Dove andare nelle 2 settimane di
ferie estive? Quest'anno la scelta cade sul Giappone: un paese lontano,
diverso e misterioso per molti aspetti, da poter visitare in autonomia e
tranquillità.
Dopo un po’ di letture per documentarsi sui luoghi da visitare e sulla
cultura così diversa dalla nostra, il progetto ha cominciato ad assumere
concretezza.
Per prima cosa prenotiamo il volo con Alitalia, andata e ritorno diretto
Roma-Tokyo, riusciamo ad assicurarci posti davanti ai motori, abbastanza
confortevoli e silenziosi. Anche il resto del servizio si è rivelato di buon
livello, per fortuna, visto che la durata di 12 ore per l’andata e 13 ore
per il ritorno è veramente pesante.
Pur avendo già viaggiato molto
in modo autonomo e nonostante le rassicurazioni lette in molti report,
restavano alcune perplessità: il fatto che l’inglese sia parlato molto poco,
le linee secondarie di treni e autobus non sempre con le indicazioni in
caratteri romani, l’impossibilità di prenotare su internet i viaggi in
treno, la difficoltà a prelevare contanti con il bancomat o pagare con la
carta di credito. Mi sono anche iscritta a un corso intensivo di giapponese
in una biblioteca vicino a Bologna, 3 sere in una settimana, per un totale
di 10 ore di lezione; non ho certo imparato il giapponese, ma conoscerne i
principi e le regole, nonché il collegamento stretto con la cultura, mi ha
reso molto più confidente!
Siamo anche riusciti ad avere un
po’ di yen in contanti dalla nostra banca, li avevamo chiesti con solo 2
settimane di anticipo, avrebbero preferito saperlo prima.
Altra cosa che abbiamo fatto
prima della partenza è stato l’acquisto del JR Pass: per 2 settimana costa
410 euro, ma sono veramente ben spesi. A tal proposito ecco alcune note:
- occorre comperarlo in Italia, nel senso che bisogna proprio avere
materialmente in mano il carnet dell’agenzia emittente (ai tempi di Internet
pensavano ad un codice o documento da ricevere via e-mail), bisogna quindi
pensarci in anticipo per gli eventuali tempi di spedizione;
- è convenientissimo ed include anche i costi di prenotazione (utile per le
lunghe percorrenze), visto che i treni in Giappone sono puntuali,
efficienti, frequenti e puliti, ma costosi;
- nel valutare se comprarlo per 1, 2 o 3 settimane (il costo non è
proporzionale), considerare che può essere utilizzato anche per il Narita
Express (il treno dall’aeroporto al centro di Tokyo, che costa quasi 3000
yen/28 euro) e per alcune linee ferroviarie urbane, non solo l’utilissima
Yamanote Line di Tokyo, ma anche tratte a Kyoto, Osaka, Nagoya, oltre che
sul traghetto per Miyajima.
Unico aspetto negativo: se si perde non c’è modo di ottenerne un altro in
tempo brevi, per il rilascio occorre il magico coupon acquistabile solo
all’estero. Unica speranza è di chiedere nell’ufficio oggetti smarriti della
stazione, dove gli onesti giapponesi dovrebbero riportarlo in caso di
ritrovamento.
1°- 2° giorno
Finalmente è il giorno della partenza, al check in imbarchiamo un bagaglio a
testa di meno di 10 kg, abbiamo deciso di viaggiare leggeri, visto tutti i
treni che dovremo prendere.
Il volo parte circa a mezzogiorno e fa una rotta polare, tra la Russia e il
Mare Artico, per ridiscendere verso sud quando è ormai sul nord del
Giappone: essendo luglio non vediamo mai la notte, ma arriviamo a Tokyo
nella mattina del giorno dopo. Sbrighiamo le formalità di dogana velocemente
e ritiriamo il prezioso JR Pass, rigorosamente di cartoncino e compilato a
mano. Prendiamo quindi il primo Narita Express disponibile, impiega più di
un’ora per raggiungere la Tokyo Station. Nell’ufficio JR e ci facciamo fare
tutte le prenotazioni per i giorni successivi: avevo stampato tutti gli
orari dei treni e le coincidenze dal sito Yperdia.com, dove le stazioni sono
scritte anche in giapponese. L'impiegata parlava un po’ di inglese, alcuni
treni erano già pieni nell’orario scelto, per fortuna ce n’erano di
disponibili in orari molto vicini.
Acquistiamo i biglietti per la metro, le macchine automatiche accettano
anche le banconote di grosso taglio che ci ha dato la nostra banca, il
biglietto base costa 160 Yen (circa 1,5 euro). Per comodità facciamo i conti
dividendo i prezzi per 100, così manteniamo anche un po’ di margine nelle
decisioni.

Con la metro raggiungiamo
l’hotel e qui notiamo che le stazioni sono enormi, con tantissime uscite,
anche molto distanti dalla fermata del treno. L’hotel dista 200 metri
dall’uscita della metro, ma quasi un km dalla fermata del treno. Oltretutto
questa stazione è collegata con un’altra, dove ferma una linea diversa. Il
fatto di aver capito presto tutto ciò e di aver trovato l’hotel al primo
colpo, in tempi brevissimi, ci rende da subito più confidenti verso questa
enorme metropoli di 30 milioni di abitanti.
Siamo ovviamente stanchissimi,
ma dobbiamo cercare di adattarci al nuovo fuso, quindi usciamo subito per
una prima visita di Tokyo. E’ domenica e raggiungiamo una chiesa cattolica
per la Messa. E’ grande, piena di gente; una addetta ci accompagna in un
posto libero e c’è un rito di Battesimo collettivo per circa 30 adulti: per
un paese buddista/shintoista è una vera sorpresa! C'è anche l'aria
condizionata che ci ammazza, questo purtroppo sarà una costante, quasi come
in America.
Pranziamo velocemente in un
Danmark Cafè e andiamo quindi verso il tempio Mejio, dove ci sono moltissimi
visitatori, anche parecchi turisti occidentali e facciamo una passeggiata
per i negozi del quartiere Harajuku, con le strade piene all’inverosimile di
persone, soprattutto ragazzine. Il vicino viale Omotesando è invece molto
più tranquillo, con negozi più belli e chic. Arriviamo quindi allo Spiral
Building, dove visitiamo una mostra fotografica molto particolare, adatta
alla location moderna ed essenziale.

Per oggi può bastare, sta anche
cominciando a piovere forte. Torniamo nella zona dell’Hotel e troviamo un
ristorante di tipo occidentale in un vicino centro commerciale: meglio
adattarsi un po’ alla volta. Qui abbiamo la conferma di quanto già
verificato velocemente in aeroporto e a pranzo: i prezzi dei bar e
ristoranti sono abbordabili, con circa 3000 yen prendiamo due piatti con
hamburger e patatine, una piccola insalata e una birra, oltre ad acqua
fredda gratuita.
3° giorno
Anche oggi piove. Nonostante la lunga dormita, non ce la sentiamo di
affrontare visite impegnative, quindi restiamo a Tokyo. E' lunedì e molti
musei sono chiusi.
Visitiamo il santuario Senso-jo e la vicina zona commerciale turistica di
Nakamise, poi il tempio Toshogu nei giardini Ueno. Tornando verso la
stazione scorgiamo una strada commerciale: un mercato cinese, con ogni
genere di merce, dagli alimentari agli articoli “griffati” che non mi
aspettavo. Acquistiamo un economicissimo ombrello pieghevole, visto che
continua a piovere. A tal proposito diventiamo molto pessimisti quando
notiamo depositi per ombrelli e sacchetti per riporli all’ingresso di tutti
i locali e grandi magazzini. Continuiamo la giornata facendo shopping per
Sibuya e Shinju-ku, non tanto per acquistare, ma soprattutto per osservare.
Quello che ci colpisce di più sono i reparti alimentari dei grandi
magazzini: tutti i prodotti sono perfetti, confezionati con cura ed esposti
con meticolosità, viene da chiedersi se siano solo da guardare o anche da
mangiare. Impressionante la perfezione della frutta, soprattutto le pesche,
confezionate in scatole elegantissime, che costano come gioielli.
Sorprende che, nonostante tutto appaia molto raffinato, con prezzi alti in
proporzione, i venditori urlano e gesticolano per attirare i compratori,
come in un mercato rionale.
In una pausa della pioggia raggiungiamo Tokyo-bay con la monorotaia senza
autista, visitiamo l’isola di Odaiba, con i suoi parchi, shopping mall e
grattacieli, nonché una copia della Statua della Libertà, donata dalla
Francia, proprio come quella di New York. Ci sono ancora molti cantieri
aperti, ma il panorama è molto bello.

Per cena andiamo in un
ristorante che di americano ha solo il nome, quindi facciamo il primo
incontro con la cucina giapponese, in particolare i piatti di riso e curry:
soddisfatti, sia del cibo che del conto.
4° giorno
Nonostante il maltempo, oggi cominciamo a fare sul serio e andiamo a Nikko,
prima con un treno veloce, prenotato in anticipo, poi con un treno locale
non prenotabile. C’è comunque posto a sedere e anche questo è puntualissimo
e arriva velocemente alla stazione di Nikko, un edificio storico bianco e
rosa. Piove sempre più forte, quindi non facciamo il Nikko pass per visitare
anche le cascate e acquistiamo solo il biglietto per visitare tutti i siti
patrimonio dell’Unesco. Alcuni templi sono chiusi per restauro, altri non si
possono visitare, mancano completamente indicazioni in inglese; d’altra
parte i visitatori sono tutti giapponesi, soprattutto scolaresche. Il sito è
completamente immerso in una rigogliosa foresta tropicale, con alberi
altissimi e fitto sottobosco, sulle lanterne c’è abbondante muschio: questo
ci fa pensare che non siamo arrivati nell’unico giorno piovoso dell’anno, ma
ci consola poco.
Visitiamo comunque tutti i templi, sparsi in una ampia area, in molti si può
entrare anche nelle sale di preghiera, dopo aver tolto le scarpe e messo
l’ombrello in un sacchetto.
Alla fine siamo bagnati fradici, per fortuna non è freddo. Ci fermiamo a
pranzo in un fast food locale, dove hanno un bel menu illustrato solo in
giapponese. Scegliamo un piatto, ma pur non parlando inglese ci fanno capire
che la specialità del giorno è un'altra e dobbiamo prendere quella: si
tratta comunque sempre di riso con carne e verdura + zuppa. E’ tutto caldo e
ci fa bene, anche al morale.
Visto che piove sempre più forte rinunciamo definitivamente a visitare le
cascate Kigon e rientriamo a Tokyo, dove saliamo sul Metropolitan Government
Tokyo Building, sede del comune di Tokyo. La salita al 45° piano è gratuita
e la vista è molto bella, nonostante la foschia.
Per cena andiamo a Rappongi, dove vediamo anche la Tokyo Tower, veramente
spettacolare di notte. Spinti dalla curiosità mangiamo in un ristorante
cinese in cui si ordina alla macchinetta: si sceglie il piatto da un elenco
illustrato e numerato, si introducono i soldi, si schiaccia il bottone con
il numero corrispondente al piatto scelto ed esce un biglietto che si dà al
cameriere, in questo caso una minuta signora cinese. Ci si siede in un
bancone a ferro di cavallo, all’interno del quale la cameriera si muove
veloce ed attenta, servendo anche tè verde gratuito in abbondanza, unica
bevanda disponibile. Di posate nemmeno l’ombra, solo bastoncini, l’uso dei
quali è tutto sommato più facile di quel che sembra, soprattutto con piatti
di riso, verdure e carne a pezzetti (e in presenza di necessità e fame).
Purtroppo ci portiamo via anche un bel po' di puzza da fritto sui nostri
vestiti, visto il ridotto bagaglio non ci fa piacere...
5° giorno
Visto il tempo decisamente migliorato proviamo di andare in zona Mt Fuji, ma
dobbiamo rinunciare perchè là c'è troppo vento e tutto è sospeso.
Non ci resta che tornare indietro e dedicarci alla visita dei musei di
Tokyo. Scegliamo il Museo Nazionale, il Museo Nazionale di Arte
Contemporanea e il Museo delle Arti Decorative (gli ultimi due hanno un
biglietto unico), tutti estremamente interessanti, soprattutto perché
espongono quasi esclusivamente opere di artisti giapponesi, raramente
esportate.
Facciamo anche una passeggiata per i giardini del Palazzo Imperiale.
Con il tempo decisamente migliorato apprezziamo sempre di più una
istituzione giapponese molto diffusa: le macchinette che vendono bibite
fredde. Ce ne sono ovunque, non solo nelle stazioni, ma anche per le strade,
praticamente in ogni isolato ce n’è almeno una: dispensano ogni genere di
bevanda, gasata o naturale, acqua, succhi di frutta, tè, caffé e integratori
salini a cifre modiche, tra 100 e 300 yen.

Per finire sperimentiamo anche
un Manga/Internet point, dove ci si può trascorrere anche un intero giorno o
passarci la notte, con bibite e gelati gratuiti, oltre a pasti pronti da un
distributore automatico, distesi su divani o futon. Sono un po’ costosi per
un utilizzo sul breve periodo, ma ne vale la pena per il contesto; abbiamo
così potuto fare alcune modifiche al nostro programma per ritentare la
visita della zona di Hakone.
Ceniamo nella pizzeria Casa Napoli vicina all’hotel, dove c’è un cameriere
che parla inglese abbastanza bene, ma non si era mai reso conto che il menu
è scritto anche in italiano. Si guadagna comunque tutta la nostra simpatia
chiedendoci informazioni su di noi e sul nostro itinerario in Giappone.
Concludiamo la serata con un drink nella lounge al 36° del nostro hotel, con
ampia vista sulla skyline di Tokyo.
6° giorno
Oggi lasciamo Tokyo per Hiroshima, con una sosta per visitare il castello di
Himej. Di buon mattino prendiamo un velocissimo treno Kodama per Himej, dove
lasciamo i bagagli negli armadietti automatici della stazione per 400 yen a
testa.
Il castello è in restauro, cosa ampiamente comunicata, ma non si può non
visitarlo comunque, visto che è il più maestoso dei soli 3 castelli ancora
autentici del Giappone. Al momento della nostra visita era in restauro la
torre centrale, parzialmente nascosta dalle impalcature e non visitabile; si
poteva entrare solo nell’ala laterale, molto grande ma completamente
spoglia. Il costo del biglietto d’ingresso è stato comunque ridotto a 560
yen, compresi i bellissimi Koko-en, i giardini dei Samurai.
Tornando verso la stazione vediamo un ufficio postale. Nei giorni scorsi
abbiamo visto che i bancomat delle banche non hanno il circuito Maestro/Cirrus
e anche quelli nei supermercati 7eleven e Family Mart da dicembre 2009 hanno
sospeso la convenzione; i bancomat degli uffici postali restano quindi
l’ultima speranza, visto che le carte di credito sono accettate in pochi
posti e i contanti che avevamo stanno rapidamente esaurendosi. La prima
tessera che proviamo non è autorizzata, proviamo la seconda e funziona,
adesso siamo decisamente più tranquilli!
Riprendiamo i bagagli e il treno
verso Hiroshima. Con un tram, chiamato street car, raggiungiamo l’hotel, di
fianco all’unica casa rimasta integra dopo il bombardamento atomico. Era una
banca e fu utilizzata come luogo di cura e soccorso subito dopo. Nell’hotel
troviamo il water più incredibile di tutta la vacanza: non solo ha 3 docce
per i diversi tipi di lavaggio, ma ha anche la funzione di asciugatura.
Inoltre si può scegliere la temperatura sia dell’acqua che dell’asse ed è
tutto automatico: ci si avvicina e il coperchio si apre, l’asse si alza e si
abbassa con un bottone e quando ci si allontana il coperchio si richiude da
solo. L'interesse per i bagni include anche le differenze tra quelli Western
Style (cioè europei) e quelli Japan style (vedere foto).

Hiroshima è una città veramente
sorprendente, innanzitutto si rivelerà quella con il maggior numero di
turisti occidentali, soprattutto americani. In giro vediamo molti bei
negozi, ma non altrettanto si può dire per i ristoranti, almeno nelle stesse
zone. Optiamo quindi per il bel buffet dell’hotel, che ha un prezzo
differenziato per uomini e donne, risp. 3000 e 2800 yen, poco più di 25
euro; decisamente conveniente vista la buona qualità e l’ampia scelta di
portate, inoltre include acqua, tè e caffé.
7° giorno
Anche oggi è nuvoloso, ma non piove. Raggiungiamo la stazione di Hiroshima
per prendere il treno locale fino al traghetto JR per Miyajima. E’ tutto
indicato molto bene e presto siamo in vista del famoso torij galleggiante,
una dei 3 paesaggi più fotografati del Giappone. La luce e i colori non sono
certo dei migliori, ma facciamo anche noi del nostro meglio per alimentare
questo primato. Mentre visitiamo il tempio Itsukushima c’è ancora la bassa
marea, ma il livello dell’acqua si sta alzando e dopo lo potremo ammirare e
fotografare mentre sembra galleggiare sul mare. Oltre al tempio ci sono da
vedere alcune pagode, musei e altre costruzioni, disseminate in ripidi
sentieri da cui si ha anche una bella vista sul tempio e il torij. Visitiamo
anche una interessante mostra su Kurosawa, allestita all’interno di un
tempio in cui sono esposte anche gigantesche pale da riso. Ma la più grande
del mondo è nella strada commerciale che riporta al porto; ovviamente ci
sono molte bancarelle che le vendono come souvenir.
Qui acquistiamo dei dolcetti prodotti e cotti sul posto con una macchina
meccanica che ha tante formine in ghisa sul tipo di quelle usate per le
tigelle (panini tipici della zona tra Modena e Bologna): è espressamente
vietato fotografarla!. Sono di vario tipo e farciti in vari modi,
soprattutto di fagioli dolci e tè verde. Ne acquistiamo un misto da
assaggiare, confermano l’impressione che ci siamo già fatti a proposito dei
dolci giapponesi: belli, ma inconsistenti, poco dolci e poco sazianti.
Mentre li mangiamo veniamo anche assaliti dai numerosi cervi dell’isola, che
finora ci avevamo ignorato, ma riusciamo ad avere la meglio e a salvare il
nostro pranzo.
Ritorniamo a Hiroshima, dove
visitiamo i giardini Shukkeien, bellissimi e molto giapponesi, con il
laghetto pieno di isolette ricoperte da bonsai, caratteristici ponti molto
arcuati e graziosi gazebo per la meditazione zen.

Arriviamo poi al castello,
ricostruito in cemento e circondato da un grande parco. Infine eccoci al
Parco della Pace, il vero centro della città. Ci fermiamo impressionati
davanti al A-bomb dome, lo scheletro rimasto in piedi di una maestosa villa.
Si susseguono poi il Cenotafio, il Monumento per la pace dei Bambini e si
arriva al Museo della pace, dove si paga un ingresso simbolico di 50 yen a
testa.

E’ veramente ben fatto e fa
pensare, con una ampia documentazione storica e una ricca raccolta di
materiali e reperti. Ci sono tutte le indicazioni in diverse lingue, è il
posto più internazionale che visiteremo in tutto il viaggio.
Nella vicina International Exchange Lounge è possibile utilizzare
gratuitamente internet per un periodo limitato.
Nel frattempo ci siamo anche documentati meglio sui ristoranti,
effettivamente ce n’è tanti e di tutti i tipi e ceniamo in un ristorante
tex-mex.
8° giorno
Stamattina ci svegliamo molto presto, il treno che volevamo prenotare era
pieno e abbiamo dovuto ripiegare su quello di un’ora prima. D’altra parte ci
stiamo rendendo conto che in Giappone il sole sorge prestissimo, poco dopo
le 4, ma alle 19 è già buio completo, quindi bisogna anticipare tutte le
cose. Anche i siti tendono ad aprire presto alla mattina e a chiudere presto
alla sera.
La destinazione è Matsuyama, nell’isola di Shishiu, completamente fuori
dagli itinerari turistici. Si poteva raggiungere anche in traghetto da
Hiroshima, ma era molto costoso e il porto è molto lontano dalla
città. Prendiamo quindi il treno veloce per Okayama e da qui un espresso
locale, che attraversa il lungo ponte sul Mare Interno, facendoci ammirare
un bellissimo panorama di isolette verdi e mare blu: finalmente è anche una
bella giornata di sole e cielo azzurro. L’isola è molto verde, tutta
coltivata, soprattutto a riso; vediamo anche alcuni contadini col il tipico
copricapo a cono largo di paglia.
Appena arrivati alla stazione notiamo subito come le scritte in inglese
siano molte di meno che nel resto del paese, anche quella del nostro hotel
è solo in giapponese, tranne che sullo zerbino, per fortuna…
Dall’hotel si ha già la vista sul maestoso castello, per raggiungere il
quale intraprendiamo una ripida camminata nel bosco, circondato dal tipico
fossato e dal recinto fortificato. Lungo il percorso ci fermiamo ai giardini
storici di Ninomaru Shiseki Tei-en.
Il castello è del 1602 ed è ancora autentico, nel senso che le parti
logorate o distrutte nel corso degli anni sono sempre state ricostruite o
restaurate nel rispetto della tradizione. E’ possibile visitarlo
completamente, ad ogni piano ed in ogni sala sono esposti cimeli delle
famiglie di samuraj che si sono avvicendati nelle varie epoche, oltre a
dettagli sulla costruzione del palazzo. La vista,soprattutto dai piani alti,
è grandiosa e arriva fino al mare. Scendiamo con la seggiovia (sarebbe stato
meglio usarla per salire e scendere per la strada) sul lato opposto della
città, verso le terme imperiali del Dogo Onsen e il loro bellissimo parco
adiacente.
Adesso ci aspetta la parte più difficile, trovare l'Ishite-ji. Si tratta del
51° degli 88 templi sull’isola, che costituiscono uno degli itinerari più
tradizionali di pellegrinaggio. Per fortuna non ci sono tante strade che
escono dalla città, seguiamo quella nella direzione corretta, una statua di
divinità ci fa pensare di essere sulla giusta strada.
Dopo un po’ vediamo una indicazione in giapponese, la confrontiamo con
quella della Lonely Planet e constatiamo che siamo arrivati, o quasi. C’è
una stretta stradina laterale, ci avviamo e incontriamo due signori.
Chiediamo del tempio e ci indicano la fine della stradina che stiamo
percorrendo. Due elementi aiutano in questi casi: 1) la pronuncia e i suoni
del giapponese sono quasi uguali all’italiano, quindi ci si fa capire; 2) i
giapponesi gesticolano molto, quindi guardandoli si intuisce un po' di cosa
dicono.
Dopo poche centinaia di metri arriviamo al tempio, composto da molti
edifici; è credibile sia il più grande dell’intero circuito ed è anche molto
frequentato. Vicino c’è un cimitero con una fila di buddha con tovagliolo e
ciotola di riso davanti. Sembra tutto molto autentico, non certo per
turisti.
Ritorniamo sulla strada principale, attraverso un sentiero più grande di
quello percorso all’andata e rientriamo in hotel per la doccia: è stata la
prima bella giornata di sole e abbiamo portato a termine un programma di
visite veramente intenso e impegnativo.
Per cena andiamo in una galleria commerciale vicino all’hotel, dove c’è
anche una sorta di fiera cittadina, la chiamano “Truck market”. Questa è
veramente una cosa strana: utilizzano tantissimo le parole inglesi, spesso
in modo originale o a sproposito, ma non sanno parlare inglese, pur avendo
un grado di scolarizzazione elevato e studiando inglese a scuola molti anni;
sembra sia un problema di metodo di insegnamento, unito alla paura di
sbagliare. Siamo gli unici occidentali in giro e, da come ci guardano, non
devono vederne molti; siamo sicuramente alti rispetto alla media locale,
soprattutto mio marito e io sono bionda con gli occhi azzurri, ma non ci
aspettavamo tanta attenzione. D’altra parte noi siamo sorpresi dall’alto
numero di donne in kimono, anche ragazzine, forse è dovuto anche al fatto
che è sabato sera?
Troviamo un ristorante carino, le fotografie dei piatti sul menu all’esterno
sono invitanti ed entriamo. Si ordina alla cassa a personale giovane che
parla solo giapponese, ma estrae da sotto il banco un menu in inglese. Danno
un numero, che poi chiamano quando il cibo è pronto, ovviamente in
giapponese. Sotto alle sedie c’è una scatola per riporre la borsa o altre
cose. Notiamo anche che il ristorante è pieno di solo donne, principalmente
madri e figlie; oltre a mio marito c’è solo un altro ragazzo.
Riusciamo comunque a recuperare i nostri piatti, qui sono presenti anche le
forchette, usate pure dagli avventori giapponesi.
Quando usciamo dal ristorante, verso le 10, nel “Truck market” stanno già
smontando i banchetti, facciamo giusto in tempo a rivedere quello di
coleotteri giganti, ma è troppo tardi per un gelato.
9° giorno
Usciamo dall’hotel poco dopo le 7, ma il sole è alto e il caldo si fa già
sentire. E’ domenica e in giro non c’è nessuno. Diamo un’ultima occhiata al
castello, bianco splendente sul bel cielo blu, mentre camminiamo verso la
stazione. Prendiamo il treno per Okayama e riattraversiamo il ponte sul Mare
Interno: ancora il bel panorama di isole, isolette e barchette di pescatori.
Arriviamo a Okayama con 3 minuti di ritardo, ovviamente ripetute le scuse
dello speaker in treno, rigorosamente solo in giapponese, visto che era un
treno locale. Ciononostante prendiamo senza problemi la coincidenza per
Skin-Osaka, la stazione dove fermano i treni veloci. Da qui bisogna prendere
un treno locale per Osaka, sempre JR.
Dopo un veloce pranzo, completato da alcuni waffles belgi al tè verde (i
dolci verdi ci attirano sempre di più, almeno per l’aspetto insolito, visto
che comunque non sanno di niente), prendiamo la JR Loop line verso il
castello, la fermata è sul retro del parco. Qui c’è un raduno di gruppi
musicali punk-rock, incuriosisce più noi che i locali. C’è anche un monaco
che canta sulla musica sintetizzata da un laptop e un gruppo travestito sul
genere Famiglia Addams.
Il castello è molto grande e imponente, ma si tratta di una ricostruzione in
cemento.
Visitiamo le zone commerciali di Dotombori e Shinsaibashi, dove ci sono
tutti i negozi delle catene internazionali, oltre ai soliti grandi magazzini
con gli stupendi reparti alimentari al piano interrato. Li giriamo
assaggiando tutto quanto ci viene proposto dagli attivi venditori e
acquistando anche qualche articolo da portarci a casa: bellissimi cristalli
di zucchero, tè verde e un sacchetto di riso in carta plissettata. Al
reparto casalinghi troveremo anche una tipica paletta per il riso.
Aspettiamo il buio per salire
sul Floating Garden Observatory. Per raggiungere l’affascinante piattaforma
stellata, a 173 metri di altezza, bisogna prendere un rapido ascensore, una
lunga scala mobile panoramica con pareti di vetro (la caratteristica
principale del posto, impressionante, soprattutto in discesa) e un altro
piccolo ascensore. La vista è molto ampia e bella, Osaka è una città di mare
con ampio porto, che da qui si vede bene. Ha molte strade, fiumi, ferrovie e
ponti, oltre ad alcuni grattacieli particolari.
Ci incamminiamo verso l’hotel,
cercando un ristorante per la cena. Ci perdiamo un po’ nella zona della
complicatissima stazione, piena di negozi, gallerie, sottopassi e
sopraelevate e si fa un po’ tardi. Ritornati nella giusta direzione troviamo
un ristorante carino, con un nome da birreria bavarese, ma i piatti in
vetrina sono tipicamente giapponesi. Ci dicono che tra mezz’ora prendono
l’ultimo ordine e tra un’ora chiudono, pensano che andiamo via, ma noi
restiamo, che altro potremmo fare? dobbiamo cenare! Ordiniamo velocemente il
piatto di soba che avevamo adocchiato in vetrina, degli involtini per
antipasto e ovviamente della birra Sapporo, che sembra la loro specialità.
Dobbiamo mangiare con i bastoncini, adottiamo un metodo abbastanza
efficiente per mangiare le tagliatelle di grano saraceno (soba, appunto),
arrotolandole nei bastoncini uniti, come fossero una forchetta. I vicini di
tavola ridono, ma noi lo troviamo più consono che risucchiare rumorosamente
con la testa nel piatto come fanno loro. E comunque finiamo comodamente ben
prima dell’orario di chiusura.
10° giorno
Oggi è una giornata di festa in Giappone, quindi sebbene sia lunedì non
incontriamo quasi nessuno mentre andiamo in stazione. Con il treno veloce
alle 8.30 siamo già a Kyoto, il tempo è splendido, sembra sia passata la
perturbazione che ci aveva afflitto i primi giorni e adesso sta arrivando
una ondata di caldo eccezionale.
All’ufficio del turismo acquistiamo due pass giornalieri per i mezzi
pubblici, a 1200 yen l’uno (10 euro). Considerando che utilizzeremo
soprattutto gli autobus (Kyoto ha poche linee di metropolitana), cambiando
spesso linea, è molto conveniente, visto che il biglietto singolo costa 220
yen e vale solo per una corsa, senza cambi di vettura.
Utilizzare gli autobus è più complicato della metro, le fermate sono più
sparse, i percorsi meno definiti, bisogna ricordarsi che si circola a
sinistra e molte indicazioni sono solo in giapponese, spesso dobbiamo
confrontare gli ideogrammi del nome della fermata con quello scritto sulla
nostra cartina.
Riusciamo a visitare il famoso tempio Kiyomizu-Deja e a passeggiare
nell’adiacente zona antica di Kyoto, con le stradine a saliscendi piene di
negozi tradizionali e di souvenir, sale da tè e tanti templi, oltre al
tranquillo Maruyama Park; un’area decisamente particolare e unica nel suo
genere. Con due autobus raggiungiamo l’altrettanto famoso Ginkaku-ji,
apprezzabile per il bel giardino di sabbia e la passeggiata sulla collina
tra altissimi alberi.
A proposito di alberi: ne stiamo notando molti, soprattutto di una
particolare varietà di pini, con dei pali che tirano alcuni rami verso il
basso, in modo da farli sviluppare anche in orizzontale e fare crescere
l’albero con un andamento contorto, anziché verticale verso l’alto. Inoltre
si vedono spesso dei lunghi rami orizzontali sorretti da pali, per evitare
che si spezzino: in Italia verrebbero sicuramente tagliati; anche queste
sono differenze culturali da tenere in considerazione.
Infine decidiamo di visitare un santuario shintoista, anche questo incluso
tra i 17 siti di Kyoto Patrimonio dell’Umanità tutelati dall’Unesco, ma
fuori dagli itinerari turistici classici, il Shimogamo-jinja. Situato alla
confluenza di due fiumi è dedicato alle divinità agricole, che vengono
invocate e ringraziate per propiziare buoni raccolti. E’ tutto immerso nel
verde, del viale di accesso si dice addirittura che non richieda mai l’uso
dell’ombrello, viste le ricche fronde degli alberi. Non devono essere molti
gli stranieri a spingersi qui, visto che alla fermata dell’autobus una
deliziosa vecchietta ci gesticola, parlando fitto fitto in giapponese, come
raggiungere il tempio e una gentilissima signora della biglietteria ci fa da
guida, scusandosi molto per il suo “easy English”. Riusciamo così a visitare
la parte del “Tesoro” in modo approfondito, apprezzando il grande valore
degli oggetti contenuti, tutti utilizzati ancora oggi per le più importanti
cerimonie imperiali e di ringraziamento. Al ritorno le abbiamo inviato una
cartolina per ringraziarla, speriamo giunga a destinazione.
Terminiamo la giornata con una passeggiata per il giardino imperiale, nel
centro della città, decisamente meno interessante di quanto visto in
precedenza.
Rientriamo in hotel a sistemarci per la serata, mentre usciamo vediamo molte
signore con il kimono, sono proprio elegantissime. Raggiungiamo in autobus
la zona commerciale, dove molti negozi sono chiusi, forse per la festività,
ma ci sono tanti ristoranti di ogni tipo. Veniamo attratti dal buffet etnico
offerto dal Royal Hotel, che qui significa piatti filippini, vietnamiti,
cambogiani, cinesi e indonesiani. Il prezzo di 2500 yen (22 euro) a persona
include tutte le bevande, anche vino, shochu (distillato dalla patata dolce
a circa 30°), tè e caffé.
11° giorno
Ancora una bella giornata, soffriremo un po’ il caldo anche oggi. In
programma abbiamo di visitare Nara e Horyu-ji, il tempio più antico del
Giappone, ovviamente incluso tra i patrimoni dell’Unesco. Ci andiamo subito,
appena arrivati alla stazione di Nara prendiamo la linea per Horyu, sono 10’
di treno + una passeggiata di 20 minuti, durante la quale entriamo in un
supermercato pieno di casalinghe intente a fare la spesa. Il reparto frutta
e verdura è molto simile a quello dei negozi italiani, anche i prezzi sono
più abbordabili delle food hall del centro, ma tutto è comunque molto
ordinato e l’aspetto estetico è tenuto in grande considerazione.

Il tempio Horuy-ji è molto
vasto, tutto in pianura, con tre gruppi di edifici circondati da mura e
collegati con lunghe stradine diritte. C’è anche un interessante museo che
custodisce antichi cimeli, soprattutto abiti e oggetti preziosi per le
preghiere e le cerimonie.
Ritorniamo in treno a Nara e visitiamo questo ampio complesso di templi,
tutelato dall’Unesco. Per raggiungerlo si fiancheggia il parco dei cervi,
che circolano comunque pacifici per tutta la zona. Visitiamo: il complesso
di pagode di Kofuku, una di 3 e una di 5 piani, la seconda più alta del
Giappone; il tempio Kasuga, con le sue migliaia di lanterne che vengono
accese solo 2 volte all’anno (in una sala c’è comunque un esempio di come
appaiono in quelle rare occasioni);

il Todai-ji, con l’enorme Budda
all’interno, il Daibutsu. Si tratta dell’edificio di legno più grande del
mondo, fatto tutto ad incastri, veramente notevole. La grande statua del
Budda è imponente, resa ancora più impressionante dalla sua espressione così
tranquilla e rassicurante. Divertenti le scene dei bambini (e non solo) che
cercano di passare attraverso il buco in uno dei pali di sostegno al
tempio, segno di sicura pace eterna: per raggiungerla sembra sia necessario
però riuscirci senza alcun aiuto, da qui la sofferenza dei genitori, che
possono solo fotografare, senza spingere o tirare i loro figli.
Per la cena rientriamo a Kyoto e cerchiamo un ristorante vicino all’hotel.
Passeggiando ne vediamo uno con i tavolini all’aperto, è a base di udon. Ne
prendiamo un’ampia ciotola ciascuno, con manzo e zuppa calda; inoltre
scegliamo alcune verdure fritte da un espositore e birra per annaffiare il
tutto: in totale solo 2100 yen, circa 20 euro. Il tutto è buono, saporito ma
non piccante o speziato e deve essere mangiato con i bastoncini. Gli udon
sono molto più lunghi e spessi dei soba già sperimentati e la cosa si rivela
più impegnativa, ma alla fine riusciamo comunque a finire il tutto senza
utilizzare le mani o succhiare rumorosamente, che non rientra proprio nella
nostra educazione.
12° giorno
Veniamo svegliati da una scossa di terremoto, non sembra molto forte, non
suona alcun allarme e dura poco, quindi non facciamo niente. Appena alzati
accendiamo la TV: vogliamo verificare se si è trattata di una piccola scossa
locale o se abbiamo avvertito leggermente una forte scossa avvenuta in
un’altra zona. Anche dopo esserci preparati e fatto colazione non c’è alcuna
notizia di terremoti, quindi usciamo tranquillamente per l’intenso programma
della giornata. Abbiamo prenotato il treno delle 9.25 per Amanohashidate,
dove c’è il Ponte del Paradiso, ma non possiamo certo oziare fino a quell’ora!
Visitiamo due templi vicino alla stazione, il Koshoji e il Nishi-Hongan-ji,
quest’ultimo tra i 17 siti dell’Unesco di Kyoto. Sono molto grandi e si può
entrare nelle sale di preghiera, ovviamente senza scarpe. C’è una funzione
in corso e il lampadario centrale, una grande lanterna in ottone e carta è
accesa, tutto è molto suggestivo.
Andiamo in stazione per prendere il treno verso il Ponte del Paradiso, noi
abbiamo la prenotazione solo fino al termine della linea JR, qui il treno si
ferma e dobbiamo cambiare carrozza, in quanto quella dove siamo noi viene
staccata. Proseguiamo la corsa, attraverso un paesaggio collinare molto
verde e coltivato, soprattutto a riso e ortaggi. Il bigliettaio ci chiede il
supplemento di 1380 yen a testa per la tratta su linea privata e in breve
siamo ad Amanohashidate. All’ingresso del paese di danno un welcome kit
(ventaglio + bracciale catarifrangente + fazzoletti e mascherina per occhi)
e subito dopo siamo accolti da un comitato composto da vigili urbani,
polizia, persone vestite da pupazzi e un cameraman. Dopo le inevitabili foto
con i pupazzi davanti alla telecamera (che vergogna, speriamo non vengano
trasmesse) iniziamo la passeggiata lungo questa fantastica striscia di
sabbia disseminata da 8000 pini. Il panorama da entrambi i lati è
bellissimo, da una parte la laguna chiusa e tranquilla, dall’altra il mare
aperto ma comunque riparato dall’ampia baia, appena mosso da piccole onde.
E’ uno dei tre panorami più fotografati del Giappone e non si fa fatica a
capire il perché. Di buon passo raggiungiamo l’estremità opposta, dove c’è
una delle due seggiovie per raggiungere la sommità della collina, da cui si
vede la baia e il Ponte del Paradiso dall’alto. Anche se c’è un po’ di
foschia, diamo il nostro contributo al primato scattando molte foto.

Facciamo poi ciò che tutti i
giapponesi fanno in questo posto: lo guardiamo a testa in giù attraverso le
gambe, come disegnato dappertutto, anche sui biscotti. Non so dire se appaia
veramente sospeso come dicono, ma certamente è un punto di vista molto
suggestivo e inusuale.
Ritorniamo al paese camminando
nella caldissima acqua del Mare del Giappone, c’è anche qualcuno nella
spiaggia che prende la tintarella, pratica assolutamente anormale da queste
parti, dove tutti si coprono il più possibile e usano l’ombrello come riparo
dal sole. Ci godiamo questa assoluta tranquillità, dopo tanti giorni nelle
affollate e rumorose città.
Il tempio che si trova nel paese è contraddistinto, oltre dalla lanterna ad
anello con fila per farsi la foto attraverso il foro, dalla preghiere
scritte su piccoli ventagli e attaccate ai pini circostanti. Nei numerosi
negozietti vendono conchiglie e pesci palla imbalsamati a prezzi molto
convenienti, la nostra coscienza ecologica ne è un po’ colpita.
Aumentiamo ancora il nostro stato di tranquillità quando riusciamo a
prelevare nel bancomat dell’ufficio postale di fronte alla stazione, visto
che con la carta di credito riusciamo a pagare veramente poco.
In stazione scopriamo un malinteso avvenuto in fase di prenotazione del
ritorno, per cui abbiamo perso il treno diretto e dobbiamo cambiare a
Nishi-Maizuru, dove dobbiamo arrivare con un treno privato, che ci costa
però solo 620 yen a testa. A Maizuru prenotiamo il treno JR per Kyoto, il
biglietto è solo in giapponese, confrontiamo gli ideogrammi per essere
sicuri sia corretto e cerchiamo un modo per passare la mezz’ora di attesa.
Vediamo un centro commerciale dietro alla stazione, la gente che incontriamo
ci guarda come fossimo extraterrestri, alcune ragazzine ridono e ci
salutano: stiamo decisamente sconvolgendo la tranquilla vita di provincia.
Nel supermercato troviamo finalmente dei biscotti normali, cioè da mangiare
e non da guardare e facciamo un po’ di scorta, tutto ha dei prezzi quasi
europei. Nonostante l’imprevisto, alle 18 siamo di nuovo a Kyoto, riusciamo
a passare in hotel prima di cena. Andiamo in un ristorante notato alla
mattina. Purtroppo non ci fanno mangiare nei tavolini all’aperto, ma
l’interno è carino. Il menu è solo in giapponese e nessuno dei giovani
camerieri parla inglese, per fortuna ci sono le foto. Ci fanno pure delle
domande riguardo a quello che vogliamo, forse ci sono delle opzioni da
scegliere, confermiamo che vogliamo tutto come nelle foto e quello alla fine
ci viene servito. Si tratta comunque di soba, zuppa, riso con curry,
sottaceti e fritti vari, oltre a tè e birra come bevande, per un conto
finale di 2400 yen, decisamente conveniente. Mentre finiamo di mangiare con
i bastoncini - ormai siamo proprio bravi - entra un gruppo di spagnoli: una
espressione disperata appare sul volto dei camerieri, che speravano di aver
concluso le fatiche comunicative con noi due. E’ anche la prima volta che
incontriamo altri occidentali in ristoranti di questo tipo.
13° giorno
Oggi lasceremo Kyoto, ma abbiamo riservato la mattina per le visite dei siti
più vicini all’hotel, dove lasciamo temporaneamente i bagagli. In autobus
raggiungiamo il tempio Ryoann, famoso per il giardino zen di 15 pietre,
oltre ad un bel giardino giapponese con laghetto ricoperto da ninfee e fiori
di loto.

Vediamo anche una “mandarina
duck” che nuota e si immerge ripetutamente. Quindi ci incamminiamo per una
passeggiata lungo la collina, attraversando prima una zona residenziale, con
piccole case in stile giapponese, poi una zona di templi: sono decine,
alcuni sembrano antichi, altri più nuovi, ognuno composto da varie
costruzioni, cortili o giardini. Ovviamente li guardiamo solo dall’esterno,
avevamo già deciso di essere molto selettivi nella visita dei templi, per
evitare la noia e l’insofferenza che ho riscontrato in molti report. Ultima
cosa che visitiamo a Kyoto è il suo castello, il famoso Kejo, il più bello e
grande del Giappone: è ad un solo piano e non ha la torre centrale come
quelli di Himej o Matsuyama. E’ comunque tutto di legno, quindi bisogna
visitarlo senza scarpe e ha le pareti con bellissimi dipinti, che molto
dicono sull’epoca in cui fu costruito, soprattutto della vita politica.
Alcuni manichini nelle sale principali completano il quadro d’insieme. Sono
molto colpita anche dai grandi pannelli di legno intagliato collocati nella
parte alta di molte pareti. Ci sono numerose didascalie presenti, anche in
inglese.
Dopo aver completato la visita
dell’ampio parco attraversiamo la strada, recuperiamo i bagagli in hotel e
prendiamo la navetta per la stazione, poi un treno veloce per Nagoya,
tragitto di 30 minuti. E’ giusto il tempo per consumare il pranzo, che ormai
abbiamo preso l’abitudine di acquistare nei fornitissimi negozi delle
stazioni per mangiarlo in treno, come fanno tanti giapponesi, così abbiamo
più tempo per le altre attività.
Per questo pomeriggio a Nagoya non abbiamo obiettivi particolari,
raggiungiamo l’avveniristica stazione Oasis21 e passeggiamo per parchi e
negozi, quasi senza meta. Ne riceviamo l’impressione di una città molto
ordinata e pulita, senza quei contrasti tra cose nuove/vecchie o
belle/brutte che abbiamo notato altrove.

Ceniamo in un ormai solito
ristorante di udon, che mio marito riesce a farsi servire senza zuppa, con
solo carne e verdura. Io prendo anche quella, che metto in parte nel riso,
come ho visto fare ieri da un giapponese: ormai mi sento a casa in questi
posti.
Dopocena vediamo un grattacielo alto, vicino alla stazione, in cui si può
salire gratuitamente fino al 42° piano, ne approfittiamo: la vista di una
skyline di notte è sempre uno spettacolo affascinante.
14° giorno
Oggi ce la prendiamo un po’ comoda, lasciamo l’albergo più tardi del solito
e, seguendo le istruzioni ricevute andiamo verso la sede della Toyota, nella
vicina provincia di Auchi, dove avevamo prenotato la visita alla fabbrica
per le 11, si richiedeva comunque di arrivare per le 10.30, per poter
visitare prima l’esposizione. Il tempo di viaggio di un’ora si rivela
improbabile, ne impieghiamo quasi due, per fortuna abbiamo mantenuto un
margine di sicurezza e troviamo un taxi alla stazione che per 700 yen ci
porta direttamente alla Toyota Kaikan in soli due minuti. Arriviamo alle
10.55, ci scusiamo tantissimo e fortunatamente ci dicono che non ci sono
problemi, trovano subito la nostra prenotazione, ci danno il pass e abbiamo
pure qualche minuto per visitare il museo.
Siamo suddivisi in più gruppi, di cui uno solo per il tour in inglese; ci
caricano su un pullman per lo stabilimento di Motomachi, un’occasione per
vedere un po’ di Giappone dalla strada, non dal treno. Confermiamo
l’impressione di impostazione americana delle periferie, con ampi piazzali
pieni di negozi, benzinai e ristoranti, con grandi insegne luminose su alti
pali.
Il tour è di quasi due ore, preceduto da una ampia introduzione su marchio,
storia, vision, mission e diffusione nel mondo, utilizzando anche filmati.
Viene fatta vedere in varie fasi la linea di montaggio principale, con vista
anche sul reparto approvvigionamento, dove è nato il concetto di “just in
time”. La parte più divertente è la carrozzeria, dove sono al lavoro solo
robot per le saldature e la limatura. Sulla stessa linea vengono prodotti
molti modelli con diverse carrozzerie, l’idea è che tutto sia molto bene
organizzato e preparato, vista la facilità con cui il personale sembra
lavorare: anche la “qualità totale” è nata qui, come sottolinea spesso la
guida (è la famosa Qualità “inserita nel processo produttivo” non nei
controlli finali, sembra di tornare all'Università...). Nel complesso ci
aspettavamo comunque qualcosa di più tecnologico ed automatizzato, la
presenza di operai e il lavoro manuale sono invece molto elevati. Il ritorno
verso Nagoya ci sembra più veloce, ma impieghiamo comunque due ore.
Recuperiamo i bagagli dall’hotel e prendiamo il treno per Tokyo, stavolta
abbiamo prenotato un hotel a Tokyo Bay, la vista notturna dalla camera è
veramente molto bella, ci sono anche le barche per le crociere turistiche
tutte illuminate. Per cena raggiungiamo la zona di Ginza, che non avevamo
ancora visto. Tutto è molto elegante, i negozi, le persone a passeggio, i
bar e i ristoranti, particolarmente affollati. Ci mettiamo in lista in uno
che ha dei tavolini all’aperto, nell’attesa visitiamo un negozio di
elettronica enorme, giusto dalla parte opposta: ci sono le macchine
fotografiche più economiche libere, senza alcuna sicurezza, nonostante il
negozio sia affollatissimo. E’ vero che ci sono tanti addetti che si
aggirano tra gli espositori, ma non possiamo non restare meravigliati.
Probabilmente abbiamo anche trovato una soluzione per una batteria da
macchina fotografica non più in commercio in Italia.
Il ristorante è ovviamente più costoso e mediocre di altri, ma vista la
posizione ce lo aspettavamo, d’altra parte eravamo troppo stanchi per
cercare altrove.
15° giorno
Ci svegliamo presto sperando in una bella giornata. E’ così, quindi facciamo
il nostro secondo tentativo di avvistare il Monte Fuji, cosa che sappiamo
essere praticamente impossibile in estate. Prendiamo il treno veloce e alle
8 siamo già a Odawara, dove acquistiamo l’Hakone Pass, che consente di
utilizzare tutti i mezzi della zona per 3900 yen a persona (costa circa 35
euro e vale 2 gg, ma è conveniente anche per uno solo). Prendiamo un primo
treno per Hakone Yumoto, quindi un trenino a cremagliera per Gora, da dove
parte la funivia, suddivisa in tre tronchi. Al termine del primo tratto
scendiamo per una passeggiata lungo un antico cratere, brullo e pieno di
solfatare con sorgenti di acqua termale bollente, in cui vengono cotte anche
delle uova con il guscio nero. Il contrasto con il resto della vallata,
verdissima e coperta di boschi è stridente. Questa è anche l’altezza massima
che raggiunge la funivia, circa 1000 metri, che sembra comunque
impressionante per i giapponesi. Il secondo tratto è quello da cui si
potrebbe avvistare il Fuji-san, ma si vede solo una densa coltre di nubi. Il
terzo tratto arriva in riva al lago Ashi, che si attraversa con una crociere
su una barca da pirata, inclusa nell’ Hakone Pass. Dal lago si vedono molte
cose interessanti, ma del Fuji-san nessuna traccia. Scendiamo a Moto-Hakone,
da dove facciamo alcune escursioni a piedi lungo il lago, per vedere un
tempio (c’è anche un matrimonio, molte signore sono in kimono), un antico
forte e un viale di cipressi giganti.

Ritorniamo quindi a Odawara con
l’autobus diretto, attraverso un passo montano, e da qui prendiamo il treno
veloce per Tokyo. Abbiamo anche il tempo per una veloce capatina a Shibuya a
completare gli acquisti.
Ritorniamo in hotel per ritirare i bagagli e andiamo alla Tokyo Station per
salire sul Narita Express prenotato. Visto che oggi è l’ultimo giorno di
validità del JR Pass e domani mattina abbiamo il volo per l’Italia, abbiamo
pensato di passare l’ultima notte in un hotel vicino all’aeroporto, così
risparmiamo il costo del transfer e domattina possiamo dormire
tranquillamente un po’ di più, finalmente! Dall’aeroporto prendiamo la
navetta per l’hotel, dove arriviamo poco prima che chiuda il buffet del
ristorante. Vista la giornata intensissima, durante la quale non abbiamo
nemmeno avuto tempo di pensare al cibo, vogliamo assolutamente gratificarci
con una cena di buon livello. Il tema del buffet è Crab&Steak, cioè granchio
e carne di manzo alla griglia, ma ci sono anche molte altre buone cose, tra
cui frutta fresca, una vera rarità da queste parti. Le bevande analcoliche,
il tè e il caffé sono inclusi nel costo totale di 3600 yen a testa, un
rapporto qualità/ prezzo di buon livello, vista la scelta quasi obbligata.
16° giorno
Ci svegliamo e ci prepariamo con calma, dobbiamo anche organizzare il
bagaglio a mano per il volo e stipare nelle piccole valigie gli ultimi
acquisti di ieri. Quando siamo pronti prendiamo la navetta gratuita
dell’hotel per l’aeroporto, che è pieno di negozi e ristoranti di ogni tipo,
quindi non abbiamo problemi a trascorrere il tempo tra il check-in e
l’imbarco.
Sull’aereo ci troviamo anche nella piacevole situazione di avere a
disposizione 3 sedili tutti per noi, quindi riusciamo a sistemarci
abbastanza comodamente e a dormire un po’, nonostante tutto il volo sia di
giorno, visto che si arriva a Roma alle 19.
Durante il ritorno facciamo il
resoconto degli aspetti positivi e negativi del viaggio:
- siamo riusciti a vedere tutto quanto incluso nell’ambizioso programma
stilato prima della partenza;
- siamo molto stanchi per il clima spiacevole (piovoso prima e molto caldo
dopo) accentuato dagli eccessi dell’aria condizionata, il portare i bagagli
nei trasferimenti, il tanto tempo passato su treni, autobus, metro e per il
lungo viaggio in aereo;
- non è stata una vacanza gourmet, ma siamo sempre riusciti a mangiare in
modo vario, assaggiando molti cibi tipici e a costi contenuti, in locali
frequentati solo o quasi da giapponesi;
- nonostante abbiamo selezionato con cura i templi da visitare, cercando di
visitarne pochi e con caratteristiche diverse, ripensandoci facciamo fatica
a distinguerli l’uno dall’altro;
- le città sono poco attraenti, la stessa Tokyo manca di un elemento
caratterizzante, è più un insieme di enormi quartieri;
- i giapponesi sono molto gentili, ma è difficile entrare in contatto con
loro, sembra che abbiano problemi anche a relazionarsi tra loro; sui treni e
in metropolitana non parlano tra loro, dormono in qualsiasi posizione e si
svegliano solo appena prima di scendere. Nel complesso sembrano abbastanza
tristi;
- i giapponesi sono anche molto insicuri, ma questo torna a vantaggio dei
turisti, visto che ci sono molte indicazioni dappertutto e quando si
ottengono informazioni da chi parla inglese (come negli uffici del turismo)
sono sempre molto precise e dettagliate; se però si fa una domanda
“anomala”, non prevista, si ottengono solo risposte vaghe;

- tutto è organizzato molto bene
e in modo prevedibile, una volta capiti i loro sistemi e meccanismi;
- si percepisce un il livello di sicurezza molto elevato, le signore hanno i
portafogli in vista nelle borsette aperte, che lasciano sulla sedia del
ristorante mentre vanno in bagno;
- il livello di pulizia e di educazione è molto alto, si apprezza molto nei
bagni pubblici, presenti ovunque, negli hotel e ristoranti di ogni livello.
In definitiva siamo molto
soddisfatti dell'esperienza fatta, in linea con le aspettative della
vigilia, che consigliamo a tutti quelli curiosi di vedere cose nuove.