venerdì 7 agosto 2009
Si parte, ma non si parte... e intanto che aspettiamo pazientemente
all'aeroporto di Amsterdam di salire sul nostro aereo per l'Ecuador, sento uno
che dice che un ecuadoriano gli diceva che dopo la pace col Perù del 1998, hanno
aperto le porte alla emigrazione, e che questo ha dato molto fiato alle famiglie
povere grazie alle rimesse che hanno consentito a molti di farsi la casa, o
comunque di stare meglio. Ma dopo cinque anni avevano chiuso di nuovo, e chi già
era fuori buon per lui... ma chi era dentro non riceveva più il visto
d'uscita... Adesso l'emigrazione è ripresa e una grande percentuale di donne (ma
anche di uomini) tra i 25 e i 35 anni è a lavorare all'estero, perciò ci sono
così tante postazioni di cabine telefoniche internazionali...
E così si delinea la nostra meta come una realtà all'arrovescio della nostra
realtà: noi facciamo difficoltà a lasciar entrare, loro a lasciar uscire...
Insomma intanto l'aereo non parte, ha un guasto ci dicono, e dopo tre ore dicono
che debbono andare a prendere un altro aereo... Sali, scendi, risali.... E'
anche così che si marca una sorta di rito di passaggio... o di rito
propiziatorio. Il viaggio dunque inizia con questa sua dimensione faticosa,
bisogna conquistarsi l'obiettivo.
Cade miseramente la leggenda degli olandesi precisi e efficienti (potevano
controllare 'sto aereo un po' prima, o no?), e sono gli ecuadoriani a
lamentarsene di più. Molte/i di loro lavorano in Europa, e per i loro famigliari
che li attendono un ritardo di questo volo di tre o quattro ore, è un grande
disagio.
Mi aspettavo di incontrare tra gli ecuadoriani soprattutto montanari andini, e
invece no, sono quasi tutti dei meticci bianchicci, o negretti... sono della
pianura, della costa...
Gli aeroporti si sa, sono un piccolo concentrato del mondo, ci passano e ci
convivono brevemente genti in transito di ogni nazione e lingua. Ma in questi
luoghi anonimi il melting pot è una realtà quotidiana, garantita dalla brevità
del passaggio, e quindi dalla condizione del tutto egocentrata e di indifferenza
totale verso il vicino con cui non si ha nulla a che spartire, se non dettagli
contingenti.
Ma la grande diversità passa per il tipo di viaggio in cui ognuno si sente
calato. C'è chi viaggia per affari, per lavoro, per motivi famigliari, per puro
divertimento, per andare a rilassarsi, per fare shopping conveniente, o perchè
partecipa ad un viaggio di gruppo organizzato da una agenzia, oppure per dare
una rapida occhiata di un week-end, o per motivi sportivi o agonistici, per
ragioni sentimentali, per eventi tristi, o addirittura luttuosi, o di
persecuzioni, per spirito di avventura o di conoscenza, o per studio, ...ecc.
E quindi gente che compie magari lo stesso viaggio, nello stesso posto, sta in
effetti facendo un viaggio molto differente. E poi intervengono componenti
psicologiche, caratteriali, legate alla compagnia, nota o casuale, oppure alla
condizione di solitudine, e dunque le stesse cose eventi, incontri, esperienze,
ecc. assumono un diverso significato, durata, sensazione...
L'aereo ad Amsterdam non riescono a ripararlo (?) e dopo più di 3 ore partiamo
con un nuovo aereo, scocciati ma anche con un rassicurante senso di sicurezza.
Atterrati per un breve scalo all'isoletta di Bonaire nei Caraibi (fa parte delle
Antille olandesi), prima di ripartire si trova che c'è un problema grave anche
in quell'aereo ....! Dopo un'ora e mezza ripartiamo. Arrivati in Ecuador, a
Guayaquil si trova un difetto, una perdita di carburante, anche questa volta
dobbiamo cambiare aereo solo per questo ultimo tratto per Quito...!
Certo è che mentre eravamo in attesa là a Guayaquil, un pensierino alla vicenda
della emigrazione (poi mancata) dei miei genitori proprio in quella città,
subito dopo la seconda guerra mondiale, non potevo non farlo...(ma a quei tempi
l'Ecuador era un Paese molto diverso dall'attuale, era una cosiddetta "banana
republic", ed era socialmente e economicamente molto arretrato. Inoltre allora
vigeva il razzismo, mentre oggi si definisce una società multiculturale: è
cambiato il mondo anche da queste parti...!). Chissà, sarei stato un altro io
stesso (e forse sarebbero degli altri anche i miei figli...).
Distrutti fisicamente e moralmente, giungeremo infine a Quito...... Strastanchi,
per essere stati bloccati su quel sedile tanto tempo (15 le ore di volo
effettivo), ma anche per aver dovuto arrivare in aeroporto due ore in anticipo
per il check-in (nonostante lo avessimo già fatto via internet), e per le attese
snervanti di ore negli aeroporti per cambio e per scalo, e inoltre ora anche per
il cambiamento di clima, di altitudine, e di fuso orario, cerchiamo lo sportello
per il biglietto del taxi, e si scopre che non si può andare con l'auto sino
all'hotel perché quella calle è pedonale ! (e -poi scopriremo- anche perché in
questi giorni il centro storico è chiuso a causa di una festività importante)...
Per lo meno non abbiamo da perdere tempo a cambiare i soldi, perchè qui dal
novembre 2000 con il fallimento della moneta nazionale, il sucre, c'è stata la
"dollarizzazione" del paese, quindi vigono i biglietti dei dollari usa, mentre
solo per le monete hanno corso anche quelle nazionali.
sabato 8 agosto
Ora eccoci finalmente e comunque a Quito! già sull'aereo nell'ultimo tratto le
facce di quelli che sono saliti erano più montanare di quelle di chi era sceso a
Guayaquil. Comunque ora qui a Quito, anche se si dice che la popolazione sia
molto mista, in realtà mi pare prevalga un tipo fisico andino. Leggo che nella
zona della sierra gli indios sono il 55%, i meticci il 33% e i creoli e bianchi
il 10%. La piazza centrale della città è a 2850 metri sul livello del mare, ed è
situata alle falde del vulcano Pichincha (4794 m., "il signore del fuoco") che
da il nome alla provincia. L'impegno del nostro viaggio è quello di visitare
esclusivamente la fascia andina (ma restare sotto i 3600 a causa di miei
problemi cardiaci). Poiché in effetti l'Ecuador è costituito da 4 mondi
differenti, la pianura e la costa, la cordigliera della sierra e i suoi
altipiani, la parte est che è un pezzo di Amazzonia, e l'arcipelago delle
Galàpagos. Quattro mondi distinti, non vogliamo fare confusione, ci basta
conoscerne uno.
Prendiamo un minibus-taxi dall'aeroporto. Tutta la famiglia è presente, è come
una azienda a conduzione famigliare, ci sono il taxista, la moglie, la bimba, e
il bimbetto piccolino. Faccio un po' di conversazione col piccolino di 3 anni
che mi dice che è il papà che sa "manejar" (=guidare nello spagnolo
ecuadoriano).
La città è proprio lunga, lunga, e stretta, e si vedono i suoi limiti ai lati.
Mi pare più tranquilla e modesta di certe altre città scassate, sporche e
approssimative che abbiamo viste in altri paesi poveri.
L'hotel San Francisco (che non sta in plaza San Francisco come avevamo
immaginato), è al primo e secondo piano di un bell'edificio coloniale del
Seicento, con un patio fiorito (sarebbe stato il primo albergo dell'Ecuador, già
nell'anno 1700), e l'accoglienza è gradevole.
Nella saletta con le poltrone e il computer collegato a internet, guardo la mia
posta e trovo una mail di benvenuto di una persona che avevo contattato prima di
partire, Miguel Pumaquero!... che si offre di portarci in giro nei dintorni
suoi, e che verrà a trovarci qui a Quito dopodomani, ma che carino!
Su un tavolino vedo il libro di Galeano, "Las venas abiertas de América Latina",
che è l'ultimo libro che ho avuto in mano prima di partire e che poi non ho
preso per risparmiare spazio e peso. E' come un saluto di collegamento...
Siccome stiamo in una habitaciòn senza finestre, usciamo subito a fare quattro
passi. Dicono che il centro storico di Quito sia l'area coloniale meglio
conservata e più grande delle Americhe (e perciò dichiarata patrimonio culturale
dell'umanità dall'Unesco) e in effetti lo si può ben vedere già da un primo
giretto: Plaza grande, con il palazzo presidenziale, e l'arcivescovado, la
cattedrale ecc.; poi più in là vedremo la iglesia de la Merced in stile moresco
secentesco; e poi la plaza San Francisco con la imponente chiesa con il suo
grande atrio, e il complesso conventuale, tra i primi edifici coloniali del
Cinquecento ... Proprio là sotto ci fermiamo a riposare al bar all'aperto
"Tianguez", per prendere il primo mate de coca. E siamo soddisfatti di aver
avuto una prima visione di bei palazzi, belle architetture di questo quartiere
storico ben conservato. Dicono che all'inizio della colonia gli spagnoli si
servirono di validi costruttori indios, e che sorse una originale scuola quiteña
di pittori, scultori, e artigiani di valore, in gran parte di provenienza locale
indigena, addestrati alla conoscenza degli stili europei da frate Ricke, cugino
primo dell'imperatore Carlo V, ai quali si debbono opere d'arte di grande
bellezza (al proposito c'è anche un raccontino popolare su Pampite, un indio
artista del legno).
Ma quel che in questa prima uscita mi aveva più colpito, è stato il fatto che
subito, appena in piazza grande, ci eravamo imbattuti in un ciclista colombiano
solitario, anche lui sessantenne, ex professore di "storia universale", che si
fa tutta l'America del Sud in bicicletta... Ci fermiamo a parlare un po'.
Conosce l'Europa, e anche l'Italia dove ha girato sempre in bici. E' andato in
pensione, la famiglia è ben sistemata, i figli oramai grandi, e lui si è sentito
libero di andarsene in giro per mesi. Non so, mi è sembrato questo primissimo
incontro, come un segno di un altro io di un'altra possibile vita, che mi dava
il benvenuto...
Poi fa irruzione la fame che, giunti all'ora di pranzo (ma ci sono sette ore di
ritardo...), ci porta nel cortile del palazzo laterale della piazza centrale, in
una gradevole trattoria, la "cafeteria del fraile", cioè il caffé del frate, che
dà sulla balconata interna, dove mangiamo benissimo: prendiamo, in tre, un locro
con queso y aguacate (cioé una minestra di patate e mais con formaggio e
avogado), caldo de verduras con pollo (cioé un brodino di verdure e di pollo),
trucha con crema de almendras (=trota con una crema alle mandorle), pollo a la
naranja (pollo all'arancia), e camarones a la plancha (gamberoni alla griglia).
L'assaggio della gastronomia locale è sempre un buon ingresso, una buona
introduzione in una cultura, in un altrove, gustando le abitudini culinarie si
comprende tangibilmente come è vivere in un contesto altro, assaggiare ti da la
misura della creatività di un paese e puoi decidere se ti piace il loro modo di
elaborare il nutrimento, la degustazione del buono ha una funzione essenziale in
una introduzione, forse altrettanto di quanto non la svolga il bello mostrandosi
sotto inedite sembianze architettoniche, paesaggistiche, umane...
Intanto giù nel patio arriva un gruppo musicale goliardico di studenti
universitari, che suona con chitarre, e canta, pezzi classici spagnoli del
seicento riadattati. Bravi e simpatici. Dopo l'occhio e il palato, anche questa
è per noi una introduzione alla componente hispanica di questa ex colonia,
attraverso la gradevolezza per l'orecchio e l'appetibilità dei suoni e delle
armonie caratteristiche.
Ma l'incontro più commovente era stato in piazza San Francisco, con una giovane
india venuta nella capitale per questa festa, sin dai dintorni del Cotopaxi, di
nome Aida, di vent'anni, piccolina, bassettina, magrolina, che ci voleva vendere
delle sciarpettine (belline, a poco prezzo, Ghila ne compra una). Parliamo un
po', lei è del villaggio di Quilotoa (a 3800 m.), mentre altre sono di Tigua e
sono qui per vendere i loro quadretti naif. Le ho poi chiesto se potevo farle
una foto per ricordo, lei dice gentilmente di sì con la sua vocina sottile, e
con il suo sorriso dolce, e un corpulento poliziotto poco distante è subito
intervenuto per dirle in modo brusco che non può chiedere soldi per farsi
fotografare! Lei poi era rimasta come intristita, perché ci dice che quello
proprio la perseguita. E ben a proposito è qui sotto l'egida della imponente
chiesa-monastero dei francescani, e del santo dei poveri. La sua aria dimessa
-nonostante il bel costume tradizionale e la collana la rendessero quasi
elegante-, e la vocina e i modi aggraziati di questa povera contadinella tanto
lontana da casa, mi hanno commosso.
Ma penso al contrasto tra la chiesetta della "porziuncola" ad Assisi, e la
massiccia imponenza di questo tempio-fortezza che domina alta sulla grande
piazza sottostante, che è una emblematica testimonianza dell'impegno speciale
che i francescani avevano offerto di svolgere per civilizzare gli indigeni, la
colonia fece leva su di loro per conquistare le anime dei "selvaggi" ignari
della vera religione e hispanizzarli. Leggo dunque quella che qui è una famosa
leggenda che narra della edificazione di questa chiesa nei primi tempi della
Quito spagnola: la storia di Cantuña, al quale all'inizio del seicento venne
edificata e dedicata una cappella adiacente al monastero.
Dunque si tratta degli ultimi anni dell'impero inca e dei primi anni della
colonia dopo la conquista. Come è noto l'ultimo Inka fu il nativo Atahualpa (o
Atawallpa). Il suo valoroso generale in capo era Rumiñahui, il quale tentò di
liberare il suo Signore che era stato catturato con un tranello dagli invasori,
ma non riuscì, e dopo il suo assassinio organizzò la resistenza di questa parte
dell'impero, ma fu sconfitto, e allora si precipitò a tentare la difesa della
valle sacra del Cusco al sud. Runiñahui (così chiamato dal nome di una montagna
rocciosa) nascose da qualche parte il tesoro reale, e ne affidò il segreto al
suo fedele aiutante Walpa. Dopo l'incendio della città di Qitu (appiccato dalle
truppe incas prima di ritirarsi), e la vittoria definitiva dei conquistatori
spagnoli, iniziò subito la costruzione della città coloniale, tra cui quella del
monastero e della chiesa francescana fu una delle prime, essendo cominciata già
nel 1535. Il figlio di Walpa, rimasto orfano ed anche menomato durante
l'incendio, fu trovato e protetto dal capitano Hernàn Juàrez, che lo istruì, lo
fece convertire, e che infine essendo senza figli, lo adottò. Cantuña,
battezzato come Francisco, per riconoscenza gli avrebbe confidato l'informazione
sul luogo del tesoro, ma poco dopo il capitano spagnolo morì raccomandando il
figlio ai francescani e dicendo loro che lo lasciava erede di tutte le ricchezze
che aveva conquistato durante la guerra. La confraternita dunque chiese
all'indio di contribuire al finanziamento della costruzione del nuovo complesso
religioso (pensando forse anche che costui poteva più facilmente far lavorare
manodopera locale). E Cantuña si impegnò solennemente a trovare il denaro
necessario per l'edificazione del grande atrio che era progettato all'ingresso
della chiesa. Forse voleva acquistare così riconoscenza, o almeno benevolenza da
parte dei nuovi dominatori per un indio, a vantaggio generale della sua gente.
Ecco dunque una storia che allude al primo concepimento della futura realtà del
moderno Ecuador prima coloniale, poi creolo, e ora multiculturale. Questa è una
delle leggende più note e più raccontate, in varie versioni, dagli abitanti
della città sotto il nome di "Tradizione di San Francisco", così come è
riportata dallo studioso del folklore quiteño Luìs Anìbal Sanchez.
L'indio Cantuña, spinto forse da un'ansia di grandezza per restare ricordato
nella storia tra i fondatori della chiesa di San Francisco, commise la singolare
follia di firmare un solenne impegno per costruire il grandioso atrio. Raccolse
non si sa come molti fondi, e si avviò l'impresa di fabbricazione. Ma quando già
stava per scadere il tempo entro cui si era impegnato a garantire la consegna,
l'opera era a metà. Preso dal panico, divorato dall'ansia, e oramai
febbricitante Cantuña con l'orgoglio ferito, non sapeva come trarsi
dall'impiccio in cui si era cacciato. Presto sarebbe stato gettato in prigione,
e oltretutto sommerso dal sarcasmo degli spagnoli, e dal disprezzo della sua
stessa gente. Mancavano oramai solo diciotto ore, e già alcuni gli chiedevano
"ma dove li hai presi tutti quei soldi? dove pensavi di trovare l'oro necessario
per questa impresa? Ma tu sei un pazzo e un imbroglione". Alla penombra del
tramonto, disperato si inginocchiò e pregò "Jesùs muy poderoso" il potente Gesù
di fare un miracolo. Convinto di essere stato ascoltato, si recò di fretta verso
il cantiere, e gli parve di intravedere dei divini costruttori all'opera, vide
molta luce e poi da lì ne uscì solo un fumo che dissipatosi mostrò che il
cantiere era deserto. In un sussulto di rabbia diede un grido blasfemo, ed
apparve un personaggio avvolto in un mantello rosso, che sorrideva in modo
enigmatico. Costui gli si avvicinò dicendogli: "Cantuña conosco il tuo dolore,
so che domani sarai disgraziato e verrai maledetto da tutti, io posso far in
modo che al primo albeggiare l'opera sia conclusa. Tu mi firmerai questo
contratto, sono Lucifero, il demone della stella del mattino, e voglio la tua
anima in cambio. Accetti?" L'indio non vacillò e subito disse: "sì accetto, però
se al primo raggio dell'alba, prima che si estingua il suono dell'ultima campana
dell'Ave Maria, ancora mancherà da collocare qualcosa, fosse pure una sola
pietra, questo contratto sarà nullo!". "Sia fatto. Firma", e scomparve.
Se ne tornò confuso alla sua abitazione il nostro Cantuña, e si sentì tormentato
dai dubbi per tutta la notte. Poco prima dell'alba, rendendosi conto della
follia commessa, pregò il cielo di perdonarlo per la colpa commessa, e chiese
un rimedio per la sua povera anima. Ma dato che intanto l'alba si approssimava,
corse verso la chiesa per vedere se era cambiato qualcosa. E gli sembrò di
vedere, mentre arrivava alla piazza, un gran forsennato via vai di operai, e
l'atrio ben in piedi con anche il suo tetto. Dunque la sua anima era perduta! Si
inginocchiò per fare penitenza e pronunciò una orazione fervente di fede.
Intanto Lucifero rideva di lui. Il sole già stava per alzarsi dietro l'
Itchimbia (una collina attorno a Quito), e l'atrio che Cantuña ora osservava da
vicino era quasi terminato. Lucifero rise ancora.
Suonarono le quattro campane, araldi dell'aurora. "Vittoria" ruggì Lucifero.
"Vittoria!" esclamò Cantuña, "manca una pietra, un blocco, ne manca uno!". E
all'istante del primo raggio solare dell'alba il diavolo con i suoi sprofondò
negli inferi.
L'anima del povero indio era libera, e come per una evocazione prodigiosa il
grandioso atrio si levava solenne dinnanzi agli sguardi dei fedeli quiteños che
convergevano per la funzione mattutina.
Ce ne sono in realtà varie versioni di questa leggenda, anche abbastanza diverse
tra loro, come sempre accade per testi di tradizione orale (e alcune si possono
trovare in breve anche nelle guide turistiche; rinvierei però per vedere una
versione diversa da questa ma valida in italiano, alla raccolta di "Leggende
della Sierra, della Costa e delle foreste dell'Ecuador", a cura di L.Bersezio e
M.A. Pérez, Paroladifiaba-Aries editore, Padova, 2000).
Certo pur imperniandosi attorno ad un protagonista indio, non è una storia di
carattere indio questa, ma di lontana matrice germanica e soprattutto di forte
carattere hispanico, anche se un poco adattata. Siamo a metà del Cinquecento, e
forse sotto l'impero di Carlo V qualche artigiano e qualche religioso germanico
era giunto nel nuovo mondo e aveva divulgato dei racconti sulle vicende di
G.J.Faust (morto nel 1540), e d'altronde già vi erano leggende germaniche
medievali abbastanza simili (si vede nella raccolta a cura di Hermann Hesse
quella sul ponte), con la stipula di patti con cui il diavolo tentava di
ingannare astuti fedeli che poi riuscivano ad ingannarlo. O forse questi
racconti erano giunti dopo, quando all'inizio del Seicento i francescani
decisero di dedicare a Cantuña una cappella, e ormai già circolavano un paio di
storie a stampa della favolosa leggenda faustiana. E' chiaramente presente anche
un più antico tratto ermetico e mercuriale, che si fonde con il carattere un
po' picaresco di questo Lucifero. D'altra parte c'è l'importanza -tipica della
cultura andina- data al primo raggio di sole, uno strano intreccio di
complementarietà tra santità e follia, e una nascosta quasi complicità tra
intervento celeste e tellurico, nonché il tema sociale della integrazione
dolorosa e faticosa dei nativi. L'allusione al favoloso tesoro di Atahualpa,
come a oro del diavolo (la spiritualità prehispanica veniva demonizzata).
Insomma questa leggenda segna per certi versi l'inizio della cultura creola e
meticcia nel continente hispanoamericano, che poi marcherà questi territori per
secoli.
E' stato un buon inizio venire subito nella affascinante piazza San Francisco a
sorseggiare un bel mate de coca caldo.
Ci addormentiamo alle sei / sei e mezza del pomeriggio!, perché qui a quest'ora
tramonta il sole e comincia a venir buio (e freschino). La nostra habitaciòn
come dicevo non ha finestre. Si tratta di una habitaciòn cui ci sono due
ambienti comunicanti, con due letti matrimoniali, e un bagno, ma nei muri non ci
sono aperture. Forse sarà per questo che di notte non sentiamo il freddo
nonostante l'assenza di riscaldamento, infatti grazie all' effetto-stalla ci
riscaldiamo con il calore emanato dai nostri stessi corpi e dai nostri fiati...
(oltre al fatto che sui letti ci sono due coperte di buona lana e il
copriletto). La habitaciòn, come le altre, dà sulla balconata interna verso il
bel patio fiorito, e l'unica fonte per il ricambio d'aria dunque è la porta in
legno traforato. Basta tenere aperti gli scuri interni della porta, e un poco di
aria entra, anche se così chiunque passa potrebbe guardar dentro... Comunque
dormiamo come sassi.
domenica 9
Ci alziamo che è mattino prestissimo, comincia appena ad albeggiare.
Già stanotte si sono sentiti mortaretti, fuochi d'artificio, canti, e dal
pomeriggio di ieri si notava un continuo confluire di una fiumana di gente verso
la piazza centrale. E' per via della festa per il bicentenario del primo "grido"
di indipendenza, festa che si terrà oggi nella capitale (anche se la ricorrenza
formalmente sarebbe domani...).
Un operaio che stava facendo lavori di recinzione della piazza ci dice che ogni
evento in effetti inizierà alle 5 pm, per cui ci consiglia di andare a visitare
la località chiamata Mitad del Mundo (nome dovuto al fatto che di lì passa
l'equatore), in quanto là ci sarà musica con spettacoli e balli, già dalle 12 e
30.
Allora con un taxi ci facciamo portare là. E' suggestivo trovarsi proprio sulla
latitudine zero. C'è un gran monumento (un po' pesante), costruito nel '79, alto
trenta metri, con su un globo da 5 tonnellate, e con un terrazzino da cui si
vede bene il retrostante vulcano Pululahua. Il monumento che c'era prima, uguale
ma più ridotto, e che era stato costruito per il bicentenario della "missione
geodesica" francese del 1736 è stato spostato in un altro villaggio. E'
abbastanza massiccio e grande, tanto che dentro ci sta un museino di carattere
etnografico sulle popolazioni indigene dell'Ecuador che vivono a cavallo
dell'equatore. C'è poi a lato del viale con le statue degli scienziati, un
museino di geodesia, un planetario, e anche vari negozietti e ristorantini. Ma
soprattutto oggi, giornata di cielo limpido e sgombro, c'è un SOLE spaccapietre.
Nella piazzetta centrale si svolgono effettivamente spettacoli di musiche e
anche danze, ma non sono un granché, anzi sono proprio l'esempio di come si
potrebbe ridurre tutto il patrimonio folklorico a una farsa a fini di
intrattenimento per turisti (sudamericani o di altri paesi).
Dunque quando La Condamine venne qui nel settecento per fissare il punto esatto
di passaggio dell'equatore, e calcolarne la lunghezza (per poi stabilire il
metro, cioè la misura universale) restò sorpreso per il fatto che la
circonferenza risultava essere maggiore di quanto si aspettasse (essendo il
diametro all'equatore di circa 12756 km). E così si è scoperto che la terra non
è una sfera, ma è schiacciata ai poli e un po' più larga al centro. Sicché
avevano ragione gli antichi a dire che la cima del Chimborazo (il monte più alto
dell'Ecuador) era il punto più vicino al dio Sole (Inti), o come dissero gli
scienziati francesi con altra prospettiva, il punto più distante dal centro
della terra (nonostante sia meno alto dei monti dell'Himalaya rispetto al
livello del mare). Per varie cause non riusciamo ad andare a visitare il museo
del tempio del sole, che è vicino alle rovine archeologiche di Rumicucho, lungo
la strada incaica dell'Intyñan, dove gli antichi Qitus ritenevano, a ragione
(!), che passasse l'equatore (o meglio: dove i raggi del sole giungono
perpendicolari), cioè poche centinaia di metri più in là rispetto alla linea
tracciata dagli scienziati del gruppo di La Condamine, sul colle Catequilla al
bordo del cratere spento del vulcano Pululawa. Nel tempio c'è una apertura sulla
volta del soffitto che permette di rendersi conto del l'inclinazione stagionale
dell'asse terrestre rispetto al sole, e che illumina via via dei pannelli con i
simboli del calendario astronomico (gli scienziati antichi avrebbero così
rilevato anche l'oscillazione periodica dell'asse), e dal mirador, dal terrazzo
panoramico, si ammira uno dei più grandi crateri abitati che ci sia al mondo,
che oggi è anche una Riserva Geobotanica.
Peccato. Oltretutto al ritorno saliamo in un bus che invece non va fino al
centro storco di Quito. Per cui scendiamo alla terminale delle corriere, una
grande stazione di bus, e da lì prendiamo un taxi per ritornare al nostro
albergo. Il taxista era un indio col volto ocra brunato per il sole e gli chiedo
da quali montagne provenisse, ma lui invece è quiteño d.o.c. da generazioni (dal
suo viso allora potrebbe anche essere forse un discendente degli antichi indios
Qitus ?), e mi fa varie domande sull'Italia e sulla lingua italiana, è un tipo
pieno di curiosità e intelligente. Si lamenta per la conferma del mandato
presidenziale a Correa e per il tipo di sviluppo economico in corso. Si lamenta
di come sta crescendo in modo accelerato e abnorme la città, e ha nostalgia di
quando era piccolo e Quito era una cittadina tranquilla (negli aa. sessanta
ancora aveva 300 mila abitanti, nel 1974 mezzo milione, dieci anni fa già il
solo municipio ne includeva un milione e mezzo, ma ora in più ci sono i popolosi
sobborghi, che di fatto sono contigui). Ha quindi assistito a grandi
trasformazioni soprattutto in questa ultima dozzina d'anni. Ma in realtà tutto
l'Ecuador ha visto grandi movimenti e migrazioni, sia di inurbamento dai campi
alle città e cittadine in sviluppo, sia dalle montagne verso la pianura e la
costa, dove quasi la metà degli abitanti sono "immigrati" interni, e negli
ultimi anni con la febbre dell'oro nero, del petrolio, verso l'oriente e
l'Amazzonia che viene massicciamente deforestata, e infine ultimamente
l'emigrazione verso l'estero.
Intanto constatiamo che il centro è stato chiuso e sigillato, e facciamo gran
giri, e poi dovremo per forza farci un pezzo a piedi. Siamo stanchi, ustionati
dal sole, e ancora per niente acclimatati, e sballati per il fuso orario (con
problemini per gli orari di assunzione delle mie pillole). Intanto qui in centro
c'è un gran casino di gente per questa fiesta del grito de independencia, ma è
proprio come stare in un autobus zeppo...! Ci sono pure dei soldati pronti in
assetto antisommossa, con l'elmetto, il fucile mitragliatore imbracciato, le
divise mimetiche ecc. Compro un bellissimo cappello di feltro nero, anche se è
un po' caro ($22) è proprio molto bello e sono contento, lo porterò molto
spesso, viste le folate di arietta fresca e le serate freddine. Ci sono gruppi
musicali per le strade che fanno un miscuglio tra rock, ex Inti Illimani, e
salsa... Ceniamo in un internet café in piazza grande. Ci riposiamo un pochino,
poi torniamo in albergo e cerchiamo di tirare svegli fino alle 8 di sera (!), e
a quel punto crolliamo addormentati.
lunedì 10
Stamattina ci alziamo alle 8 (e non alle 5 e mezza come ieri!), e dunque ci pare
di esserci già ambientati... Facciamo un girettino in centro, e poi verso le
dieci e mezza viene a trovarci Manuel Pumaquero Minta. E' in gran tenuta, per
poter poi andare ad un suo impegno importante. Sta proprio bene con quel suo
cappello bianco, la mantellina, i fiocchetti, la camicia di fattura artigianale.
E' un po' scuro di pelle e con i tratti del volto molto indio (gli occhi quasi
un po' mongolici), con baffetti e barbetta. Il sorriso e gli occhi a mandorla
sono attraenti, e la sua calma serafica, e il timbro della sua voce, ci
conquistano subito. Appena entra nel nostro albergo, lo individuiamo subito come
la persona che stavamo aspettando, lo abbiamo come "sentito" e riconosciuto. Lui
ci ha abbracciati calorosamente, dicendo che era come se ci avesse già
conosciuti. C'è stata una impressione immediata e forte di simpatia,
"nonostante" l'abbigliamento apparentemente un po' troppo eccentrico e vistoso
(perlomeno differente dai vari costumi della gente indigena di diversi paesi e
regioni che in quel giorno affluivano a Quito). E' una persona che ha molto
carisma, ed è anche aperto e disponibile, e immediatamente affettivo.
Io già sapevo da internet che lui è stato interpellato varie volte come un
rappresentante culturale delle popolazioni di lingua kichwa, in eventi, in
riunioni, e in convegni. Lui "di professione" è dedito alla medicina e alle arti
di cura della salute psico-fisica tradizionali andine. Sia per quanto riguarda
la diagnostica, che le varie terapie, come pure i massaggi, e la pratica di
esercizi per la cura dell'equilibrio naturale. E' persona comunque modesta e
sempre pronto ad ascoltare a ad imparare qualcosa dagli altri. Chi non sa
imparare, ci dice, non sa insegnare, mentre chi ha qualcosa da insegnare, vuole
e sa anche imparare.
Ora, così abbigliato, assume un aria un po' particolare che si fa certo notare:
porta una camiciona blu scuro, con un poncho leggero dal vivace colore rosso, a
righe bianche con decori, pantaloni leggeri bianchi come il cappello. Questo
suo sombrero (di panno o di lana cruda pressata) ha in cima dei rilievi, che lo
dividono in sei parti, e da un lato gli pendono due nastrini che con l'aria
producono vicino all'orecchio un fruscio leggero che ricorda il vento,
l'elemento aria, mentre dall'altro lato gli pendono due pon-pon. Porta una
borsettina tradizionale in cui tiene accuratamente certe sue cose; tra l'altro
ad un certo punto ha tirato fuori da una piega all'altezza della vita, che stava
tra i calzoni e la camicia, una ocarina.
Chiediamo che ci portino qualcosa da bere, e vediamo che ci rimane male per il
fatto che avendo chiesto una aranciata gli avessero portato una bibita, quindi
diciamo alla signorina che intendevamo dei succhi di frutta naturali, ma lui a
questo punto chiede di portagli intanto subito un bel bicchiere di acqua fresca.
Gli chiedo innanzitutto come sta, e come sta la sua famiglia. Così dice che lui
è divorziato, ma che si vede con la sua ex moglie quando va a trovare i figli.
Il primo, Israel, in questo periodo è via per studi, la seconda, Ruth, si è
appena iscritta all'università, e il "piccolo" Pachakutiq di sedici anni sta
concludendo la scuola superiore. Si vede che è molto affezionato e legato ai
suoi figli, e ne è anche molto orgoglioso.
Prendendo spunto dall'acqua del bicchiere, ci parla della sacralità della Natura
e di tutte le sue manifestazioni, le montagne, i laghi, i ruscelli, la pioggia,
l'aria, la vegetazione, le varie forme di vita che si sono sviluppate, ... A
questa si aggiungano la sacralità del sole, cioè della fonte inesauribile di
luce e di calore, che danno rilievo e colore al mondo, e della luna per tutti
gli influssi che essa ha sulla terra e su tutti i viventi. Se dunque
recuperassimo il sentimento di questa sacralità, e partissimo da lì per
sviluppare la spiritualità e i nostri valori di riferimento, nei nostri
comportamenti come esseri viventi, come figli di madre natura, forse non saremmo
giunti a questo punto di grave crisi del nostro ecosistema, tanto danneggiato
dall'inquinamento da mettere a repentaglio la sopravvivenza di varie specie...
A un certo punto si è interrotto perché dice che gli mancava un po' l'aria, ed
ha fatto aprire una delle grandi porte-finestre che danno sull'esterno. Si
concentra sul bicchiere d'acqua che tiene con entrambe le mani, e beve alcuni
sorsi.
Poi ci dice dei suoi impegni con l'istituto che dirige, denominato "Jatun Yachay
Wasi", in kichwa, o Hatun yachana huasi, letteralmente casa del grande
sapere cioè istituto di studi superiori, una istituzione culturale e di
insegnamento, chiamata in spagnolo anche "Universitas de sabidurìa ancestral",
che lui e altri hanno fondato alcuni anni fa. E' molto entusiasta del successo
di questa iniziativa, che è diretta ad una operazione di recupero culturale e di
valorizzazione di quanto di originale c'è nella tradizione dei popoli aborigeni,
e poi vi si promuovono gli studi e le ricerche sulle concezioni specificamente
andine, cioè peculiari della cultura degli "indigeni" (oggi non si usa più dire
indios). Inoltre in questo modo si diffondono e si coltivano le tradizioni più
antiche che altrimenti stavano per essere dimenticate. Ad esempio ci accenna
alla festa per il solstizio di giugno, che nel calendario lunare incaico (o come
dicono qui: incasico) è una giornata "libera" dai 13 mesi dell'anno; lungo tutta
la cordigliera andina, dalla Colombia sino al nord del Cile, gli indigeni
danzano per festeggiare e ringraziare che l'asse terrestre abbia questa
inclinazione di 23° gradi e 27', poiché è da questo fatto che nasce la vita così
come la conosciamo.
Ghila gli chiede esattamente che corsi ci sono in quell'istituto, e lui ci dice
che si tratta innanzitutto di far conoscere e praticare la Medicina
tradizionale. Quindi uno studio dei vegetali, delle loro proprietà,
dell'influsso lunare, dei principi attivi presenti in ogni pianta, di come
lavorarle per trarne beneficio. Ed egualmente per i minerali, e gli animali. Ma
poi anche si tratta della cucina, del modo e delle motivazioni per cucinare i
cibi in una certa maniera. Per cui è importante raccogliere tutta la sapienza
medica locale, sia a fini curativi che di tipo preventivo. Pertanto in questo
settore vi sono anche corsi per saper fare promozione della salute, svolgere una
attività di consultorio a indirizzo individuale e famigliare, ma anche spiegare
i campi nei quali i rimedi tradizionali non possono rispondere alle esigenze di
salute di tutti. Alla fine si da un diploma di tecnologo terapeuta, ma sempre
con una preparazione specifica relativa ai concetti di equilibrio e di
squilibrio energetico, a livello individuale, famigliare, comunitario o
ambientale, basati sulle concezioni e sui principi della medicina tradizionale
delle Ande.
In secondo luogo ci sono corsi di Agropecuaria, relativi all'agricoltura,
orticultura, allevamento, che si basano anch'essi sulle concezioni tramandate
dall'epoca incaica. I saperi relativi alla Madre Terra (Pachamama) e ai frutti
che da, e alle necessità di curare e mantenere un equilibrio a livello ecologico
e ambientale, in modo da operare in maniera e misura sostenibile per lo sviluppo
e l'ottimizzazione del settore primario dell'economia andina. Quindi tenere
sotto controllo l'erosione dei suoli, non praticare in modo indiscriminato la
deforestazione dei territori, o lo sviluppo abnorme delle strutture industriali
e urbane, ecc. Ma anche favorire pratiche di coltivazione, semina, raccolto, e
allevamento che si rifacciano ai principi della cosmobiologia andina. La cura
del chaqra, del luogo di crescita, fa sì che quando il seme muore rinasca come
pianta, o che il cucciolo sviluppi pienamente le sue capacità da adulto.
Poi c'è un'area dedicata ai saperi relativi all'habitat, quindi rispettosi
dell'ambiente, delle tradizioni e stili architettonici e artistici di
costruzione peculiari del contesto ambientale e culturale, e anche delle
motivazioni relative al loro orientamento, all'arredo, ai materiali utilizzati
(naturali e biodegradabili, ma anche dello stesso territorio, in modo da essere
partecipe delle stesse vibrazioni energetiche), così da poter poi "ritornare" a
madre natura, perchè una abitazione prima o poi deve reintegrarsi con la terra,
eccetera.
Infine un settore dedicato alla promozione e alla difesa in campo sociale delle
comunità indigene, quindi in questa area si compiono studi di carattere
sociologico, economico, giuridico, politico-amministrativo, basati sui principi
di giustizia, e sull'etica specifica delle culture andine. E anche per dare le
capacità di ideare e realizzare progetti di sviluppo ecosostenibili e fondati
sullo scambio equo e solidale. In una comunità è fondamentale il tema della
giustizia. Ogni persona è interdipendente e sociale. Cruciale è saper gestire la
mediazione comunitaria. Per raggiungere una conciliazione dopo un episodio
dirompente, è imprescindibile lo stare faccia a faccia, ma è difficile da
gestire, ci vogliono persone qualificate, preparate, e che si siano sapute
conquistare rispetto e autorità nella comunità per poter mediare. Perciò sin da
ragazzi (sopra i dodici anni) il percorso di iniziazione deve condurre
all'esercizio della governabilità. Attraverso la pratica ognuno deve imparare a
prendersi cura di sé e autogestirsi, facendo esperienze.
Queste dunque in breve le quattro branche, o rami dell'istituto, che quindi è
dedito al recupero, alla conservazione, e diffusione dei saperi tradizionali
affinché la cultura (e quindi in primo luogo la lingua, o meglio le lingue
aborigene) non vadano disperdendosi, ma anche affinché siano rinvigorite,
rinnovate e poste in grado di prendere parte al mondo moderno, per dare un
impulso allo sviluppo di una nuova coscienza tra gli indigeni, di un nuovo
atteggiamento di rispetto da parte della società attuale nei loro confronti, e
di predisporre ad una visione più olistica delle problematiche di sviluppo che
si armonizzi con il rispetto di madre natura.
Manuel ne è da qualche tempo il rettore, e questo impegno lo ha fatto conoscere
e apprezzare, per cui ora è un punto di riferimento non solo per le comunità
andine, ma anche per gli "altri", per il mondo della cultura, della
amministrazione pubblica, e della politica a livello nazionale ecuadoriano. E'
stato autorizzato dal consiglio della sua comunità indigena Puruhà (che vive
nelle aree centrali della valle tra le due cordigliere quella Reale e quella
occidentale) a conferire il bastone simbolo di saggezza e quello simbolo di
comando. Ad esempio lo ha dato all'attuale presidente della repubblica. Tuttavia
come dicevo prima è persona semplice e alla mano.
Ci dice che nella concezione ancestrale del tempo, esso era visto come una
successione di epoche, o fasi, detti Pachakutin, che significa rifacimento,
ritorno, ricorrenza, e da poco è terminato il periodo oscuro, per cui ora sta
iniziando (ritornando) un periodo (il decimo) di luce e di rinascita.
Tanto ha parlato e si è intrattenuto con noi a rispondere alle nostre domande e
a spiegarci tante cose con pazienza, sorriso, e passione e impegno, che si è
scordato di un appuntamento di carattere politico che aveva e per cui era venuto
a Quito... Ci dispiace moltissimo, ma a questo punto gli chiediamo se vuole
pranzare con noi da qualche parte. Gli fa molto piacere, anche se ci pare di
capire che il suo particolare vegetarianesimo gli potrebbe porre dei limiti.
Andiamo dunque di nuovo alla "cafeteria del fraile", che avevamo già apprezzato
ieri e che sembra andargli bene. Anche qui notiamo che prima di bere un
bicchiere d'acqua lo tiene tra le due mani e si concentra un attimo, ci dice che
l'acqua è yucumama, è un elemento sacro, e che quindi lui fa un ringraziamento
di accoglienza delle sue proprietà benefiche prima di assumerla. Ordina un brodo
di verdure, e poi della frutta, ma fa alcune raccomandazioni al cameriere.
Parliamo del vegetarianesimo, e Ghila gli fa notare come una contraddizione il
fatto che lui ci abbia detto che nelle sue pratiche di cura (aveva appena
ricevuto una chiamata al cellulare da una sua paziente e amica) fa uso di quegli
animalini tipo porcellini d'india che qui si chiamano cuy, perchè dicono che il
loro corpo è molto sensibile a certe infermità o malattie, e che dalla loro
reazione, passando un cuy scuoiato lungo tutto il corpo del paziente, si può
diagnosticare il male e il suo grado di gravità. Ma lui non aveva mai
considerato la questione di incongruenze con la scelta vegetariana, e dice che
ci rifletterà, ma che crede che in quel caso il cuy stia offrendo il suo corpo
per aiutarci, e che questa è una sua destinazione positiva nel mondo. Poi
pranzando ci dice che oggi è il giorno in cui Correa (che lui nomina come
Rafael) assume il suo secondo mandato presidenziale e che anche lui era invitato
alla celebrazione di investitura nello stadio olimpico, come rappresentante
della sua comunità. Restiamo esterrefatti e ci sentiamo un po' in colpa per
averlo distratto così tanto, ma lui è molto sereno al riguardo. Ha molto
apprezzato le numerose e schiette domande e perplessità di Ghila, e le nostre
riflessioni, mie e di Annalisa sul rapporto tra particolarità e universalità di
un messaggio, e sulla educazione.
Comunque non appena ha terminato ci saluta e ci promettiamo di rivederci, ci
chiede delle nostre prossime tappe, e dice che potrà venire a incontrarci quando
saremo a Latacunga, per quel giorno pranzeremo e chiacchiereremo di nuovo
assieme.
Nel resto della giornata continuiamo a ripensare a lui e alle sue parole, ci
dispiace non aver filmato l'incontro, in modo da poter ricordare esattamente
tutte le diverse cose che ci ha detto.
Ecco siamo già entrati in una visione più da vicino, più interna al paese, che
comincia ad apparirci molto più sfaccettato e complesso di quanto potessimo
pensare prima della partenza.
Ci eravamo introdotti grazie ad un approccio occidentale (centro storico
coloniale, chiese, palazzi, chitarra classica barocca, la povera tenera
indianella, la leggenda con i tormenti di coscienza del convertito, i musei
sulla geodesia e la determinazione scientifica dell'equatore, il nostro albergo
col patio fiorito, ecc) e ora con i discorsi e la presenza stessa di Pumaquero
che ci fa intravedere cosa c'è dietro all'immagine degli indios danzanti al
solstizio, ci siamo intrufolati in un'altra cultura e ne abbiamo avuto un primo
squarcio, anche se già l'osservazione dei volti e dei costumi delle masse
confluenti nella capitale per le feste, e il fatto di venire a sapere di un
tempio del sole sul Pululawa (una sorta di contraltare dei musei su La
Condamine), ci aveva avvisato della eterogeneità di questo mondo andino dotato
un suo antico universo di senso.
Torniamo in albergo, e ci cambiamo, perché appena verso le sei va via il sole,
fa subito più freschino.
Poi andiamo in calle Ronda, una strada acciottolata in curva e in discesa,
vicino alla bella piazza di San Domenico, era malfamata in passato e considerata
pericolosa per stranieri, ma essendo una calle storica e molto bella, è stata
ristrutturata e valorizzata, e vari abitanti ora hanno aperto bottegucce di
interesse turistico, e caffetterie, e ristorantini, per cui è piacevole
passeggiare. Ci fermiamo in un ristorantino con tanti colori sgargianti, aperto
da alcuni giovani afroecuadoriani, che però, diciamo così, non sono molto
solleciti nel provvedere ai clienti, e nei tempi lunghi che passiamo lì, ci
intrattiene un esplosivo e simpatico giovane nero della costa della Colombia,
che fa delle treccine colorate a Ghila, e intanto scherza, fa passi di danza,
canticchia canzoni, e ride. Ci divertiamo, e poi torniamo in albergo.
Sì il paese è composito (e in mutazione).
martedì 11
Andiamo alla biblioteca di scienze sociali e antropologiche della Università
cattolica, molto più ricca e tecnologicamente avanzata della nostra biblioteca
di Facoltà (a Ferrara), dove ci possiamo rendere conto della estrema ricchezza e
complessità degli studi e delle ricerche sulla cultura andina, compiute da
esperti raffinati e ben attrezzati.
Poi andiamo alla Casa della Cultura dove Ghi è interessata a parlare col
conservatore della cineteca, il signor Chinchin. Il quale esordisce con un
sonoro "caramba!" (che credevo fosse una espressione tipicamente messicana...),
e ad un certo punto mi dice: ma lo sa che c'è uno che le somiglia? è uno
strumentista del conjunto musical "Pueblo Nuevo". La cosa mi incuriosisce, mi
piacerebbe vederlo. E lui cita il proverbio "siempre hay dos caras iguales en el
mundo" (ci sono sempre due volti uguali al mondo). Mi torna in mente che cinque
anni fa quando andai in Perù, in un ristorante di Lima mi scambiarono per un
ecuadoriano...
Poi andiamo alla Libreria "Abya Yala" (dal nome originario con cui era chiamato
il continente poi battezzato America in onore del suo "scopritore" Amerigo
Vespucci) e alla "Libri Mundi". Belle grandi librerie specializzate in
antropologia, sociologia e scienze umane ricche di libri interessantissimi mai
tradotti da noi (segnale del nostro progressivo impoverimento e depauperamento
culturale limitante i dibattiti intellettuali agli spazi oramai ristretti di un
Occidente eurostatunitense). Studenti seriamente impegnati nello studio, che
fuori nel giardino conversano sulle loro incipienti specializzazioni.
Andiamo a trovare Giovanni Onore, è un frate marianista (sempre vestito da
laico) di quasi settant' anni, che vive in Ecuador da trent'anni; è stato
professore di entomologia all'università, grande studioso e ricercatore, cui si
deve l'identificazione di decine di specie tra cui molte portano il suo nome
(anche se non poche si sono già estinte nel corso della sua vita...). Da lui
incontriamo Queti, una intelligente e simpatica collaboratrice, sorella dello
scultore ecuadoriano Mario Tapia (Onore anni fa si era dedicato a far compiere
gli studi a tutta la numerosa famiglia Tapia), e il prof.Valter Rossi un suo
collega entomologo dell'università dell'Aquila (che è qui perché ha scoperto e
studiato un fungo del carapace di certi coleotteri), e le sue due allieve Sylvia
e Mayra, che recentemente Onore ha "adottato" agli studi. Comperiamo da lui
alcuni oggettini in tagua (da un grosso frutto si ricava un seme bianco e
durissimo, il cosiddetto "avorio" vegetale, che serve per fare bottoni) fatti
appositamente dagli abitanti di Otonga, e prendiamo anche dei libri (tra cui
quello di C.E.Jàcome sulla vita di Giovanni Onore, del 2008, da cui vengo a
sapere molte cose interessanti su quest'uomo straordinario), e lasciamo degli
indumenti da regalare.
Onore ci parla a lungo dei problemi gravi causati dalla deforestazione, i suoi
effetti sul clima e sull'ecosistema, che ha causato già l'estinzione di numerose
specie. Nell'area della sierra è ridotto al 9% il territorio coperto da foreste,
mentre quello della costa e della pianura è oggi solo del 6%, e nell'Oriente
amazzonico copre oramai solo la metà del territorio...! Lui anni fa aveva
ricevuto un grande appezzamento da un apicoltore italiano che lasciava il paese,
ma avendo fatto voto di povertà non poteva accettarlo, quindi ha creato nel '98
una ONG e poi raccolto fondi per acquistare via via tutto il resto di quel
territorio in cui è presente una foresta originaria, e così metterla in salvo
dall'incipiente disboscamento, appunto la foresta di Otonga (da lui così
denominata dal nome di una specie di lombrico locale), che da allora è proprietà
di questa Fondazione "l'arca verde Otonga", ed è una Riserva Integrale, cioè
totalmente protetta, e ha anche creato una organizzazione contro la
deforestazione, un centro di educazione ambientale, e un ufficio per le adozioni
a distanza che garantisce ai bambini del luogo di poter frequentare le scuole).
La gente di lì lo adora e lo chiama affettuosamente "padrecito" oppure
"piripito".
Onore come scienziato si occupa in particolare degli insetti, ma più in generale
degli esseri viventi che rappresentano degli indicatori per la salute dell'
ecosistema (come in Italia potrebbero essere le lucciole). Ci racconta ad
esempio del problema dei rospi, in spagnolo sapos (e in kichwa: ambato, da cui
il nome di una attuale città). L'argomento della deforestazione selvaggia (o
tala indiscriminada de bosques) potrebbe essere affrontato sotto vari aspetti,
ma è comunque una grave minaccia che l'uomo ha messo in atto contro l'ambiente e
in definitiva contro anche sé stesso. L'Ecuador, pur essendo in Sudamerica un
piccolo paese (è esteso poco meno dell'Italia) ha sempre rappresentato un
esempio di straordinaria varietà e ricchezza di specie animali e vegetali. Oggi
molte sono minacciate di estinzione e molte sono già estinte a causa del modello
di sviluppo selvaggio praticato dalla nostra "civiltà" attuale, dovuto alla
eccessiva ingordigia di guadagni, e all'ignoranza, nonostante non manchi
l'informazione e non manchino le ricerche, gli studi, gli allarmi lanciati dagli
scienziati. Dunque uno di questi casi è rappresentato da rospi e rane. Ogni
albero tagliato, e la scomparsa dell'ambiente del sottobosco, significa la morte
di decine di migliaia tra piccoli e meno piccoli esseri che vivono in quel
contesto. La distruzione di una intera foresta (fenomeno in corso di rapida
accelerazione) causa la morte di milioni di esseri viventi suoi abitanti, e la
agonia e il rischio di estinzione di molte specie.
Inoltre, nella Scuola di Biologia della Università cattolica dell'Ecuador si
stanno ancora studiando gli effetti di un microscopico fungo della pelle (il
quitrido, o dendrobatidis) che lentamente giunge a impedire a rane e rospi di
respirare.
Onore ci racconta che la faccenda era iniziata negli anni '40 quando si era
scoperto che una certa specie di rane del Sudafrica reagiva agli ormoni
femminili umani per cui si gonfiavano i loro organi sessuali, quindi fu
massivamente impiegata per valutare se una donna fosse incinta, iniettando in
quella specie di rane l'urina della donna si poteva dare una risposta certa
(oggi si usa un reattivo chimico). Allora questo fungo è passato ad altre specie
di rane che non hanno le difese adatte, e si sta ora diffondendo su rane di
altre parti geografiche e continenti, causando la morte di gran parte delle rane
a livello mondiale in questi ultimissimi decenni, e oggi mettendo in forse la
loro sopravvivenza a livello globale nel giro di pochissimi anni. La presenza e
diffusione di questo fungo in Ecuador è aumentata vertiginosamente anche a causa
della variazione delle condizioni climatiche e del mutamento o scomparsa di
particolari habitat nelle zone deforestate. (in questi mesi da noi fa discutere
l'opposizione di certi ambientalisti alla costruzione della circolare attorno
alla città di Asti in nome della salvaguardia dell'habitat di una specie di rane
che è presente ormai solo in due località piemontesi.)
Ma si pensi che la pelle delle rane costituisce un vero e proprio laboratorio
chimico, e che da essa si estraggono molti medicinali e antibiotici, che hanno
salvato la vita a tante persone. Ancora si stanno studiando le numerosissime
specie di rane perché costituiscono una miniera di informazioni straordinaria,
le rane rosse, le rane corallo, le rane diurne e quelle notturne, eccetera, sono
preziose persino per le loro specifiche tossine (si sono potute tenere sotto
controllo grazie ad esse piaghe endemiche). Ma più in generale le quasi
cinquecento specie diverse di anfibi (di cui più della metà è oggi minacciato
di estinzione) sono ritenute fondamentali per la medicina oltre che per la
conoscenza della storia della vita (essendo presenti sulle terre emerse da circa
350 milioni di anni, e rappresentando una fase di passaggio cruciale nella
evoluzione). Perciò nel cosiddetto "Ranarium" della università cattolica di
Quito si mantengono in vita esemplari rari per poter compiere studi e analisi.
E' parte del progetto Arca come conseguenza del Vertice Mondiale di scienziati
tenuto alla fine del 2005 per salvare le specie anfibie. Per la loro
sopravvivenza sono indispensabili certe piante, determinati vegetali, un certo
ambiente in uno specifico e delicato ecosistema...
Mi viene in mente per associazione di idee quel raccontino che riguardava il
boom demografico, per cui c'è uno stagno in cui ci sono dei girini, e le rane
che ne derivano si raddoppiano di numero a ogni generazione, a un certo punto le
rane coprono un quarto della superficie dello stagno e incominciano a porsi dei
problemi, quando capiscono che la questione è gravissima già hanno coperto metà
dello stagno, e il giorno dopo, in cui avrebbero messo in atto il loro piano per
frenare il boom demografico, lo stagno era completamente ricoperto e morirono
tutte simultaneamente per mancanza di risorse adeguate. E non si pensi che sia
una storiella un po' peregrina: si consideri che l'Ecuador nel 1910 contava
1.400.000 abitanti, nel 1945 ne aveva tre milioni e mezzo, nel 1974 già erano
sei e mezzo, e oggi ne ha quasi sedici, e .... l'attuale tasso di natalità è del
23,7 per mille (in Italia è meno del 9 per mille).
In un contesto come quello attuale di un Paese in via di travolgente e caotico
sviluppo economico, anche sui giornali ecuadoriani si scrive che "la
desforestaciòn es rampante y catastrofica", ma non si riesce a fare gran ché per
impedirla, o limitarla, o almeno regolamentarla. Ad es. si è compiuta una
inchiesta sulle condizioni di lavoro terribili dei taglialegna, sono al lavoro
tutto il giorno con paghe ridicole, e stanno costantemente lontano dalle
famiglie, ma ad ogni modo hanno bisogno di denaro e accettano ogni cosa.
Comunque le loro famiglie in definitiva stanno economicamente meglio di un tempo
e mandano i figli a scuola per prendere un diploma che permetta loro di uscire
dalla emarginazione. Stando meglio le famiglie hanno più figli, anche perché ci
sono migliori cure della salute. Ma un domani lo sviluppo dell'economia del
paese sarà in grado di dare lavoro a una popolazione tanto più numerosa? Ma in
definitiva di che vivranno gli stessi lavoratori taglialegna quando il legname
delle foreste (che ora sembra infinitamente inesauribile) si sarà ridotto ai
minimi termini? Quando l'ultimo albero delle foreste equatoriali sarà tagliato,
forse gli uomini capiranno il vero valore di ciò che hanno distrutto, ma a un
certo punto sarà troppo tardi... Un detto ecuadoreño è "! vive su vida sapo!",
in cui il nomignolo sapo era dato per indicare un "poverocristo" qualunque: che
tu possa vivere la tua vita dunque ranocchio!
Onore nel suo orto fa crescere il mais originario, selvatico, con le spighe
piccole, che si è quasi estinto ora, ma rivela informazioni sulla invenzione
dell' agricoltura di 50mila aa fa. Rispetto all'apporto energetico di quel che
potevano mangiare i popoli raccoglitori, questo è più nutriente e fu
selezionato, fino a sviluppare massimi in cui certe qualità ricrescono subito 4
volte l'anno, per cui garantiva la sicurezza alimentare.
Torniamo al nostro albergo.
Alla sera faccio una gran camminata per il centro mentre si sbaracca tutto
essendo finita la festa. C'è un'aria di squallore, di sfascio, ed è tutto un po'
residuale. Molti si sono accalcati in minuscole osterie a magiare qualche
zuppa. Alcuni escono da queste osterie (peñas) ubriachi e vocianti. Reincontro
Aida seduta sulla scalinata di pietra gelida della chiesa di san Francisco con
alcune sue compagne! che ridono quando la riconosco e la saluto chiamandola per
nome. Osservo dei gruppetti di monelli sporchi e cenciosi che hanno finito la
loro opera da lustrascarpe e contano le monete, c'è anche un gruppetto di
bambine-lustrascarpe di circa 10 anni che se ne stanno tra loro, mi fanno venire
in mente certi personaggi di Charlie Chaplin... e provo pena e tenerezza per
loro. Regalo qualche caramella e qualche giocattolino che mi ero portato dietro,
sono felici.
Tornando ripasso dal centro e assisto ad una sorta di teatrino popolare in
piazza. Si recita a soggetto, ci sono due attori che interpretano in modo
fortemente caricaturale i loro poveri personaggi che si fanno da spalla e si
completano a vicenda nella loro caratteristica contrapposizione. Si tratta di
tipizzazioni molto marcate ed esagerate, il tono è provocatorio e il volume
ovviamente molto alto della voce impostata. Il testo del canovaccio è infarcito
di lazzi e motti e volgarità. La gente partecipa emotivamente con passione e
ride sguaiata. Sono tutti talmente presi e incantati che si potrebbero
facilmente rubare i portafogli (che forse molti non hanno nemmeno). La commedia
con le sue pantomime sembra non finire mai, non essendoci in effetti nessuna
vera e propria trama, nel senso che non vi è né capo né coda ma solo scenette
giustapposte, con incontri-scontri tra i due compari coprotagonisti. Alle varie
smargiassate la folla applaude e fa il tifo per l'uno o per l'altro, commentando
ad alta voce. Mi sembra di tornare indietro di quarant'anni...
Quanti begli studi sul folklore, e le tradizioni popolari, e la cultura
popolare, si potrebbero compiere qui, essendo il mondo illetterato e la modalità
di trasmissione orale e tramite musica e gestualità, ancora del tutto presente e
vivente...
mercoledì 12
Andiamo al bel Museo del Banco Central, molto ben strutturato, e
interessantissimo, dove purtroppo è chiusa la "sala de oro" con la famosa
maschera d'oro del sole con raggi a serpente della civiltà pre-incaica di La
Tolita (quasi un simbolo dell'Ecuador). E' un museo di archeologia e d'arte di
eccellente livello e contenente pezzi straordinari.
Poi incontriamo Richard, che nel governo attuale è una specie di sottosegretario
nel consiglio per lo sviluppo delle nazionalità e dei popoli dell'Ecuador
(Codenpe). Pranzando, ci parla della politica attuale verso le comunità non
hispaniche e aborigene.
Con la nuova costituzione del settembre 2008 sono ben 14 le nazionalità ora
riconosciute (kichwa, salasacas, shuar, awa, cofàn, huaorani, Tsachilas o
colorados, e vari altri), più altri 8 popoli (come gli afroecuadoriani, cioè i
neri; o i montubios, cioè i contadini della pianura tra la sierra e la costa,
misti indios-neri-bianchi, che si distinguono quindi dalla comune tipologia del
mestizo pampeño, che è il tipico campesino delle praterie; ecc.), e ora sono tre
le lingue ufficiali dello Stato. Si protegge il diritto alle loro terre e
all'autogoverno, e il diritto ad essere consultati su questioni che li
riguardano. Si riconosce la proprietà collettiva delle comuni, si riconosce il
diritto delle varie comunità a proteggere e sviluppare le proprie tradizioni e
conoscenze, e la tutela dei loro luoghi sacri. Si riconosce il diritto a voler
essere curati con le procedure mediche tradizionali. Richard ci spiega cose
molto interessanti. E' un politico molto impegnato, ma anche con studi da
antropologo, per cui ha una attenzione e una sensibilità particolare per queste
delicate questioni... Ma oltre alle questioni riguardanti i non hispanici, ha
anche una attenzione al folklore, e alle tradizioni dei meticci e delle
popolazioni di campesinos di madre-lingua spagnola, e delle loro usanze e
credenze (per cui ci accenna ad es. alle comunità di pescatori, o ai mandriani
nomadi, che hanno proprie identità e caratteristiche distintive). Ora sì che
abbiamo uno sguardo più interno e un quadro della grande complessità di questo
Paese! Il nuovo regime di Correa si fa vanto del motto di unità nella diversità
e vorrebbe presentare l'Ecuador come modello di convivenza tra le differenze, e
come paese fondato sulla multiculturalità, per cui la nuova politica è chiamata
revoluciòn ciudadana, rivoluzione della cittadinanza, dell'essere cittadino.
Speriamo che l'intenzione dia buoni frutti. Ma lui dice che rimangono ancora
tracce di una vecchia mentalità, per esempio al censimento, o quando per
documenti anagrafici, devono dichiarare se sono indigeni, meticci o bianchi, o
neri, ecc. molti indios si dichiarano meticci, come molti meticci dicono di
essere bianchi, e così via, perché altrimenti temono di essere mal considerati.
Gli riferisco la questione che ci fu da noi in AltoAdige/Sudtirolo quando si
doveva dire se si era di lingua tedesca o italiana (o ladini), e non era
prevista la possibilità di sentirsi appartenenti a entrambe le culture, o anche
di essere di famiglia mista, di essere bilingui e questo sollevò un problema
grave. Ma Richard sembra non capire bene cosa intendo dire.
Poi tra noi riprenderemo spesso delle riflessioni e delle osservazioni al
proposito di queste problematiche identitarie. Ricordo che anche in Perù il
nostro autista era un indio che sin da ragazzo viveva a Lima e aveva sposato una
donna creola (cioè latina), lui si riteneva un meticcio. Ma in che senso? In
questo caso il termine assume un significato esclusivamente di tipo culturale,
cioè riferito a cultura, costumi, abitudini, mentalità, condivisa con altri.
Insomma il figlio di una coppia di indios che come tantissimi in Ecuador emigrò
in pianura o sulla costa o in città per trovare lavoro, non si sente per nulla
un indio (un tempo in pianura il termine "indio" era sinonimo di montanaro -o
contadino- analfabeta) e si sente partecipe delle abitudini, dei costumi, delle
mentalità diciamo latinoamericane, della società di cui è parte, e quindi anche
se non è misto, si iscrive come meticcio (per cui conta meno il sangue, il dato
somatico, e più il sentimento di appartenenza). Questi sarebbero quelli che
venivano chiamati "cholos", cioè indios ormai latinizzati, urbanizzati,
modernizzati. Il termine era spregiativo (un po' come in Messico pachuco o
chicano per i messicani che sono emigrati negli Usa e vivono come dei
nordamericani, intendendo significare da parte dei bianchi e creoli di Guayaquil
e dell'ovest, gente immigrata dalle montagne, ignoranti e grezzi. Ma da parte di
molti oggi fieri di essere indigeni (cioè autentici americani originari),
"cholos" è utilizzato per indicare gente che ha rigettato le proprie origini,
che si vergogna dei propri genitori, non sente il legame con la terra, con la
cultura d'origine. Molti genitori della precedente generazione (quelli che oggi
sono nonni) non volevano che i propri figli parlassero il kichwa o le lingue
aborigene (chiamati allora dialetti, o al più linguaggi locali) ma che si
integrassero nel mondo moderno e quindi in casa parlavano spagnolo. Per cui oggi
ci sono invece giovani che vorrebbero riappropriarsi della cultura originaria, e
che si mettono a studiare il kichwa (ma per loro è ormai come studiare una
lingua straniera, estranea) oppure che rinunciano ad approfondire le loro
conoscenze della cultura di origine per l'ostacolo linguistico. Ma la storia
delle generazioni che erano giovani negli anni sessanta-settanta era ancora
appartenente a una fase in cui emanciparsi voleva dire modernizzarsi, quindi
uscire definitivamente dal mondo ristretto, marginale ed emarginato del piccolo
paesino, dei campi, e delle montagne. Voleva esprimere una grande voglia di
integrarsi, di essere considerati come persona e non etichettati a vista come
poveri indios. La rivendicazione degli strati marginali e poveri era allora
quella di una società in grado di integrare tutti, e sostennero l'accelerazione
del modello vigente di industrializzazione e della conseguente assimilazione e
omologazione. Questo retaggio del passato prossimo fa sentire ancora molto il
suo peso, e condiziona larghi strati di popolazione, di quel 42%, di coloro che
sono o si ritengono, o si presentano, o si dichiarano meticci. Quindi a certuni
sembra andare in una direzione contraria ai tempi la attuale richiesta delle
comunità indigene di una scuola bilingue, e non la apprezzano né capiscono se
non intendendola come un primo passo nelle scuole elementari per comunicare con
i bimbi che non sanno lo spagnolo, ma per portarli via via poi a integrarsi
nella società moderna.
Da una dozzina/quindicina d'anni a questa parte con il risveglio politico degli
indios, è iniziato invece un processo in senso inverso, anche se contestualmente
il processo di acculturazione da parte della odierna componente egemone
meticcio-creola si è accentuato, ma non più per vie ideologiche o per pregiudizi
e motivi di carattere razzista (ancora presenti), ma oramai piuttosto per via
degli effetti dello sviluppo economico, dell'inurbamento, della scolarizzazione,
e dei mezzi di comunicazione, in primo luogo della televisione, del cinema, e
della musica commerciale (che è ladina, o "gringa"), oltre che di radio,
giornali, e riviste e rotocalchi, o semplicemente della moda standard, e dei
modelli che questi media propongono.
Perciò alcuni dicono che il processo in atto della cosiddetta rivitalizzazione e
di riappropriamento, recupero e valorizzazione della cultura specificamente
andina, è una reazione di tipo regressivo, e lo vedono come un assurdo ritorno
nostalgico ad un passato che oramai è fuori dai tempi moderni. Quindi come un
richiudersi in una antimodernità, che verrà in ogni modo travolto di fatto dallo
sviluppo in corso.
E lo percepiscono anche come un insensato e offensivo gesto di rifiuto e di
negazione della grande e onnipervadente cultura latinoamercana, che invece è ciò
che unisce tutti i paesi e i popoli delle tre Americhe. Caso mai l'antagonista
anche culturalmente invadente, il cliché dell'"altro", secondo loro dovrebbe
essere oggi il "gringo" (termine dispregiativo per statunitense), inteso nella
sua stereotipizzazione come modello esemplare negativo, contrapponendosi al
quale si rinforzerebbe il sentimento patriottico.
Perciò per contrasto chi valorizza la cultura andina invece sottolinea quanto il
suo messaggio sia universale, e insiste su un rinnovamento, e ammodernamento,
dei concetti stessi di cittadinanza, nazione, patriottismo, eccetera, per una
società multiculturale rispettosa della dignità di ciascuna componente. Processo
che è iniziato quando i movimenti "indigenisti", di matrice populista o
marxista, anni fa fecero render conto agli "indios" che le comunità indigene
risultavano costituire la maggioranza assoluta dell'elettorato (impresa
difficile perché ai poveri emarginati da sempre le elezioni non interessavano
affatto). Quindi più che una "coscienza di classe" si è poi sviluppata una
coscienza della propria specificità culturale. E da qui è nata anche
l'elaborazione di proposte per modelli alternativi di sviluppo.
Insomma l'intreccio tra appartenenze, identità, lingua, cultura, nazionalità,
cittadinanza, stirpe, e mentalità è estremamente complesso e intricato, specie
in un piccolo paese tanto vario e composito come l'Ecuador.
Alla sera andiamo a cena con Queti al ristorante "vista hermosa" su una
suggestiva terrazza con belvedere, tutta la città ci saluta con le sue lucine
accese nel buio. Beviamo un canelazo caldo, e mangiamo degli involtini e degli
spiedini, godendoci l'aria fresca e il panorama notturno.
giovedì 13
Andiamo all'Avis dove ritiriamo l'auto, una berlina con bagagliaio spazioso,
posti comodi, 1600 cc., una Mazda Allegro ($33 al giorno = 21 €uro). Ora sì che
si parte, questa è proprio una seconda partenza. Allora, via! di lì ci
dirigiamo verso nord, intanto mi oriento col traffico e il modo di guidare (e le
strade): ma bisogna adattarsi e abituarsi alla svelta... Pranziamo in un
piacevole ristorantino in legno lungo la strada, e dopo tre ore di traffico e di
su e giù di salite e discese, arriviamo alla cittadina di Otavàlo (2600 m), dove
ci fermiamo all'Hostal Riviera Sucre. Nell'albergo prevalgono i colori forti e
allegri, il che ci piace, e poi la habitaciòn ha delle ampie porte-finestre! Ci
accoglie la signora Adriana, una creola bianca molto gentile e sorridente. Mi
chiede se per caso ho dei parenti o famigliari in Ecuador, perché dice subito
che assomiglio molto a un loro amico... Rimango stupito e incuriosito. Dice che
è uno che lavora alla casa della cultura di Otavalo. Anche lei aggiunge: hay dos
caras en el mundo...
Alle 5 di sera andiamo a plaza de los ponchos dove il mercato dell'artigianato
indigeno sta chiudendo, e quindi sono tutti più disponibili a concedere sconti e
fare buoni prezzi per realizzare ancora qualche vendita all'ultimo minuto. Si
contratta bene con loro, sono molto abituati a turisti stranieri. Comperiamo
cose di bella lana di alpaca soffice e calda, e tessuti. Si dice che la gente di
Otavalo siano i migliori artigiani e anche commercianti della sierra, e che
siano capaci imprenditori e innovatori; per questo li trovi in tutti i mercati
del Paese, e si dice che siano tra gli indigeni quelli che hanno raggiunto il
migliore livello di vita. Ma nel contempo hanno conservato molto i propri
costumi e le proprie tradizioni. Scherzando con un bimbo che gioca,
chiacchieriamo con il padre, un indigeno otavaleño con la pelle color mogano,
che fa il maestro di scuola, e ci parla con competenza dei problemi del
bilinguismo, e anche lui menziona il nuovo Pachakutin, ovvero la nuova era di
cinque secoli, che sta approssimandosi.
A questo proposito alla sera a letto mi vengono in mente alcune cose che avevo
letto ultimamente sulla processione degli equinozi. Si veda a questo proposito
lo studio dei miti andini preincaici e incaici in cui si allude alla processione
assiale, compiuto da William Sullivan, in "Il sergreto degli Inca", 1996 (tr.it.
Tea). Prossimamente si prevede uno spostamento dell'asse terrestre, e questo tra
l'altro avverrebbe in prossimità con l'apertura dell'Era del nuovo Pachakutin,
per l'avvento del quale la fase di transizione sarebbe cominciata già alcuni
anni fa con l'anniversario della impresa di Colombo (1492) e si concluderebbe
con il cinquecentenario dell'assassinio di Atawallpa (1533) e dunque della fine
della indipendenza indigena in America.
In sostanza tutto si rifà ad un calcolo maya (ma che sarebbe una conoscenza
molto più antica), per cui con la fine del 2012 si concluderebbe anche secondo
il loro precisissimo calendario e la loro matematica su base 20, la fase
attuale. Per quanto riguarda la processione equinoziale sappiamo che l'asse
terrestre è soggetta ad oscillazioni continue durante il suo movimento
rotatorio. La rotazione dell'asse compie un giro in 25920 anni, puntando via via
sulle varie costellazioni, per cui tale rotazione è stata suddivisa in dodici
transizioni, o "ore", nel passaggio dall'entrata in una certa costellazione alla
successiva (di qui la denominazione di processione). E dunque dopo circa due
millenni (2160 anni), ora sta per entrare nel quadrante dell'Acquario, e
precisamente a partire dal 21.12. 2012 (sotto il cui "influsso" dunque resterà
per i prossimi 2160 aa). A quel punto l'asse terrestre inizierebbe a spostarsi
più sensibilmente a causa delle periodiche oscillazioni, e ciò potrebbe portare
anche ad un indebolimento del magnetismo attuale (o a uno spostamento del polo
magnetico attuale, con la possibilità addirittura di una inversione dei poli
magnetici, cosa che avviene circa ogni cento millenni), e quindi anche a un
cambiamento climatico globale. Terminato il percorso del semicerchio di
allontanamento rispetto al centro della nostra galassia, ora dopo 12960 anni
(quindi all'incirca l'epoca in cui giunsero in America popolazioni siberiane
attraverso lo stretto di Bering congelato) reinizierebbe a "puntare" nella
direzione verso il centro (noi stiamo in periferia, nel cosiddetto "braccio di
Orione"). Da qui deriva la profezia di cui si parla (che si ritrova anche in
alcune visioni filosofico-spirituali dell'India arcaica che parlano di modifica
graduale del posizionamento della kundalini terrestre, cioè del "serpente di
luce" o fascio energetico che la attraversa), secondo la quale ciò porterebbe ad
un'era nuova e migliore soprattutto nella evoluzione culturale e spirituale, per
cui l'uomo raggiungerebbe in quel nuovo periodo una maggiore consapevolezza di
sé e si aprirebbe un periodo di pace e di grandi progressi in tutti i campi.
Certi dicono che ciò comporterà un graduale "esaurimento" delle conseguenze
della forza attrattiva della spiritualità orientale (tutti i grandi profeti da
Krishna, Mosé, Orfeo, Elia, Daniele, Zarathustra, Pitagora, Buddha, Gesù,
Maometto, eccetera erano asiatici) per spostare il proprio centro attrattivo e
creativo nelle Americhe...
Che dire? speriamo in questa nuova influenza stellare, e che intanto cominci il
nuovo Pachakutin...
venerdì 14
Al mattino facciamo una bella gita nei dintorni approfittando del tempo limpido
e luminoso.
Andiamo al lago vulcanico Cuycocha, a circa 33 km a nord in salita (il lago è a
3068 m.), che è un profondo cratere di 4 km per 3, con due isolette coperte di
vegetazione, che sembrano un po' dei cuy (coniglietti) accovacciati, da qui
deriverebbe il nome, oppure come ora si dice, verrebbe da Ki cucha, ossia laguna
degli dei nella antica lingua Cara, parlata in periodo pre-inca. Le isolette
sono separate da quello che gli indigeni chiamano il "canale dei sogni", e in
effetti è un luogo favoloso, che colpisce per la sua straordinaria bellezza e la
sua originalità. E' un incanto stare a osservarlo. Nel centro di accoglienza è
installato un piccolo museo che descrive il grandissimo parco-riserva naturale
di cui fa parte (Cotacachi-Cayapas), ricchissimo di flora e fauna (tra cui più
di 630 diverse specie di uccelli). Lungo la riva giocano delle paperette (poi
più tardi Pintag ci dirà della leggenda del misterioso cuy dorado, per cui la
prima persona che lo vedesse sarebbe divenuta ricca, mentre la seconda si
sarebbe trasformata in una papera). Il lago vulcanico in effetti suscitò
leggende e anche timori, tra cui si dice che sul fondo ci sia uno scalone senza
fine (la profondità è di ben 160 metri), oppure che a volte emergesse l'occhio
del lago e con un'onda si portasse via i malcapitati che vedeva (e in effetti
alcuni scivolarono nelle sue profonde acque e non sapendo nuotare annegarono)
finché un guerriero non riuscì ad accecare l'occhio che tutto vede, e da allora
l'acqua della laguna non inghiotte più nessuno (anche queste storie ce le
racconterà Pintag). Più avanti ci sono un punto ristoro e delle bancarelle, e si
intravede sul bordo della cima dell'altra riva un mirador, cioè un ristorantino
con terrazza panoramica. Ma seguendo il percorso del piccolo battello che porta
in giro i turisti restiamo lì affascinati a osservare quanto il lago sia più
grande di quel che sembri. Il panorama è magnifico e affascinante, e l'aria
tersa, è fresca e tonificante. Sullo sfondo si intravede il monte-vulcano
innevato Cotacachi (di 5000 m.).
Poi discendiamo alla cittadina di Cotacachi, pranziamo e comperiamo alcune cose
dell'artigianato locale del cuoio. La cittadina divenne famosa quando nel '96
elesse il primo sindaco indio dell'Ecuador (il 60% degli abitanti è indigeno, il
resto sono meticci), il quale diede l'avvio ad una cosiddetta "democrazia
partecipativa con trasparenza", basandosi sui classici comandamenti andini
pre-hispanici (di cui io avevo già saputo in Perù) che sono: ama lulla, ama
shua, ama killa, semplificati dagli spagnoli come non mentire, non rubare, non
oziare, ma che vanno intesi nello spirito originario, cioè non essere bugiardo
nel senso di non approfittare della buonafede, ovvero sii franco e leale,
trasparente; non ladro, è il principio su cui si basa il valore comunitario
della condivisione e della fiducia, il ponte che unisce; e infine non ozioso,
non solo nel senso di "flojo" o "flaco", fiacco, pigro, imbelle, debole, ma
soprattutto come indicazione ad essere attivo, cioè a dare il tuo contributo, a
consentire il passaggio al meglio. E fondò la prima agenzia turistica che ha
messo nelle mani della comunità indigena locale molte delle attività turistiche
della zona, permettendo uno sviluppo economico della comunità nella
valorizzazione delle risorse culturali e storiche, e naturalistiche (perciò la
cittadina ebbe un premio dall'Unesco). C'è anche un museino, e il maggior
artista ecuadoriano Guayasamìn ha fatto un grande murale intitolato agli
excluidos, che pure attira i visitatori, ed è veramente un'opera che colpisce,
di grande valore estetico artistico a tinte forti e con figure stilizzate
impressionanti.
Quando era venuto a trovarci Manuel Pumaquero ci aveva dato l'indirizzo di una
giovane che era stata allieva del suo istituto, Maria Quilumbango Saransig, una
otavàlo, che è una sua cara amica, sumak mashi (dolce amica in kichwa) e ci dice
che ci farà visitare luoghi sacri molto suggestivi. Quindi dopo pranzo Maria col
suo guagua (bimbo) Pumanaqui di quasi due anni, viene a prenderci al terminal de
buses, e ci guida al suo paesino, Peguche, a casa loro, dove siamo accolti da
una famiglia di contadini (ad accoglierci c'è Pacha la sorella di suo marito,
anche lei con un bimbo piccolo, Kindi, che significa picaflor, cioé colibrì, e
la grande reggitora della famiglia allargata, la Mamà). Constatiamo che a
cominciare dai giovani di oggi gli indigeni portano nuovamente nomi tradizionali
in kichwa, e che questi giovani quando hanno figli danno ai loro bimbi nomi
kichwa; mentre per il passato non era così, infatti molti trentenni, o più
grandi, hanno nomi spagnoli di santi cattolici, cui oggi aggiungono un
soprannome in kichwa. Evidentemente sino a una generazione fa ci si vergognava
di avere nomi "strani" ed era forte il desiderio di essere come tutti gli altri.
Dunque a Peguche abbiamo passato del tempo in questa grande casa di campagna, a
parlare con il suo giovane cognato, Pintag, sulla loro spiritualità. Il nome
Pintag richiama quello di un generale otavalo dei tempi della guerra con le
truppe dell'Inca, questi cadde in una prima battaglia, e i compagni fecero con
la sua pelle un tamburo, in modo che fosse presente alla testa dell'esercito
durante lo scontro definitivo contro l'Inca (poi perso), insomma il generale
Pintag fu l'ultimo eroico difensore della indipendenza degli otavalo. Ci dice
che si è laureato in economia alla università di Ibarra (una città poco più a
nord), e che a quel tempo erano solo tre in tutto gli studenti indios (si pensi
che in generale negli anni sessanta, ancora la maggioranza della popolazione
ecuadoriana era analfabeta, alla fine degli aa. settanta si contava un terzo di
analfabeti, mentre oggi la percentuale è scesa sotto il 10%, ma tra gli indios i
tassi erano molto molto più alti. Comunque i motivi erano anche dovuti
all'imperante razzismo). Ha scritto una tesi su un suo progetto di creazione di
una sorta di bonus comunali per finanziare nuove iniziative di interesse
sociale. Ora si sta effettivamente attuando per la istituzione di un grande
parco ecologico con al centro un complesso a forma di chakana (la cosiddetta
croce andina, o a scaloni), con al centro un museo e un ostello. Solo che
nessuna autorità statale lo ha finanziato, e quindi lo faranno per conto loro,
cioè con il supporto di tre comunità indigene consorziate. Così si potrà salvare
quell'albero in kichwa chiamato pumanaqui, che è una pianta nativa originaria,
mentre l'eucalipto (qui molto diffuso) non lo è, ed è un albero che consuma
molta umidità, che fa isterilire la vegetazione aborigena. Quindi dico farete
come abbiamo visto in Sudafrica, deforestare per poi riforestare? ma nel
frattempo ci sarà un periodo intermedio in cui il paesaggio si impoverirà. Si,
mi dice, deforestar para reforestar el nativo: la pobreza de hoy sera la fortuna
de mañana (la povertà di oggi sarà la fortuna del domani. Gli chiedo se la nuova
politica governativa gli pare buona, e mi dice che la cartina di tornasole è la
legge sulle acque, e la nuova legge appena approvata favorirà i privati e non le
comunità indigene. Per cui gli importa poco della nuova politica di
riconoscimento delle varie nazionalità, perché serve solo a guadagnare il
consenso, ma il banco di prova è la legge sulle acque, e da questa si vede che
il presidente non è così amico degli indigeni. Il piccolo Pumanaqui entra di
corsa nella stanza e viene da me e mi prende un dito e mi tira come per dirmi di
seguirlo, e dicendo "oy oy oy", gli vado dietro, o meglio lui mi porta tenendomi
stretto, dall'altra parte della corte dietro la loro seconda casa (la famiglia è
grande e estesa) e lì Maria mi spiega che hanno trovato morta una gallina cui
lui era molto affezionato, ed ora infatti continua a dire "oy oy oy".
Torniamo da Pintag e chiediamo di parlarci di argomenti di tipo spirituale, e
lui esordisce dicendo che anche in questo campo i concetti che si esprimono, poi
portano con sé un orientamento della società; ogni concetto implica una forma di
vita. Sia nel senso che ne è espressione, sia nel senso che apre a certe
modalità e a certi percorsi. Tutta la spiritualità andina parte da cose
concrete, reali, in cui si esplica Madre Natura, la terra, le acque, il cielo
stellato, le piante, i vegetali, gli animali, sono ciò che sostanzia la
spiritualità, e la stessa cosmovisione dei popoli indigeni.
Ora il mondo indigeno è alla ricerca di nuove soluzioni per potersi meglio
autogestire. Il fatto è che tutto ha una sua ragione, ma la scoprirai dopo, per
cui devi essere sempre aperto. A certi però interessa solo apprendere cose
nuove, e mai si dedicano ad insegnare, sono in fondo degli egoisti. Noi otavalo
ora teniamo il desiderio e la necessità di apprendere, di conoscere, ma non
dovremmo dimenticarci che solo il restare nel territorio, radicarsi qui e
dedicarsi anche a divulgare, fa sì che poi certe cose possano realizzarsi
veramente. Perciò bisogna rimanere aperti. Se non ora, magari in un diverso
momento o sotto diversa forma, poi si vede che c'è sempre una reciprocità nella
necessità di apprendere e anche di insegnare. Pertanto dobbiamo sapere attendere
per cogliere le opportunità. Non si tratta di credere nel destino, è una forma
di vivere la vita. Ogni tappa è importante, ma non solo la prima o la seconda o
la terza e poi basta, magari da un segnale il più banale che viene dopo, si
potranno capire le ragioni delle tappe precedenti, e poi in una fase successiva
ancora si potrà vedere come raggiungere l'obiettivo, e infine ci si potrà
occupare di insegnare agli altri.
Ma non si tratta solo di una migliore organizzazione economica, dice ancora
Pintag, ma anche di migliorare la condizione spirituale, per cui tutte le cose
buone che accadono, tutte le esperienze fatte, devi poi ricordartele e
conservarne il senso dentro di te, per poi poterle trasmettere. E ribadisce che
ogni cosa che c'è e ognuno di noi come individuo ha un significato unico; c'è
una ragione per cui ciascuno è in questo mondo, dato che ognuno è parte della
Natura dentro la quale ha da svolgere un proprio ruolo, e la sua presenza assume
il proprio significato. Siccome in tutto quel che facciamo dobbiamo passare per
quella che è la nostra specifica porzione della energia generale, allora si
capisce come ciascuna forma di vita si relaziona con le altre, e i vali livelli
dell'esistenza sono interrelati, come è rappresentato nel simbolo della Tawa
Chakana, dei quattro ponti scalonati.
Lo sollecitiamo a dirci di più su alcune concezioni del mondo e della vita
tipiche degli indigeni andini. Ci dice che per esempio per loro il passato non è
di dietro, e il futuro davanti, come pensiamo noi che abbiamo una concezione
lineare del tempo. Loro pensano al passato come all'epoca di quelli che sono
stati i primi, ñaupaq kausaqunak. Quindi non quelli che ci sono stati prima, che
sono -come diciamo noi- dietro di noi, ma all'inverso. Per la cultura andina
quelli che sono stati i primi, ci stanno davanti, noi ci siamo aggiunti dopo,
siamo in coda. E' come per i numeri. Il passato è quel che ci sta di fronte,
davanti, dinnanzi, e non è dietro, ultimo. Noi europei diciamo che il passato è
finito, non c'è più, è morto, ma è al contrario: del futuro non si sa nulla, il
passato è sempre vivo, ha dato forma al presente e ancora lo influenza o
condiziona, agisce su di noi. Guai se non imparassimo da tutti quelli che prima
di noi hanno affrontato tanti problemi, e le necessità di sopravvivere in un
certo ambiente. (E' evidente che in questa fase di recupero di una concezione
prehispanica, per lui è fondamentale tenere dinnanzi a sé i modelli precedenti;
ma d'altronde anche in Europa certi dicono che le nostre radici sono dinnanzi ai
nostri occhi).
Poi aggiunge che se parlare significa pensare, quindi è da qui che deriva il
come apprendere le conoscenze, e perciò è importante in educazione, insegnare a
saper parlare, a sapersi esprimere, perché comporta saper pensare, e quindi è un
insegnare a saper pensare. Inoltre bisogna parlare del passato e non darvi poca
importanza. Però bisogna stare molto attenti, vigili, perché non ci si deve
perdere avanzando nel cammino. Mentre oggi molti indigeni lasciano le loro
radici, e si dimenticano di sé stessi. E' questa la falla dell'educazione
attuale. Ci sono molte forme di dominio, la religione, l'educazione, e il
sistema nel suo complesso. Ad esempio c'è l'alcol per dimenticarti il dolore. Il
vizio serve per dominare. Così le chiese servono per dividere. Ma ora terminò il
Pachakutin negativo, e sta iniziando un'era nuova. Perdersi in definitiva è una
decisione, così come la vita è tutta una messa alla prova. Come nel caso di
quell'indio che è divenuto sindaco della città di Otavalo, e che si è
dimenticato di chi è lui stesso. Certo, dice ancora, la cultura è qualcosa di
vivente, e quindi si deve adattare e si trasforma. Per esempio nel suo progetto
di sviluppo territoriale e sociale si contempla anche un grande lavoro di
formazione e di comunicazione, perché il progetto riguarda la partecipazione di
tre comunità per un totale di 12 mila persone. E tutti ora hanno desiderio di
partecipare. Si tratta di una grande opera di riforestazione, di rispetto per
gli equilibri dell'ecosistema, e di scambio reciproco tra chi è più in alto e ha
molta acqua e chi è più in basso e ha molta più varietà di prodotti. Ma gli
organismi pubblici, lo stato, il municipio, non lo finanziano, forse perché,
come si vocifera, qualcuno vorrebbe aprire una grande miniera nell'Imbabura, e
il governo e le amministrazioni locali sperano nei profitti di quella miniera...
Ci accompagna fuori dal cancella alla nostra auto, e intanto mi dice che proprio
lì vicino alla palizzata tempo fa aveva incontrato un chusalongo, uno spirito
agreste, e che era più alto della casa, si sono guardati, e poi subito lui è
scomparso...
sabato 15 (Ferragosto)
Al mattino presto andiamo con un taxi al mercato del bestiame. Speriamo di
incontrare Maria che ci aveva detto che sarebbe stata qui per vendere dei polli.
Si vede bene il vulcano mama Cotacachi innevato (5000 m) ed è uno spettacolo di
sfondo incantevole. Arriviamo e ci rendiamo subito conto che Maria non
l'avremmo potuta incontrare mai da tanta folla e ressa che c'era. Una
grandissima quantità di gente stava affluendo con ogni mezzo a questa spianata
portando i propri animali da vendere o venendo per scambiare o comperare. A
piedi, con i maiali al guinzaglio, o in auto, o con camion stracarichi di
mucche, o di lama, o di pecore... e anche torelli. Insomma ci facciamo coraggio
e iniziamo a fendere la folla come si può fare in un autobus al mattino pieno di
impiegati e di studenti, per cercare di scendere alla propria fermata. C'è una
gran confusione, voci, vari suoni dei più diversi animali che si lamentano o
sono preoccupati. Gente che è qui e deve andare là. C'è una zona per gli animali
piccoli, e un'altra per quelli grandi. Nella prima ci sono ceste piene di
galline, pulcini, paperette, conigli, cuy, eccetera, alcuni vendono un cucciolo
di cane, o un tacchino. Puzze e odori e i bisogni delle varie bestie per ogni
dove. Ma è veramente molto ricco, vario, suggestivo, interessante e anche
colorato, e si vedono costumi diversi dei vari paesi. Le donne portano dietro di
sé i bambini più o meno piccoli, o tengono per mano quelli più grandicelli,
anche loro vestiti col costume del paese come i grandi, sembrano degli ometti o
delle donnine in miniatura. Gli uomini hanno le trecce, il sombrero e vari tipi
di ponchos. Turisti pochissimi, o solo più tardi, c'è dunque solo la gente di
campagna che viene per fare i propri affari o per curiosare. Incontriamo persino
il ragazzino negretto conosciuto ieri, che arriva con un'oca in braccio. Maria
non c'è, sapremo dopo che le hanno rubato i suoi quattro polli, che erano
proprio suoi personali, ed è tornata indietro. Nella parte alta ci sono vari
comedores, punti di ristoro sotto dei tendoni, con pentoloni fumanti (e
puzzolenti di grasso) e le loro porchette arrosto o allo spiedo, e carne
(prevalgono, intestini, frattaglie, pelle, parti povere e a buon mercato) e
pesce. Alcuni vendono anche cordame, oppure assistiamo a una interessante
vendita all'asta di coperte, con tanto di altoparlante per il banditore. C'è
pure una parte con i foraggi per le bestie. Restiamo quasi tutta la mattina sino
a sfinimento per rintronamento, ma è veramente un grande spettacolo. Al ritorno
in paese andiamo a vedere il mercato della frutta e verdura che pure è molto
suggestivo e animato.
Pintag aveva promesso che ci avrebbe accompagnato in un luogo sacro di grande
energia dove loro si recano per fare delle cerimonie, o per isolarsi a meditare,
e questo è il luogo in cui si trova un albero sacro: taita lechero, cioè taita
in lingua kichwa significa padre, e lechero è il nome spagnolo di un albero
(euphorbia?) che cresce in quelle zone, le cui foglie secernono un lattice.
Ci dovremmo incontrare dopo pranzo davanti all'albergo gestito dalla sua
famiglia in città (a saperlo avremmo potuto andare là, evitando così notti
insonni per colpa dei pullman, e dei camion pesanti, che passano a tutte le ore
sotto la nostra finestra...) che si chiama hostal Chuquito; il termine chuqo sta
ad indicare un colore tra il giallone scuro e il color caffé chiaro, e il nome
dell'hostal ricorda il fatto che il padre aveva il nomignolo di chuqo perché
quando era bambino gli era morto il suo amato cane "giallo" (chuqo) e lui lo
aveva annunciato piangendo. Anche ora a casa loro c'è un bel cagnone (allku
=cane, mentre kanirka significa mordere) "giallo", a cui il piccolo Pumanaqi è
molto affezionato (il cane è l'unico che riesca a farlo sorridere!). Invece
essendo sabato, tutta la cittadina di Otavalo è invasa da una infinita quantità
di bancarelle, e non si può passare. Telefoniamo che venga lui da noi. Dopodichè
il cellulare mi cade di tasca senza che me ne accorga, ed è così che me lo
fregano. Ne compreremo più tardi uno di seconda mano dopo aver fatto la
denuncia alla polizia per telefono con l'aiuto della signora Adriana dell'hotel.
In auto Pintag racconta la storia dei quattro colori del mais, in Sudamerica c'è
il giallo, il bianco, il nero e il rosso, e la storia dice che quando verranno
meno, finirà l'umanità. Chiaramente, dice, l'allusione è alle quattro principali
civiltà, d'Asia, d'Europa, d'Africa e delle Americhe. Pintag dice che in effetti
il choclo (la pannocchia in kichwa) inizia col morocho (mais duro) bianco, che
poi maturando diventa giallo; la zuppa è macinata e si fa la colada de maìs che
in kichwa si chiama api, o in spagnolo mazamorra, ed è scura, e si mangia con
caracoles (cozze), o col cuy, ma dice che noi non la conosciamo perché i meticci
non la mangiano e quindi non si trova nei ristoranti. Si può fare anche con la
chuchuca che è un maìs più grande. Insomma dunque lo stesso mais cambia colore.
Poi c'è il yamor che è una mescolanza di sette grani diversi: i quattro di maìs,
orzo, avena, frumento, da cucinare per tutta la notte e poi quando è pronta è da
consumare subito (ancora non si sa come bloccare la fermentazione, mentre gli
antichi all'epoca pre-inca e inca lo sapevano fare). A Otavalo in settembre c'è
una festa del yamor che dura vari giorni. Insomma la storia dei quattro colori
facendo riferimento al mais, allude anche al fatto che c'è mescolanza, e che ne
esce un risultato buono, e che c'è trasformazione da un colore all'altro.
Dunque dopo un po' di strada sterrata in salita su per una collina
isolata, giungiamo quasi in cima, lasciamo l'auto e saliamo sul cocuzzolo (a
2837 m) di questo dosso (Pucarà de Rey Loma) ricoperto d'erba, dove c'è un solo
albero. Da lì si gode un panorama straordinario: da una parte si vede giù la
Laguna San Pablo (chiamato, dagli antichi abitanti Cara, Imba cocha), un bel
laghetto sulle cui rive le donne del paese vicino vanno a lavare i panni.
Venerato e rispettato sin dai tempi più remoti per la sua origine mitica. E
dall'altra parte si vede la grande montagna Imbabura (di 4600 metri) a 60 km
dalla cittadina, che da il nome alla provincia, e che pure chiamano taita,
poiché gli si attribuisce la paternità di tutto il popolo degli otavalo, e, come
di rimpetto a questa, si vede piuttosto in lontananza la maestosa montagna
Cotacachi, che, pur trovandoci all'equatore e in agosto, ha dei ghiacciai
perenni; essa ha un nome proprio (in spagnolo Maria Isabel Nieves) e gli
indigeni per grande rispetto la chiamano Mama Cotacachi. E' un vulcano semi
spento, ma potente.
I due si guardano e si desiderano, ma anche un po' si fanno ogni tanto dei
dispettucci o degli scherzi, e giocano tra loro. Taita Imbabura presenta da
questo lato una parte rocciosa che sembra un po' a forma di cuore, lì si trova
l'anima della montagna. Certe leggende dicono che là dentro ci siano grandi
ricchezze (forse là è stato nascosto all'arrivo degli spagnoli il tesoro di
Atahualpa), e/o che se si riuscisse ad andare dentro, là non passa il tempo, e
pare che qualcuno avesse trovato il modo di entrarci, e dopo 50 anni sarebbe
uscito con la stessa età di prima... Quanto ai poteri di questa "vertiente
mitica", di questo leggendario versante del monte, essa si farà conoscere
pienamente solo da un eletto il quale incontrato il tesoro dovrà fondare là sul
sacro monte una città nuova...
Taita Imbabura è il padre e quindi il protettore degli indios, simbolo di forza
e durezza, e di virilità, da lui dipendono il tempo atmosferico locale e i buoni
raccolti. Gli indigeni vengono periodicamente qui a svolgere il rito del Wakcha
Karay (scritto anche Huaccha caray, regalo per i poveri), cioè a implorare la
loro protezione e esprimere desideri per le proprie comunità, per cui la gente
si raccoglie qui intorno portandosi il pasto, che viene benedetto dallo Yachag,
dallo sciamano, e si condivide tutto. Pintag ci racconta la leggenda della bella
laguna e dell'albero che le fa come da sentinella. Tantissimo tempo fa ci fu un
lungo periodo di aridità che flagellava tutta questa regione, e pertanto la
gente pensò che si sarebbe dovuto compiere il sacrificio di una giovane per
offrirla a Taita Imbabura e calmare il sacro monte che era divenuto così poco
generoso. Una bella indigena chiamata Nina Paccha (fonte di luce) fu l'eletta,
però il suo giovane innamorato Guatalquì, non era disposto a perderla, e così
fuggirono assieme. Tutti si misero al loro inseguimento, e quando stavano per
raggiungerli, il cielo si illuminò per un forte lampo, e Nina Paccha sparì. Il
grande padre l'aveva trasformata in una bella laguna. Inoltre sorse un terribile
fulmine proprio dove si trovava il giovane innamorato, che sfumò e germogliò in
forma di albero lechero, così volle taita Imbabura perché facesse da guardiano
permanente della sua amata. Dato che la gente era immobilizzata dalla sorpresa e
dallo spavento, una forte e abbondante pioggia incominciò a cadere su tutti i
campi coltivati. Fu così che la laguna e l'albero si convertirono in templi
rituali da dove si potevano alzare implorazioni per la semina, il raccolto e per
la vita stessa...
Insomma quando si giunge là, bisogna chiedere permesso all'albero, e anche ai
due grandi monti, e mostrare rispetto.
E' davvero un punto panoramico bellissimo, e questo albero lechero in quella
posizione dominante sembra proprio essere un guardiano, o un testimone, in
costante comunicazione e dialogo con il lago, con la valle e con le due grandi
montagne. C'è silenzio assoluto, e di solito tira un forte vento. E' certamente
un luogo in cui si percepiscono forti energie presenti. Perché il lechero si
trova qui? Pintag ci parla del fatto che qui si può avvertire la energia
principale e suprema dell'universo chiamata in kichwa Aya Uma (aya è lo spirito
e uma la testa, quindi sarebbe il capo-spirito ovvero il Grande Spirito venerato
anche dagli "indiani pellerosse" del nordAmerica, mentre gli spagnoli lo
definirono il gran demonio, o testa di diavolo, ma la traduzione era una
forzatura consapevole). Certi sostengono che questo albero solitario è divenuto
un vero e proprio simbolo della "otavaleñidad", quindi di quel qualcosa comune
che provano indios, meticci, e ladinos che è l'identità culturale locale, pur
variamente intesa.
Dunque prima di venire abbiamo comperato alcune offerte da portare in omaggio,
una banana, un sacchettino di cioccolatini, un mandarino, due piccoli panini,
ecc. e ognuno ha dovuto prendere solo i suoi e pagare per proprio conto. Insomma
non è come fare la spesa, e dunque questo ha fatto un po' tribolare il
negoziante per dare a ciascuno il suo resto separatamente. Giunti qui, dopo aver
chiesto il permesso, ci siamo disposti in cerchio e Pintag ha intonato una
melodia, poi dopo un lungo silenzio ciascuno è andato a scavare una buchetta in
terra ai piedi dell'albero, dove ha deposto la sua offerta e l'ha poi ricoperta
con quella terra, e tornando a sedersi al suo posto sul prato, ha pensato
mentalmente qualcosa che desiderava particolarmente e che potesse essere di
generale gradimento. Infine lui ha intonato un'altra melodia, siamo rimasti lì
ancora un po' in silenzio e in meditazione. C'erano dei gran nuvoloni anche
neri, e il vento era proprio molto forte. Quando Pintag ha detto che il
ringraziamento era terminato, ci siamo alzati, e ci siamo fatti fare anche una
foto.
Proprio in quel momento si è aperto un grande buco tra le nuvole, e siamo stati
inondati dal forte sole, ci siamo detti che sembrava come un segno di
accoglienza e gradimento.
Quindi all'improvviso si è alzata in volo una grande aquila ! che è salita
altissima, e poi è andata lontano.
E' stato magnifico, abbiamo abbracciato quell'albero come fosse un anziano
parente, con affetto.
In quel momento è arrivata una giovane inglese da sola, che era salita a piedi,
e ci ha chiesto di cosa si trattasse, così le abbiamo un po' raccontato di tutto
questo.
Intanto un cagnetto vagabondo si è avvicinato alla buchetta che avevamo fatto, e
ha incominciato a mangiarsi le nostre offerte...
Poi siamo ridiscesi, e abbiamo rivisto l'inglesina camminatrice con un
motociclista accanto, che discutevano, allora ci siamo avvicinati per
proteggerla e intanto abbiamo visto che il giovanotto era uno della polizia,
così gli abbiamo detto che la conoscevamo e che l'avremmo accompagnata noi per
il resto del percorso fino in città. Lui ha detto che voleva solo avvisarla del
pericolo che ci potrebbe essere a girare da sola in luoghi isolati, ma che lei
non ha capito quel che le diceva e ha equivocato le sue intenzioni. Boh,
chissà?... in effetti lei, come moltissimi dei numerosi turisti britannici e
nord-americani (di gran lunga i più numerosi tra i turisti stranieri) non
capisce lo spagnolo... l'abbiamo accompagnata in auto per un po', poi lei ha
voluto continuare la sua camminata.
Poi Pintag ci ha portato a visitare le cascate, che si trovano nell'area di una
ex grande hacienda in cui c'era un opificio di tessitura. Si tratta di un bel
bosco grande esteso, curato come parco pubblico, e piuttosto frequentato e
visitato. Anche il bosco è caricato di sacralità, come già abbiamo visto la
cultura locale e le tradizioni mantengono una relazione molto stretta e
fortemente sentita con il contesto ambientale naturale, in special modo con le
montagne, i boschi, gli alberi, le fonti, i fiumi e i laghi, e al proposito
hanno presenti moltissimi significati che sono attribuiti agli elementi della
natura, e ricordano molte leggende e miti, che hanno poi ispirato una gran
varietà di racconti e fiabe, come anche riti e cerimonie, e feste.
La cascata principale compie un salto d'acqua di 18 metri di altezza, è formata
dal rio Peguche che sgorga dal lago di San Pablo, e dopo la cascata cambia nome
e viene chiamato Jatun Yacu (grande acqua). Perciò la comunità indigena del
luogo si denomina fachallacta, o "figli della caduta d'acqua", intesa
quest'ultima quale sinonimo della forza e potenza dell'acqua. Questo è un luogo
sacro per gli otavalo, che qui vengono a compiere abluzioni e immersioni
rituali, soprattutto durante la luna piena (quando l'effetto della attrazione
lunare sulle acque è maggiore), in particolare anche presso il cosiddetto baño
del Inca, dove si immergeva Atahualpa (o Atawallpa) per purificarsi e
intercedere con l'elemento delle acque, yacumama, per cui gli indigeni
bagnandosi stabiliscono dei patti con lo spirito del fiume per caricarsi di
forze e di energie. Questo accade in particolare con il bagno rituale Armaytuta,
durante la cosiddetta fiesta de San Juan, cioè con la festività del dio Sole, lo
Inti Raymi, che si tiene nella notte tra il 21 e il 22 giugno nel momento
culmine del solstizio (conosciuta appunto come "la notte del bagno"). In quella
occasione si beve la bevanda sacra, la chicha de jora, cioè birra di granturco
germogliato, si mangia in comune, api con cuy, si cammina nel bosco sino alla
cascata con musica e canti, poi si inala il vapore e le gocce d'acqua, e poi si
danza al grido "churay! churay!" diffuso in tutte le Ande, oppure "hala-ha! ha,
ha!", e si mangia un po' di "motecito" (una pappetta di mais bollito, come una
polentina) a discrezione del sacerdote della cerimonia, cioè a seconda di quanto
intensamente si balla, e le danze durano tre giorni e tre notti. Queste feste
collettive devono essere (da quanto ci riferiscono) molto coinvolgenti e
travolgenti, e quando gli indigeni incominciano a bere basta poco perchè si
inebrino e allora si scatenano in urli, canti e balli esagerati. Giovanni Onore
diceva che loro non sono forniti degli enzimi sufficienti per metabolizzare
l'alcol, quindi non lo "digeriscono" e basta loro una minore quantità rispetto a
noi europei per cadere ubriachi fradici (ne abbiamo visti parecchi). Per gli
indigeni di tutto il nord questa festa in occasione dei raccolti d'estate è
molto sentita come un riferimento culturale importante, e i preparativi (anche
in senso "spirituale") durano diversi giorni.
Poi siamo andati all'angolo della musica, che è un luogo vicino ad un grande
albero, in cui si va a provare i nuovi strumenti appena costruiti, e a metterli
a punto, e anche dove si recano coloro che hanno appena terminato un corso di
musica strumentale. Attraversiamo il fiume camminando su un grosso tronco,
restiamo un momento in contemplazione della cascata, e Pintag dice che secondo
certi ogni tanto dietro la cascata si apre un passaggio segreto nella
roccia. Poi passiamo a salutare l'albero nodoso, un grosso e largo albero molto
bitorzoluto, vicino al quale vengono gli innamorati. Infine raggiungiamo Ghila e
Annalisa che si erano fermate e ci aspettavano in una bella radura del bosco.
Ecco cosa può fare uno sguardo magico, ci fa vedere in un parco dove viene la
gente a passeggiare per ricreazione, e in una bella cascata, cose sorprendenti e
meravigliose; tutto dipende dal tipo di sguardo che si è attivato.
Oramai prossimi al crepuscolo andiamo, sempre per una stradona di terra e sassi
verso un villaggio e ci fermiamo vicino a una casa contadina, qui ci porterà a
vedere la pietra nera, raccontando della gara tra due chusalongos (personaggio
mitico della serranìa andina, figura burlesca, una sorta di demonietto anche
sporcaccione, molto alto e dotato, che si diverte a dire chiare e tonde certe
verità, entrato anche nel folklore popolare dei meticci dell'epoca della
colonia, era come un essere faunesco e satiresco, che viveva nei boschi e nei
monti da selvaggio, in modo animalesco accoppiandosi con chiunque. Per cui era
chiamato dagli spagnoli "diablo suelto", o spirito maligno, o anche
spregiativamente diavolo indio). Dunque c'erano due guardiani delle montagne,
che erano due chusalongos potenti, avevano un pene così lungo che faceva cinque
giri del ventre, e tra loro si è ingaggiata una gara di lancio del peso per
stabilire quale montagna doveva tenere più vegetazione. Il primo lanciò una
grossa pietra, e fu appunto quella che cadde vicino a Peguche in un prato nei
pressi di un rio, mentre invece quella tirata dall'altro arrivò sino
all'Imbabura, ed era un masso tremendo che si chiama kwandun rumi, e con quel
tiro vinse il guardiano del Cotacachi. In effetti esiste lungo un fianco
dell'Imbabura un laghetto con un masso proprio nel mezzo, ed è un bellissimo
luogo dove a volte Pintag va a meditare. Come mai c'è proprio lì questo masso?
perché è stato gettato sin lì da un potente chusalongo... Ma anche questa che
ora vedremo, e che si chiama hatun rumi, grande pietra, è molto rispettata, e
spesso ci si reca lì a tenere cerimonie. Scendiamo a piedi lungo il muro della
casa, Pintag saluta e chiede il permesso, il prato è sempre più scosceso e
oramai umido, e la luce comincia a scarseggiare. Passati a fianco di una grossa
mucca (che io nella penombra credevo potesse essere un toro) arriviamo a questa
grossa pietrona nera, ed in effetti è molto suggestiva, anche perché c'è vicino
un torrente con molti alberi alti che svettano lungo le sue rive, e quel poco di
chiarore che c'è ancora li mostra come in controluce, mentre le acque sono un
po' luccicanti. Il silenzio qui è totale (a parte il sottofondo del mormorio del
ruscello e qualche muggito). Giriamo attorno alla pietra nera, e vedo che le
rugosità della roccia sono state dipinte perché sembrava di poterci intravedere
delle figure, che così sono state evidenziate e poste in risalto. Si tratta di
un volto di profilo di uno che soffia dentro una grande conchiglia per farla
suonare.
C'è anche una spirale, che Pintag dice che rappresenta il tempo e dove si può
ben vedere che il passato è sempre davanti al presente perché man mano che segui
col dito il percorso un tratto del precedente si trova dinnanzi. Restiamo lì un
poco in silenzio, io sono ammaliato per non dire stregato dall'ambiente
circostante e dalla imponenza magica del grande masso scuro con le sue figure
che oramai appena si intravedono. Gli alberi in controluce ondeggiano per il
vento, e si levano profumi di fiori. Quindi risaliamo in silenzio su per il
prato nel buio e raggiungiamo l'auto dove ci aspettano Ghila e Annalisa.
Infine torniamo a Otavalo e ceniamo con lui in un ristorantino con musicisti
locali che ci assordano, mentre mangiamo il lapingacho (frittelle di patate e
formaggio) e il morocho (mais abbrustolito duro e scuro). In una cartina di
Otavalo vedo che da una parte c'è il cimitero meticcio, e dall'altra il piccolo
cimitero indio: questo rivela già molto sul regime di apartheid e sul razzismo
che ha imperato nel Paese sino a una quindicina d'anni fa.
In effetti Pintag dice che in questo sono separati. Loro vanno al cimitero il
lunedì e il giovedì, se no "hay mal aire". Mentre invece i meticci ci vanno in
giorni differenti, e così non si incontrano.
Insomma non bastava esser morti per non essere più etichettati come inferiori...
Ma ricordiamo che sino a pochi decenni fa la città era considerata "il luogo"
dei meticci e dei bianchi, gli indios che ci vivevano erano lì per svolgere i
lavori manuali o i lavori servili. Mentre gli indios nella loro quasi totalità
erano i contadini, i campesinos, e facevano esclusivamente i lavori dei campi e
dell' allevamento e pastorizia, nei paesi, nei villaggi, nelle zone rurali,
vivendo nelle loro comunità per conto proprio. Venivano in città per il mercato,
e si riconoscevano a vista per il fatto di essere scalzi (una volta c'era un
detto che suonava così: "la gente decente siempre usa zapatos", le persone per
bene usano sempre le scarpe), di indossare i costumi tradizionali, e i
sombreros, e per la pelle bruciata dal sole e corrugata dal vento, per il fatto
di parlare negli astrusi "dialetti" indigeni (così ci si esprimeva).
Pintag aggiunge che loro credono che ci siano momenti in cui lo spirito di una
qualunque cosa o persona possa manifestarsi, trovare una porta di passaggio da
una dimensione ad un'altra, un canale di comunicazione tra i Pachakuna; con un
appropriato "camino", percorso, di preparazione puoi comunicare, puoi avere
accesso entrando in sintonia con l'energia universale Aya Uma. Ti può aiutare
l'energia specifica di una montagna (Apu), oppure altre, e per quello che
riguarda lo spirito dei defunti, a mezzogiorno, alle quattro del pomeriggio e a
mezzanotte del lunedì e del giovedì si riescono a percepire dei colpi, delle
scosse che facilitano il passaggio. Ma in generale il tuo spirito può
incontrarsi con lo spirito di qualsiasi cosa sia piccola che molto grande, e per
ciascuno c'è il suo momento magico da saper cogliere.
domenica 16
Partiamo verso sud, ci fermiamo ad un altro punto di intersezione con
l'equatore, con un tizio addetto che fornisce spiegazioni con riferimento alla
astrologia andina.
Si vede l'imponente vulcano Cayambé perennemente innevato (5800m), che sta a 60
km da Otavalo. E' la terza montagna più alta in Ecuador, e la più alta tra
quelle che nel mondo sono attraversate dalla linea dell'equatore. Ha sempre
costituito per le culture indigene un punto di riferimento astronomico, e sulla
sua osservazione è stato costruito uno dei primi calendari agricoli. I saggi
delle antiche culture preincaiche lo consideravano il centro dell'universo e del
tempo.
Dopo il giro con la circolare est attorno Quito, e dopo Aloag e Aloasì, nei
dintorni di Machachi ci fermiamo a pranzare lungo la strada al café de la vaca.
Poi dopo aver intravisto il Rumiñahui (4700), vediamo proprio bene Taita
Cotopaxi (5900m.) ! che poi si coprirà di nubi per giorni. Che veduta
spettacolare! è molto largo e ha in cima uno scialletto bianco di neve
sfrangiato... E' proprio come un bambino disegnerebbe un vulcano con la neve.
Infine dopo aver superato un altipiano sui 3500 metri, scendiamo verso Lasso e
arriviamo a Latacunga (2800 m), all'hotel Rodelu. Giretto per il centro storico,
ceniamo alla pizzeria Bongiorno con dei francesi che ci parlano delle loro
esperienze e impressioni, sono giovani interessati, colti e acuti osservatori, e
benché abbiano girato più o meno negli stessi posti e in questi stessi giorni,
le loro impressioni sono abbastanza diverse dalle nostre. Probabilmente questo
esito dipende da diversi fattori, dagli eventi accaduti e dagli incontri
compiuti, dallo stato d'animo loro, dalle loro aspettative, generate dalla loro
preparazione al viaggio, dall' interrelazione reciproca tra loro tre e dai
rispettivi commenti e reazioni e dibattiti che questi hanno generato, che hanno
fatto sì che il loro specifico "vissuto" di queste esperienze visive e umane
fosse differente dal nostro, dato che anche il nostro era determinato da quegli
stessi elementi indicati prima, ma sotto altra veste, altra forma, e quindi
altre modalità di approccio alla realtà che ci veniva incontro. E' curioso, ma
"consueto" che sia così, tuttavia ci stranisce un poco. E' interessante
riflettere su queste cose, ogni viaggio è una avventura unica e irripetibile.
Uno di loro accennava a questa fase di "recupero" della identità aborigena
andina attraverso la scuola elementare, ma anche i corsi per adulti, e i
risvolti culturali delle attività sociali e sindacali. Mi fa tornare in mente
alcune pagine che leggevo l'altro giorno in un libro preso alla "Abya Yala",
sugli "equivoci" della "pretesa" di "insegnare la cultura". L'autore, José
Sanchez Parga, trattando della educazione interculturale di base bilingue (EIB)
che da ormai molti anni si è introdotta nelle aree a maggioranza indigena,
esponeva i suoi "dubbi pedagogici" relativamente alla sperimentazione sino ad
allora svolta (tra il '91 e il 2005) nelle zone rurali della Provincia del
Cotopaxi, diceva che l'insegnamento in kichwa era stato subordinato e
condizionato ad un supposto "rafforzamento" dell'identità culturale, inteso
semplicemente come una incorporazione di certi contenuti culturali
nell'istruzione, cosa che è a suo parere ben lungi dal garantire "effetti di
interculturalità". Come se il solo fornire nozioni culturali -scrive- fosse
sufficiente per "fomentare" l'interculturalità, o darle impulso, perché si possa
in tal modo "produrre equità ed eguaglianza" tra le diverse culture del Paese
(le virgolette si riferivano al testo della precedente Costituzione di dodici
anni fa). Mentre, dice Sanchez, le culture sono effetto della società e non
dell'istruzione, e le culture sono qualcosa che esiste solo interculturalmente
in quanto l'interculturalità, ovvero le relazioni tra culture, sono la forma di
essere, di esistere e vivere di ogni cultura. Pertanto saranno gli attuali
sviluppi sociali, le attuali linee di tendenza della società moderna ciò che
produrrà i cambiamenti culturali, e darà impulso alla perenne trasformazione dei
contesti culturali. La cultura è un prodotto e non qualcosa a sé stante che
possa essere insegnato e impartito. Se ci si limitasse a questo allora si
ignorerebbe la forza dei processi culturali, che sovrasta qualsiasi iniziativa
conservativa per frenare i cambiamenti. Già questi primi pochi cenni ci possono
dare un'idea del grande dibattito in corso sulla operazione di recupero e
salvaguardia, ma soprattutto di rivitalizzazione, della cultura andina, che
forse è stata riferita piuttosto alla cultura materiale, e a quello che fu il
patrimonio culturale originario del mondo indigeno della sierra (?).
Comunque per certi versi mi ricordano un poco i dibattiti che c'erano in Spagna
nel 1989 quando passammo il nostro anno sabbatico in Catalogna, ed era in corso
il processo di "normalizzazione linguistica" da parte del governo regionale
catalanista, ed assistemmo ad accese discussioni in proposito (che poi
constatammo che erano simili a quelle in corso anche nei Paesi Baschi, in
Galizia, e in altre parti, da quando si erano istituite le regioni autonome).
lunedì 17
A Latacunga ci rincontriamo, al mercato locale, con Manuel Pumaquero. Pranziamo
e alla fine gli chiedo se vuole un dolce, ma lui dice che per cena prende un po'
di dolce, mentre a pranzo no, e mangia cose poco salate, mentre alla prima
colazione allora sì prende un dolce e cose del tutto senza sale. Questa è una
sua dieta. La dieta è importante, così come il cosiddetto "yoga andino" che lui
pratica regolarmente. Ci dice che è composto da tre fasi, la prima si chiama
uyari ed è una pratica di meditazione basata sul controllo del respiro, la
seconda cuyuri, e consiste nell'assumere e mantenere certe posture,
proprio simili a quelle yoga (abbiamo visto al museo un'antica statuetta
pre-incaica in cui una figura umana era seduta a terra a gambe incrociate, con
la schiena e la testa ben dritta, e gli occhi chiusi), la terza è lo Inti
cuyuri, che è una disciplina di meditazione molto avanzata che si compie di
fronte al sole. In Bolivia ha visto un noto monolito con la figura di un puma
con il ventre molto all'indentro, e quello è un modello da seguire, quando
lavoriamo principalmente col diaframma si dice "solarizamos", poiché ci si
concentra proprio sul plesso solare, e si è rivolti al Sole. Al mattino presto
ci si apre per espellere l'ossigeno notturno, e si assume energia morbida, cioè
aria pura. I cosiddetti movimenti solari mirano a connettersi, bruciare e
assorbire. Si tratta effettivamente di esercizi che risalgono a prima degli
Incas. Le vibrazioni di energia morbida passano ad esempio anche attraverso il
cucinare, se no non si riesce ad entrare nel cuyuri. Per questo l'arte culinaria
è tra le arti sacre, ci vuole molto tempo per imparare a cucinare in modo
spirituale, e per apprendere che il cibo e il fuoco ti sorridono. Nel momento in
cui si preparano e si manipolano e si cuociono i cibi, si sta comunicando con la
dimensione spirituale. Queste sono cose che vengono spiegate da un Taita Yacha,
da un saggio, un hambi yacha, uno che ha le conoscenze del prendersi cura, o da
un hambi Runa, un uomo (o donna) di medicina. Ma ad esempio nelle arti della
salute e della cura andine, chi veramente è il soggetto, chi si cura, è il
malato; l'altro (ad es. il medico) è un accompagnatore. Ma -ci dice- non date
credito ai vari curanderos o chamanes popolari, sono quasi tutti ignoranti.
Ci parla di tante cose. Per esempio ci dice che la trinità andina è composta da
Amaru, il serpente, dal puma, stupendo e temibile, e da Kuntur, il condor, che
non ha mai ucciso nessuno, che ha la più grande apertura alare di tutti, e vola
a grandi altezze in cielo. Il puma rappresenta l’energia; il serpente la
conoscenza, e l’intelligenza; il condor la pace. Questo era anche il Totem
antico in cui questi animali erano raffigurati uno sopra l’altro. La loro
trinità rappresenta l'armonia. Così come ci sono tre mondi di vita, o Pacha,
donde estamos subsistiendo: quello sotto (urin) di noi, il mondo degli elementi
primordiali (simbolo: il serpente), che è Uju o Ukhu Pacha (ovvero
l'oltre il mondo, o oltre la vita, dove si trovano gli spiriti); poi Kay
Pacha (questo mondo, o questa vita), che è la superficie terrestre, il mondo
dei vegetali, e degli animali tra cui l'uomo (simbolo della vitalità: il puma);
e infine sopra c'è il mondo celestiale e cosmico, Hanan Pacha (ciò che
c'è prima del mondo, o della vita), in cui nel nostro mondo e nella nostra vita
primeggiano il Sole e la Luna (che quando sono allineati producono le cosiddette
"maree equinoziali"), ma vi sono anche le nuvole, e l'arcobaleno, e le stelle
lucenti come la stella "sentinella del mattino", chaska lucero (che noi
chiamiamo Venere), e quella della sera (che è Marte), e le costellazioni.
Simbolo del mondo alto: il condor.
La corrispondenza e la complementarietà tra questi mondi di vita è un dato
essenziale. Questi elementi si ritrovano in tutti i popoli della cordigliera
andina da nord a sud, come ad esempio i tre comandamenti citati già più sopra, o
la chakana, la cosiddetta "croce a scala andina" (che si basa sulla
osservazione della costellazione della "Croce del Sud", cioè sul calcolo del
rapporto sacro tra lato minore e maggiore, ovvero considerando l'uno il lato di
un quadrato e l'altro la sua diagonale, che è pari alla radice quadrata di due,
la cosiddetta costante pitagorica, ma già calcolata nell'antica India vedica e
dai Babilonesi). Essa è in effetti la rappresentazione di un ponte con tre
gradini replicato sui quattro lati di un quadrato, da qui il nome completo,
tawa chakana, tawa significa quattro (il cui disegno nella sua interezza ha
una certa somiglianza con alcuni antichi mandala vedici); i quadrati
rappresentanti gli scalini lungo le diagonali avevano i tre loro lati "esterni"
di quasi 4,5 cm. per lato, determinando così l'unità "aurea" di misura andina,
Kumbe mayo, usata dagli agrimensori e dagli architetti e ingegneri (per
saperne di più vedi C. Milla Villena, Genesis de la cultura andina, 1980,2008).
Gli dico che avevo già saputo della "croce andina" in Perù, e so che questo
ponte a scala è il simbolo della razionalità del tutto. Rappresenta la
complementarietà, la corrispondenza, il mutuo soccorso, la trasparenza, il
ponte, il passaggio, la comunicazione e/o connessione tra esseri umani e tra
l'uomo e il resto della natura, come tra l'uomo e il cosmo. In questo senso è un
ponte (chaka significa "ciò che si deve attraversare", e hanan, "in alto"),
costituito da gradini; ed è spesso seminterrata in quanto la metà superiore si
riferisce al ponte tra i mondi di superficie e cosmico, mentre quella nascosta
si riferisce al contatto tra il mondo di superficie e quello interno o interiore
più profondo.
La croce del sud con le sue quattro stelle raffigurava anche la complementarietà
per un verso tra sopra e sotto (hanan-urin), cielo-terra, uomo-donna, ecc., così
come col discrimine in verticale, quella tra destra e sinistra, luce-ombra,
giorno-notte, sole-luna, maschile-femminile, ecc., e infine quella tra le
quattro parti del mondo, il Tawantinsuyo, che era il nome dell'impero incaico,
simboleggiate nei quattro lati della chakana. Perciò si segna un centro con un
cerchietto o un quadratino, verso cui eventualmente convergono quattro
semirette. Manuel segna da un lato la volontà e dall'altro l'azione, in alto il
sapere e alla base il saper essere.
Tutta questa simbologia era raffigurata nel grande tempio del Sole (qoricancha)
a Cusco. E i saggi (yachak) dicevano che "nel mondo nulla è di per sé buono e
nulla è cattivo, semplicemente ciò che c'è, c'è perché deve esserci", insegnando
così a rispettare le polarità, come complementarietà.
Sembra incredibile che tali concetti si siano mantenuti all'interno del contesto
indio solo per tramite orale, e Manuel dice che una cultura comune si poté
mantenere grazie ai quipùs, cioè ai promemoria fatti di cordicelle, e anche alla
rete viaria incaica che era efficiente e molto estesa, percorsa da chasky,
messaggeri che portavano, correndo a notevoli altitudini, messaggi di ogni
genere da una parte all'altra dell'impero, così si è costruita una unità
culturale comune al di là delle differenze. Questi simboli sono poi la base di
partenza per sviluppare una serie di insegnamenti. L'anno passato ci fu una
marcia sia dal nord del Chile sino a Panamà, sia nell'altro senso, seguendo il
tracciato della grande arteria centrale incaica che percorre tutte le Ande, la
strada reale, che è anche il Qapak ñan, il sentiero della luce, che va in
diagonale come l'inclinazione dell'asse terrestre, che è anche un simbolo di un
cammino di conoscenza e di spiritualità. L'incontro tra quelli provenienti dal
nord e quelli dal sud, simboleggia l'auspicato incontro tra l'aquila e il
condor, cioè il ricongiungimento tra "indiani" pellerosse, indios "pueblos",
toltechi, nahuatl, e altri uomini di spiritualità del Nordamerica, da un lato, e
gli indios delle Ande, dell'Amazzonia e tutti i popoli oppressi del Sudamerica
dall'altro. Quando l'aquila e il condor incroceranno negli alti cieli d'America
i loro voli, si aprirà una nuova era per i popoli indigeni e per tutto il
continente. Si procedeva con i bastoni sacri sopra al capo, e si intonavano
cantici e ogni tanto si compivano corse come quelle dei chasky. La marcia, o
corteo, si ripete ogni quattro anni. Fu in quell'occasione che lui incontrò una
straordinaria donna tedesca di settant'anni che lo volle fare anche se si
camminava sopra i 4000 metri, e che era una grande studiosa e ricercatrice delle
culture dell'area andina.
Gli parliamo della visita al lechero sopra Peguche, e lui commenta che si
sarebbe dovuto utilizzare il suo nome originario in kichwa (pinllu o pinkul); la
simbre è l'energia del nome, se non si utilizza il nome autentico non giunge
tutta la energia. Comunque dice che ci sono simbres che non si rivelano a chi
non è iniziato, ad esempio nelle scritture (e allude ai quipùs e ai simboli sui
tessuti) ci sono dei codici che sono riservati. Anche nella provincia di
Chimborazo c'è un albero sacro; è vicino a dove si trova un antichissimo tempio
andino, tra Chunchi e Cañar, a 3260 metri, sul monte del Puñay. Non c'è solo il
famoso tempio di Ingapirka ad essere di forma ellissoidale, ma ce ne sono di
pre-incaici, e forse anche precedenti la stessa cultura cañar e dei sacerdoti
Schyri, e civiltà arcaiche come quella de "La tolita" (potrebbero risalire fino
al 3500 a.C.). Si tratta di tre piramidi tronche ellittiche di terra scalonata,
non con i lati come un muro, cioè perpendicolari al terreno, ma obliqui, sono
state identificate nel 2003. La più grande è posta sulla cima del monte ed è
alta 45 metri e lunga 420 metri. Si sono preservate perché protette da uno
strato di materiali che le hanno conservate dalle erosioni della pioggia e della
neve. Le tre assumono viste dall'alto la forma come di un uccello sdraiato. Non
ce ne sono altre eguali nel mondo costruite sopra una rocca, una cima rocciosa.
Dopopranzo ci salutiamo, ma ci ritroveremo poi di nuovo a Riobamba per visitare
il suo istituto.
Per strada una signora ci ferma perchè ci sente parlare in italiano, e si mette
a chiacchierare perchè lei lavora a Milano, e poi ora c'è qui la sua figliola e
vorrebbe che sentisse com'è la lingua italiana...
Quindi verso metà pomeriggio andiamo a vedere l'agriturismo "el Cuello de Luna"
(a 3125m) che ci piace molto, e incontriamo una coppia di catalani, Conchita e
Jordi. Il nome dell'agriturismo è la traduzione di Cotopaxi, poiché quando la
luna piena sorge proprio da dietro la cima del Cotopaxi, sembra che sia la sua
testa che si appoggia sul cratere e il monte-vulcano dunque diventa il suo
collo, con il collare o uno scialle, di neve e ghiacci, dev'essere uno
spettacolo strabiliante.
martedì 18
Facciamo una gita alla Hacienda di San Augustìn de Callo (3300m). Lì c'è tutta
la storia del paese, dal tempietto inca con i muri di grandi pietre
rettangolari incastrate a secco perfettamente tra loro, alla grande Estancia
coloniale, al territorio attorno della immensa hacienda, ai quadri con i
ritratti e le foto dei grandi personaggi della famiglia, tra cui due presidenti.
Qui risiedette il grande scienziato ed esploratore Alexander von Humboldt nel
1802, fu lui a denominare e rendere famosa questa larga e grande vallata come
"avenida de los volcanes" (complessivamente ve ne sono venti). L'ultima
discendente della famiglia, da giovane fu una allegra ragazza del '68 amica di
molti artisti, che oggi è una cordiale signora sessantenne che viene a
salutarci. Qui si può assaporare tutto lo stile di vita dell'epoca coloniale e
del primo periodo della indipendenza repubblicana. Oggi è un albergo di lusso
(circa 500 dollari a notte).
A differenza delle encomiendas (concessioni reali spagnole) dei grandi
latifondisti (che comprendevano vaste piantagioni, e includevano la locale
popolazione, costretta a lavorare per la famiglia padronale bianca), qui sul
lungo altopiano tra le due cordigliere, queste grandi haciendas non erano molto
numerose. In generale ancora fino a pochi decenni fa in Ecuador su 350 mila
proprietari agricoli, solo 1370 (i grandi possidenti) avevano terreni di oltre
500 ha., prevalentemente giù dalle pendici della cordigliera occidentale e in
pianura sino alla costa. Sulla sierra si coltivavano prevalentemente mais,
patate, orzo, grano, fave, verdura; mentre nelle piantagioni c'erano produzioni
più redditizie. Gironzolando per le stanze di questa grande casa, e nei cortili
e nei patii, nel giardino con i grandi alberoni secolari, i fiori, le papere nel
laghetto, visitando la scuderia con i suoi bei cavalli, e guardando i campi qui
attorno, la grande cucina e la dispensa, e le case degli inservienti e dei
lavoranti, i quadri con i ritratti, o le foto di queste famiglie, con i
politici, i magistrati, gli appassionati di tori e di corride, ci si fa una idea
di questo piccolo-grande mondo a parte, di queste isole, in cui scorreva una
vita di altri tempi sino a pochi anni fa. E si percepisce la cosiddetta "eredità
dell'altèro spirito spagnolo di casta". Ogni grande latifondo era come un
piccolo regno patriarcale in cui tiranneggiava una locale monarchia assoluta per
diritto divino. Nel succedersi delle generazioni e dei matrimoni tra questa
manciata di famiglie si è costituita l'oligarchia creola, che ha dominato
imperturbabile, pur con dissidi tra i suoi partiti, sino a pochi decenni fa.
Pranziamo assai tardi, verso le due e mezza, al Cuello de Luna, con una ottima
sopa de kinwa (o quinoa) e del pollo alla piastra. La sera a Latacunga cerchiamo
un posto gradevole per cenare, ma alla fine torniamo da Bongiorno.
mercoledì 19
Andiamo a Pujilì (2961m.), poi su su a Collas Alto Victoria (facciamo vari giri
per cercare un allevamento di lama, e intanto diamo un passaggio a un ragazzino
di nome Darwin e sua madre, una "indigena" di lingua spagnola).
Poi scendiamo a visitare la Hosteria La Ciènega, anche questa carica di storia e
di mobili e di patii (qui risiedette nel 1736 La Condamine per compiere la
missione geodesica con altri accademici, e alcuni anni dopo per osservare
l'eruzione del Cotopaxi). Erano anche loro tra i padroni di questo Paese. e
anche questa magnifica grande villa nel suo grandissimo parco, con i suoi
caminetti, e le sue sale e i suoi salotti, è ora un Hotel.
Poi dopo vari giri infine troviamo i bungalows (cabañas) della Casa del
Montañero, anche chiamata Llamahuasi. Si passa così dalle 5 stelle e dal lusso
ostentato, alla polvere (letteralmente) e alle baracche di legno e paglia. Ma i
due coniugi Rivera con i loro figli figlie e figlioletti mi fanno tenerezza per
l'impegno e il grande lavoro che hanno profuso nel cercare di rendere
accettabili queste capanne, che sono in effetti come un campo-base spartano
destinato agli andinisti, che i loro figli grandi, in qualità di guide esperte,
portano con una 4x4 sino alle falde del Cotopaxi, e accompagnano poi lungo i
sentieri e su per le ascensioni sul ghiacciaio. Nella capanna allestita a
soggiorno con tavolini, sedie, vecchie poltrone, c'è pure un computer collegato
a internet, non appena lo accende per mostrarcelo, i bambini subito si
precipitano ad approfittarne, e sono bravissimi e velocissimi a trovare i siti
che interessano a loro con le immagini delle moto, o con i giochi on line.
E infine sostiamo alla bella e gradevole Hostaria San Mateo, mangiamo, stiamo lì
a leggere dei miti andini e dei cuentos (ma sono strani e non ci piacciono
molto), e poi Ghila va un poco a cavallo nel parco.
Alla sera invece per cena ci fermiamo in città alla cafeteria vicino al negozio
di attrezzature per l'andinismo. I jugos, i succhi di frutta sono sempre
buonissimi, c'è quello più diffuso forse, di tomate de arbol ("pomodoro"
d'albero), quello di babaco (un grosso fruttone verde), di maracuyà, di guayaba,
e di guanabana, o naranjilla, oltre che di papaya, o di arancia, o di cedro, o
di mora o del frutto della passione, pasiflora in spagnolo e taksu in kichwa.
Anche si bevono spesso le aromaticas, che sono degli infusi o tisane, di
cannella, di cedro, di camomilla (manzanilla), con miele, o di erbe tipo hierba
buena o hierba Luisa. Se no da bere c'è il canelazo caldo, oppure la cosiddetta
orchata, anch'essa tiepida.
giovedì 20
Al mattino presto andiamo ai mercati di Saquisilì (2900m). Che belli ! ma che
caos... (c'è in una spianata il mercato del bestiame grande, poi ci sono varie
piazze, per gli animali piccoli, per la frutta e verdura, per il pesce, per
mangiare nei comedores sotto le tende, per l'artigianato, i tessuti e i vestiti
e gli oggetti vari). Poche sono le vecchie scalze, tutti oramai hanno le loro
scarpe, che spesso però sono solo dei sandaletti leggeri, e aperti, di corda,
tipo espadrillas. Molti piedi sono piatti e sembrano "di cartone"...
Praticamente tutte le donne hanno dietro la schiena un bimbo più o meno piccolo,
oppure dei carichi di merci. E in testa il loro cappello di feltro tradizionale.
Gli uomini hanno la treccia, il poncho, e dei borselli. Ma quanta miseria,
quanta povera brava gente che lavora duro e vive umilmente... Su un muro c'è
questa scritta spray: "Que la ira a la injusticia ponga rronca nuestra voz" (che
l'ira verso l'ingiustizia renda roca la nostra voce), firmata dal "gruppo Bim
Bam Bum".
Poi partiamo e ci dirigiamo giù giù verso Baños (1850m.) ma la strada è
interrotta per obras e ci sono dei desvios che ci fanno un po' perdere e
prolungare i tempi. Arrivati all'hostal "Isla de Baños" ricco di vegetazione
lussureggiante e di fiori, andiamo a pranzo ma viene a mancare la corrente
elettrica. Facciamo poi un giretto ai bagni termali caldi e vediamo la cascata e
la fonte delle acque sante della Virgencita, dove Ghila immerge il suo ditone
gonfio, che migliora. Vediamo che tutti i negozi preparano la gomma caramellata,
e tritano le canne da zucchero per estrarre la melassa.
venerdì 21
Facciamo una gita per vedere altre cascate ma c'è una pioggia torrenziale che
poi diventa un vero diluvio tropicale (anzi equatoriale) amazzonico. Passate un
paio di gallerie grezze non illuminate, e la diga di Agoyàn, vediamo due
cascate, del Rio Verde e del Rio Negro. Ma poi torniamo indietro (dopo aver
accettato di fare una foto-ricordo a due ragazze superfradice che erano partite
per la gita in bici!...), perché non si vede più nulla, nemmeno la strada. Più
tardi si schiarisce, e andiamo a vedere il ponte nuovo (e sotto sotto si vede il
ponticello vecchio), e ci accorgiamo di un serpente che un tizio tira su con un
bastone, è uno velenoso. Da qui si vede benissimo che la cittadina è costruita
sul ciglio dello strapiombo dove sotto passa il rio Pastaza. Torniamo alla
fuente miracolosa, andiamo a fare un giretto in auto dall'altra parte di un
ponte da cui si vede giù un orrido, o cañon, suggestivo, e infine si schiarisce
bene e ammiriamo finalmente il Tungurahua! (5023m.) vulcano attivo che causò
disastri qualche anno fa. Torniamo indietro e visitiamo un parco zoologico con
condor, aquile, pappagalli grandi, tapiri, eccetera. Ceniamo in una trattoria
con simpatici camerieri (uno romagnolo e uno toscano).
sabato 22
Dopo questo breve assaggio pre-amazzonico, partiamo e facciamo un percorso su
strade minori, le carreteras interparroquiales, attraversando Qero, e arriviamo
infine a Riobamba (2750m). Troviamo posto nel centro storico. Poi andiamo al
mercato, e in vari negozi, e almuerziamo. Ci reincontriamo con Manuel Pumaquero,
che ci porta dopo Cajabamba, verso la Laguna di Colta (3180m). Intanto si
schiarisce il cielo e vediamo Taita Chimborazo, vulcano di 6310 m. largo 20 km.
il cui nome significa "re della morte" (certo tra quei ghiacciai, e a quelle
altezze...). Andiamo a visitare la chiesetta di Balbanera, prima chiesa
cristiana in Ecuador, costruita sopra una fonte sacra di acqua. In paese ci sono
anche un monumento a Condorazo ultimo re dei Puruhà, e uno della principessa
Paccha. E poi ci mostra i resti antichi inglobati in case, chiese, muri di
Colta, appartenenti anche al primo insediamento coloniale poi sommerso da terra
e abbandonato. Lui ci fa anche notare una piramide di terra a gradoni sulla cima
di un monte (ora costellata da antenne-ripetitori!!) e varie collinette naturali
o artificiali (che si chiamano pukara) usate anticamente per cerimonie o come
centri di studio e insegnamento da parte di maestri. C'è anche un paesino dove
vivono i discendenti degli sciamani di un tempo. E infine visitiamo il suo
istituto Jatun Yachay Wasi, con le sue coltivazioni, il suo laboratorio, le
serre, le aule, gli animali. Vari studiosi delle antiche conoscenze andine, tra
cui anche universitari, hanno contribuito alla fondazione. C'è stato anche
l'avvallo e il supporto dell' Orden Andina de la Sabidurìa. Qui in vari punti
del vasto prato circostante compiono atti rituali, commemorazioni, cerimonie,
dibattiti, premiazioni, consegne di titoli, meditazioni, accendono un falò e si
radunano attorno per canti, eccetera. Nel suo ufficio di direttore, c'è uno
strano quadro molto simbolista, è di una pittrice tedesca, ora defunta, che era
una autorità nel campo degli studi sulle culture andine. Poi ci fa vedere che
tiene un tamburo particolare per eventi ritualistici, con un timbro profondo e
produce una sonorità molto intensa, con vibrazioni prolungate. Ha un bastone
rituale con penne di condor e di kuriqingui (un uccello andino più piccolo), che
viene consegnato in certe occasioni accompagnate da offerte ad es di frutta,
come un simbolo che conferisce la facoltà di dirigere, amministrare, ordinare,
controllare, aiutare, accompagnare la propria gente. In una speciale borsa fatta
come un tascapane, tiene una grande conchiglia che si può suonare col fiato, e
produce un suono potente ad un notevole volume, per cui si fa udire in un vasto
raggio e sovrasta altri suoni e rumori. Bisogna però prima "riscaldarla" con dei
rintocchi che la facciano vibrare. Il grande Pachakamaq ha fatto tutto con
questo suono e con la luce; questo è il suono primigenio. E ce lo fa sentire,
poi la mette nel borsello e la riappende al chiodo che intanto era venuto un po'
fuori dal muro, e quindi col peso si stacca e la conchigliona cade finendo con
un rumore secco sul pavimento ! lui subito si scusa con la conchiglia, la
carezza e le parla. Anche noi ci siamo rimasti male, e ci sentiamo dispiaciuti
per l'accaduto.
Poi ci mostra lo stendardo andino con i colori dell'arcobaleno (arco Iris) a
quadretti diagonali; il rosso è nella diagonale centrale, mentre in Bolivia lo è
il bianco, e in altre zone altrove, in quanto le diagonali scorrono e cambiano
posizione turnandosi al centro. Esso è presente in tutte le cerimonie e
occasioni pubbliche. Quindi ci mostra un sasso molto antico proveniente dal Lago
Titicaca, il paese di origine delle culture aymarà e quechua-kichwa. Dice che
quando è necessario "lavorare" col suono, e le vibrazioni, per sanare le persone
(non per curarle), la si percuote ritmicamente con una certa altra pietra della
stessa origine. Poi ci mostra un grande quarzo con un bellissimo interno, e dice
che il quarzo è come l'ovulo, il seme, della Terra, quindi quando lo rompono,
PachaMama ne risente. Anche questo è un potente sanatore. Poi mostra vari
bastoni che si scuotono e si fanno battere tra loro, e che provengono da arbusti
differenti, sia maschili che femminili. questi infilati in anelli di metalli
vari lavorati, producono vibrazioni che vanno accompagnate con cantici, e anche
di questi ce ne si serve per sanare, durante atti e cerimoniali di sanazione.
Usciamo all'esterno, nel cortiletto in mezzo c'è un leggio di pietra che fa come
da pulpito per prolusioni, proclamazioni, discorsi pubblici. C'è scolpito come
un gran librone aperto con incise delle iscrizioni, ma va prima bagnata la
superficie del lastrone e strofinata con il palmo della mano, per poter poi
vedere e leggere la scritta. Lui è molto orgoglioso del fatto che nelle Ande sia
nata e abbia fiorito la cultura umana, e che proprio qui in vista di taita
Chimborazo, e della sacra laguna di Colta sia sorto per la prima volta in
Ecuador questo istituto per studiarla. Quindi ci porta a vedere l'aula grande,
che porta su una parete la raffigurazione affrescata della Sabidurìa, del
sapere, della sapienza, ed è interessante notare che tutte le culture l'hanno
sempre rappresentata come una donna. Sopra c'è la figura di un alpaca con il
Runa (l'essere umano) andino che va verso la presa di coscienza, di
consapevolezza. Sulla parete di fronte c'è una raffigurazione del simbolo e
sigillo dell'istituto, con la prima sua denominazione, Hatun Yachana Huasi, che
è racchiuso in una corona con due fiori chuguirawa (una pianta amara curativa),
un alberello kishwar che è già cresciuto per essere un "vecchio saggio", poi ci
sono due serpenti piumati (anch'essi rappresentano l'antica sapienza), e un
condor che attende di venire nutrito dai due serpenti, e più oltre Inti, il
Sole, e l'uovo che è come il seme della Umanità. Il tutto forma una corona
Maskapaycha con i due uccelli andini kuriqingui e pettirosso, cioè sapienza e
coraggio, che è la corona che veniva conferita ai grandi sapienti. L'insieme in
pratica è come una sorta di mandala andino. Sul pavimento di parquet ci sono dei
tappetini e stuoie di paglia che servono per sedersi o sdraiarsi a fare gli
esercizi psicofisici del cuyuri (il cosiddetto yoga andino). Sono anch'essi di
una paglia locale perchè altrimenti le vibrazioni delle loro energie non
sarebbero in armonia, dato che anche le stuoie partecipano alle vibrazioni
generali. In un angolo vediamo un alto braciere (di bronzo?) che si usa per
accendere il focolare sacro durante certi atti rituali.
Usciamo fuori, dove c'è una copia in piccolo della piramide ellittica tronca di
terra, che c'è sul monte Puñay, una semiovale a gradini di terra ricoperta di
prato, con una radice di legno tagliata per poter far sedere in centro chi parla
o gestisce l'evento. Un orto circolare suddiviso in settori da pietre bianche, a
disposizione come laboratorio perchè gli studenti sia di agropecuaria, che di
medicina possano apprendere a seminare e accudire le piante curative, e a
fertilizzarle in modo naturale (ma ciò implica anche una serie di conoscenze di
carattere generale della concezione del mondo e dell'uomo basata su una rete
energetica). Ci sono spazi vuoti per consentire alla terra di riposare a cicli.
Prima di dedicarsi all'orticultura si pronuncia o si pensa una orazione per
chiedere il permesso alla terra di lavorarla e coltivarla. In queste occasioni
bisogna che le parole dette a voce o mentalmente siano dette col cuore (per la
medicina andina nei mammiferi ci sono quattro cuori, i due più importanti sono
quello rosso, e il rognone, o rene, che è il primo eventuale sostituto del cuore
rosso, ad esempio durante gli infarti).
E infine dall'altra parte del campo c'è una sorta di "labirinto" o percorso a
spirale, o vortice, o a sezione di conchiglia, costituito da alberi, piante,
arbusti autoctoni coltivati e curati da loro (si inizia con l'albero "della
carta" che si squama, il pachamanka), che porta ad uno spiazzo (dove c'è anche
una struttura di bastoni a forma di piramide con sopra dei teloni, dentro cui
potersi isolare e raccogliere momentaneamente), dove ci fermiamo a meditare con
una bella falce di luna splendente proprio dinnanzi al prato a gradoni dove ci
si può sedere a semicerchio. Restiamo a lungo in silenzio ad occhi aperti ad
ammirare le silhuettes degli alberi e il riflesso d'argento sugli specchi
d'acqua. Ci rimarrà una bella sensazione e un forte ricordo di questa serata.
Poi andiamo a casa sua (o meglio lo era, ora ci vivono i figli con la madre, ex
moglie), l'appartamento è ancora un po' grezzo, ma è grande e ben suddiviso. C'è
un ambiente ampio dove il pavimento si ribassa e si forma come un salottino con
poltrone e divani, un gradino più in su c'è il tavolo dove ceniamo, la cucina un
po' sommaria, il bagno, e le stanze per ciascuno di loro. Cioè la madre, il
figlio grande che ora è all'estero, la ragazza, bellissima, più aperta e
intelligente, e il piccolo quindicenne un po' timido ma gradevole. Lungo la
strada ci siamo fermati per comprare qualcosa come nostro contributo, e mangiamo
e beviamo tutti assieme. Poi lui tira fuori un tipico flauto "di Pan" andino
curvo con doppia serie di canne a zufolo, poi una chitarra, il giovane dei
tamburelli, poi una specie di mandolino (il charango ?), e suonano e cantano per
intrattenerci. Proprio una bella serata.
Infine lo accompagniamo in una lontana periferia dove c'è la sua attuale
abitazione, ma la strada è di terra e sassi e non è illuminata, per cui non
scendiamo, ci salutiamo, e poi nel buio, senza illuminazione stradale, e nel
deserto perché non c'era più praticamente nessuno nelle strade, riusciamo infine
a trovare la direzione del centro e a tornare in camera a dormire.
domenica 23
Partiamo, vediamo bene il grandioso Chimborazo, e si intravede dietro il
Carihuairazo (5020), poi attraversiamo l'ultima parte dell'altipiano
dell'avenida de los volcanes di Humboldt, dove per lunghi tratti non c'è
assolutamente nessuno, e vediamo in lontananza il grande vulcano Altar (5320), e
poi scendiamo ad Alausì (2374m.). Ci fermiamo a fare una sosta e a vedere
l'animato e colorato mercato locale. Poi risaliamo verso Chunchi (2754m) e
mangiamo, e assistiamo a una improbabile partita di calcio femminile, e poi da
qui la strada inizia ad essere brutta con buche, pezzi non asfaltati, lavori in
corso, mancanza di manutenzione, ecc. a passo lento giungiamo sino al bivio di
Zhud. Il tempo non aiuta con piogge e nuvole. In lontananza ci sarebbero due
grandi montagne, ma non si vedono proprio. Siamo nel Paese dei Cañari (il cui
nome significherebbe serpe-pappagallo).
Attraversata Tambo saliamo per una via sassosa ad Ingapirka, e poi da lì con una
strada sterrata peggiore, di sette kilometri, saliamo sino al sito delle rovine
archeologiche (3280m), e poi per una stradina di terra in ripida salita
giungiamo alla "Posada", in una vecchia "casa de hacienda", restaurata come
albergo, dove ci riposiamo, ceniamo vicino al camino, e poi prima di ritornare
in camera ci danno tre boule di gomma in un contenitore di tela, belle
calde-calde anzi bollenti, da mettere nei letti (ma poi la mia perde acqua e mi
bagna le lenzuola e il pigiama...).
lunedì 24
Visitiamo il complesso archeologico di Ingapirka, che è in parte un antico sito
pre-incaico, un centro cerimoniale cañari e in parte un tempio incaico (o come
qui dicono incasico) a forma ellissoidale, con cui l'inca Tupak Yupanqui volle
simboleggiare la conciliazione tra la cultura matriarcale cañari con quella
patriarcale inca. La parte cañari è quella con sassi arrotondati, mentre quella
inca ha pietroni ben squadrati. Forse era il centro spirituale cañari in quanto
era ritenuto il loro luogo di origine (pacarina) la cosiddetta hatun (=gran)
Cañar. Il tutto aveva forma di una falce di luna, e inoltre c'è una grande tomba
(huaca) di sole donne di varie età. Qui le sacerdotesse cañari compivano
cerimonie in cui si beveva la pozione sacra (guandu) tratta dal floripondio, che
è una bevanda allucinogena (come la ayahuasca). Poi quando giunsero gli incas,
lo trasformarono in un sito che visto dall'alto ha forma di puma, con la sagoma
della sua zampa in atto di stare per compiere un balzo, corrispondente al sito
semielissoidale costruito dai cañari sull'altura Pilaloma, e il tempio solare
come testa. E' costruito attorno a un Acllawasi, cioè casa delle elette, o casa
delle nascoste, cioè un "convento" in cui venivano cresciute e vivevano in
clausura le vergini del Sole, cioè le "suore" inca (cosiddette poiché si
chiamavano tra loro sorelle e che a partire dai 18 anni erano al servizio del
sovrano e della corte, e del culto solare); più tardi divenute anziane, le
"madri superiori" (mamakuna) si curavano delle giovani vergini e della gestione
dell'Acllawasi che era anche una scuola femminile che trasmetteva loro
conoscenze riservate alle iniziate, dove si formavano anche le principesse
(ñusta) e le future spose dell'Inca (pivihuarmi). (questo sito fu identificato
da La Condamine che ne ha riportato precisi disegni).
Perciò qui era il luogo in cui si passava anche dai culti alla Luna (Mama
Quilla) a quelli nella "testa" del puma, dedicati al Sole (Taita Inti), con
celebrazioni mensili e per tutto l'arco dell'anno. Perciò è qui presente un
masso con tredici buchi che è un calendario solare-lunare, dato che c'erano 13
mesi lunari di 28 giorni (13 x 28 = 364 + il giorno della festa del solstizio
Inti Raymi), e la posizione e inclinazione dei buchi riempiti d'acqua faceva sì
che dal riflesso del sole, e dall'angolazione dei raggi luminosi, si poteva
vedere in che mese si era (il masso era posizionato circa un kilometro più in là
di ora, in un luogo adatto a questo scopo). Pertanto le mamakuna dovevano
padroneggiare anche saperi di tipo astronomico, matematico, e geometrico. Ci
sono anche altre pietre con buchi, che contenevano i vari colori derivati da
sangue di animali, o da vegetali o terre, per i dipinti o per i tessuti, o per
dipingersi il volto e il corpo durante le cerimonie. Qui nella parte centrale
del "corpo" vi erano varie case-laboratori artigiani in cui risiedevano i più
abili e sapienti artefici che lavoravano le pietre (architettura), le ceramiche,
le paglie, e il cuoio (artigianato). E più sotto campi e orti per la
coltivazione dei vari grani e sementi, e piante per gli offici sacri. Durante le
grandi feste dei solstizi e degli equinozi, il supremo sacerdote, o l'Inca
stesso, veniva per svolgere le cerimonie, che erano accompagnate dalla bevanda
della cicha de jora, tipica degli incas. Si compivano anche sacrifici rituali
(mai umani) di llama o alpaca, e tagliavano loro la testa su particolari
supporti in pietra, ma era il cuore l'offerta per il re (in questo caso il
sovrano-reggente del Suyo, o territorio, delle Ande del nord, cioè del regno di
Quito, ovvero di quella parte del Tawantinsuyo, dell'impero dei quattro angoli
del Mondo) o per l'Inca. Questa celebrazione avveniva nel grande tempio a forma
elissoidale (l'unico costruito dagli Incas), tipica delle più antiche civiltà
andine (detto usnu), posizionato sull'asse est-ovest, seguendo il tragitto del
sole, ed edificato sulla roccia sull'orlo di un dirupo, con muri in pietra secca
alti 4 metri. Di fronte al quale si situa l'Ingachungana, una sorta di vasca
ovale. Probabilmente da qualche parte c'era un Intiwatana (un altare o
cosiddetto orologio solare in pietra che segnalava il primo raggio di sole che
giungeva nel luogo all'alba), e il re o l'Inca che veniva per le celebrazioni
stava all'interno dell'ingresso trapezoidale, ma grazie ad un sistema di eco tra
le varie nicchie presenti nelle pareti, poteva essere informato sottovoce del
momento esatto in cui uscire sulla soglia mostrandosi al pubblico quando sarebbe
stato illuminato dal sole (abbiamo sperimentato l'effetto eco che funziona
ancora nonostante manchino il tetto e parte del muro). Ma inoltre un foro nel
soffitto faceva sì che si illuminassero via via all'interno i simboli dei
solstizi ed equinozi, compiendo dei balzi come un puma dall'uno all'altro.
In mezzo all'intero complesso ci sono una pietra che simboleggia l'incontro
delle due culture del nord e del sud, e una che marca il centro esatto
dell'insieme cerimoniale. Qui celebrò forse la sua ultima cerimonia (così fa
intendere il cronista Pedro Cieza de Leòn, qui giunto una ventina d'anni dopo)
l'ultimo reggente del nord, e poi ultimo Inca, cioè Atawallpa (cioè Atahualpa,
o in cañari Ata-balipa, che era uno dei figli dell'Inca Wayna Capac e della
regina locale, Paccha Duchisela, di cui a Colta c'è un monumento), e che era
anche lo Schyri, il sacerdote dei Cara e dei Cañari. Atawallpa sposò, come
voleva la tradizione, la sua sorella, cresciuta proprio in questa Acllawasi
(conosciamo la sua vicenda poiché dopo l'assasinio di Atawallpa da parte di
Pizarro, questi la sposò per fini politici, ma poi ucciso anch'egli a causa
della guerra civile tra spagnoli, fu presa da Betanzos, ed è lui che riporta il
racconto che lei gli fece della propria vita, ora riproposto in forma di romanzo
storico da Alicia Yanez).
Poi visitiamo il piccolo museo, dove compro un librino con un bel poema di
A.Maldonado su Huayna Capac (e dove forse dimentico il mio amato sombrero nero
di feltro).
Ripartiamo attraversando la città di Cañar (a 3160m), Bibliàn e Azogues
(dopodichè la strada è ottima). Scesi a Cuenca (2500m), pranziamo in una
gelateria-pasticceria vicino al parque Calderòn che è la piazza centrale, e poi
preferiamo cercare un albergo anziché andare in casa di Andreita. Il centro
storico è quasi ricco come quello di Quito di case coloniali, palazzi e chiese.
Più tardi ci viene a trovare Andreita con la sua bimba (le compriamo al mercado
de las flores una bella composizione, e regaliamo una bambolina alla bimba) e
andremo a cena a casa loro con la zia Teresa che ci ha fatto una torta, anche se
verrà a mancare la luce.
martedì 25
Facciamo (per la nostra prima e unica volta) un giretto orientativo con un bus
turistico scoperto... (!), come ci aveva consigliato Andreita. Si tratta di un
chivas, un autobus aperto e con sedili sul tetto. E' un bel centro storico
coloniale, grande e ricco di palazzi e di chiese, e di vecchie case coloniali.
Cuenca fu una città importante nel Vicereame di Nuova Granada, e poi dopo il
breve periodo della Gran Colombia, nella Repubblica creola nell'Otto e
Novecento. Giriamo tutta la città e infine saliamo al mirador di Turi (2600m) da
dove la ammiriamo dall'alto.
Girandoci intorno con il bus si vedono bene i resti del complesso incaico
Pumapungo con le basi del palazzo e le fortificazioni. Perchè qui Wayna Capac
volle dare il via alla costruzione di una città ex-novo, Tomebamba, a
somiglianza della città di Cuzco, una sua gemella, quale capitale del regno del
nord (Chinchaysuyu). E' sempre Cieza de Leòn che riferisce che "l'imperatore
Guayacapa" scelse il punto di confluenza tra il rio Tomebamba e un affluente,
per costruire la parte consacrata al potere politico e amministrativo (Puma
Pungo), mentre il centro cerimoniale dedicato al puma era già stato completato
nella vicina Inca Pirka. Il puma come abbiamo visto simboleggia l'energia e
questa avrebbe dovuto diventare una seconda capitale al nord, il che richiedeva
nuove energie, e apportava anche nuove energie. Forse Wayna Capac morì proprio
nella sua Tomebamba (o Tumipampa, cioè la valle del cielo), a causa delle
epidemie che cominciavano a diffondersi in seguito allo sbarco dei primi
esploratori spagnoli. Se la costruzione di Ingapirca e di Tomebamba preludeva
allo spostamento del centro di potere del nord dalla città di Quito (che era
stata la capitale del regno dei qitu - cara), e se poi in sovrappiù Tomebamba
poteva essere vista come un contraltare di Cuzco, o addirittura un preludio al
suo abbandono a favore della nuova capitale, allora ci poterono essere vari
possibili motivi per provocare la morte di Wayna Capac. Dopo un periodo di
cogestione della sovranità, la proclamazione di Atawallpa ad Inca, lui che era
figlio di una puruhà, quindi una straniera, al posto del fratellastro Huancar
che a Cuzco era considerato di puro sangue reale inca, fece risvegliare questi
dubbi sulla volontà di imporre un dominio del nord. Ma proprio quando Atawallpa
aveva oramai vinto la guerra civile, e stava per marciare sul sud, arrivò dalla
lontanissima Spagna Pizarro, che riuscì a catturarlo prigioniero a Cajamarca.
Pizarro si impegnò a liberarlo se gli avesse pagato un immenso riscatto,
mostrando che ciò che più gli interessava era arricchirsi con grandi quantità di
oro, e se si fosse convertito al "vero Dio", il che sì compì, e in questo
Atawallpa si dimostrò molto "ingenuo", ma Pizarro (che era una sorta di picaro)
non mantenne poi fede alla parola solennemente data in pubblico, e si rese così
evidente l'inganno che aveva teso, e fece uccidere l'Inca strangolato con la
garrota (1533). Per tutti i popoli andini fu come aver assassinato un dio in
terra. Si consumò così la passione e morte di chi poteva rappresentare oramai
l'unico protettore degli indios. Da allora una "elegia ad Atahualpa", si diffuse
in tutte le Ande e questo lungo cantar lamentoso e funebre si conservò per
quattro secoli venendo tramandato oralmente in quechua di generazione in
generazione. Il cantico poi fu tradotto in spagnolo nel 1938 da J.M. Arguedas,
che lo fece così conoscere, e lo ripropose al pubblico moderno rendendolo
nuovamente attuale per i lettori di tutto il mondo.
Comunque il suo valido generale Rumiñahui cercò invano di organizzare la
resistenza del Nord contro gli invasori (avevamo visto la sua statua a Otavalo,
che gira le spalle alla chiesa), ma fu sconfitto dal conquistador Belalcàsar
(che forse originariamente era: ben al-kazar). Intanto la città fu distrutta e
ricostruita. Andrès Hurtado, nominato vicere, essendo nato a Cuenca in
Castiglia, fece ribattezzare la ex Tomebamba col nuovo nome di Cuenca de las
Indias, e un capitolo di storia si chiuse per aprirne un altro.
Al pomeriggio andiamo all'interessante "Museo de las culturas aborigenas".
Inizia con reperti addirittura di 14 mila anni fa, e testimonia la continuità di
varie culture succedutesi nel tempo, dalla Valdivia, a La Tolita, al Carchi,
Puruhà, a Quevedo, Napo, Cañari, fino agli Incas. Straordinaria raccolta
compiuta da un professore di storia, e poi messa a disposizione del pubblico
grazie ad una fondazione.
mercoledì 26
Andiamo a visitare il bel Museo del Banco Central, archeologico, e
antropologico. Molto ben fatto, soprattutto direi la parte etnografica.
Poi andiamo alla Casa de la Mujer, che è un centro di botteghe artigianali, e al
mercado de San Francisco. Mangiamo a pranzo un almuerzo a menu fisso al café di
Mama Kinoa (o Quinoa), gestito da una comunità kichwa locale, dove prendiamo
come primo appunto una sopa de quinoa.
Su un muro di una strada intercantonale c'è la seguente scritta a spray: Q
mueran las religiones y viva dios q nunca muere si muere da igual el
resucita...!!! (che muoiano le religioni e viva dio che non muore mai, se muore
fa lo stesso resuscita...).
giovedì 27
Facciamo una gita a Gualaceo, dove visitiamo un taller artigianale di macana,
tessuto per abiti (paño) fatto con i telai di legno ikat, con disegni e colori
vivi, e le cucitrici che fanno a mano le bordure e confezionano le giacche; la
signora ci mostra come ci si posiziona in terra con una fascia dietro le reni e
le gambe distese spingendo forte con i piedi contro il muro, per tenere disteso
il telaio a mano. E poi riusciamo a trovare l'Orquideario, che è ufficialmente
denominato "invernadero Ecuagenera" (e il cartello non è facile da individuare),
con centinaia di diverse specie di orchidee. Qui si parla un dialetto
"espanglish-quichisado", cioè uno spagnolo con un miscuglio di termini kichwa e
inglesi (ad es.: Alberto trae a la guagua please =Alberto, porta il bimbo per
favore). Poi andiamo a Chordeleg, dove entriamo in molte gioiellerie per vedere
i lavori in filigrana d'oro e d'argento. Vediamo una donna che intanto che
cammina in strada continua a intrecciare la paglia da cui sortirà in una
settimana un sombrero. Infine andiamo sino a Sigsig, 60 km più in là. In piazza
c'è un monumento in memoria del cacicco Duma il quale difese strenuamente il
territorio di Chordeleg e Sigsig dall' Inca Tupag Yupanqui che restò sconfitto.
In periferia della cittadina visitiamo la locale Toquillera, cioè un opificio
dove una cooperativa di 153 donne fabbrica vari tipi di cappelli di tipo
"panamà", o jipijapa con una particolare paglia, la paja toquilla. Ci attardiamo
nel bosco lungo il fiume a guardare le lavandaie che lavano i panni nell'acqua
corrente.
Queste zone erano abitate anticamente oltre che dai cañari, dai chibchas, gente
originaria dell'area di Bogotà, esperti orafi, che sconfitti gli incas,
continuarono a governare il territorio tramite una specie di confederazione tra
i loro cacicchi. Giunti gli uomini di Pizarro, si allearono con loro, e per
ricompensa ricevettero assicurazione che avrebbero ottenuto dei privilegi.
Quando un cacicco moriva ne ricoprivano il corpo con polvere d'oro e lo
immergevano in un lago. Visto questo, nacque più tardi tra gli spagnoli la
credenza che essi si rifornissero nella grande selva orientale del "paese delle
amazzoni". E si diede l'avvio alla folle, demenziale, insulsa e funesta
spedizione verso il leggendario "El Dorado", in cui morirono di stenti, di
malattie, e di fame, oltre ai "conquistatori" stessi, circa settemila indios
chibcha (gruppo che poi si ridusse ai minimi termini e senza maschi, per cui in
Ecuador si estinse) che gli avventurieri spagnoli avevano deportato con sé come
guide, come portatori, e come esercito ai propri ordini (a proposito, si
rivedano i film "Aguirre il furore di dio", di Herzog, che in parte si ispirò a
questa avventura, e "El Dorado", di Carlos Saura).
venerdì 28
Partiamo da Cuenca e andiamo con la nuova strada di cemento (non del tutto
terminata...) verso Saraguro. C'è nebbia, pioggerellina, nuvoloni bassi, dopo il
bivio di Tarqui procediamo molto lentamente senza visibilità per lunghi tratti
in salita. Oltrepassiamo il passo di Tinajilla a 3527 metri, e poi superata Oña,
ci ferma un blocco stradale di polizia. Il poliziotto si sorprende della mia
patente italiana, che non aveva mai visto e che studia attentamente, e vuole
controllare i passaporti, per cui apriamo il bagagliaio per tirare fuori la
valigia in cui ci sono i passaporti, che è proprio quella più sotto, e allora ci
dice che non importa, di andare pure. Infine scendiamo a Saraguro (2650m).
Là ci aspetta Patricio Quizhpe Guamàn, che ci guida con la sua motoretta su per
le strade sterrate e oramai fangose per la pioggia, sino all'hostal della
comunità, lo Achik Wasi. Dopo esserci riposati a aver pranzato con piatti locali
assieme ad un gruppo di maestre della zona che si ritrovavano per un convegno
sulla didattica, Patricio viene a riprenderci. Ci dice che lui è un artigiano
che costruisce strumenti musicali tradizionali; ha imparato a farli sin da
piccolo perchè gli è sempre piaciuto, e ora si è perfezionato in questa abilità.
Ci porta un po' in giro nei dintorni e visitiamo una textileria della comunità,
dove ci lavorano nel loro "tempo libero" diversi bambini e ragazzini (i telai
con la spoletta e il rocchetto sono tutti di legno costruiti artigianalmente)
che così imparano come si fa a produrre ciò che serve a tutti, in questo caso
gli abiti tradizionali. I ragazzi con noi non parlano ma sono molto impegnati a
mostrarci come sono capaci e bravi, e ogni tanto si consultano, oppure si dicono
battute, ma non si distraggono troppo e lavorano con attenzione e con impegno.
Abbiamo un attimo di sconcerto dato che siamo sempre stati contro al lavoro
minorile, ma Patricio non condivide questa nostra preoccupazione. A fondamento
di questa iniziativa c'è l'antico concetto andino di minga (o minka), ovvero dei
lavori di interesse comune, che tutti dovrebbero saper fare e prestare a titolo
gratuito in caso di necessità. Il principio di riferimento generale è quello di
reciprocità (basato sui tre comandamenti cui accennavo più sopra). Reciprocità e
vantaggio generale esprimono il concetto, mentre si chiama Ayni la forma
concreta che può prendere. E anche qui il riferimento che viene fatto per
spiegare il significato di tutto ciò è alla natura e a quello che oggi chiamiamo
ecosistema, cioè qualcosa che sussiste e si perfeziona solo a condizione di
avere l'apporto di tutte le singole componenti relazionate in un intreccio
complesso. Quindi a suo dire i ragazzi vengono qui volentieri e spontaneamente
perché si divertono e apprendono un saper fare utile, possono verificare e
dimostrare le proprie capacità ed essere apprezzati, e hanno capito che se no
non ci sarebbero più a disposizione della comunità i loro abiti tradizionali. E
dice che quindi il lavoro in questo caso è per loro anche una forma di gioco, e
di gara, o di personale soddisfazione. Certo messa così, allora mi sembra un
fattore molto positivo e importante; inoltre si consideri anche il contesto, per
cui qui quello che noi chiamiamo il lavoro minorile, qui c'è sempre stato, ed in
parte è tuttora una realtà quotidiana tra gli strati sociali più poveri e
marginali (la questione piuttosto non è tanto il lavoro ma il suo sfruttamento).
Poi ci mostra la zona di una ex laguna prosciugata, dove scambiamo due parole
con una signora anziana che sta filando a mano (proprio come faceva da noi un
secolo fa la Berta). Passiamo davanti a una scuola che si chiama Centro
Educativo Comunitario, Activo, Intercultural Bilingüe, "Inti Raymi", una
scuola pubblica, o come dicono qui, "fiscal" cioé finanziata dal fisco.
In uno spiazzo qualche ora fa avevamo visto un mural con un disegno della valle
e un bel sole sorridente, e vari bambini in primo piano, con scritto: Asociaciòn
"Juntos por los Niños", gobierno local municipal del Canton Saraguro; e
lo slogan "Hagamos realidad los Derechos de los niños, niñas y adolescentes"
(rendiamo realtà i diritti dei bambini/e e adolescenti).
Infine andiamo in una cafeteria moderna a mangiare humitas e tamales bevendo
canela. Poi io vado a comprare qualche cosa da portare a casa loro, in un
minimarket del paese, spartano ma abbastanza ben fornito. Intanto entro in un
negozio di cappelli per rimpiazzare il mio che ho perduto. Ma il negozio, pur
essendo molto fornito, con le diverse taglie, per uomo, donna e bambini, ha una
notevole esposizione su scaffali di decine e decine di cappelli tutti neri,
tutti di una foggia quasi identica, con piccolissime varianti, c'è insomma solo
il modello tradizionale saraguro, e assolutamente nient'altro. Resto un poco
spiazzato...
Patricio ci porta a conoscere la sua casa di famiglia, dove incontriamo sua
moglie Sisa e sua sorella Luz e le loro due bambine IllaryQuilla e Sisay, e il
piccolo Ayni. Regaliamo loro dei giochini. Loro ci fanno il fuoco per terra
nello spiazzo lì fuori, e impastano e moliscono il mais (che lavoro! e che
fatica), per cucinare sulla piastra di metallo fatta da loro stessi e un po'
approssimativa, delle tortillas "autentiche" in cui mettono un pochino di
formaggino delle loro mucche. Noi portiamo come contributo (pensando soprattutto
alle bambine) della marmellata, yogurt con croccantini, brioches, e non ricordo
che altro.
Chiacchieriamo e Luz ci dice che è da anni che il marito è negli Stati Uniti
come immigrato clandestino per lavorare come cuoco o come muratore, e non potrà
ritornare prima di cinque anni. Così lei è sola. Per fortuna che Sisa e Patricio
ora hanno dovuto lasciare la vecchia casa dove stavano e si fermano qui per un
po' in attesa di andare nella casa nuova. Anche lei come Sisa insegna nella
scuola elementare della comunità. Poi arrivano un'altra sorella più grande, di
quindici anni, e una ragazzina di dieci. Intanto il fuoco si spegne, e siamo
come catturati dalle due bimbe scatenate, che dopo un po' mettono su delle
musiche tradizionali, si vestono di tutto punto da piccole ballerine, e ci
mostrano perfettamente delle danze tradizionali con tutte le mosse e le
giravolte, sono bravissime (forse le hanno imparate a scuola). Evidentemente si
sono allenate moltissimo e sono anche delle acute osservatrici, perché sanno
imitare alla perfezione le movenze delle danzatrici. Purtroppo il volume è a
livelli massimi, ogni tanto le due mamme lo abbassano ma senza mai
rimproverarle, e dopo un po' le bimbe lo rialzano. In seguito torna Patricio e
poi arrivano il padre Segundo Luìs e la madre (che tiene sempre il suo vecchio
sombrero nero a macchie bianche), che vengono dalla casa di campagna apposta per
conoscerci. Così ci invitano a restare per cena (che noi credevamo fossero le
tortillas).
Cena con zuppa locale (in piatti fatti da loro), attorno a tre tavoli attaccati,
con tutta la grande famiglia riunita al completo. Quel che mangiamo sono solo
cose prodotte da loro stessi.
Mi pareva di ritornare a quando ero piccolo e da Milano andavamo in campagna,
vicino a Porto Ceresio sulle rive del lago di Lugano, in una casa accanto a
quella del contadino e della sua famiglia. Ricordo che quando andai con mio
nonno da loro, ci fecero posto a tavola, e c'era poca luce, la cena era una
semplice tazza di minestra calda con dei pezzi di pane, i volti si intravedevano
appena, come in un chiaroscuro di Caravaggio, c'era un po' odore di stalla, e
mangiammo in silenzio, solo alcune poche parole in dialetto. Ho risentito tutto
quel calore, quella intimità, quell'atmosfera dimenticate. Quanto ho goduto di
questa cena con il padre a capotavola, la madre col suo grande cappello in
testa, la moglie del figlio affaccendata a servire in tavola. E quella zuppa
calda nelle ciotole di terracotta fatte a mano, un po' grezze, e il silenzio
(anche le bambinette mangiavano)...Questa sì che è stata una grande lezione, di
semplicità, di accoglienza, di condivisione, di comunicazione non-verbale fatta
di sguardi, di sorrisi, di gesti. In quel momento sì che eravamo calati nella
cultura campesina saraguro, e l'abbiamo potuta percepire vivendola. Ho poi
ringraziato tanto e veramente di cuore.
Siamo ritornati su per la ripida strada di terra infangata a ballonzoloni, e ci
siamo infilati sotto le coperte un po' umide e fredde.
sabato 29
Facciamo un po' di colazione da loro con il latte appena munto (e bollito).
Andiamo tutti assieme (Patricio e Sisa in moto, Luz e le bambine scatenate, e
una sorellina più grandina, tutti dentro la nostra auto...=7) su per una
ripidissima sterrata fangosa sino alla frazione di Ilinchos dove c'è la loro
scuola comunitaria, che si chiama "Inka Samana", da dove si vede un
panorama molto ampio e bello. All'esterno della scuola ci sono delle costruzioni
di legno, che sono i laboratori e gli ateliers. Lì la bambina ci racconta la
leggenda cupa sul lago che c'è in cima al monte. E Sisa conferma che quando sua
madre era una giovane sposina e andò là, il lago alzò delle terribili onde come
per prenderla, lei scappò via ma perse il suo prezioso anello, dopodichè il lago
si calmò...
Offriamo l'almuerzo a tutti in una trattoria, poi Sisa ci porta da suo zio
José-Maria Vacacela nella sua casa che sta in campagna ed è discosta dalla
strada sterrata e un po' di difficile accesso attraverso i campi irrigati. Ci
avventuriamo lungo lo stretto sentierino, tra odori di concime, e la presenza di
animali, ed entriamo in questa tipica casona di campagna, in cui tutto è molto
semplice ed essenziale, e pure un po' approssimativo. Lui è il fondatore e
direttore delle scuole della comunità.
Subito ci offre una chicha fatta in casa veramente buona. La chicha è una birra
alcolica che si ottiene con la fermentazione non-distillata del mais e di altri
cereali. Questa era forse killu asuwa, in kichwa, cioè chicha gialla. Certe
chiche, come la chicha de jora (fatta col granturco germogliato) si bevono
soprattutto durante le grandi celebrazioni come lo Inti Raymi, in quanto bevanda
sacra (come ho già accennato più sopra); mentre la chicha morada o "colada
morada" si beve in occasione di feste come quella della Mamà negra, o la festa
del Yamor a Otavalo.
Ci racconta intanto la sua storia personale, per spiegarci come è giunto a
decidere di dar vita a una scuola non autoritaria, e ci fornisce questa
testimonianza:
"(...) mio padre mi aveva sempre educato col fare, senza teorie, o libri, mi
mostrava come dovevo fare e mentre provavo mi correggeva. Presto mi diede delle
incombenze, dovevo badare al bestiame, però potevo intanto anche distrarmi un
po' con le farfalle... Quindi io ho imparato a contare dalle farfalle, dalle
pecore, dalle galline, ho imparato a contare quante ce ne sono e quante ne
mancano, per andare a cercarle. Questa era l'educazione nei campi, e io vivevo
felice e apprendevo quel che mi serviva, senza dover essere obbligato a starmene
sempre seduto, attaccato a una sedia. Senza dover tenere una persona che stia lì
a impedirti che ti alzi, che conversi, ... Quando io andai a scuola, questo fu
il primo shock che ebbi, e allora mi dissi: ma questa è una prigione! e io qui
devo scontarci sette anni !??... Mi ci portarono verso i sei anni d'età perché
pareva che non riuscissero ad addomesticarmi tanto facilmente, quindi all'età di
sette anni già pensavo: no, non mi piace, non mi piace per niente tutto questo!
però era obbligatorio andare a scuola, e i miei mi mandarono. Gli insegnanti
avevano il loro compito, e tra i doveri c'era quello di tenere i ragazzi dentro
all'aula e di tenerli zitti oltretutto, e poi dare loro mezz'ora di ricreazione,
concedere loro uno sfogo, io direi, perché è chiaro che dopo averli costretti
lì, facendo loro pressione, il ragazzo lo necessita. Pertanto la mia prima
impressione dell'educazione fu che era una cosa che non mi andava bene, e anzi
non mi pareva che questo fosse educazione... Questo mi ha marcato, segnato.
Un'altra cosa che mi segnò fortemente, è stata il confrontarmi con una cultura
che non era la mia. Poiché gli insegnanti erano di altra cultura, quella dei
meticci, e io ero dentro un'altra cultura, quella indigena, anche se io non lo
sapevo. Ma quella cultura lì io non la conoscevo, non sapevo quello che a quel
tempo erano le haciendas (le aziende agricole). Qui a Saraguro non c'era il
sistema economico delle haciendas, per quello io non lo conoscevo. Mio padre
stesso non le conosceva. Quindi per me non c'era questo problema del razzismo,
del rifiuto dell'indio, eccetera.
Ma andai alla scuola, e lì fu dove mi fecero vergognare di me, e della mia
famiglia, mi fecero sentire il peggiore, il più in basso. E questo sia i miei
compagni di scuola meticci, che gli insegnanti. Perché quando venivano i miei
genitori, loro parlavano in kichwa, e io capivo, anch'io parlavo in kichwa. E
allora tutti mi ridevano dietro, si prendevano gioco di me, e mi dicevano brutte
cose..." (ma eri l'unico bambino di campagna? l'unico indigeno?) "no, già
cominciavano ad essercene alcuni, ma comunque sia questa è la mia esperienza. Ci
fu uno che mi perseguitava, e si giunse al punto di chiamare i miei, e mi
vollero espellere. Io, quando venivano i miei a visitarmi, o a vedere la scuola,
io ormai andavo a nascondermi, perché nessuno mi vedesse, in modo che non
stessero a guardarmi, che non mi incontrasse nessuno, per non correre il rischio
di dare spazio alle burle, ai motteggi.
Quindi anche questa fu una così orribile esperienza, che si aggiunse a quel che
già non mi piaceva. Fu così che mi vergognai delle mie origini e cominciai a
voler rifiutare la cultura mia di famiglia.
Ecco, questa per me è stata la funzione della educazione. Questo è quel che mi
segnò ai tempi della scuola.
Ora, per semplificare e senza toccare altri aspetti che non mi piacquero per
nulla, e che non erano pochi, però insomma, va beh, questi furono i primi.
In ogni modo poi riuscii a staccarmi, e uscir fuori da questo contesto, da
questo ambiente, anche se un po' emarginato, un po' ferito, però insomma va beh.
Ad ogni modo, quando andai all'istituto (medie, e medie-secondarie), al
collegio, lì trovai un altro contesto che marcò parecchio l'educazione nel
nostro Paese, però ero già un po' più ragionevole, più razionale, più maturo. E
lì in seconda, sì mi pare proprio che fosse in seconda, un insegnante di scienze
sociali disse che noi a Saraguro vivevamo a centotrentaquattro gradi... e io non
riuscivo a farmi entrare in testa alcuna ragione logica per cui si potesse dire
che noi stavamo a quella temperatura... perché proprio a scuola mi avevano
insegnato che quando l'acqua bolle, vuol dire che è arrivata a cento gradi, e se
ci metto un dito dentro mi scotto. Così compii il mio ragionamento, e poi dissi:
mi scusi, mi perdoni, ma come è possibile che stiamo a quella temperatura se è
più alta dell'acqua che bolle? e lui disse: signor Vacacela, fuori! eppure avevo
solo fatto una domanda... Allora mi resi conto. Mi dissi: qui non si può dire
niente, non puoi essere critico, non puoi protestare, per niente, il professore
è la massima Autorità, proprio perché se anche dicesse qualche barbarità,
tuttavia non si può dirgli nulla. E questo non mi pareva giusto.
Così me ne andai fuori dall'aula, e per fortuna avevo buoni voti e godevo di
buona considerazione da parte di alcuni professori che mi accettavano
abbastanza, anche se ero così, un po' critico... e anche lo stesso rettore, che
era stato quello che aveva detto ai miei genitori quando non volevano iscrivermi
all'istituto superiore, che era un peccato, perché dimostravo di avere capacità
e volontà per poterlo fare bene. E dunque avevo degli appoggi, e questi mi
davano un senso di sicurezza. Comunque ora ero stato cacciato fuori, e ero
finito, perché lui mi disse: non rientrare in classe se non vieni accompagnato
da tuo padre. E mio papà avrebbe anche potuto darmi un sacco di botte... anche
solo per il fatto che non aveva tempo per potersi occupare di questo tipo di
cose. Fortunatamente poi tutto si sistemò, in quanto molti professori si resero
conto che in definitiva non avevo commesso alcuna infrazione, ma avevo
semplicemente fatto una domanda, espresso un dubbio, che è cosa che può capitare
a qualunque studente, cui l'insegnante era tenuto a dare una risposta. Mentre il
fatto è che non mi rispose. Quindi constatato questo, in una riunione votarono
contro quell'insegnante, che dovette lasciare il collegio. Ma in ogni modo
questo fu un fatto che mi lasciò il segno. L'educazione è qualcosa che deve
andare bene a chi comanda.
Infine, per esempio, quando ero all'università, ho avuto l'occasione di lavorare
e nel contempo di dover studiare, quindi l'occasione di confrontare gli studi
con la pratica. All'università potevo studiare anche senza dover frequentare. E
perciò lavoravo presso un istituto privato a Quito, e nel contempo mi
preoccupavo per i miei studi; dovevo studiare per auto-prepararmi per gli esami.
Grazie a quella mia attività potevo stare comunque a contatto con l'ambiente
degli insegnanti, e conoscere i padri di famiglia degli studenti, e partecipare
a molte riunioni e seminari didattici che dava il direttore in varie occasioni,
e la cosa oltretutto mi piaceva moltissimo, così accompagnavo da varie parti il
direttore, stavo sia con gli insegnanti che con gli allievi, sentendo cose,
ascoltando i loro commenti, e così imparai molte cose. Quando stavo
all'università dunque c'era un professore di Pedagogia, e il primo giorno quando
lui espose in sintesi tutto il suo sistema pedagogico, io intervenivo, e finivo
col fare riferimenti alla pratica che conoscevo, e vedevo che lavorare coi
ragazzi è una cosa difficile. E lui diceva, certo, certo signor Vacacela,
eccetera. Molto bene, allora il giorno dopo, intervenivo di nuovo, e chiaramente
facevo riferimento alla mia esperienza, e facevo esempi, oppure riferivo
aneddoti, e in questo modo attiravo l'attenzione dei miei compagni di corso,
anche quelli che a volte non erano molto interessati dai discorsi del
professore, mentre ascoltavano e partecipavano alle varie esperienze di cui li
facevo partecipi, e che sono quelle reali che io vivevo e di cui volevo parlare.
E il professore diceva, va bene, va bene Vacacela... Però alla terza volta non
gli faceva più piacere, anzi gli diede fastidio, e a un certo punto mi disse:
signor Vacacela fintanto che qui il professore sono io, in questa università il
professore è quello che ne sa un pochino di più su queste cose. E mi dissi, ecco
hai visto? ci sono due modi di comunicare, e qui io devo stare più basso. Ed
ecco che mi ritornavano in mente le mie esperienze anteriori. Anche
all'università quel che bisognava fare era studiare per passare l'esame. Quindi
io devo solo studiare e prepararmi, e impegnarmi ad andare avanti così, sino ad
arrivare a conquistare un titolo per potermi esprimere.
Ecco queste cose hanno segnato la mia esperienza, e la mia impressione fu che in
certi ambienti è ancora peggio se sei un indigeno. Praticamente la scuola è il
luogo in cui constati che viene svilita, deprivata di valore, tutta la tua
cultura. In questa educazione si da valore solo alla parte dell'intelletto.
Tutto quel che riguarda il fare, la pratica, l'esperienza, è svilito, è di minor
valore. Allora cominciai a pensare ad elaborare un progetto educativo diverso
per Saraguro, per i miei fratelli indigeni, e per gli stessi miei figli, perché
desideravo che potessero passare per una educazione diversa da quella di cui io
avevo fatto esperienza, e che era risultata una esperienza non tanto buona. Ecco
è così che cominciammo a sperimentare questo nuovo progetto di educazione.
Ricordo che quando andavo a scuola mi impressionò molto il racconto di quando
una commissione di scienziati francesi venne nel Settecento fino in Ecuador per
misurare dove passasse la metà del mondo, la missione geodesica. E dicevano che
vennero qua perchè la popolazione locale non sapendo né leggere né scrivere non
poteva fare questo calcolo. Mentre invece gli antichi abitanti dell'impero
incaico avevano misurato la metà del mondo e gli scienziati geodesici si
sbagliarono di 240 metri, e ora risulta che la misura indicata dai nostri
antenati era più precisa. Niente male per non sapere né leggere né scrivere!...
Il sapere leggere e scrivere non produce pensiero, è solo un mezzo, uno
strumento, che bisogna saper usare.
La scuola è così, è fatta per produrre acquiescenza, per abituare a credere in
quello che ti dicono. Ora noi volevamo fare scuola diversamente."
Quindi ci parla della fondazione della nuova scuola sperimentale da parte di un
gruppo di insegnanti molto impegnati, in riunioni, in cui si discuteva di Dewey,
di Pestalozzi, di Neill, di Freinet, eccetera, anche con i genitori, e ci
riferisce delle loro scelte pedagogiche per una scuola senza gerarchie, non
autoritaria, basata più sul fare e sulle esperienze, cioè a partire dalla
pratica per aggiungervi la teoria. E' una senza divisioni per classi, in cui si
lavora per gruppi di interesse, e in cui ogni ragazzo è libero di costruirsi il
proprio percorso di apprendimento e di sceglierne i tempi, pur che segua almeno
cinque gruppi al giorno. Si segue la pedagogia attiva, e si allestiscono molte
attività di laboratorio in edifici di legno costruiti all'esterno. E' una scuola
di base bilingue kichwa e spagnolo (ma ora hanno aggiunto anche l'inglese come
lingua straniera), che contempla sia le elementari che le medie. Alla fine
comunque bisogna che ogni studente abbia raggiunto uno standard minimo, e
inoltre bisogna che abbia terminato di farsi il proprio abito da sé (quindi
filando, tessendo il tessuto, cucendo e tagliando, ecc. come abbiamo visto più
sopra) dimostrando le capacità raggiunte (durante il periodo scolastico anche si
lavora nei campi e si impara a fare tutto quel che serve per sopravvivere). E'
dunque un contesto in cui vengono stimolate le motivazioni ad apprendere, e in
cui vi è un estremo rispetto per l'alunno, che è posto al centro
dell'attenzione, anche a scapito di programmazioni d'istituto, e pianificazioni
ministeriali, di progetti rigidi, e di programmi disciplinari, ma in cui è molto
arduo il compito dei docenti-educatori, che sono chiamati a fare da guide e
accompagnatori, e che necessitano di una ottima e vasta preparazione
professionale, essendo anche impegnati con piccoli gruppi ma di età diverse,
cercando di svolgere una didattica il più possibile individualizzata. Non sono
contemplate punizioni né giudizi, né quindi voti, o esami, e si stimola i
ragazzi ad autogestirsi, e a responsabilizzarsi.
Ma poi la moglie lo chiama perché non sta bene, è a letto ammalata, e noi
ringraziamo molto per il tempo dedicatoci e lo salutiamo. Ripercorriamo a fatica
lo stretto e scivoloso sentierino sul crinale dei campi irrigati e seminati,
evitando mucche, cani, maiali, e una volta giunti sulla strada di terra dove
abbiamo lasciato l'auto, commentiamo meravigliati e ammirati di aver trovato in
un paese di campagna come Saraguro una scuola all'avanguardia, con impostazione
antiautoritaria.
Torniamo a casa dei Quizhpe Guamàn. Si beve la orchata, che è una aguita dolce
bollita, e ceniamo lì. Parliamo un po' con il padre che è appena arrivato ed è
stanco. Anche lui è un direttore didattico, ma del circolo delle scuole
medie-superiori e professionali statali, un complesso di circa mille studenti. E
ci parla delle loro difficoltà e problemi.
domenica 30
Al mattino andiamo da loro per salutarli. Così conosciamo anche Teresita, che ci
aspettava per riceverci vestita "elegante" ovvero di tutto punto con un
bellissimo abito tradizionale, con una bella fibbia d'argento della nonna, una
collana, e il grande sombrero dipinto di bianco a pois neri. Lasciamo come doni
un pacco di spaghetti, dei giochini per i bimbi e un calcolatorino tascabile
solare. Luz dice che è un peccato che partiamo perché si sarebbe potuto guardare
assieme verso la luna, infatti ha letto su internet che stanotte si potranno
vedere due lune; le diciamo che non ci pare una cosa possibile (per non dire che
è una cosa assurda...), che forse ci potrebbe essere un particolare effetto di
rifrazione luminosa... Ma lei insiste che non è così, che ha letto che si vedrà
che ci sono in realtà due lune...(?!).
Teresa, che sta a Riobamba dove studia all'università, ci parla di uno stage che
aveva fatto con Manuel Pumaquero, uno stage che definisce "misto" perché c'erano
sia Purwà che Saraguro..., e poi dichiara "gran respeto", cioè una grande
considerazione, ammirazione e devozione per "Taita" Manuel (e così dunque lo
chiama col titolo di "Padre").
E' veramente straordinario che dei ragazzi al giorno d'oggi si esprimano in
questo modo, spontaneamente, e sinceramente, nel dichiarare i propri sentimenti
riguardo al proprio insegnante, considerandolo proprio un Maestro... Appunto il
caso, tra gli altri, delle culture e delle civiltà amerindie, ci mostra che
bastò spezzare due o tre anelli generazionali di congiunzione nella storia di
quelle società, distruggendone i beni culturali e il ceto dei detentori e
trasmettitori dei saperi e dei valori, che interi popoli hanno cessato il
proprio percorso di incivilimento e di irradiazione di civilizzazione.
L'educazione in sostanza è un tentativo per evitare che si debba ricominciare
sempre da capo ad ogni passaggio di generazione, curando che vi sia una
comunicazione intergenerazionale, che avvenga un transito, un passaggio di
consegne. Quindi in definitiva la relazione educativa costituisce una mediazione
tramite la quale le generazioni si impegnano in una sorta di staffetta nella
loro corsa verso l'avvenire, e ci si passa il testimone. Si da per suo tramite
solidità ad un ponte ad arco, che presenta alcuni ostacoli da superare, sotto
forma di scalini, perché si tratta di passare attraverso dei gradi di
elevazione. L'educazione è dunque un intento per affrontare il grande e
angoscioso timore della perdita, dovuta a discontinuità, che causerebbe
l'estinzione, la scomparsa di qualcosa di prezioso, di un patrimonio, e quindi
in questo caso il rischio di apocalisse culturale (cioè la fine della propria
presenza nel mondo). La relazione educativa è il punto, lo snodo fondamentale di
ogni cultura e in definitiva della stessa civiltà umana, senza provvedere alla
quale si può perdere l'umanità (come aggettivo qualificante), l'essenza dell'
umano. Quindi è quel valore aggiunto che dà un significato allo stesso processo
di umanizzazione del primate homo. Ma seppure si riesca ad evitare il rischio
della perdita e della discontinuità, c'è tuttavia dispersione, e si compiono
giri tortuosi nel cammino. E perciò se c'è dispersione di energie (come nei
conduttori di energia), c'è sproporzione tra l'impegno che si richiede di
impiegare e gli esiti, e ciò che resta, che si conserva nei passaggi, quindi a
maggior ragione una sproporzione deve esserci e va messa in carico.
Ed è appunto sullo sfondo di questa problematica comunicazione che risalta la
coppia maestro/allievo, ed i contesti, i termini, e la sostanza di questa copula
sono astri cui si deve sempre guardare per orientarsi. Il cammino spesso è
involuto, fa strani percorsi, a volte tortuosi, va su e poi va giù, e a volte
pare girare a vuoto attorcigliandosi su sé stesso a causa di certe questioni che
ne imbrogliano il senso. Quindi pietra basilare per l' evoluzione della civiltà
umana è tener viva la grande catena maestro-allievo.
Sono riflessioni che mi erano sorte stamattina, quando andando a fare colazione
scambio due parole con una addetta dell'hostal della comunità, di circa una
trentina d'anni, tutta vestita con il costume tradizionale, che mi chiede se
siamo stati a visitare questa e quella località importante (un altro baño del
Inca e delle grotte) e scopro che lei non sa parlare il kichwa. Mi dice come per
giustificarsi che i suoi genitori non glielo vollero insegnare quando era
piccola e quindi in casa parlavano con i figli e tra loro solo in spagnolo
(proprio come un'altra con cui avevo parlato giorni addietro), però mi dice che
lei si sente molto legata alla identità culturale dei saraguro. Mi viene in
mente la collega ferrarese Giuliana Berengan che in un suo corsivo a proposito
di queste problematiche, citava Ken Hale, docente di lingustica al MIT secondo
cui "lasciare morire una lingua è come sganciare una bomba sul Louvre". E con
questa frase ad effetto aveva ragione. Ogni anno ci sono delle lingue "minori"
che scompaiono, si estinguono... Forse il kichwa ha fatto appena in tempo a
rifiorire, ma ha rischiato molto, come denunciava il grande scrittore quechua
peruviano (che scriveva i suoi romanzi in spagnolo) José-Maria Arguedas (morto
suicida nel 1969). Gli antichi saggi indo-vedici insegnavano che le parole e i
pensieri sono anch'essi da considerarsi alla stregua delle azioni nel comporre
la vastissima e intricatissima rete e catena del karma, cioè delle cause e degli
effetti. Gli antichi greci come il grande Gorgia dicevano che la parola ha un
corpo sottilissimo ma potente, e il suo potere è grande perchè la parola è
ammaliatrice, produce incantesimi. In un altro senso Wittgenstein diceva che
"anche le parole sono azioni" riferendosi al fatto che esprimono emozioni, e
quindi non sono neutre. Ma se una lingua muore, con lei rischia di morire una
cultura, tanto stretti ne sono i reciproci legami. La Berengan parla di una
complessa e delicata "combinazione alchemica" tra le parole che va a formare il
tessuto linguistico di una cultura, cioè quell'elemento che è di basilare
importanza nell'incidere sui rapporti interpersonali e quindi nei rapporti
sociali e politici.
L'impiegata dell'ostello, è d'accordo e se ne rende conto, per cui mi dice che
fa apprendere il kichwa ai suoi figli in una scuola bilingue. In effetti il
tramonto di una lingua è paragonabile a un "disastro ambientale" grave, e
bisognerebbe che in questi casi le autorità si rendessero conto che serve un
intervento culturale d'urgenza, e l'impiego di mezzi adeguati per scongiurare
una eventualità simile. E' importante dunque che in Ecuador da più di una
quindicina d'anni sia stato attivato un progetto di Educaciòn Intercultural
Bilingue, per il recupero e la rivitalizzazione delle lingue e delle culture
locali originarie. Certo le lingue come i loro dialetti sono dei corpi
collettivi viventi e quindi cambiano, si trasformano; e l'operato di certe
accademie della lingua, a volte è un po' troppo conservativo (penso al caso
francese) quando cerca di remare controcorrente in un tentativo autoritario e
vano di impedire i mutamenti e le contaminazioni (che da noi sono fortissime con
la lingua egemone dell'occidente che è l'inglese), mentre è giusta la lotta
contro le scorrettezze grammaticali-sintattiche a favore di un buon uso corretto
e colto della lingua che si impiega per la comunicazione. Quindi anche il
kichwa, oltre a contaminazioni con lo spagnolo (e ora già un po' anche con
l'inglese, come abbiamo visto più sopra), verrà trasformandosi e ammodernandosi
per adeguarsi alla vita urbana e allo sviluppo economico in atto, e speriamo che
ne uscirà (come auspicava Arguedas) un kichwa all'altezza delle sfide
socioculturali attuali. Questo è l'intendimento ad es. dell'istituto di
Pumaquero di cui parlavo prima, che oltre al recupero della "sabidurìa
ancestral" vuole promuovere la formazione di una "nueva conciencia".
Ma per ritornare ora alla cronaca del viaggio che stavamo compiendo, a questo
punto vorremmo prendere congedo dalla famiglia, ma le bimbe chiudono la porta a
vetri interna, per non lasciarci partire, e così siamo fatti "prigionieri". Le
due mamme dolcemente dicono loro di aprirci, che abbiamo fretta di partire
perché dobbiamo fare un percorso lungo, ma loro non accennano a volerlo fare;
ancora due e tre volte le mamme e anche altri cercano affettuosamente di
convincerle a spostarsi dalla porta, ma loro sembrano incaponirsi di più, per
cui gli adulti lasciano perdere ogni insistenza, e intanto in effetti passa un
po' di tempo. Noi facciamo loro tanti sorrisi e saluti con la mano, e insomma
dopo un bel po' le bimbe si convincono e dispiaciute si rassegnano a liberarci.
Dunque dopo aver salutato i genitori, Teresa, Patricio, Sisa, Luz, e tutti
quanti della famiglia ripartiamo subito per il nord, la strada ora è migliore,
c'è un bel sole. Abbiamo un po' di dubbi se andare a Guayaquil e ritornare a
nord attraverso la pianura e la costa. Tra l'altro giorni addietro avevo visto
su un vecchio giornale delle pubblicità, tra cui una che riguardava Guayaquil,
dove nel centro storico, nella ciudadela, c'è un ristorante che si chiama (in
italiano): "casa di Carlo"...e la cosa mi aveva colpito. abbiamo poi deciso di
riprendere la strada dell'andata, e dunque ci fermiamo a pranzo alla stazione
termale di Baños de Cuenca, appena sulle colline fuori città, dove ci sono
piscine con acque calde minerali. Poi proseguiamo verso Zhud, eccetera,
eccetera, a ritroso, e anche qui la strada è migliorata, forse grazie al poco
traffico e alle condizioni atmosferiche, dobbiamo solo fare una lunga sosta a
Chunchi (2754m) e così intanto vediamo l'affaccendarsi per il mercato locale, e
torniamo ad Alausì dove ceniamo con dei pansitos comprati in panaderia e
passiamo lì la notte.
lunedì 31
Colazione e via, arriviamo a Riobamba dove cerchiamo Manuel Pumaquero
all'istituto, e poi alla "Casa Indigena" (dove in cortile c'è una gigantografia
di Taita Proaño, il primo vescovo amico degli indios)... ma purtroppo anche lì
non lo troviamo. In periferia, in una strada laterale quasi deserta, vedo una
donna indigena che si genuflette in ginocchio sul marciapiede e si dondola un
poco. Chissà che stava facendo...
Ripartiamo. Compiamo una penosa e lentissima attraversata della moderna città
industriale di Ambato (che in questi ultimi vent'anni ha caoticamente
quadruplicato il numero di abitanti).
Dopo Lasso usciamo dalla Panamericana e giriamo verso l'hostal della "Quinta
Colorada" in campagna, e ci fermiamo lì. Siamo circa sui 3200/3300m. C'è il
caminetto in camera, che ci accendono per la sera (abbiamo 4 coperte di lana
ciascuno), e anche nella sala dove mangiamo. Piatti locali con cibi prodotti in
loco. Siamo i soli tre clienti in questo autentico agriturismo che si chiama
così perché è effettivamente tutto dipinto a colori forti e vivaci, con allegri
affreschi un po' naif sui muri esterni raffiguranti le montagne, i laghi, i
vulcani. All'interno le pareti sono giallone, arancioni, rossastre, blu, color
mattone. La famiglia che vive e lavora qui è accogliente, stanno facendo seccare
al sole i chicchi di mais su lenzuoli stesi sul terreno del cortile, e anche
questo da un bel colore giallo, accanto alle aiuole di fiori. Dopo averle
sgranate, le pannocchie (choclo) le conservano per accendere il focolare nei
camini, e per avere la brace. Anche qui tutto è fatto con quello che offre
l'ambiente, per cui le verdure, la frutta, il latte (e anche il riscaldamento)
sono il risultato del loro stesso lavoro. Ci sono delle mucche, dei maiali, dei
conigli, delle galline, un grande orto. In questo modo ci sono ben poche spese
vive, e poco viene comperato, sicché ogni unità famigliare (proprio come era a
Saraguro e a Peguche e in altri villaggi dove si facevano da sé i vestiti e il
vasellame) tende ad essere autosufficiente, e non da contributo alla economia
monetaria. Le due economie vivono parallelamente, ma poco si toccano.
La padrona della Quinta è una francese che anni fa si era stabilita qui, ma poi
dato che il bimbo si ammalava facilmente, è tornata in Francia e viene a dare
una occhiata ogni anno e mezzo o due (ma ora sono però già 3 anni che non si fa
vedere...). Ci sono ancora qua e là vecchie riviste e giornali francesi cui si
attinge per accendere il fuoco, ma ora anche questi stanno per finire.
Loro hanno imparato ad utilizzare il fax e usano la lavatrice solo per i
clienti, per il resto vivono come se la proprietà fosse loro, tutto quel che c'è
l'hanno fatto loro, tutto l'ambaradan dell'albergo e ristorante la portano
avanti loro, fanno buon nome all'agriturismo, sanno come trattare e provvedere
ai clienti stranieri, e proseguono con le coltivazioni, nell'allevamento,
eccetera. Accompagnano con una 4x4 gli escursionisti e gli andinisti (ci sono
anche molti vecchi opuscoli e libri sull'andinismo) che vengono qui per andare
sulle alte montagne (che loro conoscono a menadito), e rispondono al telefono. E
intanto la famiglia cresce, i figli diventano grandi, e si sposano, e la
famiglia si allarga... Loro sono originari di un paesino su in alto, dalle parti
della laguna di Quilotoa (che è un lago che riempie un cratere del vulcano a 4
mila metri, dove quindi, purtroppo, non andremo) ma oramai da decenni vivono qui
nell'altipiano.
Appena fa buio esco e vedo il Cotopaxi con le nevi rischiarate dalla luce lunare
! è proprio una dea stupenda e magica! la sua luce azzurrina non è forte come
quella solare, ma crea effetti argentati sui ghiacci, e illumina tutta la grande
vallata.
martedì 1° settembre
Al mattino facciamo subito un giretto per godere del bel panorama del Cotopaxi
visibile in tutto il suo splendore.
Ma la strada recentemente asfaltata, a un certo punto non prosegue, per lavori
in corso, proprio si interrompe. Torniamo indietro.
Si vedono bene anche i due vulcani spenti Ilinizas (5263 m.) innevati, uno
dietro l'altro, quello a nord e quello verso sud, come fossero dei gemelli.
Stiamo in giardino a leggere. Verso le cinque e mezza andiamo a fare una bella
passeggiata serale lungo le fattorie. Silenzio, qualche abbaiare di cane, o
muggire di mucca, e più sotto si può vedere tutta l'ampia vallata della "avenida
de los vulcanes", con la vista di tutte le larghissime falde del Cotopaxi,
semideserte,in lontananza sulla sinistra il Rumiñahui, roccioso e granitico...
Anche stasera l'aria è bella frizzante e pulita, energizzante, ed è così tersa
che poi col buio le stelle spiccano splendide e la neve del ghiacciaio che fa da
scialle al vulcano, riflette con effetti azzurrognoli la grande luna ormai
praticamente quasi piena. Che incanto! Gran peccato non poter fare una foto, ma
il ricordo resterà impresso ugualmente. Ma come non potrebbero sorgere da qui
dei miti, delle storie, delle leggende, delle canzoni... delle poesie... E anche
generazioni di scrutatori del cielo stellato, e della luna...?!
mercoledì 2
Ripartiamo, andando più a nord vediamo le due cime Ilinizas ben separatamente.
Superiamo la parte alta della strada (che è a circa 3500m) e poi passiamo oltre
il rifugio del Papa Gayo (3300m) tenuto da un israeliano. Poi, scesi e arrivati
a Tambillo, facciamo un po' fatica a vedere dove prendere il bivio a destra. E
scendiamo infine sino a Sangolquì (2550m). Ci sistemiamo nella bella "hostaria
Sommergarten", dal nome del tedesco che l'ha fondata nel '90. Qui predomina il
clima mite e ventilato della valle de los chillos, dove c'è la primavera eterna.
Bel giardino molto fiorito e vista su montagne (dovrebbero essere il
Sincholagua, 4900, e senz'altro il grande vulcano Antisana, 5760, e chissà quali
altre), che spuntano dietro i fiori e le palme del giardino con piscina
all'aperto.
Andiamo nel pomeriggio tardi a cercare un Parco forestale, girando ad Amaguaña
su per una cosiddetta "via lastrada" che è invece un sentiero sassoso pieno di
buche in salita con il problema di molte pietre e pietrone sconnesse che
risultano un impedimento e sono pericolose per la coppa dell'olio... Andiamo
verso la Reserva Natural (a 2880m) della foresta di Pasochoa (che è un monte di
4200m.). E' stata fondata nel 1997, ed è una vera rarità, perché sarebbe quel
che rimane della foresta originaria della valle andina tra le due cordigliere, e
che oramai è stata distrutta o soppiantata. Ad un bivio come al solito senza
cartelli c'era una coppia di anziani seduti fuori dalla porta di casa, che erano
come in catalessi con lo sguardo fisso, dopo un po' che chiedevamo loro conferma
della strada, lui si è come risvegliato, e ha tradotto a lei in kichwa, a quel
punto lei ha risposto in spagnolo "sigue recto", e lui ugualmente, in
contemporanea. Più oltre, prima di alcune casupole, c'era un cartello che
incredibilmente intimava di rallentare, poi una signora ci ha confermato che
proprio quella era la strada, dicendo il solito "sigua no màs" (=prosegua e
nent'altro). Quindi abbiamo incontrato un sorprendente "mini-market", e un'altra
coppia estatica e silente, e un anziano seduto, che solamente studiava il
terreno ai suoi piedi, o forse era un po' sordo... Varie vacche sulla "strada",
cavalli, cani randagi, un mulo con dei lunghissimi peli, un lama, ecc. Infine
giunti alla meta, il guardiano molto gentile ci saluta. Qui ci sono più di 150
razze di uccelli, tra cui moltissime varietà di colibrì, dai più minuscoli ai
più grandini, e tra queste quello con il becco più lungo al mondo (essendo lungo
tanto quanto il corpicino). Poi gli ho chiesto se avevano un "triptico" della
riserva (cioè un foglietto illustrativo, un dépliant), ma mi dice che l'avevano
esaurito già da molto tempo. Non hanno mai riassestato la strada d'accesso
almeno fino al centro di accoglienza, e neppure mai ristampato i foglietti
illustrativi. Quando sto per andar via, però il guardiano mi dice che gli era
rimasto un librino sulle specie locali di uccelli, e me lo vuole regalare... E
poi torniamo pure indietro sempre per quell'unica via di sassi... un po'
"svelti" per cercare di arrivare prima del buio, tra sobbalzi, balzelloni,
buche, e sonori colpi di pietre sotto l'auto, ma va tutto bene (nel senso che
non si rompe la coppa dell'olio sotto lo chassis).
All'hotel ci attende un amico del proprietario, un bavarese di nome Tino, che è
un biologo (era lui che ci aveva consigliato la gita), che suona benissimo la
chitarra classica (e anche sue composizioni) e ci regala un bel concerto
all'imbrunire (ora lui è in pensione e si è ritirato qui, e saltuariamente fa la
guida nelle foreste della zona, e nella selva amazzonica). Che pace, che
armonie...
giovedì 3
Al mattino vediamo il bel mercato animale e alimentare di Sangolquì,
assolutamente non turistico, anzi un mercato povero, è interessante ma ci stanca
un po' la ressa, il sole forte, e il gran caos.
Ripartiamo per arrivare a Quito e sistemarci nell'hostal Posada del Maple.
Restituiamo l'auto all'Avis. Reincontriamo per strada il romagnolo del
ristorantino di Baños (!), che ci riconosce mentre stiamo salendo su un taxi....
Andiamo nel mercato artigianale La Mariscal dove Ghila fa gli ultimi acquisti di
souvenir o di regalini, e io mi compro un bel cappello di feltro per riparare
alla perdita del precedente.
A cena andiamo da Giovanni Onore, reincontriamo la Queti, e le due ragazze. Mi
piace il motto del fondatore della loro congregazione, il beato padre Chaminade,
che leggo nella cappelletta interna: "L'essenziale è l'interiorità. Attuate quel
che vi dice". Siccome poi stiamo assaggiando della cioccolata di sua produzione,
e anche dei mieli, e commentiamo i loro sapori, a parte quel che si sa già a
proposito delle virtù del cacao e della cioccolata, lui ci dice che il miele non
lascia penetrare germi, e comunque questi non sopravvivono, per cui una volta se
ne spalmava un po' su una ferita aperta per prendersi il tempo di andare dal
medico. E qui in Ecuador ci sono dei mieli ottimi. Mangiando Onore ci parla del
fatto che che ci sono centinaia di varietà di patate, che maturano in periodi
differenti, oltre ad alcune di cui si fanno due o tre raccolte l'anno, per cui
nell'arco dell'anno sempre ci sono nuove patate (anche se vanno trattate e
cucinate diversamente, e sono di qualità non sempre eccellente). Ripenso al
curioso incrocio che ci fu cinque secoli fa, quando gli europei portarono germi
sconosciuti in America (in particolare il vaiolo), che causarono un vero e
proprio falcidio della popolazione (addirittura in un secolo del 75% degli
indigeni andini) degno per gli effetti demografici delle peggiori pestilenze e
epidemie che in quei tempi flagellavano l'Europa; mentre l'America apportò agli
europei (oltre a oro e argento), le patate, e vari altri alimenti allora
sconosciuti, che consentirono la crescita demografica e salvarono la vita a
tanti poveri che sarebbero stati a rischio di morir di fame durante le carestie
(oltre alla prevenzione dello scorbuto dovuta anch'essa alla pelle delle
patate), per cui in meno di due secoli la popolazione dell'Europa occidentale si
accrebbe di circa tre volte (anche per altri concomitanti fattori)...
E poi, come la volta scorsa in cui ci eravamo visti, Onore ci dice che lui si
occupa di bio-indicatori del riscaldamento termico (cioè animali, soprattutto
insetti, ma anche piante e vegetali particolarmente sensibili e a rischio). Per
arrivare a dire che quando si estingueranno le api, scomparirà anche la specie
umana per vari motivi interconnessi. Di api ce ne sono moltissime varietà, in
Ecuador c'è persino un'ape senza pungiglione, che si difende in altri modi, con
mezzi chimici. Tante specie si sono estinte già nel solo corso della sua vita di
studioso, tra cui alcune specie rare che lui stesso aveva scoperto e
identificato.
(Quando poi torneremo in Italia, leggerò di Onore nel libro di viaggio di un o
scalatore e alpinista, V.Mason, "La via dei vulcani" (Nordpress, 2007), da cui
verrò anche a sapere che la Rai aveva fatto tre-quattro anni fa un paio di
documentari su Otonga e su Onore).
Salutiamo e gli lasciamo varie cose, abiti, medicine, ecc per chi ne può aver
bisogno.
venerdì 4
Andiamo di nuovo alla Casa della Cultura, alla cinemateca dove Ghi parla con la
direttrice Wilma Naboa. Poi ci incontriamo di nuovo con Manuel Pumaquero, che
era a Quito all'Instituto Intercultural Amautay Wasi. Lo aspettiamo, ci sediamo
sul prato del parco di fronte, c'è molto vento, mentre io vado a fare due passi
verso il vicino Osservatorio astronomico, sento uno strano cigolio e poi un
rumore secco, mi giro e vedo che per poco non cascano addosso a Ghila e Annalisa
due palme (!) che si spezzano per il vento e vengono abbattute al suolo...! ma
davvero per appena un paio di metri non sono state travolte...
Andiamo con lui a pranzo al ristorante vegetariano "Sakti", consigliatoci da un
suo simpatico amico che viene appositamente a prenderci e ci accompagna là in
auto. In quel ristorante incontriamo la signora Wilma della cinemateca (!) che
dice a Ghila che ha dimenticato là la sua maglia...
Manuel Pumaquero ci racconta che quando lo cercavamo a Riobamba, lui era stato
via alcuni giorni con tre amiche, dormendo in tenda in una foresta sacra durante
i tre giorni e notti di luna piena! Un bosco di arrayanas, ce ne sono ancora
solo altri due nel mondo. Dice che hanno fatto delle cerimonie presso dei resti
antichi, e che lo spirito della montagna gli ha parlato. Gli diciamo che noi poi
eravamo andati al Pasochoa, dove c'è il colibrì dal becco lunghissimo, ma che
ovviamente non abbiamo visto. E allora lui dice che Tulcàn el kindi, cioè quel
colibrì col becco più lungo, è un animale sacro ed è per loro un simbolo
culturale, è rappresentato in quel famoso disegno gigantesco che si trova nella
pampa presso Nazca. Gli diciamo anche di quando eravamo al mercato del bestiame
fuori Otavalo, e si vedeva taita Imbabura con delle nuvole sulla cima, tutte
rosse per il sole che sorgeva dietro, uno spettacolo affascinante, e lui dice
che si chiama uruchungar quel "fuoco" delle cime dei monti, che appunto segnala
la presenza dell'Apu, dello spirito della montagna. E che secondo le leggende in
quelle occasioni i monti a volte si scambiano espressioni di vita (cioè mandrie,
greggi, uccelli...!).
Vede che giriamo con una sportina di plastica e gli dico che ci portiamo dietro
dei giocattolini da regalare ai bambini poveri, e che a volte persino dei
ragazzi grandicelli che fanno i lustrascarpe li hanno presi ed erano tutti
contenti come fossero dei bambini. Ci dice che lo può ben capire perché anche
lui da ragazzino ha fatto quella vita per più di un anno gironzolando da mattina
a sera come un vagabondo per le strade, con la sua cassetta di legno per
lustrare le scarpe, ma era così che si guadagnava da vivere... Penso allora a
quanti sacrifici ha evidentemente dovuto fare per studiare e per conquistarsi la
sua professionalità.
Poi lo accompagniamo in una allucinante corsa in taxi fino al Terminal Sur che
sta fuori città, modernissimo, enorme, sperando che questa volta non perda un
appuntamento importante che ha a Riobamba. Ci saluta con grandi abbracci e ci da
sul palmo della mano sinistra alcune foglioline di "coca madre" da lui stesso
raccolte, che tiene in un piccolo sacchettino apposito. Ciao Manuel, yupaichani!
grazie. Speriamo di rivederci!
Qui nell'immenso viavai di grandi folle, reincontriamo quella signora con
figlioletta che all'andata avevamo incontrato a Latacunga (!), che lavora a
Milano, anche in questo caso è lei che ci riconosce, e ci chiama. Poi torniamo
in centro storico e andiamo a Plaza San Francisco, e lì nella grande piazza
rincontriamo i catalani Conxita e Jordi che domattina partiranno (!).
Chiacchieriamo assieme di viaggi al bar Tanguez prendendo un mate de coca.
Per tornare in albergo facciamo il record di taxi persi, e allora, rassegnati,
prendiamo in plaza santo Domingo il "trole", cioè il lungo tram ecologico che fa
da metro di superficie. Prenderemo poi un taxi per andare dalla fermata al
nostro Hostal. Intanto regaliamo tutti gli ultimi giocattolini che avevamo
portato.
sabato 5
Stamattina Annalisa cade da un gradino e si storta la caviglia, per un bel po'
non riesce a camminare, la signora le da un bastone. Mangiamo da una cilena che
ha appena aperto un ristorantino all'angolo.
Al pomeriggio viene a trovarci in albergo Giovanni Onore con le due ragazze,
perchè è appena arrivato da Otonga dove ha preso su in auto la bimba Kerly e sua
mamma, per farci incontrare. Commovente. Sia la bimba che la giovane mamma erano
ovviamente spaesate (lei aveva freddo, non è abituata alle quote di Quito),
forse non erano mai state dentro un albergo, e comunque già l'ambiente della
grande città le sconcerta. Ma comunque non erano timide, comunicavano e
rispondevano bene, sempre in modo educato. La mamma è vedova con tre figli, e
sopravvivono col suo lavoro di preparare e confezionare in casa sacchetti di
noccioline....
Intanto ci racconta di aver visto ieri nella foresta di Otonga la farfalla della
razza più grande del mondo, e ci fa vedere le foto fatte col cellulare, ha le
ali grandi come una mano aperta, e un corpo incredibile, era adagiata su un
tronco d'albero e molto ben mimetizzata. Dice che ancora non si sa bene dove
vadano a deporre le loro uova, né come avvenga la riproduzione, né di cosa si
cibino....Ci sarebbe davvero tanto ancora da ricercare e da studiare nella
selva...
Regalo dei campioncini di profumini alle ragazze. Lascio a Onore per la gente di
Otonga un borsello e un paio di scarpe.
Facciamo le nostre tre valige, e dobbiamo abbandonare varie cose, libri (romanzi
e guide turistiche) per risparmiare spazio e soprattutto peso, perchè Annalisa
certo non può portare nemmeno una delle nostre tre valige.
domenica 6
Al mattino si parte. Saluti al telefono alla piccola Kerly.
Al controllo di frontiera sono molto scrupolosi e fanno grandi controlli in
uscita (??) oltre al fatto che devi pagare una bella tassa per poter
uscire....!! Un po' mi tornano in mente quei discorsi che riportavo proprio
all'inizio di questo diario. Tanto che a un certo punto, dopo aver fatto il
check-in, consegnato le valige, e pagato in un apposito ufficio la famosa tassa,
la guardia di confine che mette il timbro di uscita, cui avevo consegnato i
nostri tre passaporti insieme dicendo che siamo un'unica famiglia, controlla
bene i nostri volti, vede Annalisa sulla sedia a rotelle e Ghila che arriva
piano piano, e dopo averlo apposto al passaporto mio e di Annalisa, si mette a
supercontrollare quello di Ghila e impiega parecchio tempo, a cercare sul suo
computer, e fare non so che verifiche, e dopo aver minuziosamente studiato il
passaporto, premendo con l'unghia la parte plastificata sopra alla prima pagina,
ed essere anche andato da un superiore a chiedere chissà cosa, sentenzia: "la
figlia non può lasciare il Paese". Come? Faccio finta di non aver capito, e
dico: abbiamo il timbro d'entrata in data 8 agosto (come a voler dire, ma se ci
hanno fatto entrare avranno pure controllato il passaporto, no?...). Dice: "la
figlia non può viaggiare all'estero!" Punto. E fa per chiamare i prossimi. Come
se la sua incombenza da burocrate fosse faccenda oramai chiusa..... Allora
chiedo alla signorina che accompagnava Annalisa spingendola sulla sedia a
rotelle, di farsi spiegare meglio che difficoltà c'è. Dice che il passaporto è
scaduto dal giugno 2007,... allora giro la pagina e faccio vedere che nel retro
c'è stampato "rinnovato al 2012"...Per fortuna che rinnovato in spagnolo si dice
renovado... quindi in italiano non è così diverso e difficile da decifrare come
in finlandese o in ungherese... prende, mette il timbro d'uscita e chiama il
prossimo. Waw ! (= uahuuu...), o come dicono nei fumetti anche fiuuuu!...
Da noi se uno non ha il passaporto in corso di validità non lo fanno entrare,
oppure lo espellono dal paese. Altrimenti in questo caso, noi che avremmo fatto?
noi due con già il timbro di "usciti", e Ghila, senza più la valigia, che
avrebbe dovuto fare? avrebbe dovuto tornarsene fuori dall'aeroporto per andare
al consolato italiano???? e così perdendo l'aereo e lasciando scadere il
biglietto di ritorno??? Ma allora chi è che al nostro arrivo aveva controllato
il suo passaporto e la aveva lasciata entrare?....
Chissà cosa doveva essere l'arroganza durante il periodo della dittatura dei
militari, tutta gente con quella mentalità lì...(D'altronde basta leggere alcune
pagine del libro di Giovanni Ferrò, "Taita Proaño, l'avventura di un vescovo tra
gli indios dell'Ecuador", pubblicato dal Gruppo Abele, per rendersene conto).
Comunque tutto bene in aeroporto per i problemi di Annalisa e per portare le
valigie, c'è una buona assistenza, meno male.
Poi durante la sosta a Bonaire nei Caraibi, anche questa volta per ingannare il
tempo andiamo a vedere fuori, e curiosiamo nell'area di transito del piccolo
aeroporto guardando fuori dalle vetrate, è anche stavolta tutto nuvolo, e uno mi
dice che è spessissimo nuvolo, il caldo è quello paradossalmente ventoso e afoso
tipo come quando uno sta troppo vicino al foen (ma che ci verrebbe a fare uno in
questa isoletta assurda? fino qui per "abbronzarsi" sul bordo di una piscina??).
Lunedì 7
Infine lunga esasperante e spossante attesa di 9 ore all'aeroporto di
Amsterdam........, dove l'unico intrattenimento per cercare di far passare il
tempo in questo non-posto che è come essere in un centro commerciale, è
l'incontro con una famiglia di ebrei francesi fanatici religiosi con cui
Annalisa si intrattiene un po' a conversare e fare domande (e a dover dare
risposte alle loro domande)...
Infine arriviamo a Bologna nel pomeriggio; ci viene a prendere Michele (e anche
la Maddy, mia cara ex studentessa, amica di Ghila).
Qualche giorno dopo ci giunge una bella letterina da Kerly con un disegno
colorato. E a seguito di una mia mail di considerazioni sull'equinozio inviata a
Manuel Pumaquero, nella sua risposta ci parla della giornata del 21 settembre,
con le feste del Koya Raymi che sono dedicate alla Terra e a tutte le sue
manifestazioni, e dunque alla spiritualità della femminilità, con un omaggio
alle donne, e un bagno rituale in una fonte (pukyu) per celebrare la bellezza
dell'elemento cosmico femminile. Ah! che peccato non esserci stati...
Ecco che già un po' di rammarico per la brevità del nostro soggiorno, si
tramuta alchemicamente in nostalgia, e in un rinforzo di una sorta di
sentimento di attaccamento affettivo, per cui incomincio a partire mentalmente
in "viaggi" verso quell'altrove che diviene come un po' favoloso e magico.
Proprio a un mese esatto dal nostro rientro, ecco che compare a Ferrara un
personaggio che viene a tenere una conferenza sulla spiritualità aborigena
indoamericana, con anche qualche esercizio di respirazione e di meditazione e
una cerimonia finale... e ritrovo un po' quel che avevamo lasciato. Mi è
sembrato anche questo come un "saluto di collegamento". Ecco, anche essendo qui,
un minimo di continuità permane.
Chissà se riusciremo a
far venire qui Manuel...? potrebbe fare da "ambasciatore" culturale degli
indigeni andini...