Colombia 2009


Colombia facile

(racconto di viaggio 23 giugno – 18 luglio di Piero)

foto Colombia 2009
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Intanto, business.
Eccomi, pronto. Pronto a ricominciare.
Pronto a raccontare, a provare – spesso con dubbi risultati – a mettere su carta, carta virtuale, emozioni, sensazioni, stati d’animo. A descrivere, a modo mio, le solite esperienze di vita. Di una vita more solito diversa da quella che siamo soliti spendere alle nostre latitudini. Colombia, quest’anno. Colombia. Sui perché io sia qui potrei spendere ore: riassumerli è facile. Perché non l’avevo ancora vista, perché sono curioso, perché… Perché non c’è un perché.
Nuovamente solo, per scelta e per costrizione. So che la meta, so che il periodo non sia dei più agevoli, per Voi. So anche che quanto si dice attorno a questo Paese non aiuta, anzi scoraggia. So tutto. E capisco. E al contempo approfitto di queste tre settimane – non un mese, come qualche maligno va dicendo, purtroppo -, di queste tre settimane a spasso per un continente che, me lo ripeto consapevole, per me più di una entità geografica rappresenta una malattia.
Eccomi, dunque, non perdo tempo. Il viaggio di andata, in compagnia di Iberia, mi ha regalato una novità, l’upgrade alla Business class per problemi di overbooking. Un sogno, per uno che si era svegliato prima delle quattro di mattina per l’ultimo dei suoi lavori, per scrivere un articolo. Il mondo va avanti, anche senza di me. Peccato me ne accorga solo qui, a distanza di qualche migliaio di chilometri. Business class, dunque, accolto a champagne: non me lo meritavo, forse, ma me lo sono di certo goduto. Business, e non ne approfitto nemmeno tanto, se non per qualche bicchiere di Rioja che consiglio a tutti. E per un Flor de caña che solo alcuni avranno sinora apprezzato. Not bad, ci penserò per i prossimi viaggi… Fare a meno di una poltrona che regolo elettricamente in mille posizioni diverse, perlopiù orizzontali, non sarà facile. Mai più senza, in sostanza.
Le cose cambiano, e drasticamente, quando a Bogota devo prendere il volo che mi porta a Cali: cambiano perché l’inconveniente tecnico che ci porta ad avere due ore di ritardo non solo innervosisce tutti i passeggeri, compresa una signora che sviene per il caldo, ma soprattutto perché la scusa, ufficiale, è che mancava un documento del pilota. In sostanza, alla faccia di Bossi e dei suoi seguaci, eravamo nelle mani di un sinpapel. Che, pur con tutta la mia simpatia, non è cosa che mi faccia felice. Pazienza: ne approfitto per provare, nel frattempo, a estrarre qualche peso dal bancomat. Terrore. I primi due tentativi vanno a vuoto. Impreco, ma non demordo. Ne escono 300.000 peso – cento eurini, mas o meno – quando ci riprovo. E smetto di sudare.
Cali. Cali, las caleñas. Ci arrivo di notte, e subito mi accordo per “compartire” il taxi con una coppia che mi propone lo Sheraton. Abdico, a malincuore, e opto per il Real Cali, hotel di quasi pari categoria, non dopo essere passato indenne dal duo che mi accompagna. Lei mi bombarda di domande, vuole conoscere la mia vita nella mezz’oretta che ci separa dal centro, affrontata alla solita velocità folle dal mio chofer. Pirata. Non è la prima volta che lo sento dire, mi sembra di rivivere un sogno. Il pirata tace, la signora no, e con gran faccia tosta cerca anche di fottermi quando si dividono le spese. Sono trentamila peso che – secondo lei – fanno quindicimila a testa. Se ne vergogna, il marito, peraltro ben più prestante del sottoscritto. Non lei, che alla fine abdica, facendo finta miseramente di essersi sbagliata, e lasciandomi spazio  verso il Real Cali. Cose già viste, ci rifarò l’abitudine. Cose già viste, come le sbarre all’ingresso, rigidamente chiuse. Sarà una percezione del pericolo che fa male, esagerata, ma quando il chofer mi spiega che alcune strade sono chiuse perché l’anno passato avevano messo una bomba davanti alla sede della polizia giudiziaria, forse capisco che non è proprio così. Quando scopro che lo stesso palazzo è protetto da alcune reti per evitare il lancio di ordigni più o meno casalinghi, quando vedo quanti siano coloro che albergano per le strade, mi rendo conto di essere arrivato a destino. Pazienza, l’hotel è pulito, e si dorme.
Cali. Cali che mi sveglia ritmo di salsa, fortissima, in ogni dove. Cali che visito di fretta, salendo su un taxi che mi fa capire quanto poco io la possa apprezzare. Non sono fatto per le metropoli, per il caos. E allora scappo, non dopo aver fatto un breve salto in un centro confuso, tutto uguale, cresciuto disordinatamente accanto alle mille chiese coloniali di scarso pregio, se paragonate alle altre. Dopo un salto all’ufficio turistico, il cui unico vantaggio sono le due impiegate. Non all’altezza del ruolo, ma belle da vedere, come molte delle loro concittadine: poco conta.
Bus, dunque, direzione Popayan, una delle cittadine raccomandatemi da Emilio. Emilio, che di cognome fa Rigatti, è lo scrittore al quale mi sono rivolto per avere qualche informazione. Ha vissuto credo sette-otto anni in Colombia, prima di tornare a casa, in Friuli.
E, a sorpresa, si è dimostrato gentilissimo, perdendo più di mezz’ora al telefono con uno sconosciuto, per parlare di un Paese che ama. Lo si intuisce, facilmente. Grazie, dunque, Emilio. E grazie a voi che siete qui a leggermi. Me ne ero dimenticato, lo voglio dire una volta di più.
A Popayan ci arrivo nel modo peggiore, fidandomi di un bus che, vendutomi dopo aver contrattato il prezzo come directo, fa invece mille fermate. Un bus dove fa un caldo infernale, e dove una vecchina terribile mi dice di tener chiusa la ventana, la finestra. Maledetta, la vecchina. Maledetto il bus. Popayan, dunque, dopo tre ore di salsa, di visi, di storie che immaginino, lasciandomi andare con la fantasia. Popayan, un incanto. Un incanto trafficato, ma un incanto. L’hotel, El paso, ha un nome evocativo. Lo scoprirò con calma. Popayan, invece, distrutta da un terremoto e ricostruita pezzo per pezzo, mattone su mattone, chiesa dopo chiesa. Popayan, tanto bella da ricordarmi Sucre – e chi l’ha vista potrà capire -, Popayan dalla quale mi lascio cullare. Ci passerò un altro giorno, ho deciso, in questo centro che mi regala sensazioni sempre diverse. Mi ci perdo, camminando, prima di andare a dormire presto, distrutto, quasi consapevole che El paso non abbia quel nome a caso. Presto, molto presto, alle sei di mattina, capirò tutto quando sotto la mia finestra passano milioni di macchine smarmittate, camion, moto strombettanti, biciclette, carretti trascinati da cavalli. Rumorosi, e se ve lo dico io che non ho proprio il sonno pesante, rumorosi davvero. Popayan, che visito dunque prestissimo, ben prima della calca delle ore di punta, consapevole di doverlo rifare poi con un certo ordine mentale. Che, come sempre, non ho voglia di avere, al quale non mi voglio assoggettare, in queste mie periodiche fughe dalla realtà.

Popayan, il sogno.
Popayan, da li si riparte.
Popayan che potrebbe far riflettere. Su come funzionino, e su cosa siano i nostri canoni estetici. L’architettura.
Su cosa siano le sfaccettature, quelle che fanno le cose belle o meno belle, che incantano, che fanno sognare, che fanno volare con la mente indietro. Basta, a Popayan, dare una mano di calce alle pareti, basta conservare l’espressione del tempo, basta… Basta essere semplici. è sufficiente, alle volte. Concetto, questo, che sposa sia le cose che gli uomini. Ma ci si potrebbe affondare, in questo concetto. C’è da perdersi, invece, e io mi perdo, a Popayan. Non so se l’ho vista tutta, non so se le chiese che ho fotografato siano le più importanti o siano invece insignificanti, non so se le persone che ho incontrato, entrando al caffè Colombia, rappresentino appieno questa nazione. Ma io mi ci perdo, mi ci sono perso, mi ci perderei ancora. A descriverlo, il Caffè Colombia, vale poco. Una sala biliardi come tante. Sporca, forse sporca. Di certo trasandata, usata, consunta, di quelle d’un tempo. Biliardi ai quali si alternano anziani e giocatori più giovani, bevendo e urlando, baruffando su una palla, su una giocata. Uomini che, al caffè Colombia, entrano senza sapere se, e quando, e soprattutto come, ne usciranno. Portandosi appresso quanto hanno di più caro, biciclette che da noi troverebbero spazio solo al ferrovecchio. O un cane. O, meglio, solo la voglia di combattere una solitudine che, anche qui, evidentemente pesa. Ci rimango a lungo, al caffè Colombia, incantato da un wurlitzer che credo ancora funzionante. Bei tempi, quelli dei wurlitzer. Bei tempi, credo. Non lo so, non mi importa. Di certo, il concetto di tempo mi sfugge, tra una birra e un caffè con leche. Eccola, la mia Popayan. Tutta qui, eppure immensa. Imperdibile. Mento a me stesso quando, la mattina successiva, faccio lo zaino, per andarmene a San Augustin. Mento a me stesso quando mi dico che ci tornerò. Ci sono stato. Punto. Lo so, e me ne ricordo bene quando ne vedrò le periferie confuse, probabilmente pericolose, che la sera prima avevo percorso a piedi, rischiando oltre il dovuto tra senzatetto, gente che si muove senza senso e direzione, e persone che mi guardano quasi a sfidarmi. Non la raccolgo, la sfida. Saggiamente. Non la raccolgo, e sono ancora qui. In un minibus che mi porterà a San Augustin, culla di civiltà precolombiane. Un viaggio breve, sono solo 5-6 ore, un incubo con la pioggia che rende i mille salti di una strada bianca che costeggia un burrone ancora più pericolosi. Pazienza. Pazienza, mi è facile dirlo, una volta a destino. Pazienza, mi è facile ripetermi, intriso come sono di un fatalismo latino che, lo so, durerà solo sino al mio ritorno. Me lo godo, mi godo un panorama incredibile dal finestrino, mentre se lo gode un po’ meno la mia schiena. Che, però, migliora al volo quando vedo dove sono arrivato: il minibus mi lasca a un cruce, a un incrocio, in mezzo al nulla. Non ci sono guerriglieri, che pure sino a poco tempo fa animavano la zona. Non ci sono più, ci sono solo soldati armati sino ai denti, tanti soldati-bambino di una guerra che ha fatto e continua a fare male. Come e più delle altre, sanguinosa.
Al cruce, tuttavia, non rimango a lungo: mi carica un pick-up, e arrivo. In una locura, l’ennesima pazzia di questa nazione. A San Augustin si festeggia. Si festeggia San Pedro, che pure non è oggi, ma arriverà domani. E allora, trovato alloggio da Mario, colombiano che presta una stanza pulita, con bagno altrettanto pulito per quanto rudimentale, mi ci infilo, nella festa di San Pedro. A cavallo, tutti a cavallo. Macchine e moto consentite, ma in sottonumero, per usare una espressione che alcuni di voi conoscono bene. Si gira in tondo, si balla, si beve. Ecco, a ben vedere, non si balla molto. Si gira e si beve. E bevono tutti, donne comprese. Pari opportunità? Raggiunte e superate quando ne vedo una, peraltro bellissima, svuotare una fiaschetta di blanco, l’aguardiente, e sputare poi senza ritegno. Parità raggiunta. A cavallo, tutti insieme. A cavallo io ci andrò domani, dovessi superare ‘a nottata. Al momento, non ne sono certo: sto andando a bermi del ron. Pari si, superati mai: maledetto orgoglio.
Il domani arriva, dopo avere perso quella sorta di sfida: vincono, ancora una volta, le donne. Il domani arriva, con una pioggerellina che non ci impedisce di affrontare quattro ore a cavallo su e giù per le colline di San Augustin, la zona archeologica più importante della Nazione. Residui precolombiani, che i locali campesinos hanno raccolto cercando di vendere, e rompendo spesso le statue a metà nell’inutile ricerca dell’oro. Si sale, si scende, ci si ferma a mangiare per strada frutta mai vista, ma troppo dolce per i miei gusti. I cavalli, telecomandati, non si lasciano andare, mai. Per mia fortuna, aggiungo. E per mia fortuna, arrivato al parque archeologico, lo visito assieme a due fantastici colombiani che decidono di tornare al pueblo a piedi. Mezz’ora di cammino per la strada normale, un’oretta per quella lastricata di pietre. Due, se prendi la direzione sbagliata, perdendoti in mezzo alle finca – le fattorie, in questo caso mediamente piccole -, tra coltivazioni di caffè, di platano, di mais e di alte cose che non distinguo. Lasciandoti andare in mezzo a fiori, a un verde che non ha eguali, a cavalli, mucche, maiali. E arrivando lentamente al destino, sotto una pioggia calda che non infastidisce.
Chi mi infastidisce, invece, è uno svizzero, che trovo al mio hostal. Sa tutto, anche di più. Vive a Mendoza, e mi spiega ogni cosa. La politica del continente latino, le aspettative di chi ci abita. Todo es una mierda. Come molti politici delle nostre latitudini, non ha soluzioni. Ma parla, parla, parla, e soprattutto spiega a chi, come me, non vorrebbe ascoltare. Me ne andrò, forse anche per merito suo, il giorno successivo. Lo so, pur se non so in quale direzione. Me ne andrò, lo scopro discutendo con Mario dopo una dormita e una doccia, entrambe doverose. Mario, il mio padrone di casa, Mario che come il viaggiatore suizo parla, tanto. Mario che racconta, di fronte a una cerveza e a un ron. Mario cacciapalle, forse. Mario, di Buenaventura, da tre vive a San Augustin. Si lascia andare, mi descrive da vicino Pablo. Come se fossimo amici, io e Pablo. Mi dice dei suoi quattro figli, tutti da donne diverse. L’ultima nata in Cile, uno a Medellin, una in California e una in Messico. Mario, che odia i guerriglieri, che imponevano una sorta di tangente a tutti. Che era ricco, quando per Pablo lavorava per corrompere i funzionari, nelle pubbliche relazioni. Mario che comunque, da mocillero, ha conosciuto tutto il continente americano. Seminando figli e soldi ovunque. Mario, che mi spiega di non aver mai toccato droga o ammazzato nessuno, come se fossero due must. E che mi parla di San Augustin, delle campagnole, delle ragazze che arrivano in questo pueblo a 1700 metri d’altitudine per trovare marito, o comunque per vendere quanto possiedono, anche di più intimo, per pochi peso. Che mi dice di come qui sia normale lasciare figli in giro, mentre mangiamo una sorta di pizza da uno dei suoi discendenti, in paese, in un locale dove convivono in pochi metri quadrati il titolare, la sua famiglia, la figlia di sette mesi e la nonna, che pare centenaria. Mario che, probabilmente, confonde migliaia e milioni, parlando dei dollari guadagnati lavorando per Pablo. Mario. Non il primo, non l’ultimo dei personaggi che sono destinato ad incontrare. Ne sono conscio mentre scrivo, in un cyber presso la stazione dei bus di Pitalito, dove sono destinato a passare tre ore in attesa di un passaggio verso Tierradentro.
Tre ore. Non tanto.
Passeranno.

Tres oras.
Tre ore, tanto avrei dovuto aspettare. Sono passate, e sono passate anche le sei – non le cinque – che mi hanno portato a La Plata, da dove avrei dovuto poi prendere la coincidenza per Tierradentro e le sue tombe apogee. Il condizionale è d’obbligo. Perché, perché… perché il nordest è un ricordo, e con esso lo sono puntualità, coincidenze, la possibilità di incazzarsi. Resta solo la possibilità, quella si, di approfittare di ogni cosa mi possa capitare. E lo stop obbligato, a La Plata, me ne da un’altra. Quella di vedere da vicino una cittadina che non vive di turismo, ma che si inventa, giorno dopo giorno, una sopravvivenza che non è certo facile. Tra mototaxi, cavalli, gente che urla, senzatetto, bambini che passano il tempo facendo delle gare in bicicletta attorno alla piazza principale. Lo scopro a mio rischio, quando uno di questi bambini mi sfiora, e sfiora anche una vecchina, non certo tenera con lui. Poco male, sopravvivo, e sopravvive anche la vecchina. L’albergo, invece, è dignitoso, ma ancora una volta da sulla via principale, dove lo sport nazionale pare sia passare avanti e indietro senza fine, facendo più rumore possibile. È un modo, anche questo, di farsi vedere, di mettere in mostra ciò che si è e si possiede. Agli occhi occidentali, ai miei occhi, mettere in mostra ciò che non si è e ciò che non si possiede. Non me ne lamento, mi hanno dato modo, questi fracassoni, di ripassare. Di farmi scorrere davanti ancora una volta le immagini di quanto ho visto nelle mie sei ore di corriera. Montagne verdissime, coltivate a granadilla, a caffè, a platano e a ogni cosa si possa piantare. Che cresce, complice un clima perfetto. Contadini a torso nudo, donne che lavorano vendendo ai passanti improbabili refrescos, ma in sostanza di tutto. Una strada che taglia gli altopiani colombiani, che passa fianco a fianco a fiumi dirompenti, che accompagna il paesaggio finca dopo finca, una strada a pedaggio e a una carreggiata, cosa da noi assolutamente impensabile. Una strada dove gli incidenti, stante il modo di guidare colombiano, sono frequenti, e ne avrò presto la prova. Una strada dove sorpassare in curva è la normalità. Una strada strepitosa, un meraviglioso film in diretta. Un film, che, tuttavia, mi impedirà di optare per Tierradentro, che mi costringerà a cambiare idea, complice la pioggia e – lo ammetto – anche la mia attuale scarsa propensione a risvegli mattutini.
Si va a Bogotà, la capitale, sette milioni di abitanti, almeno sulla carta. Si va attraverso altre otto ore di corriera, stavolta di lusso, rispetto alle altre. Con gli stessi, immacolati, paesaggi a farmi da contorno. Difficile spiegare perché, sia pure non sempre, adori questi viaggi. Perché siano così interessanti, perché regalino tutte queste emozioni. Lo potrebbero fare i miei occhi, potessero parlare, io non ci riesco. Mi ci tuffo, dunque, senza problemi, anche quando un incidente ci costringe a una deviazione, che getta nella disperazione intere famiglie. Costrette non solo ad allungare il loro percorso – il desvio era gestito dalla polizia, non c’erano speranze di poter riprendere la strada originaria – , ma perché significa tempo, che non conta nulla in Colombia come altrove, ma significa anche soldi, quelli di un nuovo bus, che pesano come macigni sulle finanze di queste famiglie. E allora ci si getta nell’altra strada, e lentamente ci si arriva, a Bogotà, non prima di averne visto un altro, di incidente. Una macchina, un camion, un non so che, uscito di strada e finito in un burrone. Capita, sembrano dire le facce dei pochi che si fermano, della polizia. Capita, sembrano dire le facce dei miei compagni di viaggio. Capita, sembro dire io, in un giorno nel quale le notizie che giungono da Viareggio pesano, e pesano tanto.
Bogotà, dunque, alle nove di sera. Le sue periferie, tutte uguali, brulicanti di formiche umane che si muovono e spostano in continuazione le stesse, inutili cose. Bogotà, e il suo terminal. Immenso. Ci arrivo, e subito mi stupisce: c’è’ da far la fila per prendere il taxi, perché la polizia locale per evitare truffe ti dice prima quanti soldi costi, questo taxi. A uno come me, senza meta, la cosa serve poco, mentre serve al mio chofer, che se da un lato non mi prende più peso del dovuto, dall’altro mi porta in una albergo decisamente caro, e situato non in una zona delle migliori. Lo prendo, l’hotel, stanco come sono, salvo poi pentirmi. Lo prendo, sapendo che buona parte del costo della camera sarà divisa tra il portiere e il tassista. Durerà un giorno, all’Hotel Europa, o meglio durerò una notte. Uscendo, per mangiare qualcosa, incontro infatti solo senzatetto angoscianti, prostitute bambine, e travestiti. Mi dirà – una persona assai cara – che tutti i residenti di Bogotà sono probabilmente così. Me lo dirà scherzando. Ma io devo averli visti tutti, i senzatetto, le prostitute e i travestiti di Bogotà. E non è che sia un gran spettacolo.
Le cose cambiano all’indomani, quando mi sposto in un altro albergo, e lentamente mi godo la città. Sicura, a sentire i residenti, forse meno curiosi degli altri colombiani nei confronti di uno straniero. Sicura a sentire il proprietario di una catena di gelaterie con il quale scambio due chiacchiere. Di Alessandria, sta vendendo in franchising il marchio da esportare in tutta la nazione. Con ventimila euro, un italiano a suo dire potrebbe vivere senza lavorare, impegnando nell’attività due ragazze locali. Il sogno di molti. Non il mio, che a casa sto bene, non fosse per questa necessità, per questa possibilità di evadere che mi regalo di tanto in tanto. E mi regalerò i Caraibi, San Andres, considerato che, aldilà di prezzi non proprio economici, ho preso un biglietto per quest’isola che sarà il mio prossimo destino. Lo faccio e lo archivio, quando mi infilo nel più importante museo dell’oro dell’America latina, a due quadre dal mio hotel. Strepitoso, inarrivabile. Come strepitoso e inarrivabile è il Monserrate, cerro che sovrasta Bogotà, dove passo gli ultimi istanti della giornata in compagnia di una ragazza americana, che da quattro anni lavora per una ONG – Ngo – e che della Colombia si è innamorata. Mi spiega tante cose, mi spiega come si possa fare un salto da Chicago a Bogotà senza paracadute, ed esserne comunque felici. Il tutto mentre sotto di noi si accendono le luci di nove – ora sono nove, mi informa – milioni di bogotani. Uno spettacolo unico, ma non è una novità.

San Andres, con calma.
Bogotà, dunque, e i suoi nove milioni di abitanti, che si muovono come formiche. Freneticamente, senza apparente senso. Bogotà, nella quale mi risveglio carico di energie. E vago, forte della posizione eccellente del mio nuovo hotel, el San Sebastian, situato un passo da qualsiasi cosa valga la pena di essere vista. E allora si cammina, senza meta sino quando decido di fare un salto nella biblioteca più importante del Paese, se non di tutta l’America latina. Il centro Arango, dedicato alla memoria di chi, per la cultura locale, fece davvero tanto. E mi ci muovo senza una direzione precisa, in quella che più che una biblioteca è un enorme contenitore di qualsiasi cosa. Storia locale, musica, arte, concerti. Enorme, organizzatissimo, pieno di colombiani alla ricerca della loro identità, del loro passato, del loro presente quando non del loro futuro. Incerto,ovviamente, ma non che il nostro sia più delineato… Pazienza, il tempo qui ha un valore diverso. Il tempo qui scorre lento, o vola, senza senso apparente. Mi volerà quando decido di fare un salto nell’edificio vicino, la Casa de la moneda, l’antica zecca. Dove sono perfettamente conservate monete di ogni epoca, anche precolombiane, e i macchinari che gli spagnoli, nel tempo, avevano costruito in loco o importato per coniarle, queste monete. Un viaggio nel passato confuso, complici le mille cose da vedere, disposte però senza un ordine preciso. Tanto che il passaggio nel museo adiacente, ricco di opere dei pittori colombiani, e quindi nella fondazione Botero, è repentino, e quasi non ci se ne accorge. Botero, l’artista colombiano vivente più importante. Botero, l’artista colombiano forse più conosciuto di ogni tempo. Botero. Botero e le sue statue, e i suoi dipinti, irreali. Botero e le sue forme, dolci, arrotondate, significative. E ancora altre opere, sempre donate dall’artista alla sua patria e ai suoi connazionali. Opere di livello altissimo, Picasso, Chagalle, altri pittori europei. Non sono un esperto, non lo sono mai stato, non ne ho le velleità. Ma vedere cose inarrivabili come queste mi incanta. Tanto che, velocemente, arriva il pomeriggio, e con esso anche la possibilità, offerta dal locale ufficio turistico, di partecipare a una visita guidata al quartiere della Candelaria. Il centro storico. Che avevo visto a spizzichi, senza filo logico, e che un paio di guide della polizia turistica – qui le polizie sono di mille tipi diversi – mi fanno apprezzare se possibile ulteriormente. I due policia ci illustrano infatti la storia di Bogotà, di Santa Fe, di una città che non conosce pace, nemmeno ora. In continua evoluzione, in continua crescita. Disordinata sin dalla sua fondazione, ma ricca di angoli imperdibili. Ce la gusteremo, questa Bogotà sconosciuta, assieme a una coppia di peruviane, del tutto indifferenti ad ogni tentativo di coinvolgimento del guya, a quattro canadesi di origine latina, e a una serie di baschi. Non spagnoli, me lo fanno subito intendere. Baschi. Euskadi, se non sbaglio. Con i quali, dopo un paio d’ore di visita guidata, beviamo un caffè. Brutto sapere cosa esca dall’Italia, quali siano le impressioni che diamo verso l’esterno. Brutto. Brutto anche sapere quanto poco noi stessi conosciamo di una cultura tutto sommato vicina, come quella che i miei nuovi amici rappresentano. I miei nuovi amici, con i quali ci diamo appuntamento. Pedro, insegnante di educazione fisica, ex canoista, e Marian, addetta alle vendite con un passione infinita per i viaggi, per la conoscenza. Ci rivedremo alle otto, mas o meno, per una cosa che non dimenticherò così facilmente. Per una camminata lungo l’avenida – o calle, o carrera, devo ancora capirne le differenze… – septima. Una tantum chiusa al traffico, e preda di una moltitudine umana composta da artisti di strada, da venditori, da bogotani che si divertono lungo la strada principale del centro città. Padroni di una metropoli che inizia a piacermi. C’è di tutto, lungo la septima. C’è la Colombia in rassegna, quella che non si rassegna. E noi, senza fretta, ce la percorriamo tutta, sino al suo grattacielo più alto, 48 piani dai quali ancora una volta vedo cosa siano, nove milioni di abitanti. Assieme a Pedro e Marian, con i quali mangiare lungo la septima è l’epilogo naturale. Lui al solito si fermerà di più in America latina, maledetti gli insegnanti e le loro ferie. Lei mi stupisce, lei complice di una instabilità emotiva, d’una curiosità che il compagno tende a mascherare. Non riuscendoci, quando mi parla di viaggi fatti con un vecchio van attraverso tutta l’Europa, sino ad Albania, Romania e Bulgaria. Con tappa fissa a Trieste, dove ci diamo appuntamento alla loro prossima fuga. Ci rivedremo, forse. Me lo dico mentre, la mattina seguente, in un colectivo riempito all’inverosimile prendo la direzione dell’aeroporto, per poi volare a San Andres. Caribe.
Ci arrivo, a San Andres, e ci passerò quattro giorni di relax, assoluto. Ringraziando Vanni, reggiano che qui da sei anni fa il ristoratore, dopo essersi accorto che la vita troppo frenetica del Bel Paese non faceva più per lui. Preziosi, i suoi consigli, che mi regalano – per modo di dire, vivere a San Andres costa il doppio di quanto costi in Colombia – una stanza strepitosa, fronte oceano, in uno dei migliori resort locali. Li passerò senza fretta, questi quattro giorni, senza riuscire a coronare il mio sogno, quello di raggiungere un’altra isola, Providencia. Complice il tempo che mi ferma, complice il costo, esagerato, complice un accenno di ustione, che mi consiglia di evitare lo snorkel, d’obbligo in un posto circondato da 23 chilometri di barriera corallina. Non me ne dolgo, dopo un paio di giri per San Andres e i cayo circostanti. Sovraffollati, ma eccezionali. Non me ne dolgo, dopo che sfruttando lo scooter prestatomi da Vanni, mi faccio un tour per l’isola. Alla ricerca di lagune, di caimani, di una cultura creola della quale l’isola è intrisa. A partire dalla lingua, mista, sino agli innumerevoli rasta, alle loro capanne di legno, coloratissime, in riva al mare. Un altro mondo, quello che ha fatto innamorare altri italiani oltre a Vanni, i più caduti di fronte alla bellezza delle isleñe, altri di fronte a ritmi non proprio da nordest. Uno di questi, Antonio, mi fa impazzire. Ha mollato tutto, a Bergamo, questo sosia del cantante della Bandabardò, Erriquez. Qui fa un po’ di cose. Pesca, con calma, fa il muratore, lavora un’oretta la giorno. Con calma, sempre con calma. Ancora una volta penserò a lui, quando tra poco prenderò l’aereo per Cartagena. Consapevole di non essere capace di fare lo stesso. Per mille e mille motivi diversi. E di non volerlo neppure fare.

Plaza de la Aduana.
Sotto la torre del Reloy.

Non bevo, non fumo,
ho preso ad usare il profumo
lavoro,
decoro ogni mio ricordo
con le iniziali d’oro…
Ho sinora raccontato tante cose, forse troppe.
Non so, mi sono fatto prendere la mano. Ma, davvero, riuscire a descrivere emozioni e sensazioni, speranze e disillusioni, è davvero difficile. Meglio sarebbe essere, riuscire ad essere, fotografici. Come un quadro del Canaletto, che peraltro adoro. Sono però altro, tutt’altro. Sono, siamo sempre più, una spettacolare immagine di Botero, geniale pittore che più di ogni altro rappresenta questo paese. Un paese che a sua volta rappresenta al meglio l’America Latina, questa mia sorta di malattia per essa. Che non mi impedisce, adesso, di essere stanco, sopraffatto dalle tante ore passate in corriera, in barca, alla ricerca di cose che, lo so e lo ripeto, solo i miei occhi potrebbero descrivere al meglio. Ecco perché ho iniziato a scrivere questa mail da una cosa che apparentemente non ha un gran significato. È una strofa, una delle tante, della colonna sonora delle mie ferie. Che cambio raramente, aggiungendo poche cose. Non parlo, per ora, dei posti che ho visto, della gente che ho incontrato, di cosa mi sia capitato. Parlo di musica, del sale della vita, del ciò che mi porto dietro. Arrossiranno, sorrideranno, alcuni di voi. Poco male, non v’è nulla di più personale della musica. La mia, la colonna sonora di queste mie fughe è tutto sommato semplice. Bandabardò, che apprezzo sempre di più. Manu Chao, Manonegra, Sergente Garcia. E ancora Paco de Lucia, Francesco, Cisco, Daniele Silvestri, MCR, Village People, Hothouse Flowers. Jarabe de Palo, Vecchioni, Ray Gelato, PFM, Roy Paci, Negrita, Tonino Carotone, De Andrè, Tramps e le cover dei Disco Inferno, Bennato, Commitments, pochi altri autori.
Una mezcla, in sostanza. Perché le cose non sono mai tutte d’un colore. Tutto qui.

Plaza de la Aduana, dicevamo, sotto la torre del reloy. Cartagena de las Indias.
Ma torno indietro, di qualche giorno. A San Andres, a Vanni, il mio amico Vanni, che non riesco a salutare, e che chiamerò al mio rientro. Non si offenderà, lo so. Qui il tempo è relativo, qui contano le intenzioni, ma e spesso neppure quelle. Una differenza abissale tra “noi”, e “loro”. Tra chi è pronto a prendersela per qualsiasi cosa, e chi invece ci passa sopra. Ci proverò, a passare sopra alle cose, a farmele scivolare addosso. E ci riuscirò, ne sono certo, solo per un po’ di tempo. Qualche settimana, forse un mese. Approfittatene, al mio rientro, approfittatene finché dura.
Ero rimasto indietro, a San Andres, che forse non ho apprezzato al massimo. In ogni caso, l’ho abbandonata, certo di essermi lasciato alle spalle un sacco di cose non viste e non fatte. Ma va bene così, come va bene il motototaxi che porta per mille pesos mille me, il mio zaino – sempre lo stesso, sempre più usato, consunto, vecchio e pesante – sino all’aeroporto. C’è Cartagena da raggiungere, c’è una delle città più quotate della Colombia da esplorare. Lo farò, fermandomi all’Hostal el Viajero, nel cuore della città vecchia, la città murata, sin da subito. Scarico le mie cose, e mi ci infilo, timoroso, in quella che, pur essendo ormai un destino di massa, non è un pueblo che si nasconda. Perfettamente conservata, restaurata, offre scorci infiniti. Mi ci potrei fermare, qui, non fosse altro per il caldo, assurdo. Almeno 35 gradi di sera, direi, e umidità insopportabile. Birra, birre che bevo e che se ne vanno in sudore, dopo pochi minuti. Va bene, va bene, va davvero bene così. È ciò che mi aspettavo, in fondo, o meglio è molto di più. Non mi basterà un giorno, qui. Non me ne basteranno due. Potrei passarci un mese, e non sarei il primo a fare una cosa del genere. Me ne rendo conto la mattina dopo, quando lentamente inizio a conoscerla, Cartagena. Lentamente, non ho fretta, non ho voglia di aver fretta. Ci cammino dopo una colazione fatta di batida – more fresche, latte gelato, ghiaccio, nulla di più – inarrivabili, gigantesche, buone come non ho ricordi di averne bevute mai. Frenetico, il centro di Cartagena, ben diverso dalla parte nuova, un susseguirsi stavolta ordinato di grattacieli, di negozi del tutto occidentali, di ristornati moderni, una piccola Miami. Lo scoprirò solo più tardi, il centro più nuovo. Preferisco perdermi, due giorni di fila, tra le calli di questa meraviglia coloniale, avamposto spagnolo verso l’atlantico, terra di pirati, di navigatori, di musicisti. Di salsa, rumba, vallenato. Di tango, qui arrivato direttamente da San Isidro.
Costa cara, Cartagena, ma regala molto, moltissimo. Ogni angolo cambia, se visto sotto una prospettiva anche leggermente diversa. Ognuno – vendedores a parte, con i qual il rapporto è sempre impersonale – è giustamente fiero di quanto possa offrire a chi ci arriva da lontano, e io sono uno di costoro. Non posso esimermi da un giro, classico, all’arcipelogo del Rosario, una trentina di isolotti a 40 chilometri di distanza dalla città, dedicato stavolta solo a turisti colombiani, e a pochi, pochissimi stranieri. Assieme a me due ragazzi, una inglese impegnata con una Ong, che da sola sta girando per la Colombia, e Sunil. Sunil, fantastico. Fantastico nelle Islas del Rosario, fantastico quando assieme andremo a Taranga. Le Isalas del Rosario, dunque, dove faremo snorkeling insieme, dopo tre ore di “yat”, dove si balla al ritmo di Shakira, per arrivare poi lentamente in una baia incantevole. Faremo snorkeling, dicevo, scoprendo una barriera corallina strepitosa, pur se non particolarmente ricca di pesce: l’approdo successivo è playa blanca, dove a stento riesco a tenere lontane massaggiatrici e venditori di collanine. Non me ne pentirò, ma lo stress di questa scelta fa a pugni con la tranquillità, fa a pugni con quanto bene io sia sinora stato qui.
Poco male, me lo ripeto parlando con Sunil e bevendo una birra in plaza Santo Domingo, nel cuore della città. Cuore turistico? Si, ma non ne faccio una colpa. Sunil, indiano nato a New York, sino a poco tempo fa lavorava nella finanza, ed è una delle vittime della crisi. Vittima per modo di dire, sono tre mesi che gira da queste parti, e ne passerà altri due e mezzo prima di tornare a casa, a NY, senza grossi patemi. Intelligente, simpatico, colto. Parla quattro lingue, una rarità per essere, sia pure parzialmente, uno yankee. Mai generalizzare, lo so e ne parleremo spesso, con Sunil, il giorno dopo, quando andremo verso Santa Marta, o meglio verso Taganga, paesino di pescatori famoso per il costo davvero basso delle sue scuole di sub. Non ho tempo, non ho le capacità, per approfittarne, e non ho tempo per fermarmici più a lungo, in questo paradiso freak, stretto in una baia a ferro di cavallo. Incantevole. Incantevole quando l’elettricità salta, per poi tornare la mattina successiva, lasciando tutti al buio, illuminati da poche luci alimentate dai generatori. Incantevole ma devastante, perché qui, senza ventilatori, senza aria condizionata, sembra di dormire in un microonde. Incantevole perché a Sunil lo stesso colombiano con il quale scambia due parole ruba poi i sandali, scappando sulla riva del mare prima che nessuno di noi possa fare accenno ad una reazione. Poco male: sopravviverà, Sunil, che saluto la mattina dopo, prima di andare a vedere il parque Tayrona, riserva di una bellezza senza pari verso il confine con il Venezuela. Ci passerò solo poche ore, complice la necessità di tornare a Cartagena e prendere la direzione di Medellin. Poche illuminanti ore. Illuminanti perché la lancia che mi ci porta, la Camila, non è il massimo per affrontare il mare bravo, il mare mosso. E io neppure lo sono, circondato da chiassosi ragazzini evidentemente più abituati di me a questa situazione. Varrebbe la pena dire loro qualcosa, e ancora una volta Alberto e Luca, che di questi ragazzini hanno indovinato la provenienza, non potrebbero che essere d’accordo con me e con questa mia fissazione. Ne valeva la pena, tuttavia, arrivarvi, nel parque – de los indios – Tayrona, tra le onde che mi devastano la schiena: ne valeva la pena, perché playa San Juan è una perla, incastonata tra enormi sassi lisci, a cavallo dei quali sono appoggiate amache e le palme che le sorreggono, con alle spalle solo sabbia e una autentica foresta. Pochi servizi, a San Juan, ma appoggiarvici sopra i piedi, distendersi, farci il bagno è impagabile. Davvero. E sarebbe pure il caso di fermarsi, ma guardo avanti, ne sono costretto. Altro giro in Camila, stavolta privo di grandi sussulti. E, voltate le spalle al mio hostal, volto le spalle anche a Taganga, riprendendo la medesima corriera che mi ci portò, e ritornando a Cartagena. Mi fermeranno due volte, per dei controlli di polizia: polizia che, lo intuisco dalle facce e dei commenti non troppo velati della gente, non è che qui sia amata all’inverosimile. Stavolta sono solo, ma per modo di dire, perché ad accompagnarmi nella mia serata di Catagena, senza meta, è un ragazzo svizzero, che vaga per queste parti in attesa di scendere sino in Argentina, dove vuole fare snowboard. Ci penso, allo snowboard, sorseggiando una Aguila. Ci penso quando ingurgito la seconda, chiudendo la mia cena con degli spettacolari spiedini, con una, due arepa, e del ron, immancabile.
Sotto la torre del reloy, vicino a plaza de la Aduana. Mi mancheranno, lo so.

A la orden.
Son tante, tantissime, le altre cose che mi mancheranno di questo Paese. Lo so, lo sapevo, ma a maggior ragione me ne rendo conto ora, quando sto per andarmene dalla Colombia. Mi resta ancora una mattinata, che spenderò a zonzo per Bogota, quindi si vola, direzione Madrid, stop-over, doveroso, e poi casetta. Dove dovrò accontentarmi di tutti i miei ricordi.
A la orden, señor. A la orden, caballero. A la orden, por servirla. Segni antichi di una gentilezza di facciata che non mi piace, non mi è mai piaciuta. Parenti di quel “comandi” che da noi è arrivato assieme alla necessità delle nostre nonne di emigrare, di andare a servire i signori, con la gerla o con un grembiule. Alla necessità di partire, di lasciare ciò che era più caro, verso quella che, davvero, si poteva allora chiamare avventura. Una miniera, un campo di canna da zucchero, una fabbrica, un bar o un ristorante, magari di infimo livello. A la orden, quasi fossi diverso da chi mi sta davanti., Quasi fossi su un gradino più alto. Non ci sto, e mi da pure fastidio. No: a la orden, caballeros, non mi mancherà.
Non mi mancherà neppure la corriera, quella presa a sera, a Cartagena. Dodici ore tutto sommato comode, volate dormendo, ma volate a una temperatura irreale. Fuori, quasi quaranta gradi. Nel bus, tra i dieci e i quindici. Mi avevano avvisato, non me ne sono curato. Colpa mia, ancora una volta.
E, comunque, Medellin. La città più pericolosa del mondo, solo poco più di un decennio fa. Terra di Pablo, sempre lui, sino alla sua scomparsa, uccisione che ancora una volta Botero ha ben dipinto. Città arrampicata sulle montagne, che si raggiunge passando attraverso una zone verde, che mescola picchi di media altitudine a altipiani, coltivazioni senza fine, ondulate, ad allevamenti di tutte le dimensioni. Abeti, e palme, altissime. Non è facile, capire dove si sia, guardando dal finestrino un cielo impressionante. Cose che solo la corriera, forse il treno, possono far godere appieno. Medellin, dunque, dove mi appoggio a tre ragazze coreane per trovare un alloggio. Brave, gentili, simpatiche; non si offendono quando, spavaldo, le scambio per giapponesi. Brave, quando mi fanno accompagnare dal loro taxi sino alla porta di un ostello curato, nella zona dove ci sono i locali più alla moda della città, e non vogliono che io paghi la mia parte. Ero stato gentile con loro la sera prima, al terminal, e se ne sono ricordate qui. A Medellin.
Ci passerò due giorni, nell’ostello, dove il padrone – scostante – parla solo inglese, e dove non mi danno un’informazione che sia una sulla città. Sono, me ne rendo conto, in un microcosmo allegro, felice, ricco: sono un piccolo papi, senza le sue manie di grandezza, che viste da fuori più che far sorridere, fanno male – aldilà delle esagerazioni – a chi si presenta come italiano nel mondo. Sono, comunque, lontano dalla realtà. Chi ci sta, nell’ostello, nemmeno la vede, Medellin. Esce, si ubriaca, balla, seguendo un trend che mi interessa assai poco. C’è altro, in quella che fu la capitale americana del crimine. C’è dell’altro, in una città bonificata quasi del tutto, ma a caro prezzo. Resa vivibile da una polizia e da un esercito che qui hanno pieni poteri. Pieni poteri. Ci sono case tutto sommato ordinate, arrampicate sulle pareti di una valle dolce, che nemmeno l’urbanizzazione più selvaggia ha distrutto completamente. Ci sono alcuni – pochi – resti coloniali, c’è un museo nel quale sono esposte, ancora una volta, le opere che Botero ha donato alla città. Non me le perdo, e non me ne pento: non mi perdo il centro di Medellin, e non me ne pento. Non mi perdo l’occasione di girare senza, meta prima di riposarmi un po’, e non me ne pento. Si riparte, ormai tra poco, e non sarà facile.
Si riparte di giorno, in una corriera che mi promette altra aria condizionata, altre visioni spettacolari, e otto-nove ore per riportarmi a Bogota. Promesse vane, quelle di una sorta di PR della compagnia di trasporto, che al terminal mi aveva fatto optare per la Sociedad Transporte Bolivariana. Promesse disattese. Perché le ore diventano quasi quindici, complice un incidente sull’unica, stretta, strada che unisce direttamente le città. Coda, interminabile, per il rovesciamento di un camion enorme. Coda, coda, coda, fanculo la coda, fanculo l’autista del camion rovesciato, spero che… No, non spero nulla, povero. Però…però fanculo. E poi… E poi non si lamenta nessuno, non posso lamentarmi neppure io. Che ne avrei voglia e titolo, sono o non sono il figlio prediletto, il più degno rappresentante di un’Italia che sempre più sa solo correre? Senza guadarsi indietro, senza guardare avanti, senza guardarsi a fianco? Silenzio, invece, e si sorride. Altri camion dai colori, dalle dimensioni e dalle scritte più differenti, che mi sfilano davanti, con pazienza. Lentamente. E lentamente si arriva, a Bogota, di notte, a notte fonda. Raggiungendo l’hotel nel quale l’altra volta mi ero trovato bene, raggiungendolo in taxi. Taxi, già. Prepotenti in Italia. Padroni delle strade, qui, come in tutta la Colombia. Qui più padroni di altri, almeno verso le due di notte. Corre, il mio taxi, tripla cifra nelle strade più larghe del centro cittadino quasi costante, mentre io vengo sballottato senza interruzioni. Mi devo in qualche modo aggrappare, e non ho tempo a pensare al perché di un vetro corazzato tra i sedili posteriori e il tassista. Sorpassa, il mio taxi, a destra e a sinistra, ma solo perché non può – non riesce a farlo – passare sopra gli altri. E, per mia gioia, passa invece col rosso, il mio taxi. Sempre. Sempre. Suonando, però, il che forse fa sentire meno colpevoli il chofer e il suo cliente. Suonando ancora, suonando anche a una delle poche macchine private in circolazione, costretta a sua volta a ignorare il semaforo davanti a poliziotti che non si muovono, quasi il tutto fosse normale. Me ne faccio una ragione, nella quasi mezz’oretta che separa il terminal dal San Sebastian, dal mio hotel. Ci ripenso solo ora, scrivendo. Ci ripenso a distanza di una giornata, considerato che vivo sono vivo, e arrivato in camera ho avuto solo l’occasione di scendere per la strada in cerca di qualcosa da bere prima di crollare. Lasciandomi andare senza programmi per il giorno successivo, se non quello di girovagare per la città, per i suoi mercati, per il barrio di San Andresito, dove mille negozi vendono le stesse cose. Elettronica, cerchioni per macchine spaziali, macchine fotografiche, cellulari, sneakers, ipod. Abbigliamento occidentale. Cose copiate, soprattutto, ma anche originali, che pure qui non mi interessano. Me le porterò tuttavia dietro, nei miei ricordi, assieme ai mille contrasti di questo Paese. Contrasti che non posso fare a meno di notare mentre, sino a pochi minuti fa, prima di andare dormire mi perdo in piazza Bolivar. La piazza principale. Tra senzatetto, cantanti e venditori. E, soprattutto, tra gente che sorride e sa ancora sorridere…

A la orden. Ma, principalmente, grazie a tutti Voi.

Piero
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