Sono scivolato lungo l'autostrada
Napoli Fiumicino Aeroporto, ho ripasseggiato per l'avenue sovrastata di finte
palme dell'Hub di Dubai, ed infine mi sono ritrovato all'improvviso in un vagone
affollato che dall'aeroporto di Chennai mi ha portato in centro città.
Venni in India dodici anni fa, e di allora comincio a riconoscere quello
immediatamente percepibile, i profumi, o meglio i tanfi caratteristici di posti
sporchi ed inquinati. Tuttavia non sono molesti, perché mi avvolgono e
proteggono nella loro semplice normalità. Così come è normale ritrovarmi ad
altezza cintola un tipo che sembra esser passato in un tritacarne; vecchie
lebbrose che tendono la mano monca di articolazioni per chiedere qualche rupia,
raggomitolate in un pugno di stracci; bambini che hanno la loro casa sui
marciapiedi, assieme ai genitori.
Ieri mattina, mentre camminavo per le vie affollate di Chennai, per un momento
il mio sguardo ha incrociato quello di una donna che si stava cambiando,
utilizzando il suo sporco sari a mo' di paravento, avvolto attorno ad un palo;
l'ho distolto subito, per rispettare quel minimo di privacy che si era creata in
quel modo.
Forse dovrei restare ancora qualche giorno qui, tuttavia non ho voglia di
sforzarmi a trovare quello che forse non c'è, per cui domani comincerò il mio
Gran Tour, da Chennai a Mumbai, passando per il sud e risalendo la costa
occidentale.
Mamallapuram è un paesino in questo momento frenetico per la festa del Pongal,
che celebra annualmente il raccolto, tesa a ringraziare divinità ed animali per
il dono di aver avuto dalla terra di che aver da mangiare ancora per un anno.
Inoltre c'è un festival di danza, e la sera stessa assisto ad un meraviglioso
spettacolo con ballerine e musicisti, che per due ore trascinano tutto il
pubblico in un'altra dimensione, da quella incasinata che sta appena fuori la
scena; la vocalist da di gorgheggi a mo' di Cheila Chandra, per chi la conosce,
mentre la ballerina si muove in una maniera così armoniosa che difficilmente
ricordo di aver visto in spettacolo analoghi.
C'è troppo casino, troppa ressa; stamattina me ne andavo in giro per i templi
del villaggio, e frotte di famiglie ne affollavano gli spazi coi loro picnic di
semplici e gustosi thali, offrendomi da mangiare, augurandomi Happy Pongal,
chiedendomi di posare per foto ricordo assieme a loro. Ad un certo punto ho
incontrato Stephan, svizzero di Zurigo, autista di tram, anche lui coi turni;
forse l'ho preso in simpatia per questo. Che tipo questo Stephan! Caritatevole
ed incazzato allo stesso tempo per le continue e spropositate elemosine che si
costringeva a dare ai questuanti di professione, che una volta si ed una no lo
facevano fesso, con una guida spirituale dell'India sotto braccio, che non
sapevo manco esistesse, una Lonely o Routard del pellegrino occidentale in cerca
d'illuminazione. Se ne va in giro per i templi dell'India in cerca di una
serenità e pacatezza che evidentemente latitano in lui. Ci ho passeggiato,
chiacchierato, posato per delle foto che ragazzi ubriachi da fine Pongal ci
chiedevano sulla spiaggia, aspettato il ciabattino che terminasse i sandali su
misura che gli avevo commissionato (non avrei potuto trovarli già bell'e fatti,
chiaramente), cenato assieme: alla fine mi ha riempito di complimenti, che non
merito, credendo di vedere in me quello che sta cercando con troppo accanimento.
Domani partirò per Pondicherry, 100 km. più a sud, la città che avrebbe voluto
essere stata francese.
Sono stato due giorni a Pondicherry,
quest'enclave coloniale francese nell'enorme India britannica. Ci ho passeggiato
sotto l'effetto rincoglionitore della cefalea a grappolo che con cadenza annuale
mi colpisce, durante il pomeriggio e la mattina seguente.
Me ne sono andato in giro in stato comatoso, sotto al sole, riportando
scottature di lieve entità su collo e capoccia, fra i bei viali della zona
francese, dominati dalla presenza dell'Alliance Francese e dalla sede dell'Ashram
di Aurobindo e la sua amica, The Mother. La città sembra condizionata, almeno
nelle sue zone più aristocratiche, da questi due enti, con belle case
ristrutturate, fuori alle quali ci sono quasi sempre delle guardianie private.
E’ stata contesa dai francesi sugli inglesi, e si vanta un poco della sua natura
latina, coi nomi di strade, negozi e ristoranti, per turisti e locali ricchi. La
zona indiana sta più in là, nella parte occidentale, dove come nelle altre città
indiane la gente vive per strada, dell’ elemosina dei passanti.
L'Ashram di Aurobindo è un posto molto forte, economicamente: possiede una
fabbrica artigianale di carta, un giornale proprio, più presumo notevoli
ammanigliamenti con la politica locale. Riesco a farmi accettare in una delle
sue guest house dipartimentali, dove le regole sono severe: coprifuoco, niente
fumo o alcool, niente bambini al di sotto di tre anni più altre cazzate. La foto
di The Mother e l'Aurobindo sono onnipresenti, come grandi Fratelli orwelliani
che sorvegliano dall'aldilà che il pellegrino stia osservando i loro precetti.
Comunque, nonostante l'alta moralità del posto, la cazzimma è notevole, per cui
la mattina, quando ho lasciato la guest house, ho dovuto portarmi appresso lo
zaino, che fortunatamente non è pesante, poiché sembra che li non ci sia spazio
per i bagagli in deposito. Lo abbandono per qualche ora al centro Internet dove
spergiuro che non reclamerò furti di soldi o preziosi.
All'Ashram non c`e` molto da fare, a parte venerare la tomba dei due, o comprare
foto riprese nel momento del loro maggior stato di incartapecorimento, poco
prima della morte, credo; c'è anche da buttar soldi in libretti vari per
desiderosi di rivelazioni su salute, sesso, lavoro, paure generiche, e
addirittura sul favoloso umorismo dell'Aurobindo. Fortunatamente a Pondicherry
c'è il lungomare, con le famiglie che passeggiano, a mangiare gelati rilassate,
dove seguo il loro esempio, in attesa del treno che mi porterà stanotte a
Madurai, 400 km più a sud.
Il percorso da Pondicherry a
Villipuram junction, da dove partirò in treno per Madurai, è breve; ho il tempo
di mangiare in una bettola, lungo i binari 1 e 2, dove preparano vaschette di
alluminio da distribuire in treno. Alla faccia dell'Aviaria, mi faccio un doppio
chicken byriani, e siccome il treno ritarda, c'ho il tempo per un caffè e una
sigaretta fuori la stazione. Ci sta passando un carrettino con sopra dei monaci,
mi sembrano, che benedicono con terra bianca e rossa, e petali di fiori quelli
che porgono la fronte: lo faccio anch'io, come buono augurio per la notte che
passerò in treno, sperando che il mio mal di testa si mantenga su livelli
accettabili.
La notte passa in bianco, ma senza ulteriori complicazioni cefaloidi, per cui,
quando sbarco alle 05.30 dal treno, decido di posare le mie cose in albergo ed
andare subito al tempio Sri Meenakshi, motivo principale per cui io e migliaia
di pellegrini stiamo passando da queste parti. E' vicino, pochi minuti dalla
stazione e dall'albergo, ed è già aperto. Sta per albeggiare, e i primi fedeli
lentamente cominciano ad affollare questo luogo mistico; ci cammino forzatamente
lento per la stanchezza del viaggio, ma è un buon modo per guardarmi attorno.
Man mano le persone aumentano, vengono aperti locali contenenti raffigurazioni
di divinità, in sembianze umane ed animali, mentre sale un mantra cantato da
alcuni in un angolo e diffuso in tutto il tempio da altoparlanti. Incrocio una
carovana con in testa alcuni che tengono una portantina, altri accompagnano la
processione con delle trombette ed acuti di piatti metallici battuti fra loro.
Intorno ad un tempietto si forma un trenino di persone che gli gira intorno, con
lo sguardo infervorato. Più in là c'è l’enorme vasca con l’acqua sacra dove ci
si bagna; è tutto così incredibile da osservare, e a volte dà un sospetto di un
leggero fanatismo.
Il problema principale a Madurai è che ogni pochi passi c'è un conducente di
risciò, oppure un appiedato, che tentano di coinvolgerti in qualcosa, dal giro
sul triciclo, all'acquisto di stoffe, siccome intorno al tempio è pieno di
negozi di questo tipo; ci sono le giovani madri che chiedono i soldi coi figli
in braccio, o, se questi già si reggono in piedi, mandano loro a farlo. A volte
do l'elemosina alle persone più anziane, quelle che sembrano non avere più
alternative, e devono solo portare a termine questa vita di sofferenze. Ce ne
sono in ogni angolo, e spesso occorre non pensare alle condizioni di questi
miserabili per mantenere una sorta di equilibrio, camminando in mezzo a questa
incredibile povertà.
A Madurai c'è un museo alla memoria di Ghandi, ricordato per aver indossato per
la prima volta qui la veste indiana, e successivamente per aver rifiutato di
entrare nel tempio senza che fosse permesso anche a degli intoccabili con cui
stava insieme. Il posto racconta della storia della colonizzazione, cominciata
con la venuta degli inglesi nella metà del `700 per cominciare i traffici di
spezie, poi si sofferma in particolar modo sul periodo del Mahatma, la sua
storia, le sue parole, quello che ci ha lasciato. Il finale del percorso è una
stanza nera non illuminata, con dentro una teca contenente il lenzuolo sporco di
sangue che Ghandi indossava al momento del suo assassinio. Anche se non avessi
fatto questo viaggio da solo, non avrei potuto commentare quello che stavo
vedendo.
Sto aspettando di partire per Kollam, sulla costa occidentale, stavolta. Stasera
un treno alle 23.15 partirà da Madurai, portandomi sul posto, dove ci sarebbero
delle chiatte per il trasporto del riso che fanno la spola con un'altra
cittadina costiera, più a nord, via lagune limitrofe al mare. Il pomeriggio lo
passo cazzeggiando dentro e fuori il tempio, a gustarmi ancora un poco della
fede degli altri, mentre l'unico che posso provare è un sentito rispetto per
quello che questa gente crede.
La notturna da Madurai a Quillon non
è stata malvagia. Siccome il treno è solo di seconda, al suo arrivo c'è stato
l'assalto alla diligenza di quelli che avevano solo il posto a sedere, mentre
per altri, come me, con la cuccetta assegnata, il problema non si è posto.
Avrei potuto perfino dormire, a dispetto delle croste di sporco, del fatto che
si era in otto in qualche metro cubo, del tanfo di urina proveniente dai cessi
ad ogni fermata; ma quello per cui ho messo una croce sopra sono stati i
ventilatori a pieno regime che baccagliavano a pochi centimetri dalle mie
orecchie, attaccati al soffitto del vagone. Tirato fuori il kit anticefalea,
camicia e berretto di pile, nonché mascherina per gli occhi anti neon sparati in
faccia, ho preso sonno un'oretta prima di arrivare a destinazione.
A Quillon non c'è niente da fare, eccetto prendere di filato il barcone che
porta i turisti fino ad Allaphuza, più a nord, via lagune interne adiacenti la
costa. Lungo il tragitto, un otto ore piacevoli e rilassanti, i turisti fanno
foto ai pescatori ed ai locali sulla riva, come fossero allo zoo. Un cazzone, in
particolare, lancia gadgets ad ogni bambino che urla la sua richiesta di present:
prego tanto che ci finisca anche lui in acqua, oltre a quella paccottiglia che
elargisce compiacendosi della generosità.
Anche ad Allaphuza non c'è da fare niente, solo cenare e dormire in un cottage
appena ai limiti della città, per poi prendere la mattina dopo un bus che di
buon ora parta a Kochi .
Kochi è una posto piacevole, raccolto, dove la solita comunità di viaggiatori
colonizza le parti più ospitali e carine, creando ambienti urbani fatti di
ristorantini, bar, centri Internet. Ci sono da visitare un paio di chiese, una
sinagoga antica, un palazzo reale, la spiaggia dove sono fissate le reti da
pesca cinesi; lì dei soggetti offrono una dimostrazione dell’utilizzo, dietro
una ricompensa, che potrebbe essere anche una birra.
La sera prendo il ferry per la parte nuova della città, chiamata Ernakulam, di
fronte alla storica Fort Kochi, per assistere ad un'esibizione dell'antica forma
di teatro Khatakali; c'è la fase del trucco, che dura un'ora circa, una
dimostrazione di alcune espressioni tipiche di questo teatro, infine una
rappresentazione di scene tratte dal Mahabharata. I posti che ospitano queste
rappresentazioni sono perlopiù piani superiori di case private, climatizzati ed
attrezzati a modesti teatri di poche decine di metri quadri. La vecchia
tenutaria dello show c'ha proprio la faccia come il culo, indicandomi all'uscita
una donation box in cui versare soldi. Le dico: ma ti sei già scordata delle 130
rupie donate pagando il biglietto? La prende a bene, facendosi una grassa risata
sopra.
Lì vicino c'è un antitesi indiana del Mac Donald's: un fast food dell'orrido che
si chiama candidamente Bimbi's, dove per poche rupie posso riempire la pancia
con sbobba varia. C'è giusto il tempo per prendere l'ultimo ferry che mi riporti
a Fort Kochi, attraversando il porto addormentato, dove navi illuminate a
giorno da fari da stadio caricano e scaricano containers, sovrastate da enormi
gru.
Ho già i biglietti del trenino a scartamento ridotto che di mattina presto mi
porterà ad Hooty, sulle montagne, via Coimbatore, raggiungibile invece in bus,
domani.
Per arrivare ad
Hooty dalla costa e sfruttare il viaggio panoramico in treno occorre fare tappa
a Coimbatore, dove la mattina presto c'è un treno per Mettapulayam, e da questo
paesino prendere la ferrovia a scartamento ridotto, che risale la montagna, fino
a 2.200 Mt.
La Blue Mountain Railway è costituita da un trenino a scartamento ridotto, con
una locomotiva a vapore che spinge su i tre vagoni, fra fumarole nere di carbone
bruciato e bianche di vapore espulso dalla caldaia. Il treno sobbalza, trema, ed
impone ai corpi dei viaggiatori il movimento dei suoi stantuffi, e tutti si
muovono all'unisono, con le teste che ciondolano insieme, allo stesso tempo. Si
attraversano viadotti, gallerie, foreste di palme, delle colline coltivate a tè,
infine si arriva ai paesini dell’altipiano, con le mucche che pascolano in un
ambiente che sembra alpino.
Ad ogni stazione i macchinisti fanno incetta di carbone, e riempiono la caldaia
con acqua nuova; poi con erogatore d'olio lubrificano le bielle esterne che
danno il movimento alle ruote. Sono un sei ore di questa solfa, che sono
riuscito a spezzare facendo l’ospite della locomotiva, fra una stazione e
l’altra. Ho offerto delle sigarette ai tre macchinisti, e loro mi hanno accolto
in quello che mi è sembrata l’anticamera dell’inferno. Lo spazio è angusto,
pieno di leve e ferri roventi che si manovrano con l’aiuto di pezze e di
martelli; ogni minuto o meno, con la schiena piegata, uno spala dentro la
fornace quintali di carbone, ma non quello con cui si fa il barbecue: sono delle
cazzo di pietre pesanti ed oleose che danno al fuoco un’energia che nemmeno
credevo avesse. Un altro, sincronizzato ai movimenti dello spalatore, facendo
leva, apre e chiude lo sportello d’acciaio che imprigiona il fuoco, con un
rimbombo metallico e cupo. Un fuoco che potrebbe distruggere all’istante
qualsiasi cosa con cui venga a contatto, e che credevo potesse esistere solo
all’inferno. Fa caldo, molto, e quando sopraggiungono le gallerie mi indicano di
proteggermi la bocca con lo straccio e di non respirare, perché per qualche
secondo siamo tutti avvolti da un buio che sembra solido, appena trafitto dalla
luce proveniente dalla fessura della fornace.
I macchinisti conoscono il tragitto a memoria, e quando arriviamo a quella che
poi ho capito essere una galleria più lunga, mi dicono di abbassarmi, comando
che all’inizio non capivo. Ci ho messo pochi secondi, tuttavia: in quel lasso di
tempo che sembrava un’eternità, il calore restava imprigionato nella galleria e
ci avvolgeva, e l’unica per sopportarlo era di sfruttare la parte bassa della
locomotiva, per non fare la fine del pollo arrosto.
Finita l’esperienza, sudato, nero e contento, ritorno al mio posto, con una
frescura che un minuto prima mi sembrava non potesse più esistere. C'è poco da
stare allegri, comincia una crisi che si rivelerà la più forte da quando sono
cominciate, in coincidenza con l’inizio del viaggio, e che mi costringerà parte
della giornata a riposo. La reazione secondaria è stata il fatto che appena
messo piede fuori della stazione di Hooty, ho potuto ignorare con estrema
naturalezza le offerte di passaggi su risciò, trekking, giri a cavallo, erba da
fumare, degli avvoltoi che aspettano ogni giorno il trenino coi turisti per
rompere i coglioni. Le loro voci mi rimbombavano nella testa come quelle che
ascoltava Rocki Balboa dopo la mazzata nel primo film della serie.
Ripigliatomi, almeno parzialmente, mi faccio un giro per la cittadina, che forse
una volta doveva essere carina, ma che man mano, con lo svilupparsi di un
edilizia incontrollata, è diventata un cesso. Ci si potrebbe fare qualche
passeggiata in giro per i monti, magari a visitare qualche etnia particolare,
ormai ammaestrata dalla presenza di turisti, ma col freddo che fa e nelle
condizioni in cui mi trovo preferisco levare le tende, e prendere l’indomani un
bus per Mysore.
A Mysore ci sono due ragioni
principali per venirci, il palazzo reale ed una visita ad un tempio situato in
cima ad una collina, anch’esso meta di pellegrinaggio, ed oggetto di andirivieni
di bus, risciò, e devoti a piedi, che salgono su per la collina.
Ho scelto di prendere un bus all’andata, e farmi il ritorno scendendo i mille e
più scalini che portano alla base della collina, e già così mi sono ritrovato
col polpaccio destro infiammato. Purtroppo, come sempre succede in situazioni
del genere, ci sono sempre dei paraculi che tentano di approfittare
dell’ingenuità del turista, e fanno bene, visto che la maggior parte glielo
fanno fare.
E' capitato che al deposito delle scarpe, da lasciare sempre prima di entrare in
un tempio, un furbetto mi piazzasse in mano la statua di legno di Shiva, credo,
più dei fiori per l'offerta rituale, facendomi accompagnare da un ragazzetto a
visitare un tempio minore, quello dove non c’è ressa, e il raggiro può essere
compiuto ad arte. Mi sono preso un gusto speciale a visitare il tempietto, fare
l’offerta e poi mandare a cagare i due, che almeno speravano di farsi pagare i
fiori, senza successo.
Ho avuto pure il culo di capitare a Mysore il 26 gennaio, giorno d'indipendenza
dell'India. Mi sono goduto la visione del palazzo reale illuminato da decine di
migliaia di lampadine, con tutti quegli indiani e quei turisti che si
attardavano sull’enorme spiazzo lì davanti. Non eravamo solo persone in gita di
piacere, però.
Tanti bambini, con l’arte consumata del commercio, le tentavano tutte per
piazzare arachidi, foto cartolina, statuine ed altra roba. Con alcuni non c’era
rifiuto che tenga, te li tenevi appiccicati per lunghi interminabili minuti,
cercando di eludere i tentativi di smercio. Dalla loro parte, i bambini avevano
la consapevolezza che non c’erano alternative a quello che stavano facendo,
messi sulla strada a lavorare dai quattro anni in su, cercando di fare leva
sulla pietà dell’occidentale. E' tosta tirare diritto in situazioni del genere,
però è l'unica da fare, provando a non alimentare lo sfruttamento.
In altre situazioni c’è ben poco da decidere, quando ti trovi davanti storpi e
mutilati di ogni genere possibile, lebbrosi o portatori di handicap che non
credevi esistibili. A Chamundi Hill, nella zona del tempio, un cristo si
trascinava a terra a quattro zampe, con delle protesi alle gambe e alle braccia
fatte con copertoni riciclati. Vagava apparentemente senza neppure cercare la
carità. Di fronte a quella bettola dello RRR Restourant, un vegetale mi guardava
colla faccia inebetita, accovacciato a terra, cogli occhi che sembravano
illuminati da un qualche dio indù, risparmiandogli forse la sofferenza della
consapevolezza. Una vecchietta con un inglese terribilmente forbito, nascondeva
dal sari i suoi capelli facenti una massa unica di sporcizia, rivelazione del
suo stato di abitante della strada. Mi chiedeva di seguirla non so dove per
mostrarmi qualcosa; me la sono poi ritrovata riversa sul marciapiede vicino
l'albergo, poco dopo.
Che fare? Tenersi stretto lo stomaco e dare qualcosa a questi disgraziati,
nell’ordine dell’elemosina indiana, senza strafare, per non alimentare anche qui
una dipendenza verso l'occidentale, ricco ed onnipotente, e poi continuare per
la propria strada, ringraziando ad ogni passo tutti i santi del paradiso per
aver avuto la fortuna di avere avuto altre possibilità.
Non avendo altro da fare a Mysore,
ho preso un bus la mattina per Mangalore, sulla costa, e, giusto il tempo di
mangiare una cosa, a seguire un treno per Canacona Junction, la stazione
ferroviaria più vicina al paesino di Palolem, all’estremità meridionale del Goa.
Ci sono arrivato la sera sul tardi, trovandomi immerso nella situazione più
tipicamente turistica stile backpackers. Un unico viale arretrato rispetto la
spiaggia, costellato di negozi di artigianato, bar, ristorantini, guest house,
laundry, e chi più ne ha più ne metta, per soddisfare il bisogno occidentale del
turista.
Non c’è niente di autentico in questi posti, per chi viene da visitatore, mentre
al contrario la vita indiana scorre nonostante tutto. Se a Kochi qualche
stradina era stata impostata al gusto occidentale, qui invece tutta la massa
dell’abitato è stata trasformata per rendere piacevole e confortevole la
permanenza dei villeggianti, condizione essenziale affinché sfilino le rupie dai
loro portafogli. Tutta una falsa prospettiva delle cose, un adeguamento o una
imitazione di quello che ci potrebbe essere al di là dell’oceano. I ragazzi del
west sembrano sapere perfettamente come muoversi, cosa fare, come comportarsi,
perché non c’è niente di più facile che farlo qui, dove tutto o quasi è
permesso, basta aprire il portafogli. I casini, le depressioni, i problemi
familiari, col lavoro, le esistenze mal riuscite, qui non hanno ragione di
esistere, perché si tratta di un mondo fittizio dove sentirsi da leoni quel
tanto che può durare.
In ogni posto che ho visitato, ho trovato delle situazioni simili, dato che alla
fine tutto il mondo è paese, e l’indiano, come il peruviano, il malgascio, il
nepalese, sa, oppure intuisce, il bisogno occidentale, così pacchiano nel
mostrarsi eppure così fragile nell’essere. L’israeliano deve fare il macho con
la moto presa in affitto, occhiali da sole incollati in fronte, e magari
trattare da pezzente l’indigeno; il francese è più a modo, gentile, bohemien, si
potrebbe dire, trattalo bene e ti darà il meglio di sé; gli anglosassoni sono
disinvolti, sono i veri progenitori del turista indipendente, quelli che la
sanno lunga, e più degli altri, sono tanti Leonard Di Caprio in quella boiata di
The Beach, film rappresentativo della questione.
L’italiano, a meno di sorprese è un idiota, viaggia in gruppo per farsi forza,
per non soccombere alla paura del diverso; scherza con battute tristi e
generalmente non capisce una mazza di quello che gli sta intorno, di quello che
sta vivendo. L’importante che il cibo rassomigli il più possibile a quello che
ha lasciato dalla mamma, perché lo stomaco è debole e la cagarella in agguato.
Tuttavia, le rare volte che capitano, incontro degli italiani che possono dar
lezioni di vita a tutto quest’ammasso indistinto di rincoglioniti, con la
saggezza che deriva da un approccio realistico e disincantato della vita; da una
presa di coscienza di quello che sta facendo e vivendo, senza esaltarsi troppo
per delle esperienze che si comprano così a buon mercato. Siamo qui non per
merito nostro, ma per quello della vagina da cui siamo nati, trovatasi
casualmente in un mondo ricco, quantunque fossimo disoccupati o precari.
Almeno mi sto abbronzando un poco.
Ieri sono venuto qui a Panaji la capitale del Goa, per visitare i quartieri
latini della città, coi loro nomi portoghesi, nonché a mangiare qualche
specialità culinaria locale, finalmente diversa dalla solita sbobba sud indiana.
C’è anche la vecchia capitale, con delle belle chiese ancora in piedi, ma è
tutto qui, per cui fra un poco prendo un bus per un’altra spiaggia, più a nord,
in attesa di Bombay.
A Vagator le cose
vanno un poco diverse che a Palolem. Fortunatamente qui la situazione è più sul
familiare indiano, e sulla spiaggia principale del paesino la maggior parte
degli avventori è indiana. Sto qui in coincidenza del fine settimana, e i
parcheggi sono pieni di bus e minibus provenienti dai dintorni, per portare in
giornata famigliole in gita. C’è però chi ci viene in aereo o in treno da
Bombay, Bangalore o addirittura Dheli; appartenente alla middle class indiana;
ci si parla in inglese, se non si ha la lingua locale in comune. Sono
rilassati, vestiti alla maniera tradizionale, le donne, oppure a quella
occidentale, truccate, decorate, belle.
La spiaggia è una fantasia colorata di sari, una allegra confusione di ragazzi
che giocano a cricket, si tuffano in mare; di vacche che litigano coi cani, e
poi se ne vanno a passeggiare sulla sabbia, più in là, di combriccole che se la
spassano a botta di whiskey sotto il sole di mezzogiorno. Bisogna solo
svegliarsi dal torpore da solleone, quando delle tipe particolarmente insistenti
rompono per venderti a tutti i costi la frutta o i tessuti.
La frutta invece l’ho comprata da una donna che con la sua minuscola bancarella
si è posizionata sulla discesa che dà sulla spiaggia; all’inizio non volevo, poi
ho apprezzato l’idea di una bella bevuta di cocco propedeutica al pomeriggio
sulla spiaggia. Ho contrattato un poco sul prezzo, così, più per abitudine che
per reale bisogno, e mi sono accomodato sulla sedia che la donna mi ha offerto.
Accanto a me c’era quello che, secondo le indicazioni della tipa, doveva essere
lo scemo della famiglia; ogni volta che un bus ci passava accanto affumicandoci
col suo scarico, rideva come un pazzo per il divertimento, ed io appresso a lui.
I due scemi del villaggio.
Ad un certo punto la donna ha cominciato a dirmi del fatto che aveva sei
bambini, che il marito era morto, che doveva sopportare delle spese per delle
cure mediche; mentre sorseggiavo il cocco mi chiedevo se ci stesse provando, se
voleva farmi fare la fine di Stephan lo svizzero, a Mamallapuram. Invece poi ha
cominciato a piangere, sommessamente, nascondendosi il volto col sari, e lo
scemo a cercare di asciugarle le lacrime, a confortarla, e lei a schernirsi.
Erano lacrime di disperazione e solitudine, come ne ho viste in altre
situazioni, diverse, ma ugualmente sofferenti. Tutto era improvvisamente
cambiato, passavano i motorini coi turisti sopra ma era come non esistessero:
come potevano, del resto? Come poteva la donna sola con i sei figli, col suo
ignobile guadagno di poche rupie a vendita, poter solo immaginare cosa
significava avere soldi per noleggiare una moto e spassarsela, per comprare un
vestito alla moda, degli occhiali da sole ray ban, e acquistare in un colpo solo
tutta quella sicurezza che i soldi ti danno? Quella ricchezza le era lontano
anni luce, e tutto quello che le passava sotto il naso non avrebbe mai avuto
importanza, non potendo realmente cambiare la sua situazione.
Ho tirato fuori il portafoglio prendendo un biglietto da 100 rupie, una
elemosina da 50 a 100 volte superiore a quella che normalmente elargisco. Ma
quella non era un’elemosina; erano due euro date per solidarietà, un gelato
mancato a Mati, un caffè in meno offerto al collega, 10 marlboro non fumate. Non
erano niente. Solo un gesto di solidarietà verso qualcuno che sta male.
Non le voleva accettare, ritraeva la mano, ed invece gliele ho messe dentro,
piegandola a forza. Poi sono andato a smaltire la depressione sulla spiaggia,
fra una nuotata ed una tintarella.
Di lì a poco è arrivata una coppia di giovani, uno più bello dell’altro,
pantaloncini corti e magliette aderenti. Hanno sistemato le loro cose e si sono
buttati in acqua, come due star in un film di Bollywood. Ad un certo punto lui
mi ha chiesto di fare loro una foto, ed erano così gioiosi che io, a mia volta,
ho chiesto di farne una con la mia macchina. Lei con la testa china sulla sua
spalla, e lui forte e sorridente; di Bombay. Ci siamo messi a chiacchierare un
poco, poi ho preso la mia strada verso l’albergo, evitando di incontrare la
venditrice di frutta, per non imbarazzarla.
Oggi invece l’ho salutata, chiedendole come stava, se meglio di ieri; mi ha
offerto a forza delle banane, anche se non volevo, che avrei mangiate più tardi,
mi ha detto. E’ l’ultimo giorno qui: domani mattina farò ancora un poco di mare,
poi nel pomeriggio mi avvierò verso la stazione di Thivin, a pochi km, per il
viaggio notturno alla volta di Bombay. Non senza essermi concesso un massaggio
ayurvedico, probabilmente non autentico, ed una mangiata a base di gamberoni,
che mi auguro saranno freschi.
Sono stato a Mumbai tre giorni,
ed ora sto per recarmi all’aeroporto per la partenza in nottata. Me la sono
fatta da sopra a sotto, quartieri turistici, mercati, passeggiate sul lungomare,
ed ora ho le vesciche ai piedi. Stavo fantasticando di buttare a mare questi
scarponi da montagna, che qui non hanno molto a che fare, però trovare il mio
numero in India è missione impossibile, per cui resisterò ancora 10.000 km.
Dal Goa sono arrivato in treno alle 6 di mattino, e quel cazzimmoso del
receptionista ha provato a farmi pagare una mezza giornata in più per l'orario
extra mattutino; gli ho lasciato il bagaglio e mi sono avventurato con la notte
che ancora avvolgeva la città, in giro per le strade di Mumbai. Se alle otto di
mattina qui non succede ancora nulla, perché tutto comincia a funzionare verso
le 10 o giù di lì, le 6 è un orario da oltretomba, e tutto e tutti stanno nelle
braccia di morfeo. Ci sta la popolazione che dorme per strada, madre, padre,
bambini, zii e nonni; così come i single, che non so se per fortuna o meno
stanno da soli. I loro beni stanno messi in ordine come si conviene ad una casa
ben sistemata: gli stracci per adagiarsi qua, le bacinelle e i secchi per le
abluzioni là, e i più fortunati c'hanno anche qualche stoviglia.
Mentre cammino comincia a schiarire, e quando sono al Gate of India, ormai
albeggia. Dedico la prima giornata a fare tappa ai posti turistici elencati
dalla Lonely, non facendo parsimonia di km percorsi a piedi. La botta finale è
la mega passeggiata per il lungomare della città , cominciata di pomeriggio e
terminata con il sole calato. Una via Caracciolo estesa a dismisura, con lo
struscio di famiglie e coppiette, bambini e vecchi. La spiaggetta che ci sta
alla fine è un must per i massaggi al capo e per assaggiare il famoso piatto di
Mumbai, il Dhalpuri, una sbobba immangiabile fatta di ingredienti che solo un
demente può aver pensato di mettere assieme. Quando al massaggio al capo, ho
dovuto faticare più del previsto per allontanare quei rompiballe che si
proponevano a farli, peggio di mosche fastidiose in un pomeriggio assolato.
Preferisco farmeli fare dai barbieri, che qui in India ho scoperto non aver
nulla da invidiare per bravura e tecnica a quelli arabi.
A Mumbai in questo periodo c’è un festival di musica, danza, readings ecc, che
si svolge nella parte centrale della città. Ci sono stato ieri, e per un paio
d’ore mi è sembrato di trovarmi a Napoli, in una di quelle occasioni dove è
radunata un bel po' di intellighenzia. Donne ben curate, all’occidentale, uomini
attempati di una certa levatura intellettuale, ragazzi che sembravano dei
quartieri bene di qualche metropoli europea. Mi sono gustato uno spettacolo di
danza, che pur non capendoci molto, mi è sembrato eccezionale. Ma appena fuori
dalla zona dedicata, la realtà torna prepotentemente alla ribalta, e già i senza
casa sono riversi nei loro spazi a dormire, a consumare un pasto, a chiedere
soldi. I bambini di qualche mese, incoscienti, dormono nudi sull’asfalto, presi
in carico da chi non può curare nemmeno se stesso. Me ne vado alla mia stanza
d’albergo, dove devo camminare con la testa inclinata, siccome il soffitto è
meno alto che io.
La terza giornata l’ho dedicata agli
acquisti, maniera pratica per non farmi pesare troppo l’emozione del ritorno.
Ormai manca poco per avviarmi all’aeroporto, e tutto sta lentamente prendendo
parte di un vissuto già trascorso, di cui, una volta tornato, resterà il bel
ricordo di un’India bella da vedere e dura da digerire; tante volte queste scene
che ho provato a descrivere mi hanno fatto pensare al titolo di quel film di
Marco Tullio Giordana, Quando sei nato non puoi più nasconderti, che qui
ha una valenza tutta speciale.
La dignità umana intesa alla maniera occidentale qui fa ridere, non serve e non
è giusta; la ragazzina col figlio in braccio, che si prostra a terra, ti tocca
per attirare l’attenzione e si porta la mano alla bocca per dirti che ha bisogno
della tua elemosina per mangiare, non sa cosa sia la nostra dignità, perché il
bisogno primario è riempire la pancia, e daltronde nessuno neanche glielo ha
insegnato. Tutto quello che vuole sono poche rupie per mangiare. Ce ne sono
tanti messi male, senza che nessuno si prenda cura di loro, o almeno li aiuti a
migliorare un poco la loro situazione; girando per l’India si prende coscienza
della durissima realtà di questa gente.
Questo è un viaggio fatto dentro se stessi, oltre che a visitare le bellezze del
continente indiano. Per quello che può valere.