto ciò può essere un pungolo che ci fa rammentare di non
perdere il contatto con i maestri dell'umanità, e inoltre è anche potente
stimolo a coltivare il nostro "maestro interiore". Questo in fondo era il
messaggio di Aurobindo, dell'ashram di Suddhananda basato sull'accrescimento
della consapevolezza di sé, lo stesso Osho ripeteva di cercarsi la propria
strada. Proprio a Pune c'è anche il "Christa Prema Seva" un ashram di
indocristiani, e la targa posta all'entrata dice tra l'altro: "Non ci sono
strade o mappe già pronte, non esistono istruzioni per compiere il nostro
viaggio. (...) E questo significa che non dobbiamo né possiamo sprecare tempo ed
energie agognando inutilmente che qualcuno ci guidi e ci salvi da tutti i rischi
e i possibili errori". Perciò a farci viandanti e a compiere uno o più
pellegrinaggi alle sorgenti alla ricerca dell'acqua chiara cui abbeverarsi, ad
attivare se possibile un cerchio "ermetico" di comunicazione e di vibrazioni, in
modo che in definitiva si possa coltivare il risveglio in noi stessi del
discernimento e della consapevolezza, per raggiungere una maggiore armonia
interiore, e per assumerci la responsabilità di prenderci cura del buon
"esserci" in vita di tutti i viventi.