Intanto, business.
Eccomi, pronto. Pronto a ricominciare.
Pronto a raccontare, a provare - spesso con dubbi risultati - a mettere su
carta, carta virtuale, emozioni, sensazioni, stati d'animo. A descrivere, a modo
mio, le solite esperienze di vita. Di una vita more solito diversa da quella che
siamo soliti spendere alle nostre latitudini. Colombia, quest'anno. Colombia.
Sui perché io sia qui potrei spendere ore: riassumerli è facile. Perché non
l'avevo ancora vista, perché sono curioso, perché... Perché non c'è un perché.
Nuovamente solo, per scelta e per costrizione. So che la meta, so che il periodo
non sia dei più agevoli, per Voi. So anche che quanto si dice attorno a questo
Paese non aiuta, anzi scoraggia. So tutto. E capisco. E al contempo approfitto
di queste tre settimane - non un mese, come qualche maligno va dicendo,
purtroppo -, di queste tre settimane a spasso per un continente che, me lo
ripeto consapevole, per me più di una entità geografica rappresenta una
malattia.
Eccomi, dunque, non perdo tempo. Il viaggio di andata, in compagnia di Iberia,
mi ha regalato una novità, l'upgrade alla Business class per problemi di
overbooking. Un sogno, per uno che si era svegliato prima delle quattro di
mattina per l'ultimo dei suoi lavori, per scrivere un articolo. Il mondo va
avanti, anche senza di me. Peccato me ne accorga solo qui, a distanza di qualche
migliaio di chilometri. Business class, dunque, accolto a champagne: non me lo
meritavo, forse, ma me lo sono di certo goduto. Business, e non ne approfitto
nemmeno tanto, se non per qualche bicchiere di Rioja che consiglio a tutti. E
per un Flor de caña che solo alcuni avranno sinora apprezzato. Not bad, ci
penserò per i prossimi viaggi... Fare a meno di una poltrona che regolo
elettricamente in mille posizioni diverse, perlopiù orizzontali, non sarà
facile. Mai più senza, in sostanza.
Le cose cambiano, e drasticamente, quando a Bogota devo prendere il volo che mi
porta a Cali: cambiano perché l'inconveniente tecnico che ci porta ad avere due
ore di ritardo non solo innervosisce tutti i passeggeri, compresa una signora
che sviene per il caldo, ma soprattutto perché la scusa, ufficiale, è che
mancava un documento del pilota. In sostanza, alla faccia di Bossi e dei suoi
seguaci, eravamo nelle mani di un sinpapel. Che, pur con tutta la mia simpatia,
non è cosa che mi faccia felice. Pazienza: ne approfitto per provare, nel
frattempo, a estrarre qualche peso dal bancomat. Terrore. I primi due tentativi
vanno a vuoto. Impreco, ma non demordo. Ne escono 300.000 peso - cento eurini,
mas o meno - quando ci riprovo. E smetto di sudare.
Cali. Cali, las caleñas. Ci arrivo di notte, e subito mi accordo per
“compartire” il taxi con una coppia che mi propone lo Sheraton. Abdico, a
malincuore, e opto per il Real Cali, hotel di quasi pari categoria, non dopo
essere passato indenne dal duo che mi accompagna. Lei mi bombarda di domande,
vuole conoscere la mia vita nella mezz'oretta che ci separa dal centro,
affrontata alla solita velocità folle dal mio chofer. Pirata. Non è la prima
volta che lo sento dire, mi sembra di rivivere un sogno. Il pirata tace, la
signora no, e con gran faccia tosta cerca anche di fottermi quando si dividono
le spese. Sono trentamila peso che - secondo lei - fanno quindicimila a testa.
Se ne vergogna, il marito, peraltro ben più prestante del sottoscritto. Non lei,
che alla fine abdica, facendo finta miseramente di essersi sbagliata, e
lasciandomi spazio verso il
Real Cali. Cose già viste, ci rifarò l'abitudine. Cose già viste, come le sbarre
all'ingresso, rigidamente chiuse. Sarà una percezione del pericolo che fa male,
esagerata, ma quando il chofer mi spiega che alcune strade sono chiuse perché
l'anno passato avevano messo una bomba davanti alla sede della polizia
giudiziaria, forse capisco che non è proprio così. Quando scopro che lo stesso
palazzo è protetto da alcune reti per evitare il lancio di ordigni più o meno
casalinghi, quando vedo quanti siano coloro che albergano per le strade, mi
rendo conto di essere arrivato a destino. Pazienza, l'hotel è pulito, e si
dorme.
Cali. Cali che mi sveglia ritmo di salsa, fortissima, in ogni dove. Cali che
visito di fretta, salendo su un taxi che mi fa capire quanto poco io la possa
apprezzare. Non sono fatto per le metropoli, per il caos. E allora scappo, non
dopo aver fatto un breve salto in un centro confuso, tutto uguale, cresciuto
disordinatamente accanto alle mille chiese coloniali di scarso pregio, se
paragonate alle altre. Dopo un salto all'ufficio turistico, il cui unico
vantaggio sono le due impiegate. Non all'altezza del ruolo, ma belle da vedere,
come molte delle loro concittadine: poco conta.
Bus, dunque, direzione Popayan, una delle cittadine raccomandatemi da Emilio.
Emilio, che di cognome fa Rigatti, è lo scrittore al quale mi sono rivolto per
avere qualche informazione. Ha vissuto credo sette-otto anni in Colombia, prima
di tornare a casa, in Friuli.
E, a sorpresa, si è dimostrato gentilissimo, perdendo più di mezz'ora al
telefono con uno sconosciuto, per parlare di un Paese che ama. Lo si intuisce,
facilmente. Grazie, dunque, Emilio. E grazie a voi che siete qui a leggermi. Me
ne ero dimenticato, lo voglio dire una volta di più.
A Popayan ci arrivo nel modo peggiore, fidandomi di un bus che, vendutomi dopo
aver contrattato il prezzo come directo, fa invece mille fermate. Un bus dove fa
un caldo infernale, e dove una vecchina terribile mi dice di tener chiusa la
ventana, la finestra. Maledetta, la vecchina. Maledetto il bus. Popayan, dunque,
dopo tre ore di salsa, di visi, di storie che immaginino, lasciandomi andare con
la fantasia. Popayan, un incanto. Un incanto trafficato, ma un incanto. L'hotel,
El paso, ha un nome evocativo. Lo scoprirò con calma. Popayan, invece, distrutta
da un terremoto e ricostruita pezzo per pezzo, mattone su mattone, chiesa dopo
chiesa. Popayan, tanto bella da ricordarmi Sucre - e chi l'ha vista potrà capire
-, Popayan dalla quale mi lascio cullare. Ci passerò un altro giorno, ho deciso,
in questo centro che mi regala sensazioni sempre diverse. Mi ci perdo,
camminando, prima di andare a dormire presto, distrutto, quasi consapevole che
El paso non abbia quel nome a caso. Presto, molto presto, alle sei di mattina,
capirò tutto quando sotto la mia finestra passano milioni di macchine
smarmittate, camion, moto strombettanti, biciclette, carretti trascinati da
cavalli. Rumorosi, e se ve lo dico io che non ho proprio il sonno pesante,
rumorosi davvero. Popayan, che visito dunque prestissimo, ben prima della calca
delle ore di punta, consapevole di doverlo rifare poi con un certo ordine
mentale. Che, come sempre, non ho voglia di avere, al quale non mi voglio
assoggettare, in queste mie periodiche fughe dalla realtà.
Popayan, il sogno.
Popayan, da li si riparte.
Popayan che potrebbe far riflettere. Su come funzionino, e su cosa siano i
nostri canoni estetici. L'architettura.
Su cosa siano le sfaccettature, quelle che fanno le cose belle o meno belle, che
incantano, che fanno sognare, che fanno volare con la mente indietro. Basta, a
Popayan, dare una mano di calce alle pareti, basta conservare l'espressione del
tempo, basta… Basta essere semplici. è sufficiente, alle volte. Concetto,
questo, che sposa sia le cose che gli uomini. Ma ci si potrebbe affondare, in
questo concetto. C'è da perdersi, invece, e io mi perdo, a Popayan. Non so se
l'ho vista tutta, non so se le chiese che ho fotografato siano le più importanti
o siano invece insignificanti, non so se le persone che ho incontrato, entrando
al caffè Colombia, rappresentino appieno questa nazione. Ma io mi ci perdo, mi
ci sono perso, mi ci perderei ancora. A descriverlo, il Caffè Colombia, vale
poco. Una sala biliardi come tante. Sporca, forse sporca. Di certo trasandata,
usata, consunta, di quelle d'un tempo. Biliardi ai quali si alternano anziani e
giocatori più giovani, bevendo e urlando, baruffando su una palla, su una
giocata. Uomini che, al caffè Colombia, entrano senza sapere se, e quando, e
soprattutto come, ne usciranno. Portandosi appresso quanto hanno di più caro,
biciclette che da noi troverebbero spazio solo al ferrovecchio. O un cane. O,
meglio, solo la voglia di combattere una solitudine che, anche qui,
evidentemente pesa. Ci rimango a lungo, al caffè Colombia, incantato da un
wurlitzer che credo ancora funzionante. Bei tempi, quelli dei wurlitzer. Bei
tempi, credo. Non lo so, non mi importa. Di certo, il concetto di tempo mi
sfugge, tra una birra e un caffè con leche. Eccola, la mia Popayan. Tutta qui,
eppure immensa. Imperdibile. Mento a me stesso quando, la mattina successiva,
faccio lo zaino, per andarmene a San Augustin. Mento a me stesso quando mi dico
che ci tornerò. Ci sono stato. Punto. Lo so, e me ne ricordo bene quando ne
vedrò le periferie confuse, probabilmente pericolose, che la sera prima avevo
percorso a piedi, rischiando oltre il dovuto tra senzatetto, gente che si muove
senza senso e direzione, e persone che mi guardano quasi a sfidarmi. Non la
raccolgo, la sfida. Saggiamente. Non la raccolgo, e sono ancora qui. In un
minibus che mi porterà a San Augustin, culla di civiltà precolombiane. Un
viaggio breve, sono solo 5-6 ore, un incubo con la pioggia che rende i mille
salti di una strada bianca che costeggia un burrone ancora più pericolosi.
Pazienza. Pazienza, mi è facile dirlo, una volta a destino. Pazienza, mi è
facile ripetermi, intriso come sono di un fatalismo latino che, lo so, durerà
solo sino al mio ritorno. Me lo godo, mi godo un panorama incredibile dal
finestrino, mentre se lo gode un po' meno la mia schiena. Che, però, migliora al
volo quando vedo dove sono arrivato: il minibus mi lasca a un cruce, a un
incrocio, in mezzo al nulla. Non ci sono guerriglieri, che pure sino a poco
tempo fa animavano la zona. Non ci sono più, ci sono solo soldati armati sino ai
denti, tanti soldati-bambino di una guerra che ha fatto e continua a fare male.
Come e più delle altre, sanguinosa.
Al cruce, tuttavia, non rimango a lungo: mi carica un pick-up, e arrivo. In una
locura, l'ennesima pazzia di questa nazione. A San Augustin si festeggia. Si
festeggia San Pedro, che pure non è oggi, ma arriverà domani. E allora, trovato
alloggio da Mario, colombiano che presta una stanza pulita, con bagno
altrettanto pulito per quanto rudimentale, mi ci infilo, nella festa di San
Pedro. A cavallo, tutti a cavallo. Macchine e moto consentite, ma in
sottonumero, per usare una espressione che alcuni di voi conoscono bene. Si gira
in tondo, si balla, si beve. Ecco, a ben vedere, non si balla molto. Si gira e
si beve. E bevono tutti, donne comprese. Pari opportunità? Raggiunte e superate
quando ne vedo una, peraltro bellissima, svuotare una fiaschetta di blanco, l'aguardiente,
e sputare poi senza ritegno. Parità raggiunta. A cavallo, tutti insieme. A
cavallo io ci andrò domani, dovessi superare 'a nottata. Al momento, non ne sono
certo: sto andando a bermi del ron. Pari si, superati mai: maledetto orgoglio.
Il domani arriva, dopo avere perso quella sorta di sfida: vincono, ancora una
volta, le donne. Il domani arriva, con una pioggerellina che non ci impedisce di
affrontare quattro ore a cavallo su e giù per le colline di San Augustin, la
zona archeologica più importante della Nazione. Residui precolombiani, che i
locali campesinos hanno raccolto cercando di vendere, e rompendo spesso le
statue a metà nell'inutile ricerca dell'oro. Si sale, si scende, ci si ferma a
mangiare per strada frutta mai vista, ma troppo dolce per i miei gusti. I
cavalli, telecomandati, non si lasciano andare, mai. Per mia fortuna, aggiungo.
E per mia fortuna, arrivato al parque archeologico, lo visito assieme a due
fantastici colombiani che decidono di tornare al pueblo a piedi. Mezz'ora di
cammino per la strada normale, un'oretta per quella lastricata di pietre. Due,
se prendi la direzione sbagliata, perdendoti in mezzo alle finca - le fattorie,
in questo caso mediamente piccole -, tra coltivazioni di caffè, di platano, di
mais e di alte cose che non distinguo. Lasciandoti andare in mezzo a fiori, a un
verde che non ha eguali, a cavalli, mucche, maiali. E arrivando lentamente al
destino, sotto una pioggia calda che non infastidisce.
Chi mi infastidisce, invece, è uno svizzero, che trovo al mio hostal. Sa tutto,
anche di più. Vive a Mendoza, e mi spiega ogni cosa. La politica del continente
latino, le aspettative di chi ci abita. Todo es una mierda. Come molti politici
delle nostre latitudini, non ha soluzioni. Ma parla, parla, parla, e soprattutto
spiega a chi, come me, non vorrebbe ascoltare. Me ne andrò, forse anche per
merito suo, il giorno successivo. Lo so, pur se non so in quale direzione. Me ne
andrò, lo scopro discutendo con Mario dopo una dormita e una doccia, entrambe
doverose. Mario, il mio padrone di casa, Mario che come il viaggiatore suizo
parla, tanto. Mario che racconta, di fronte a una cerveza e a un ron. Mario
cacciapalle, forse. Mario, di Buenaventura, da tre vive a San Augustin. Si
lascia andare, mi descrive da vicino Pablo. Come se fossimo amici, io e Pablo.
Mi dice dei suoi quattro figli, tutti da donne diverse. L'ultima nata in Cile,
uno a Medellin, una in California e una in Messico. Mario, che odia i
guerriglieri, che imponevano una sorta di tangente a tutti. Che era ricco,
quando per Pablo lavorava per corrompere i funzionari, nelle pubbliche
relazioni. Mario che comunque, da mocillero, ha conosciuto tutto il continente
americano. Seminando figli e soldi ovunque. Mario, che mi spiega di non aver mai
toccato droga o ammazzato nessuno, come se fossero due must. E che mi parla di
San Augustin, delle campagnole, delle ragazze che arrivano in questo pueblo a
1700 metri d'altitudine per trovare marito, o comunque per vendere quanto
possiedono, anche di più intimo, per pochi peso. Che mi dice di come qui sia
normale lasciare figli in giro, mentre mangiamo una sorta di pizza da uno dei
suoi discendenti, in paese, in un locale dove convivono in pochi metri quadrati
il titolare, la sua famiglia, la figlia di sette mesi e la nonna, che pare
centenaria. Mario che, probabilmente, confonde migliaia e milioni, parlando dei
dollari guadagnati lavorando per Pablo. Mario. Non il primo, non l'ultimo dei
personaggi che sono destinato ad incontrare. Ne sono conscio mentre scrivo, in
un cyber presso la stazione dei bus di Pitalito, dove sono destinato a passare
tre ore in attesa di un passaggio verso Tierradentro.
Tre ore. Non tanto.
Passeranno.
Tres oras.
Tre ore, tanto avrei dovuto aspettare. Sono passate, e sono passate anche le sei
- non le cinque - che mi hanno portato a La Plata, da dove avrei dovuto poi
prendere la coincidenza per Tierradentro e le sue tombe apogee. Il condizionale
è d'obbligo. Perché, perché... perché il nordest è un ricordo, e con esso lo
sono puntualità, coincidenze, la possibilità di incazzarsi. Resta solo la
possibilità, quella si, di approfittare di ogni cosa mi possa capitare. E lo
stop obbligato, a La Plata, me ne da un'altra. Quella di vedere da vicino una
cittadina che non vive di turismo, ma che si inventa, giorno dopo giorno, una
sopravvivenza che non è certo facile. Tra mototaxi, cavalli, gente che urla,
senzatetto, bambini che passano il tempo facendo delle gare in bicicletta
attorno alla piazza principale. Lo scopro a mio rischio, quando uno di questi
bambini mi sfiora, e sfiora anche una vecchina, non certo tenera con lui. Poco
male, sopravvivo, e sopravvive anche la vecchina. L'albergo, invece, è
dignitoso, ma ancora una volta da sulla via principale, dove lo sport nazionale
pare sia passare avanti e indietro senza fine, facendo più rumore possibile. È
un modo, anche questo, di farsi vedere, di mettere in mostra ciò che si è e si
possiede. Agli occhi occidentali, ai miei occhi, mettere in mostra ciò che non
si è e ciò che non si possiede. Non me ne lamento, mi hanno dato modo, questi
fracassoni, di ripassare. Di farmi scorrere davanti ancora una volta le immagini
di quanto ho visto nelle mie sei ore di corriera. Montagne verdissime, coltivate
a granadilla, a caffè, a platano e a ogni cosa si possa piantare. Che cresce,
complice un clima perfetto. Contadini a torso nudo, donne che lavorano vendendo
ai passanti improbabili refrescos, ma in sostanza di tutto. Una strada che
taglia gli altopiani colombiani, che passa fianco a fianco a fiumi dirompenti,
che accompagna il paesaggio finca dopo finca, una strada a pedaggio e a una
carreggiata, cosa da noi assolutamente impensabile. Una strada dove gli
incidenti, stante il modo di guidare colombiano, sono frequenti, e ne avrò
presto la prova. Una strada dove sorpassare in curva è la normalità. Una strada
strepitosa, un meraviglioso film in diretta. Un film, che, tuttavia, mi impedirà
di optare per Tierradentro, che mi costringerà a cambiare idea, complice la
pioggia e - lo ammetto - anche la mia attuale scarsa propensione a risvegli
mattutini.
Si va a Bogotà, la capitale, sette milioni di abitanti, almeno sulla carta. Si
va attraverso altre otto ore di corriera, stavolta di lusso, rispetto alle
altre. Con gli stessi, immacolati, paesaggi a farmi da contorno. Difficile
spiegare perché, sia pure non sempre, adori questi viaggi. Perché siano così
interessanti, perché regalino tutte queste emozioni. Lo potrebbero fare i miei
occhi, potessero parlare, io non ci riesco. Mi ci tuffo, dunque, senza problemi,
anche quando un incidente ci costringe a una deviazione, che getta nella
disperazione intere famiglie. Costrette non solo ad allungare il loro percorso -
il desvio era gestito dalla polizia, non c'erano speranze di poter riprendere la
strada originaria - , ma perché significa tempo, che non conta nulla in Colombia
come altrove, ma significa anche soldi, quelli di un nuovo bus, che pesano come
macigni sulle finanze di queste famiglie. E allora ci si getta nell'altra
strada, e lentamente ci si arriva, a Bogotà, non prima di averne visto un altro,
di incidente. Una macchina, un camion, un non so che, uscito di strada e finito
in un burrone. Capita, sembrano dire le facce dei pochi che si fermano, della
polizia. Capita, sembrano dire le facce dei miei compagni di viaggio. Capita,
sembro dire io, in un giorno nel quale le notizie che giungono da Viareggio
pesano, e pesano tanto.
Bogotà, dunque, alle nove di sera. Le sue periferie, tutte uguali, brulicanti di
formiche umane che si muovono e spostano in continuazione le stesse, inutili
cose. Bogotà, e il suo terminal. Immenso. Ci arrivo, e subito mi stupisce: c'è'
da far la fila per prendere il taxi, perché la polizia locale per evitare truffe
ti dice prima quanti soldi costi, questo taxi. A uno come me, senza meta, la
cosa serve poco, mentre serve al mio chofer, che se da un lato non mi prende più
peso del dovuto, dall'altro mi porta in una albergo decisamente caro, e situato
non in una zona delle migliori. Lo prendo, l'hotel, stanco come sono, salvo poi
pentirmi. Lo prendo, sapendo che buona parte del costo della camera sarà divisa
tra il portiere e il tassista. Durerà un giorno, all'Hotel Europa, o meglio
durerò una notte. Uscendo, per mangiare qualcosa, incontro infatti solo
senzatetto angoscianti, prostitute bambine, e travestiti. Mi dirà - una persona
assai cara - che tutti i residenti di Bogotà sono probabilmente così. Me lo dirà
scherzando. Ma io devo averli visti tutti, i senzatetto, le prostitute e i
travestiti di Bogotà. E non è che sia un gran spettacolo.
Le cose cambiano all'indomani, quando mi sposto in un altro albergo, e
lentamente mi godo la città. Sicura, a sentire i residenti, forse meno curiosi
degli altri colombiani nei confronti di uno straniero. Sicura a sentire il
proprietario di una catena di gelaterie con il quale scambio due chiacchiere. Di
Alessandria, sta vendendo in franchising il marchio da esportare in tutta la
nazione. Con ventimila euro, un italiano a suo dire potrebbe vivere senza
lavorare, impegnando nell'attività due ragazze locali. Il sogno di molti. Non il
mio, che a casa sto bene, non fosse per questa necessità, per questa possibilità
di evadere che mi regalo di tanto in tanto. E mi regalerò i Caraibi, San Andres,
considerato che, aldilà di prezzi non proprio economici, ho preso un biglietto
per quest'isola che sarà il mio prossimo destino. Lo faccio e lo archivio,
quando mi infilo nel più importante museo dell'oro dell'America latina, a due
quadre dal mio hotel. Strepitoso, inarrivabile. Come strepitoso e inarrivabile è
il Monserrate, cerro che sovrasta Bogotà, dove passo gli ultimi istanti della
giornata in compagnia di una ragazza americana, che da quattro anni lavora per
una ONG - Ngo - e che della Colombia si è innamorata. Mi spiega tante cose, mi
spiega come si possa fare un salto da Chicago a Bogotà senza paracadute, ed
esserne comunque felici. Il tutto mentre sotto di noi si accendono le luci di
nove - ora sono nove, mi informa - milioni di bogotani. Uno spettacolo unico, ma
non è una novità.
San Andres, con calma.
Bogotà, dunque, e i suoi nove milioni di abitanti, che si muovono come formiche.
Freneticamente, senza apparente senso. Bogotà, nella quale mi risveglio carico
di energie. E vago, forte della posizione eccellente del mio nuovo hotel, el San
Sebastian, situato un passo da qualsiasi cosa valga la pena di essere vista. E
allora si cammina, senza meta sino quando decido di fare un salto nella
biblioteca più importante del Paese, se non di tutta l'America latina. Il centro
Arango, dedicato alla memoria di chi, per la cultura locale, fece davvero tanto.
E mi ci muovo senza una direzione precisa, in quella che più che una biblioteca
è un enorme contenitore di qualsiasi cosa. Storia locale, musica, arte,
concerti. Enorme, organizzatissimo, pieno di colombiani alla ricerca della loro
identità, del loro passato, del loro presente quando non del loro futuro.
Incerto,ovviamente, ma non che il nostro sia più delineato... Pazienza, il tempo
qui ha un valore diverso. Il tempo qui scorre lento, o vola, senza senso
apparente. Mi volerà quando decido di fare un salto nell'edificio vicino, la
Casa de la moneda, l'antica zecca. Dove sono perfettamente conservate monete di
ogni epoca, anche precolombiane, e i macchinari che gli spagnoli, nel tempo,
avevano costruito in loco o importato per coniarle, queste monete. Un viaggio
nel passato confuso, complici le mille cose da vedere, disposte però senza un
ordine preciso. Tanto che il passaggio nel museo adiacente, ricco di opere dei
pittori colombiani, e quindi nella fondazione Botero, è repentino, e quasi non
ci se ne accorge. Botero, l'artista colombiano vivente più importante. Botero,
l'artista colombiano forse più conosciuto di ogni tempo. Botero. Botero e le sue
statue, e i suoi dipinti, irreali. Botero e le sue forme, dolci, arrotondate,
significative. E ancora altre opere, sempre donate dall'artista alla sua patria
e ai suoi connazionali. Opere di livello altissimo, Picasso, Chagalle, altri
pittori europei. Non sono un esperto, non lo sono mai stato, non ne ho le
velleità. Ma vedere cose inarrivabili come queste mi incanta. Tanto che,
velocemente, arriva il pomeriggio, e con esso anche la possibilità, offerta dal
locale ufficio turistico, di partecipare a una visita guidata al quartiere della
Candelaria. Il centro storico. Che avevo visto a spizzichi, senza filo logico, e
che un paio di guide della polizia turistica - qui le polizie sono di mille tipi
diversi - mi fanno apprezzare se possibile ulteriormente. I due policia ci
illustrano infatti la storia di Bogotà, di Santa Fe, di una città che non
conosce pace, nemmeno ora. In continua evoluzione, in continua crescita.
Disordinata sin dalla sua fondazione, ma ricca di angoli imperdibili. Ce la
gusteremo, questa Bogotà sconosciuta, assieme a una coppia di peruviane, del
tutto indifferenti ad ogni tentativo di coinvolgimento del guya, a quattro
canadesi di origine latina, e a una serie di baschi. Non spagnoli, me lo fanno
subito intendere. Baschi. Euskadi, se non sbaglio. Con i quali, dopo un paio
d'ore di visita guidata, beviamo un caffè. Brutto sapere cosa esca dall'Italia,
quali siano le impressioni che diamo verso l'esterno. Brutto. Brutto anche
sapere quanto poco noi stessi conosciamo di una cultura tutto sommato vicina,
come quella che i miei nuovi amici rappresentano. I miei nuovi amici, con i
quali ci diamo appuntamento. Pedro, insegnante di educazione fisica, ex
canoista, e Marian, addetta alle vendite con un passione infinita per i viaggi,
per la conoscenza. Ci rivedremo alle otto, mas o meno, per una cosa che non
dimenticherò così facilmente. Per una camminata lungo l'avenida - o calle, o
carrera, devo ancora capirne le differenze... - septima. Una tantum chiusa al
traffico, e preda di una moltitudine umana composta da artisti di strada, da
venditori, da bogotani che si divertono lungo la strada principale del centro
città. Padroni di una metropoli che inizia a piacermi. C'è di tutto, lungo la
septima. C'è la Colombia in rassegna, quella che non si rassegna. E noi, senza
fretta, ce la percorriamo tutta, sino al suo grattacielo più alto, 48 piani dai
quali ancora una volta vedo cosa siano, nove milioni di abitanti. Assieme a
Pedro e Marian, con i quali mangiare lungo la septima è l'epilogo naturale. Lui
al solito si fermerà di più in America latina, maledetti gli insegnanti e le
loro ferie. Lei mi stupisce, lei complice di una instabilità emotiva, d'una
curiosità che il compagno tende a mascherare. Non riuscendoci, quando mi parla
di viaggi fatti con un vecchio van attraverso tutta l'Europa, sino ad Albania,
Romania e Bulgaria. Con tappa fissa a Trieste, dove ci diamo appuntamento alla
loro prossima fuga. Ci rivedremo, forse. Me lo dico mentre, la mattina seguente,
in un colectivo riempito all'inverosimile prendo la direzione dell'aeroporto,
per poi volare a San Andres. Caribe.
Ci arrivo, a San Andres, e ci passerò quattro giorni di relax, assoluto.
Ringraziando Vanni, reggiano che qui da sei anni fa il ristoratore, dopo essersi
accorto che la vita troppo frenetica del Bel Paese non faceva più per lui.
Preziosi, i suoi consigli, che mi regalano - per modo di dire, vivere a San
Andres costa il doppio di quanto costi in Colombia - una stanza strepitosa,
fronte oceano, in uno dei migliori resort locali. Li passerò senza fretta,
questi quattro giorni, senza riuscire a coronare il mio sogno, quello di
raggiungere un'altra isola, Providencia. Complice il tempo che mi ferma,
complice il costo, esagerato, complice un accenno di ustione, che mi consiglia
di evitare lo snorkel, d'obbligo in un posto circondato da 23 chilometri di
barriera corallina. Non me ne dolgo, dopo un paio di giri per San Andres e i
cayo circostanti. Sovraffollati, ma eccezionali. Non me ne dolgo, dopo che
sfruttando lo scooter prestatomi da Vanni, mi faccio un tour per l'isola. Alla
ricerca di lagune, di caimani, di una cultura creola della quale l'isola è
intrisa. A partire dalla lingua, mista, sino agli innumerevoli rasta, alle loro
capanne di legno, coloratissime, in riva al mare. Un altro mondo, quello che ha
fatto innamorare altri italiani oltre a Vanni, i più caduti di fronte alla
bellezza delle isleñe, altri di fronte a ritmi non proprio da nordest. Uno di
questi, Antonio, mi fa impazzire. Ha mollato tutto, a Bergamo, questo sosia del
cantante della Bandabardò, Erriquez. Qui fa un po' di cose. Pesca, con calma, fa
il muratore, lavora un'oretta la giorno. Con calma, sempre con calma. Ancora una
volta penserò a lui, quando tra poco prenderò l'aereo per Cartagena. Consapevole
di non essere capace di fare lo stesso. Per mille e mille motivi diversi. E di
non volerlo neppure fare.
Plaza de la Aduana.
Sotto la torre del Reloy.
Non bevo, non fumo,
ho preso ad usare il profumo
lavoro,
decoro ogni mio ricordo
con le iniziali d'oro...
Ho sinora raccontato tante cose, forse troppe.
Non so, mi sono fatto prendere la mano. Ma, davvero, riuscire a descrivere
emozioni e sensazioni, speranze e disillusioni, è davvero difficile. Meglio
sarebbe essere, riuscire ad essere, fotografici. Come un quadro del Canaletto,
che peraltro adoro. Sono però altro, tutt'altro. Sono, siamo sempre più, una
spettacolare immagine di Botero, geniale pittore che più di ogni altro
rappresenta questo paese. Un paese che a sua volta rappresenta al meglio
l'America Latina, questa mia sorta di malattia per essa. Che non mi impedisce,
adesso, di essere stanco, sopraffatto dalle tante ore passate in corriera, in
barca, alla ricerca di cose che, lo so e lo ripeto, solo i miei occhi potrebbero
descrivere al meglio. Ecco perché ho iniziato a scrivere questa mail da una cosa
che apparentemente non ha un gran significato. È una strofa, una delle tante,
della colonna sonora delle mie ferie. Che cambio raramente, aggiungendo poche
cose. Non parlo, per ora, dei posti che ho visto, della gente che ho incontrato,
di cosa mi sia capitato. Parlo di musica, del sale della vita, del ciò che mi
porto dietro. Arrossiranno, sorrideranno, alcuni di voi. Poco male, non v'è
nulla di più personale della musica. La mia, la colonna sonora di queste mie
fughe è tutto sommato semplice. Bandabardò, che apprezzo sempre di più. Manu
Chao, Manonegra, Sergente Garcia. E ancora Paco de Lucia, Francesco, Cisco,
Daniele Silvestri, MCR, Village People, Hothouse Flowers. Jarabe de Palo,
Vecchioni, Ray Gelato, PFM, Roy Paci, Negrita, Tonino Carotone, De Andrè, Tramps
e le cover dei Disco Inferno, Bennato, Commitments, pochi altri autori.
Una mezcla, in sostanza. Perché le cose non sono mai tutte d'un colore. Tutto
qui.
Plaza de la Aduana, dicevamo, sotto la torre del reloy. Cartagena de las Indias.
Ma torno indietro, di qualche giorno. A San Andres, a Vanni, il mio amico Vanni,
che non riesco a salutare, e che chiamerò al mio rientro. Non si offenderà, lo
so. Qui il tempo è relativo, qui contano le intenzioni, ma e spesso neppure
quelle. Una differenza abissale tra "noi", e "loro". Tra chi è pronto a
prendersela per qualsiasi cosa, e chi invece ci passa sopra. Ci proverò, a
passare sopra alle cose, a farmele scivolare addosso. E ci riuscirò, ne sono
certo, solo per un po' di tempo. Qualche settimana, forse un mese.
Approfittatene, al mio rientro, approfittatene finché dura.
Ero rimasto indietro, a San Andres, che forse non ho apprezzato al massimo. In
ogni caso, l'ho abbandonata, certo di essermi lasciato alle spalle un sacco di
cose non viste e non fatte. Ma va bene così, come va bene il motototaxi che
porta per mille pesos mille me, il mio zaino - sempre lo stesso, sempre più
usato, consunto, vecchio e pesante - sino all'aeroporto. C'è Cartagena da
raggiungere, c'è una delle città più quotate della Colombia da esplorare. Lo
farò, fermandomi all'Hostal el Viajero, nel cuore della città vecchia, la città
murata, sin da subito. Scarico le mie cose, e mi ci infilo, timoroso, in quella
che, pur essendo ormai un destino di massa, non è un pueblo che si nasconda.
Perfettamente conservata, restaurata, offre scorci infiniti. Mi ci potrei
fermare, qui, non fosse altro per il caldo, assurdo. Almeno 35 gradi di sera,
direi, e umidità insopportabile. Birra, birre che bevo e che se ne vanno in
sudore, dopo pochi minuti. Va bene, va bene, va davvero bene così. È ciò che mi
aspettavo, in fondo, o meglio è molto di più. Non mi basterà un giorno, qui. Non
me ne basteranno due. Potrei passarci un mese, e non sarei il primo a fare una
cosa del genere. Me ne rendo conto la mattina dopo, quando lentamente inizio a
conoscerla, Cartagena. Lentamente, non ho fretta, non ho voglia di aver fretta.
Ci cammino dopo una colazione fatta di batida - more fresche, latte gelato,
ghiaccio, nulla di più - inarrivabili, gigantesche, buone come non ho ricordi di
averne bevute mai. Frenetico, il centro di Cartagena, ben diverso dalla parte
nuova, un susseguirsi stavolta ordinato di grattacieli, di negozi del tutto
occidentali, di ristornati moderni, una piccola Miami. Lo scoprirò solo più
tardi, il centro più nuovo. Preferisco perdermi, due giorni di fila, tra le
calli di questa meraviglia coloniale, avamposto spagnolo verso l'atlantico,
terra di pirati, di navigatori, di musicisti. Di salsa, rumba, vallenato. Di
tango, qui arrivato direttamente da San Isidro.
Costa cara, Cartagena, ma regala molto, moltissimo. Ogni angolo cambia, se visto
sotto una prospettiva anche leggermente diversa. Ognuno - vendedores a parte,
con i qual il rapporto è sempre impersonale - è giustamente fiero di quanto
possa offrire a chi ci arriva da lontano, e io sono uno di costoro. Non posso
esimermi da un giro, classico, all'arcipelogo del Rosario, una trentina di
isolotti a 40 chilometri di distanza dalla città, dedicato stavolta solo a
turisti colombiani, e a pochi, pochissimi stranieri. Assieme a me due ragazzi,
una inglese impegnata con una Ong, che da sola sta girando per la Colombia, e
Sunil. Sunil, fantastico. Fantastico nelle Islas del Rosario, fantastico quando
assieme andremo a Taranga. Le Isalas del Rosario, dunque, dove faremo snorkeling
insieme, dopo tre ore di “yat”, dove si balla al ritmo di Shakira, per arrivare
poi lentamente in una baia incantevole. Faremo snorkeling, dicevo, scoprendo una
barriera corallina strepitosa, pur se non particolarmente ricca di pesce:
l'approdo successivo è playa blanca, dove a stento riesco a tenere lontane
massaggiatrici e venditori di collanine. Non me ne pentirò, ma lo stress di
questa scelta fa a pugni con la tranquillità, fa a pugni con quanto bene io sia
sinora stato qui.
Poco male, me lo ripeto parlando con Sunil e bevendo una birra in plaza Santo
Domingo, nel cuore della città. Cuore turistico? Si, ma non ne faccio una colpa.
Sunil, indiano nato a New York, sino a poco tempo fa lavorava nella finanza, ed
è una delle vittime della crisi. Vittima per modo di dire, sono tre mesi che
gira da queste parti, e ne passerà altri due e mezzo prima di tornare a casa, a
NY, senza grossi patemi. Intelligente, simpatico, colto. Parla quattro lingue,
una rarità per essere, sia pure parzialmente, uno yankee. Mai generalizzare, lo
so e ne parleremo spesso, con Sunil, il giorno dopo, quando andremo verso Santa
Marta, o meglio verso Taganga, paesino di pescatori famoso per il costo davvero
basso delle sue scuole di sub. Non ho tempo, non ho le capacità, per
approfittarne, e non ho tempo per fermarmici più a lungo, in questo paradiso
freak, stretto in una baia a ferro di cavallo. Incantevole. Incantevole quando
l'elettricità salta, per poi tornare la mattina successiva, lasciando tutti al
buio, illuminati da poche luci alimentate dai generatori. Incantevole ma
devastante, perché qui, senza ventilatori, senza aria condizionata, sembra di
dormire in un microonde. Incantevole perché a Sunil lo stesso colombiano con il
quale scambia due parole ruba poi i sandali, scappando sulla riva del mare prima
che nessuno di noi possa fare accenno ad una reazione. Poco male: sopravviverà,
Sunil, che saluto la mattina dopo, prima di andare a vedere il parque Tayrona,
riserva di una bellezza senza pari verso il confine con il Venezuela. Ci passerò
solo poche ore, complice la necessità di tornare a Cartagena e prendere la
direzione di Medellin. Poche illuminanti ore. Illuminanti perché la lancia che
mi ci porta, la Camila, non è il massimo per affrontare il mare bravo, il mare
mosso. E io neppure lo sono, circondato da chiassosi ragazzini evidentemente più
abituati di me a questa situazione. Varrebbe la pena dire loro qualcosa, e
ancora una volta Alberto e Luca, che di questi ragazzini hanno indovinato la
provenienza, non potrebbero che essere d'accordo con me e con questa mia
fissazione. Ne valeva la pena, tuttavia, arrivarvi, nel parque - de los indios –
Tayrona, tra le onde che mi devastano la schiena: ne valeva la pena, perché
playa San Juan è una perla, incastonata tra enormi sassi lisci, a cavallo dei
quali sono appoggiate amache e le palme che le sorreggono, con alle spalle solo
sabbia e una autentica foresta. Pochi servizi, a San Juan, ma appoggiarvici
sopra i piedi, distendersi, farci il bagno è impagabile. Davvero. E sarebbe pure
il caso di fermarsi, ma guardo avanti, ne sono costretto. Altro giro in Camila,
stavolta privo di grandi sussulti. E, voltate le spalle al mio hostal, volto le
spalle anche a Taganga, riprendendo la medesima corriera che mi ci portò, e
ritornando a Cartagena. Mi fermeranno due volte, per dei controlli di polizia:
polizia che, lo intuisco dalle facce e dei commenti non troppo velati della
gente, non è che qui sia amata all'inverosimile. Stavolta sono solo, ma per modo
di dire, perché ad accompagnarmi nella mia serata di Catagena, senza meta, è un
ragazzo svizzero, che vaga per queste parti in attesa di scendere sino in
Argentina, dove vuole fare snowboard. Ci penso, allo snowboard, sorseggiando una
Aguila. Ci penso quando ingurgito la seconda, chiudendo la mia cena con degli
spettacolari spiedini, con una, due arepa, e del ron, immancabile.
Sotto la torre del reloy, vicino a plaza de la Aduana. Mi mancheranno, lo so.
A la orden.
Son tante, tantissime, le altre cose che mi mancheranno di questo Paese. Lo so,
lo sapevo, ma a maggior ragione me ne rendo conto ora, quando sto per andarmene
dalla Colombia. Mi resta ancora una mattinata, che spenderò a zonzo per Bogota,
quindi si vola, direzione Madrid, stop-over, doveroso, e poi casetta. Dove dovrò
accontentarmi di tutti i miei ricordi.
A la orden, señor. A la orden, caballero. A la orden, por servirla. Segni
antichi di una gentilezza di facciata che non mi piace, non mi è mai piaciuta.
Parenti di quel "comandi" che da noi è arrivato assieme alla necessità delle
nostre nonne di emigrare, di andare a servire i signori, con la gerla o con un
grembiule. Alla necessità di partire, di lasciare ciò che era più caro, verso
quella che, davvero, si poteva allora chiamare avventura. Una miniera, un campo
di canna da zucchero, una fabbrica, un bar o un ristorante, magari di infimo
livello. A la orden, quasi fossi diverso da chi mi sta davanti., Quasi fossi su
un gradino più alto. Non ci sto, e mi da pure fastidio. No: a la orden,
caballeros, non mi mancherà.
Non mi mancherà neppure la corriera, quella presa a sera, a Cartagena. Dodici
ore tutto sommato comode, volate dormendo, ma volate a una temperatura irreale.
Fuori, quasi quaranta gradi. Nel bus, tra i dieci e i quindici. Mi avevano
avvisato, non me ne sono curato. Colpa mia, ancora una volta.
E, comunque, Medellin. La città più pericolosa del mondo, solo poco più di un
decennio fa. Terra di Pablo, sempre lui, sino alla sua scomparsa, uccisione che
ancora una volta Botero ha ben dipinto. Città arrampicata sulle montagne, che si
raggiunge passando attraverso una zone verde, che mescola picchi di media
altitudine a altipiani, coltivazioni senza fine, ondulate, ad allevamenti di
tutte le dimensioni. Abeti, e palme, altissime. Non è facile, capire dove si
sia, guardando dal finestrino un cielo impressionante. Cose che solo la
corriera, forse il treno, possono far godere appieno. Medellin, dunque, dove mi
appoggio a tre ragazze coreane per trovare un alloggio. Brave, gentili,
simpatiche; non si offendono quando, spavaldo, le scambio per giapponesi. Brave,
quando mi fanno accompagnare dal loro taxi sino alla porta di un ostello curato,
nella zona dove ci sono i locali più alla moda della città, e non vogliono che
io paghi la mia parte. Ero stato gentile con loro la sera prima, al terminal, e
se ne sono ricordate qui. A Medellin.
Ci passerò due giorni, nell'ostello, dove il padrone – scostante - parla solo
inglese, e dove non mi danno un'informazione che sia una sulla città. Sono, me
ne rendo conto, in un microcosmo allegro, felice, ricco: sono un piccolo papi,
senza le sue manie di grandezza, che viste da fuori più che far sorridere, fanno
male - aldilà delle esagerazioni - a chi si presenta come italiano nel mondo.
Sono, comunque, lontano dalla realtà. Chi ci sta, nell'ostello, nemmeno la vede,
Medellin. Esce, si ubriaca, balla, seguendo un trend che mi interessa assai
poco. C'è altro, in quella che fu la capitale americana del crimine. C'è
dell’altro, in una città bonificata quasi del tutto, ma a caro prezzo. Resa
vivibile da una polizia e da un esercito che qui hanno pieni poteri. Pieni
poteri. Ci sono case tutto sommato ordinate, arrampicate sulle pareti di una
valle dolce, che nemmeno l'urbanizzazione più selvaggia ha distrutto
completamente. Ci sono alcuni - pochi - resti coloniali, c'è un museo nel quale
sono esposte, ancora una volta, le opere che Botero ha donato alla città. Non me
le perdo, e non me ne pento: non mi perdo il centro di Medellin, e non me ne
pento. Non mi perdo l'occasione di girare senza, meta prima di riposarmi un po',
e non me ne pento. Si riparte, ormai tra poco, e non sarà facile.
Si riparte di giorno, in una corriera che mi promette altra aria condizionata,
altre visioni spettacolari, e otto-nove ore per riportarmi a Bogota. Promesse
vane, quelle di una sorta di PR della compagnia di trasporto, che al terminal mi
aveva fatto optare per la Sociedad Transporte Bolivariana. Promesse disattese.
Perché le ore diventano quasi quindici, complice un incidente sull'unica,
stretta, strada che unisce direttamente le città. Coda, interminabile, per il
rovesciamento di un camion enorme. Coda, coda, coda, fanculo la coda, fanculo
l'autista del camion rovesciato, spero che… No, non spero nulla, povero.
Però…però fanculo. E poi... E poi non si lamenta nessuno, non posso lamentarmi
neppure io. Che ne avrei voglia e titolo, sono o non sono il figlio prediletto,
il più degno rappresentante di un'Italia che sempre più sa solo correre? Senza
guadarsi indietro, senza guardare avanti, senza guardarsi a fianco? Silenzio,
invece, e si sorride. Altri camion dai colori, dalle dimensioni e dalle scritte
più differenti, che mi sfilano davanti, con pazienza. Lentamente. E lentamente
si arriva, a Bogota, di notte, a notte fonda. Raggiungendo l'hotel nel quale
l'altra volta mi ero trovato bene, raggiungendolo in taxi. Taxi, già. Prepotenti
in Italia. Padroni delle strade, qui, come in tutta la Colombia. Qui più padroni
di altri, almeno verso le due di notte. Corre, il mio taxi, tripla cifra nelle
strade più larghe del centro cittadino quasi costante, mentre io vengo
sballottato senza interruzioni. Mi devo in qualche modo aggrappare, e non ho
tempo a pensare al perché di un vetro corazzato tra i sedili posteriori e il
tassista. Sorpassa, il mio taxi, a destra e a sinistra, ma solo perché non può -
non riesce a farlo - passare sopra gli altri. E, per mia gioia, passa invece col
rosso, il mio taxi. Sempre. Sempre. Suonando, però, il che forse fa sentire meno
colpevoli il chofer e il suo cliente. Suonando ancora, suonando anche a una
delle poche macchine private in circolazione, costretta a sua volta a ignorare
il semaforo davanti a poliziotti che non si muovono, quasi il tutto fosse
normale. Me ne faccio una ragione, nella quasi mezz'oretta che separa il
terminal dal San Sebastian, dal mio hotel. Ci ripenso solo ora, scrivendo. Ci
ripenso a distanza di una giornata, considerato che vivo sono vivo, e arrivato
in camera ho avuto solo l'occasione di scendere per la strada in cerca di
qualcosa da bere prima di crollare. Lasciandomi andare senza programmi per il
giorno successivo, se non quello di girovagare per la città, per i suoi mercati,
per il barrio di San Andresito, dove mille negozi vendono le stesse cose.
Elettronica, cerchioni per macchine spaziali, macchine fotografiche, cellulari,
sneakers, ipod. Abbigliamento occidentale. Cose copiate, soprattutto, ma anche
originali, che pure qui non mi interessano. Me le porterò tuttavia dietro, nei
miei ricordi, assieme ai mille contrasti di questo Paese. Contrasti che non
posso fare a meno di notare mentre, sino a pochi minuti fa, prima di andare
dormire mi perdo in piazza Bolivar. La piazza principale. Tra senzatetto,
cantanti e venditori. E, soprattutto, tra gente che sorride e sa ancora
sorridere…
A la orden. Ma, principalmente, grazie a tutti Voi.
Piero
vicolo Roggiuzzole, 16
33170 PORDENONE (PN) - ITALIA