Cipro 2013


racconto di viaggio dal 6 al 13 maggio di Carlo

Prima di partire
Partiamo io e mia figlia Ghila, abbiamo affittato un auto e gireremo l’isola, curiosando non solo lungo le coste con le loro rinomate spiagge, ma anche per i paesini in campagna, in collina. Voleremo con Ryan Air (70€uro a/r con una valigia in due). Già lo scorso anno in aprile/maggio (subito dopo le vacanze pasquali) eravamo andati con Ryanair all’isola di Kos e l’altr’anno all’isola di Rodi, sempre con volo diretto da Bologna. Ci eravamo trovati bene dato che il clima era già estivo e non c’era praticamente quasi nessuno (mi riferisco ai turisti stranieri), quindi tutto era gradevole e più autentico. Spero che faremo anche a Cipro una esperienza di quel tipo.
Come molti sanno dopo l’indipendenza nel 1960 dalla Gran Bretagna (che ne aveva fatto una sua colonia dal 1878), l’isola quarant’anni fa fu teatro di scontri tra le due etnie del paese (la greca, maggioritaria, e la turca), e venne invasa dall’esercito turco (ufficialmente intervenuto a protezione della minoranza di lingua turca), che non solo occupò quasi un terzo dell’isola (causando centinaia di morti e feriti tra i civili), ma cacciò dalle loro case quasi duecentomila ciprioti di lingua ellenica facendo una operazione di “pulizia etnica”.
Oggi il paese è ancora diviso in quattro parti, la Repubblica cipriota, che è membro dell’Unione Europea, la sedicente repubblica turca di Cipro del Nord secessionista, che non è riconosciuta dalla comunità internazionale, due grandi aree riservate alle basi militari britanniche, e una striscia di interposizione delle truppe dell’ONU che mantiene separate le due parti.
Che peccato! un’isola che mi dicono così bella, da aver meritato a suo tempo l’appellativo di patria di Afrodite (Venere), la dea della bellezza e dell’amore. E le sofferenze e i disagi per entrambe le popolazioni, che avevano quasi sempre convissuto pacificamente nei secoli scorsi, non sono certo finiti…
L’industria del turismo di massa e le speculazioni che essa induce, pare che abbiano un po’ rovinato paesaggi e anche abitudini, alterando la vita quotidiana, gli usi, la mentalità e il carattere della gente… tanto più che si tratta di un turismo di gruppi organizzati, che vanno in grandi catene alberghiere multinazionali, e in gran parte di vacanzieri festaioli per nulla interessati a conoscere o capire la cultura locale, ma dediti esclusivamente a divertirsi da matti per riportare in patria racconti di eventi da sballo.
E in sovrappiù, come tutti abbiamo appreso dai notiziari e dai giornali, oggi, forse in conseguenza dei grandi problemi economici in cui versa la vicina Grecia, anche la repubblica cipriota è caduta in un serissimo e gravissimo patatrak finanziario, a seguito di interventi dissennati, che hanno anche messo in luce come nelle banche locali siano piovuti ingenti versamenti in conti privati di faccendieri russi.
Comunque sono fiducioso che il paese sia in ogni modo bellissimo, e la gente sia rimasta in gran parte straordinaria, accogliente e gradevole come si sente raccontare.

6 maggio 2013
Partiamo con una LP di sei anni fa, autrice Vesna Maric, e guidine varie tirate giù da internet.
Atterriamo a Paphos.
Bang! entriamo nell’estate, estate piena, dopo tanti giorni di pioggia e una “primavera” (almeno da noi del delta del Po) troppo troppo timida, e umida, eccoci sbarcati nell’isola del sole, dei fiori, del mare, degli uccellini, dei colori. Iniziano bene i nostri otto giorni.

PAPHOS
Dopo un poco di disagio e disorientamento con la guida sulla sinistra della strada, ecco che subito raggiungiamo facilmente il centro di Kato Paphos (cioè Pafos-bassa), che è la parte della città sulla costa, e ci perdiamo un po’ con i sensi unici, ma senza gran girare troviamo l’albergo a due stelle che avevo preso via internet approfittando di una offerta per bassa-stagione (www.pyramos-hotel.com). Prenoto sempre la prima notte assieme al biglietto del volo per evitare problemi. Non c’è traffico, c’è posteggio ovunque, quindi prima delle 3pm già siamo in camera nel “Pyramos” (info@pyramos-hotel.com oppure 0035726930222), subito ben accolti.
L’alberghetto è in via sant’Anastasia 4 (in tutta Cipro prevale una toponomastica di Ayas e Ayos, o Aghias e Aghios, cioè di San…) che è a brevissima distanza dalla passeggiata lungomare, e quindi andiamo subito a vedere il bello spettacolo dell’acqua trasparente e cristallina. Ci sediamo su un muretto di cemento a prendere il sole e a cominciare ad acclimatarci. Ambiente vacanziero e rilassato. Oggi nel calendario greco-ortodosso è il lunedì di Pasquetta e ci sono tanti ciprioti venuti qui a passare la giornata.
Lo sbalzo climatico è notevole e piacevole, ci sono 30 gradi, ma soprattutto il sole è fortissimo essendo la giornata arieggiata e quindi limpida.
Ci sono anche non pochi turisti, prevalentemente british e russkij, ma in quantità ancora tollerabile, perché il contesto sia abbastanza tranquillo e ci sia prevalenza di gente del luogo. Ah che goduria esporsi ai raggi caldi!, e pensare che bastava una corsetta di tre ore per sfuggire ai nuvoloni e alle piogge grigie della mesta bassa padana…
L’acqua marina è trasparente persino qui sul porticciolo delle imbarcazioni da diporto e dei motoscafi.
Ci divertiamo a guardare una riproduzione in grandezza naturale del “Nautilus” di Verne, e poi costeggiamo i numerosi bar sul bordo dell’acqua, strapieni di studenti anche stranieri, e di famiglie che oziano per la giornata festiva e chiacchierano fitto. Ci fermiamo a prendere anche noi qualcosa a un tavolino. Io prendo un dolce, una baklavà, e Ghi una macedonia di frutta fresca, c’è anche il loukum, ma mi sembra troppo dolce per merenda. E intanto ce ne stiamo sul porticciolo e ammiriamo il castello medievale del XIII sec. già bizantino poi ricostruito dalla potente famiglia dei Lusignano.
Poi dopo un po’, quando il sole e il caldo cominciano a calare sul tardo pomeriggio, ci avviamo all’adiacente ingresso all’area del sito archeologico, che chiude alle 7 pm. Il costo del biglietto è €3,40. Non so come si faccia d’estate a fare questa visita, quasi non ci sono alberi, il sito è vasto, e le pietre rimandano calore e luce, non c’è una tettoia, un pergolato, né una panchina. Ma in questo tardo pomeriggio di inizio maggio con una bella brezza dal mare, non è un problema.
Il sito archeologico prende tutto il territorio del promontorio di kato Paphos. E’ quella che in età ellenistica chiamavano Néa Paphos (mentre il primo insediamento Pàlea Pafos era più a est). Ci sono dei pavimenti a mosaico, così belli e così ben conservati, che è una scoperta eccitante andare di qua e di là ad ammirarli.
I principali per fortuna sono riparati sotto costruzioni di legno. Che bellezza, ci sono ancora tutti i colori originari. Meriterebbe di venire a Paphos anche solo per ammirare questi mosaici. La tematica è mitologica.
C’è un povero uccellino (un passerotto?) sperduto, che pigola cercando il suo nido e la mamma, non sa volare ed entra a piedi in una di queste case in legno fatte per riparare i mosaici dalle piogge… che pena…
Più in là, ma di parecchio, ci sarebbero le cosiddette Tombe dei Re, che erano in realtà le tombe monumentali di famiglie patrizie del III sec. a.C., devono essere molto belle, ma non ce la facciamo. Infine sudaticci rientriamo in albergo per sciacquarci e cambiarci e andare a cena da qualche parte. Giriamo l’angolo a sinistra andando in su, per evitare le strade più turistiche, e subito in via Paphias Aphrodites c’è il ristorantino “Argo” (tel.26933327), con cucina tradizionale cipriota, di Yiangos Mechael, un ristoratore grassotto, e baffuto, un po’ agitato, e sudato, e molto comunicativo e partecipativo, ma sbrigativo. I tavoli sono all’aperto in una terrazza-balconata sulla stradina, per cui si guardano quelli dello strano locale di fronte, e quelli che passano. Si sta bene, c’è aria, e i piatti sono proprio buoni.
Volevamo, io dei dolmades (involtini di riso in una foglia di vite) e una mussakà, e Ghila chiede del tzatziki e poi vorrebbe un piatto con del riso e allora chiede anche lei dei dolmades. Ma lui dice: “vi porto prima due piatti di dolmades e poi la mussakà e un altro piatto di dolmades, moussakà ma secondo me è troppo”. “NO, noi vorremmo…” E insomma si fatica a farsi intendere (non è questione di inglese ma di mentalità). Allora Ghi gli chiede: mi dica che altri piatti col riso avete a parte i dolmades. E lui: tutti! (intendendo forse il riso come contorno), ma poi richiesto nello specifico, risulta che non ne ha nessuno soltanto di riso. Insomma alla fine farà come vuole lui. Forse il fatto è che a parte il riso dentro gli involtini, il solo altro sarebbe il rizògalo, il buonissimo riso al latte, che però è un dolce quindi un dessert. Cioè non hanno dei piatti di riso, tipo il risotto, oppure l’insalata di riso, ma in realtà queste incomprensioni dipendono da fattori culturali.
Ogni tanto passa e chiede: you don’t like? (per es. riferendosi al buonissimo pane a fette abbrustolito con aglio e pepe), e senza attendere risposta aggiunge: I have more if you want.
Di fronte c’è un internet point con un tavolo da biliardo e tavolini da bar, ma non c’è un bar, semplicemente stanno lì seduti a chiacchierare.
Alla fine forse facciamo (sia io che lui) un pasticcio con il conto, perché il totale con le bibite era, per due: 23,41€uro. Io non ho abbastanza monete e prendo due banconote da venti, lui subito me ne da una da dieci che metto via, e sta cercando le monete per il resto, mentre nel frattempo io trovo nel borsellino che ho proprio 3,41 e glieli do, lui dice endàxi, ok! e va via, automaticamente rimetto via il portafoglio e andiamo. Io dunque mi rendo veramente conto di cosa è successo, solo dopo essere ritornati in albergo, ho ancora i miei due biglietti da venti (oltre al biglietto da dieci) ed è oramai troppo tardi per ritornare là. Comunque secondo me lui non si è accorto assolutamente di nulla. Quindi al Pyramos restiamo nel loro bar aperto sulla strada, a passare la dolce serata, trasferendoci poi nell’adiacente sala-salottino più interna. Un bel localino, con belle illuminazioni e decori, con puntini luminosi proiettati sulle pareti, e buona musica soft di sottofondo.
C’era una coppia di giovani spagnoli stravaccati sul divano che dormicchiavano, e poi dovevano partire con un volo notturno. Infine ce ne andiamo a letto, rossi paonazzi e stanchissimi per l’aria e il sole, e ci addormentiamo all’istante.

7 martedì
Facciamo colazione presto.
Partendo giro subito a sinistra e vedo che il ristorante Argos a quest’ora del mattino è ancora chiuso. E’ stata carina da vedere Paphos in bassa stagione, ma per i miei gusti è sufficiente così, anche se c’è poca gente per me è già un po’ troppo turistica. Dunque andiamo, già con un caldo pesante, verso Paphos-alta, cioè pano Paphos, detta anche quartiere di Katikia =Katoikeia (che nei pannelli stradali è indicata o semplicemente come “Pafos”, o come “centro città”) per prenotare un albergo per l’ultima notte che sia già sulla direzione per l’aeroporto, ma chissà come non troviamo gli alberghi che cercavamo, forse sono chiusi. Saliamo, saliamo, ma qui in questa parte alta ci sono solo negozi moderni e case recenti. Vesna consigliava di girare per i paesini dell’entroterra e dunque vogliamo provare la rete degli agriturismi e delle case tradizionali d’epoca (www.agrotourism.com.cy/).

COLLINE DI AKAMAS
Finite le case, poi incominciano i paesaggi di campagna, filari di viti, alberoni.
Attraversiamo, sempre salendo gradualmente, vari paesini fatti di casette di pietra a vista. Mesogi, Tsada, Stroumpi, Kathikas, poi giriamo a sinistra su una stradina secondaria, Pano Arodes, Kato Arodes, Ineia, e finalmente Droùseia (leggi Drusia). Questo paesino era il nostro obiettivo, e cerchiamo la casa in cui Ghila aveva prenotato, per vedere com’è e dare una occhiata anche ad altre sistemazioni eventuali. Tra queste in effetti ci sarebbe un nuovo alberghetto carino, la signora è molto gentile e anche il marito, ma diciamo che ci penseremo.
Essendo presto, intanto proseguiamo il giro di questa zona, per vedere se in alternativa ci potesse piacere di più qualche altro villaggetto, e attraversiamo sempre sulla stradina minore, Kritou Tera, Kato Akurdaleia e Pano Akoudaleia (che si pronuncia Akurdàlia), dove pure ci sono delle trattorie carine, e delle belle casette rustiche, e infine ci ritroviamo al termine del giro di nuovo a Kàthikas. Tutti questi paesi e questa campagna collinare sono meritevoli di essere visti piano piano, andando adagio e osservando attorno.
La penisola-promontorio di Akamas si chiama così perché si favoleggia che vi si sarebbe stabilito il figlio di Teseo, Akamantas, giuntovi dopo la fine della guerra di Troia, e avrebbe regnato su tutta questa regione.
Posteggiamo nella piazzetta centrale di Kàthikas, dove già stanno arrivando, salendo dalla costa nord, dall’altra parte dell’isola, cioè da Polis sulla baia di Chrissochou, delle macchine di gente che incomincia a cercare trattorie di campagna dove pranzare. Questi villaggi sono davvero deliziosi, in particolare direi in primavera, con i fiori, le case coi balconi di legno, le taverne, la chiesetta bianca con le cupole con le tegole rosse, gli uccellini.
Quindi scegliamo “Imogen’s Inn” (he taverna Imogeni, la g è sempre dura) di Giorgos Apostolos e Elèni Marina (tel. 26633269). Ha un cortiletto con tavoli all’aperto sotto degli ombrelloni, o sotto ad un arco di passaggio. Ci sono sia la signora che un ragazzo cameriere. Qui fanno proprio dei piatti tradizionali ciprioti (che mi sembrano di origine, di derivazione, un po’ alla turca). E’ un posto carino, con fiori, e una brezza rilassante, un posto molto tranquillo. Ghila prende Mujendra, cioè lenticchie e riso con cipolle caramellate. Io prendo: Imam Bayildi, cioè una grossa aubergine, ovvero melanzana ripiena con cipolle dolci, pepe, forse estragon (dragoncello), e pepe, al forno. Per antipasto chiediamo melizanosalata con pane tostato caldo. Alle fine per dessert Greek Sweets, cioè un piccolo fico, una albicocca, una zucchina tonda (courgette), e un wallnut, ovvero una noce, caramellati e con al centro una pallina (uno scoop, un mestolino) di gelato e sopra al tutto una crema di chiodi di garofano (cloves).
Tutto mooolto buono. Altri piatti nel menù erano: humus, tahinì, tsatsiki, taramosalata, skordàlia, e altro. Buon prezzo, in totale, col bere, cioè bibite e minerale, in due è 23€. Al ragazzo alla fine chiedo se loro sono musulmani (per non azzardarmi a dire turchi), ma non capisce la parola. E allora gli chiedo se certi piatti sono di origine ottomana, e mi risponde nettamente NO, questo -ci tiene a dire- è il cibo tradizionale tipicamente cipriota. Ringraziamo (efcharistòs) e andiamo.
Chiesette, carpette, casette, e stradine strette. Ma ci sono già ville e interi quartieri di appartamenti per turisti, e villaggi-vacanze (ora ancora chiusi). Evidentemente si prevede un grande lancio di questa area, e un notevole prossimo sviluppo del turismo. Ahi, ahi, ahi, che pensieri imbarazzati che ci vengono pensando al futuro di questi piccoli paeselli e di queste campagne così caratteristiche.

COSTA DA DREPANO A LARA
Poi scendiamo, scendiamo e scendiamo per la strada in ripida e rapida discesa lungo il versante ovest, sinché arriviamo a capo Drépano, davanti ad una isoletta (Geronissos island) in uno spiazzo con la chiesetta, c’è un micro porticciolo. Luogo bellissimo con l’orizzonte infinito del mare blu, spazzato dal vento di aria salsa. Ci sono anche delle piantagioni di palmeti.
Il nostro obiettivo è quello di proseguire lungo la costa per una stradina sterrata, polverosa e sassosa, piena di buche, per raggiungere il promontorio di Laourou (o Lara beach) e poi lo spiaggione successivo dove (ma non in questa stagione) vanno le tartarughe a depositare le loro centinaia di uova.
Finalmente raggiungiamo la vista di Lara’s beach, un ampio golfo a emiciclo, stupendo.
Posteggiamo all’unico bar-ristorantino che c’è in tutta questa costa. Sta su una terrazza protesa verso il mare con vista panoramica del golfo. Scendo giù a sentire l’acqua, che è molto fresca, mentre fa un gran caldo con un sole cocente a picco che martella. Ombra o alcunché che faccia ombra qua non c’è. Torno su alla terrazza con i dardi infuocati che mi colpiscono da dietro la nuca e il collo.
Restiamo in pace seduti a un tavolino sotto un albero a sorseggiare una bibita contornati da una decina di gatti. Intanto Ghila telefona per gli alberghi di domani, e dopo alcuni problemini di incomprensione per il fatto che vorremmo se possibile una stanza al piano terra, ovvero senza dover fare scale, combiniamo.

A DRUSIA
Poi verso il tardo pomeriggio ritorniamo su a Drouseia (pronunciato Dhrùsia) per prendere la stanza prenotata nella Manor House “Sappho”, una vecchia dimora patrizia (Archontikò) restaurata, una mansion, una magione ottocentesca, che abbiamo preferito al “Palates”, che è comunque un albergo carino, consigliatoci da un anziano british che abbiamo incrociato in strada. Chiediamo in giro, ma i pochi che incontriamo non sanno nulla di quel posto che cerchiamo. Facciamo dunque un po’ fatica a trovare la casa e chiediamo a una ragazzina che sta ritornando da scuola con la cartella sulle spalle, la quale sbanfante per la stradina in salita, sa della Manor house e ci sa dare esatte indicazioni stradali per raggiungerla e sa bene l’inglese. Molto carina e gentile e sorridente nonostante il fiatone, la ringraziamo tanto per la precisione.
Ci viene incontro la signora con un cagnetto nervoso, e ci da la nostra bella stanza grande e ammobiliata vecchio stile, che ci piace molto, con i soffitti alti e i letti di ferro battuto, comò, tavolo, credenza, angolo cottura, eccetera. Ci riposiamo un poco, stando fuori nel cortile ai tavolini. C’è pure una piscinetta, e un’altra zona d’ombra con alberi e tavoli. Che bellezza. Ci sono solo altre due coppie, e chiacchieriamo con i vicini francesi.
Poi andiamo a girare un poco per il paese e infine a cena alla Taverna che c’è di fianco al kafeneion con i vecchi con i loro moustaches, i tipici baffoni di una volta, che stanno tutti rivolti con le sedie verso la strada a guardare chi passa, o a giocare a tavli (in it. tavola reale, o in ingl. backgammon). C’è un via vai di trattori e di camion o camioncini, o pick-up, è il ritorno dai lavori di campagna.
Alla “taverna Palates” a servire ai tavoli c’è proprio la signora dell’albergo in cui poi non siamo andati, e il marito è in cucina. Io prendo dei ravioli col formaggio giallo cipriota halloumi, e una omelette me tyrì, cioè col formaggio tyrì. Ghila prende souvlà con riso (cioè i suvlàkia, gli spiedini alla brace).
C’è un bel patio rialzato con un alberone nel mezzo, un cesto di vimini appeso, e una tettoia di canne. Ci sono le altre due coppie della manor house, una coppia di anziani (lui è una ciminiera continua e cambiamo tavolo). Accompagnamento sonoro di musiche levantine (per non dire turchesche o turcheggianti) che dopo un po’ però ci sembrano tutte simili.

8 mercoledì
Al mattino ci siamo alzati presto perché di notte c’era soffoco, era tutto nuvolo, con nuvoloni bassi e neri, eppure faceva caldo, e così essendo un po’ sudatino, e avendo aperto le due finestre alla fine ho preso freddo. Insomma allora la signora (che ci aveva detto che il prezzo non includeva la prima colazione, che avremmo potuto prendere fuori al bar di fianco) si offre di farci una bella tisana calda all’erba Luisa (cioè verbena, o citronella) che ha lì in giardino, e che ci fa molto bene. Stiamo lì al tavolone ben riparato, e intanto il tempo già migliora. Qui le nuvole corrono sempre, in effetti per quanto grande, questa è un’isola in mezzo al mare.
Allora si uniscono a noi i due di Lyon, lei si chiama Chantal ed entrambi lavorano come educatori nel sociale. Lui è bretone e ha un accento un po’ particolare. Sono qui perché sono venuti a trovare il figlio, la cui compagna è una giornalista e vivono a Lefkosia (=Nicosia), e ora loro fanno un giro del Paese. Amici hanno fatto una colletta per la festa dei 50 anni di Chantal per permettere loro di fare questo viaggio, dato che non vanno all’estero da anni (girano al risparmio per campeggi solo in Francia con un loro furgoncino attrezzato). Lui mi parla dello squallore della fascia di interposizione, in cui ci sono le case abbandonate da quarant’anni, e sembra peggio di quel che era stata Berlino nel dopoguerra. Il suo racconto ci fa passare ogni idea di andare a visitare la capitale. Se vai nella zona occupata dall’esercito turco e poi torni (ci sono solo due passaggi in cui solo i non ciprioti possono transitare) ti controllano molto perché i greci temono che uno sia andato in alberghi impiantati abusivamente in case greche abbandonate, o che abbia comperato immobili o terreni che vengono offerti molto a buon prezzo, ma che non sono di proprietà di chi li vende.
Poi tutti partiamo. Mentre vado a pagare, la signora mi dice che ha quel cagnetto (che mi morde un piede) perché è della figlia che lavora a Lemessos (già Limassol) e che ora ha problemi di soldi a causa della crisi finanziaria.
Mi chiede se siamo andati o se andiamo a vedere i cosiddetti Bagni di Afrodite, ma le dico che non ci basterebbe il tempo. In effetti a ovest di Polis, sulla costa, c’è questo luogo leggendario in cui si diceva che Afrodite andasse in una grotta in riva al mare, in cui vi è uno stagno di acque limpidissime, a lavarsi, e che là si incontrasse con Adone.

EPISKOPI
Per errore prendo la strada che attraversa Pegeia, e così perdiamo un po’ di tempo facendo un giro largo, e così saltiamo di andare a visitare a Coral Bay (9 km. da Paphos) il museo della colonizzazione micenea che mi sarebbe piaciuto vedere, ma in realtà non ci sarebbe stato tempo; quindi poi prendiamo l’autostrada per recuperare, tanto è gratuita ed è anche più veloce, e andiamo dritti in direzione Lemessos.
Arriviamo ad Episkopì vicino alla penisola che è territorio della base militare britannica, ma le indicazioni sono molto carenti, il proprietario della casa in cui siamo diretti, Anthonio, un signore anziano, non si sa spiegare bene al telefono, e oltretutto vedendo passare un postino chiediamo a lui che è molto preciso nella descrizione del percorso ma che poi risulta che ha confuso destra con sinistra. Chiediamo ma i pochi che incontriamo per strada non sanno. Comunque arriviamo e c’è lui in strada che ci aspetta e ci fa segno. Eccoci alla “Anthony’s Garden House” (tel. 25 932 502, o 232502, o finale 748, katerina.travel@cytanet.com.cy). Dentro c’è la inserviente che è dello SriLanka.
Anche questo posto è davvero una casa tradizionale, con rigoglioso giardino tropicale all’inglese (tipo secret garden), della metà dell’Ottocento. Ci sono delle stanze nella terrazza coperta da finestroni con strutture in legno, e al piano terra, di fianco alla casetta della inserviente, e alla cucina, ci sono tra grandi ambienti che fungono da sala con tavoli e biblioteca, e da sala per il vecchio grande biliardo, e una terza che in origine era il ricovero per cavalli e cammelli, cioè la stalla e caravanserraglio stile ottomano con archi alti sei metri. Da decenni è un albergo con cinque camere doppie, una grande camera per famiglie, con 5 posti letto, e soppalco, e le altre sia sul giardino al livello terra, sia al piano di sopra con balconata, sono state aggiunte in un secondo momento, ma mantenendo lo stile unitario. C’è pure un angolo bar. Insomma un luogo gradevolissimo da starci a rilassarsi all’ombra e chiacchierare.
C’è anche una grande foto con lui a diciott’anni in divisa dell’istituto scolastico, quando già si era innamorato di questa grande bella casa di conoscenti, e che poi lui ha potuto comprare assieme alla moglie (ora deceduta) che aveva una agenzia viaggi.
Al momento ci siamo solo noi e una altra coppia di italiani. Ci staremo due notti perché poi arriverà un gruppone di archeologi americani che occuperà tutte le stanze per un mese.
Andiamo a prenderci da mangiare a un take-away che è quasi di fronte, e che sarebbe (o era) stando all’insegna, una psiterìa, cioè una trattoria di pesce. Ora ha delle grosse palle di keftedes, cioè polpette di carne trita, mista di manzo e di maiale, della pasta al forno, la pita farcita a richiesta, il giros, patate al forno superbuonissime, verdure, mussakà, e altro. Chiacchieriamo un po’ col ristoratore che è un bonario grassottello sorridente. Intanto si continuano a fermare auto, pick-up, furgoncini di lavoratori che passano di qui a prendersi il pranzo e c’è uno smercio continuo (garanzia di qualità). Tutto buonissimo e buon prezzo. Ce le mangiamo nel giardino di Antonio tra fiori colorati e uccellini.
Dormiamo un po’, poi scambio due parole con la singalese che mi prepara una camomilla, e parliamo del suo paese che le dico ho visitato in febbraio. Vorrei andare in internet per cercare e prenotare gli alberghi successivi, ma il router del wi-fi è rotto.
Lei lavora qui da tanti anni, come molti altri singalesi che sono a Cipro (forse per facilitazioni dovute al fatto di essere membri del Commonwealth), e poi ritorna in SL ogni anno da dicembre a marzo. Suo cugino e famiglia sono a Milano. Che vita! E’ dovuta emigrare perché suo marito era morto nello tsunami, e ha due figlie da mantenere agli studi. Le offro le numerose keftedakia che abbiamo avanzato. Mi dice che suo padre era cristiano ma sua madre era buddista, perciò ha qualche resistenza a mangiare carne di maiale, ma che ogni tanto deroga. Qui non ci sono templi buddisti e allora per pregare va nella chiesa cristiana.
Incontriamo i due simpatici italiani con cui facciamo delle chiacchierate. Poi per cena andiamo in una trattoria consigliataci da Anthony (molti esercizi sono ancora chiusi), che è alla fine della nostra via, dopo la vecchia moschea turca. Si tratta dalla taverna “The Old Stables”, le vecchie stalle, all’incrocio con la strada provinciale per Lemessos. Mangiamo all’aperto sotto un albero, ci sono molti britannici, sono “habitués du café”, forse dei residenti che soggiornano a lungo a Cipro e che tornano spesso. E che sembra si conoscano tra loro e con i ristoratori, in parte sono famigliari di gente della base, in parte pensionati che o hanno qui la seconda casa, o si sono fermati qui a vivere dopo la fine del servizio (chi è di lingua inglese può sempre trovare dappertutto qualcuno con cui chiacchierare e far conoscenza).
Io prendo del fegato alla veneziana, cioè con cipolle dolci al forno, che non mangiavo più da molti anni e che mi piace tanto, e Ghi una insalatona di tonno e una jacked potato. Ci sono anche kebabs, kleftiko (agnello al forno), merluzzo (cod), e altro. Poi andandocene ci fermiamo al tavolo di Cri e Paco, che erano venuti lì anche loro. E stiamo lì all’aperto a chiacchierare finché il grande e grosso cameriere che è come un rustico orso buono e sudatino, ci fa notare che non c’è più nessuno e loro vorrebbero chiudere.
Riprendiamo la stradina su e giù che ci riporta alla casa di Antonio.

9 maggio
Breakfast con vari thé e tisane, marmellate fatte dalla singalese, tra cui una di arance amare e rabarbaro stupenda, ottimo miele, e lo yogurt di pecora, tutto della zona. Chiacchieriamo con gli amici e poi andiamo assieme al sito archeologico di Kourion, con un anfiteatro, qualche mosaico, una casa, un sito grande, esteso e interessante (biglietto €1,70).
Poi andiamo al piccolo museino che è in paese, ma troviamo che è in rifacimento, riallestimento, restauro eccetera, per cui c’è una sola stanza che ancora è là con le sue poche vetrinette vecchio stile.
Siamo molto delusi e diciamo che non vogliamo proprio pagare il prezzo intero del biglietto per vedere una unica e sola stanza, e allora ci lascia entrare gratis. I pezzi che ci sono, sono molto belli, i mosaici sono romani, ma certi pezzi sono del IV – VI sec. a.C., e ci sono anche dei resti di un altro sito vicino, il santuario di Apollo, che sono del VII s., e altri, da Pabùla (o Pampoula) e da Phaneromeni, che sono straordinari, addirittura del XV – XIV secolo aC ! molto belli e interessanti.
Andiamo a pranzo tutti e quattro a Lemesos (=Limassol) perché lui ha urgenza di internet per rispondere a un cliente. C’è traffico pesante, la città è moderna, cioè con strade pochi parcheggi, semafori, sensi unici, dcc. è per turisti dello shopping (anche di lusso), con vari centri commerciali e gallerie, ci sono molti russi (sia quelli con soldi che i lavoratori). Il posto che cercavamo (“Trata restaurant”) è ancora chiuso per bassa stagione, e allora finiamo sul lungomare in un locale sulla strada a quattro corsie, ma almeno con vista mare. Mangio un pollo all’arancia. Lemessos decisamente non vale la fatica di essere attraversata.
Torniamo e ci mettiamo nel nostro bel cortile a chiacchierare e a fare una variante del gioco dei nomi.
Poi andiamo al bar (kafeneion) che c’è al lato, un locale popolare con vecchi e anziani baffuti che ci guardano.
Il cameriere è un apparente rozzotto abbronzatissimo con la barba sfatta, ma molto gentile e accogliente seppur con i suoi modi un po’ bruschi e la sua voce roca. Acconsente anche a farci delle foto. Prendiamo un frappé di caffé, e lui ci chiede se lo vogliamo con poco latte e con il caffé leggero, ed è proprio così, ma che carino.
Ci chiama nel retro, e stiamo a guardare la macchinetta per fare il caffé alla cipriota (ovvero il caffé greco), che ha un recipiente d’acqua in alto, mentre c’è il fuoco sotto al ripiano in basso, e una sorta di scatolone di metallo pieno di sabbia dove mette a bollire il classico mestolino di rame, muovendolo continuamente, finché lo tira via pochissimi istanti prima che salga su e venga fuori dai bordi, poi lo versa nella tazzina e ci mette un pochino di acqua fredda per far precipitare sul fondo la polvere di caffé rimasta in sospensione.
Torniamo nel nostro albergo e Paco sfodera una bottiglietta di “Ouzo” e invita Mr Anthony. Allora Tony ci porta del ghiaccio (pagotà), e anche del cucumber, ovvero cetriolo, a fettine lunghe e sottili, perché va preso sorseggiando l’Ouzo. Dice che suo padre se le metteva sulla fronte appena tagliato, nelle giornate calde e afose perché da sollievo.
Poi Paco invita il primo degli americani che entra, che è un ex militare che ha fatto sei anni in Qatar e si è disgustato, ha ripreso gli studi di archeologia e si è sposato. Ora lui e il gruppo staranno qui per 5 settimane a Kourion, vengono da varie università del nordAmerica (ma c’è anche una giovane greca).
Poi Paco aiuta a tentare di riparare il router. Arriva anche la figlia di Tony, ma inutilmente. Intanto si ferma a chiacchierare un attimo con noi l’anziano del gruppo, che in realtà è un pensionato british che vive qui (è in pensione già da vent’anni… ah le pensioni militari… dopo sevizio all’estero…).
Poi andiamo per cena a un ristorante sulla spiaggia, che ci consiglia Anthony, ma è chiuso, e allora andiamo a una trattoria di pesce che avevamo passato lungo la strada vecchia per Lemessos, la psarotaverna “O Sotiris sas”, cioè “il vostro Sotiris”, che è una trattoria a conduzione famigliare, che era del nonno, poi passata al padre di famiglia attuale, e a suo fratello minore, c’è anche la moglie col ragazzino scatenato. Andiamo di là a scegliere il pesce fresco di stamattina che è esposto in un banco-frigo, ed inizia una cena luculliana sotto il pergolato all’aperto.
Alla tavolata di fianco a noi sono tutti russi e un italiano (il marito di una russa) con i bimbi.
Ci portano le salsine come starters: la bianca tahina (ovvero takhinì in greco), la rosa taramà, e gambi di capperi sott’aceto, e bruschette anch’esse buonissime, e calde, e una insalatona di verdure fresche dell’orto e pomodori saporitissimi.
Poi un grande vassoio di patatàkia, di patate al forno e fritte, di ottima qualità. Io prendo ottimi e abbondanti kalamaràkia davvero freschi e saporiti, non elastici e gommosi, con piselli, e Ghila gamberetti piccoli con salsina all’aglio e prezzemolo fresco. E loro due pescioni freschi appena pescati, e insomma alla fine avanziamo gamberetti buonissimi e un sacco di altre cose… Per concludere ci portano delle nespole appena colte dall’albero.
Chiacchieriamo col cameriere (fratello) e col cuoco (il capofamiglia), il quale nel periodo non-turistico fa l’informatico.
Insomma da come avrete intuito è stata una serata molto bella con una abbuffata buonissima in un locale che ci è tanto piaciuto per l’atmosfera allegra e spontanea che c’era.

venerdì 10
Veniamo svegliati alle sette in punto (=alle 6 italiane) da neo-arrivati americani, che bussano e dicono “housekeeping!”, così ci dobbiamo proprio alzare. Era uno scherzo ma non per noi… Così ce ne andiamo al Santuario di Apollo, Ieròn Apollona, biglietto €1,70, molto interessante, forse più di Kourion. Apollo Ylatis era dio dei boschi, ed è a questa sua manifestazione che qui gli era dedicato un culto, dall’VIII sec. a.C. in poi. C’era un dormitorium di fianco alla palestra (insomma un albergo), delle piccole terme con tutte le gradazioni di temperatura dell’acqua, da fredda a sauna. E l’arco della porta di entrata alla città di Kourion che è in realtà a 1 km e mezzo di distanza. Non poche finestre del piano terra ancora ben individuabili, e alcune colonne qua e là. Mentre oggetti dal santuario e relativi al culto ad Apollo Ylatis erano nel museo.

TOCHNI
Torniamo a prendere le nostre borse e a salutare Anthony che ha mal di schiena, e la donnina minuta singalese che gli dice: they are very good persons, e dire ciao ai nostri amici. Partiamo in direzione Larnaka, e infine usciamo a Tochni (o Takhni).
Il paesino è tutto di case in pietre a vista ocra chiaro, carino. Ci arrampichiamo (con l’auto) in prima, in cima alla collina per una salita ripida di terra, stretta e in curva, e piena di buconi e pietre. E’ stato un percorso molto più breve di quanto ci aspettassimo, e arriviamo “troppo” presto per il check-in, dunque un pochino dovremo aspettare e ci mettiamo su dei lettini sul bordo della piccola piscina.
E’ in effetti un complesso di casette in stile tradizionale, restaurate e adibite a camere ammobiliate e con angolo cottura (www.cyprusvillages.de). Finalmente entriamo nel nostro app. che si chiama Adamos #1, con davanti un cortiletto con sdraio, tavolo, panche, e terrazza panoramica, eccetera. Due stanze, una pranzo-cottura e tv, l’altra con due letti. Il tutto per 25€ a testa con il breakfast a buffet.
Queste varie casette restaurate e adibite ad appartamentini in affitto, di questa e di altre organizzazioni, sono disseminate per tutto il villaggio. Di fatto questo non è già quasi più il paese di Tochni con i suoi abitanti ma in gran parte è un “villaggio” per stranieri, chiamato Agriturismo.
Andiamo poi a pranzo presto, mangiando a un tavolo lungo la balconata che da sulla piccola e stretta valle arida e sassosa. E’ piacevole ammirare il panorama fino al mare.
Prendiamo deep avogado e due insalatone del tipo khoriatika salata con feta, e una omelette alle cipolle con contorno di riso alle verdure. Facciamo un sonnellino sdraiati all’aperto in terrazzo. Purtroppo le porte-finestre sulla veranda non si aprono.
Il gestore ci regala dei bei limoni di campagna, che sembrano quasi dei cedri (del tutto “non-trattati”).
Poi restiamo lì a leggere e a riposare nel silenzio, o meglio con l’accompagnamento degli uccellini che hanno fatto un nido proprio tra le travi del soffitto del vano sotto l’arco.
Più tardi usciamo, e scopriamo che la chiave della serratura della porta di ingresso non chiude, prendiamo con noi ciò che conta e usciamo lo stesso.
Quindi andiamo giù a vedere un po’ il paese, e poi sul mare a Zigi che è un vero porticciolo di pescatori, con molti barconi da pesca. E’ un paesone un po’ squallidone, ma con tanti ristoranti e bar, e nessun albergo. Sono tutti ristoranti di pesce ovviamente, sulla riva.
Poi facciamo un salto a vedere il paesino di Marì che ha un bellissimo “corridoio” di ingresso con una doppia fila di fiori, poi di cipressi, e infine di palme. E’ tutto bardato di bandierine cipriote e greche. E attraversiamo Maroni.
Alla sera decidiamo di cenare “da noi” per non dover fare al buio la salitina ripida di terra. Prendiamo un aperitivo Campari Soda orange, e ammiriamo l’eterno spettacolo delle lucine che via via si accendono man mano che cala l’oscurità. Poi ordiniamo da mangiare, ma dopo poco purtroppo ci dicono che non c’è più gas, è finita la bombola in cucina, e dunque l’unica cosa che possono darci è pollo alla griglia con riso e melanzane, che è già pronto. Molto buono. Ma intanto incomincia a piovere e ci bagniamo e dobbiamo spostarci di tavolo. Per dessert prendo un ottimo yogurt greco con noci buonissime e miele dei campi. Ghila prende una banana split con gelato e frutta fresca.
Alla sera in camera guardiamo in Tv un cartone animato dell’australiano Adam Elliot, “Mary&Max” del 2009 (ma su un canale in tedesco!), e ci addormentiamo nel silenzio.

11 maggio sabato: Choiroikitia
Splendida giornata di sole, anche se le previsioni dicevano l’opposto. Venticello e cielo blu. Già abbiamo visto che qui a Cipro le perturbazioni durano poco e poi scorrono altrove, e se dicono che è prevista pioggia, questo significa soltanto che ci sarà una mezz’oretta o poco più di pioggerellina e poi basta per l’intera giornata. Questione di misure e davvero tutto è relativo alle abitudini.
Andiamo a Choiroikitia, sito neolitico molto interessante. Anche se ci sono da fare tante scale, in compenso c’è una bella aria. Ci sono anche delle casupole ricostruite sulla base dei resti di questa specie di cittadina con gli edifici sul pendio, tutti tondi, e attaccati l’uno all’altro. Si tratta di un grande insediamento del nono millennio a.C.
Ancor oggi una figurina neolitica di omino con collare è presa a simbolo dell’antica storia di Cipro, ed è presente sulla moneta da un €uro cipriota.
Altre figurine in terracotta trovate a Lithios, di cui certe risalgono al 3000 a.C., sono assai famose la coppia, la partoriente, l’allattamento
Cipro ha una storia antichissima, i ritrovamenti cominciano dal neolitico e dal calcolitico, poi con l’età del rame e quindi del bronzo, e poi arrivarono dal mare varie popolazioni, gli Egei, i Micenei, gli Achei, i Fenici, nel periodo dell’arte geometrica, varie stirpi elleniche, e gli Assiro-Babilonesi, e i Medo-Persiani, finché Evagora non la unificò in un unico regno in periodo arcaico, poi ci fu l’impero macedone, e così via via, i Ptolomei (Cipro fu parte dell’Egitto alessandrino sinché Cleopatra non la cedette a Roma), quindi i romani, i bizantini (con la visita dell’imperatrice Elena), i crociati (e i Templari, e Riccardo cuor di Leone), i franchi e i veneziani (e i cavalieri di san Giovanni d’Acri, e poi alla fine del dominio della stirpe dei Lusignano la regina Caterina Cornaro la cedette alla Serenissima), eccetera sino agli ottomani (dal 1571) e ai britannici (dal 1878). Oggi, dopo la spartizione, sono arrivati i capitalisti russi. Praticamente qui c’è testimoniata tutta la storia della civiltà umana nel Mediterraneo.
Poi gironzoliamo a Maroni, un paesino molto carino. A un certo punto sembra sopraggiungere un grande temporalone mentre stiamo andando al sito antichissimo di Tenta, vicino a Kalavasos (che tra l’altro troviamo chiuso), quindi andiamo a ripararci nel nostro appartamentino, e una signora inglese si mette a parlare con Ghila e dice che andando per una ventina di minuti all’interno sulle colline c’è un paese carino che merita una visita. Lei è di Londra ed è sposata con un italiano, ora vivono qui, e lei fa l’estetista negli alberghi. Intanto il blocco di nuvoloni neri si è quasi dissipato e allora andiamo a vedere questo villaggio più in su.

LEFKARA
Giriamo per le stradine del paese, prima quello alto (Pano) poi quello sotto (Kato). E’ carino e con tanti negozietti di artigianato.
Entriamo per pranzare nella taverna di Adamos Achilleodis che è proprio nel centro storico. L’ambiente è messo bene, con tante cose alle pareti, le tovaglie a quadretti sui tavoli, ed è un misto tra trattoria e negozio. E’ un po’ una ricostruzione molto fedele di come erano le trattorie di paese una volta. Prendo i dolmades, e Ghila pita con una salsiccia al vino, e lukaniko me salata, un piattino di patatakia, e delle keftedakia vegetali. La figlia cucina (o meglio riscalda) al momento i cibi precotti preparati da sua mamma.
Entriamo in un negozio tra i tanti che vende opere all’uncinetto, fatte o bordate, o ricamate a mano dalle donne del villaggio, che erano famose per questi lavori di pizzi e di artigianato dei tessuti, che perciò sono noti col nome di Lefkaritika. Una leggenda dice che Leonardo da Vinci fosse venuto in visita sull’isola per comprare una tovaglia di pizzo per altare da donare alla cattedrale di Milano, e che fosse rimasto colpito da certi disegni dei ricami locali. Lace in inglese significa pizzo, trina, e lace-work, merletto; to lace, guarnire. Compriamo una piccola tovaglia (trapezomandìli) che fa come da centro-tavola, sul beige. Altra specialità è la filigrana d’argento, o silverware. Inoltre c’è anche del vasellame e ceramica, pottery. La cittadina al momento è quasi tutta in corso di restauro.
Purtroppo la batteria della macchina fotografica era scarica, e invece avremmo voluto riprendere le case, i balconi, le verande, i tantissimi fiori, oltre alle vetrine dei negozi di antiquariato e di artigianato, e i bar, ecc.
Poi siamo scesi giù a fondo valle, e ci siamo fermati in un negozio di olii, essenze, creme, sciroppi, conserve, dolci, eccetera fatti con prodotti naturali ciprioti. Come ad es. tutti quelli derivati dalla carruba, o mieli, marmellate, o creme di agave, prodotti di bellezza, saponi fatti con latte di asina, puré di olive nere ma anche di olive verdi, sacchetti con le varie spezie ed aromi, e così via.
Pensavo che forse avremmo potuto andare a Larnaka, ma ci vorrebbe troppo tempo. A Larnaka c’è un bel museo di Paleontologia (a Cipro c’erano degli ippopotami nani), e poi era stata la città natale del grande Zenone, lo stoico (in effetti l’antica Kition).

MARE MEDITERRANEO
Poi dopo essere ripassati dal ns. app. andiamo a vedere quella che durante il periodo britannico chiamarono Governor’s beach, e che ora nei cartelli stradali viene nominata in greco come Akti Kiberniti, dove ci sono campeggi, taverne, ristoranti, hotels, case di vacanza in affitto -a lungo e a breve termine- ma dove purtroppo hanno messo proprio lì vicino e in vista, degli impianti, forse delle raffinerie di petrolio, o di gas, un cementificio, e che so d’altro, che deturpano il bel paesaggio e l’ambiente naturalistico di questa località rinomata, anche se l’acqua del mare appare limpidissima forse grazie a certe correnti. La sabbia è grigia o grigio-scura. Ma c’è molta calma, e silenzio, non c’è nessuno, solo un piccolo tratto con qualche sdraio, e i posteggi sono arretrati rispetto all’inizio della sabbia.
Poi andiamo un po’ più a ovest a Kàlymnos, a Capo Dolòs, e c’è il mare più aperto e un po’ mosso, essendo ventoso, ma è un bel panorama, purtroppo (o per fortuna loro) hanno incominciato le prospezioni per individuare riserve petrolifere sottomarine.
In generale, sembrerebbe che molti esercizi di vari generi siano russi oltre che britannici, e che anche i lavoratori, gli inservienti, i camerieri, dcc. siano o russi o dell’Est, soprattutto bulgari e romeni e moldavi (cioè, penso, persone che all’occorrenza sanno anche un po’ di russo).

AGHIOS GEORGHIOS
Poi vediamo un cartello di quelli marroni di interesse turistico, che indica un monastero, e proviamo a andare a vedere se si può entrare a sbirciare un poco. Si tratta della località di San Giorgio, Ayos (o Aghios) Geòrgios Alamanos, che è un complesso di due chiese e un monastero con una chiesetta dentro.
Bel cortile interno, metto dentro la testa in una stanza con un vecchio monaco e la sua moglie, o perpetua, che mi lasciano fotografare e mi dicono che sono profughi di Famagosta (Ammochostos), che è nei territori occupati dall’esercito turco, e mi indica le foto dei grandi maestri spirituali del suo Ordine.
Ci avviamo verso la chiesetta interna, Ghila deve coprirsi le spalle, e si mette una sorta di gran bavaglione che è appeso là a disposizione.
E c’è una vecchiettina tutta in nero alla ringhiera della balconata che ci indica verso dove andare. Arrivano poi anche due vecchiette campagnole anch’esse tutte il nero, accompagnate dalla figlia in abiti comuni. (C’è anche una che pur essendo tutta “coperta” è invece vestita in modo moderno e colorato e attillato e un po’ attraente, ma che evidentemente è molto devota).
Il contesto generale è di una atmosfera di tipo mistico, nonostante le beghine, c’è nella chiesetta un raccoglimento intenso.
Al negozietto annesso, compero un paio di riproduzioni fatte a mano a Cipro, di icone bizantine, quella di sant’Alessio romano, un asceta, e quella di san Dimitri di Tessalonica e san Giorgio sui loro cavalli, che si intrecciano (la prendo perché ne avevo vista una riproduzione in grandezza originale sulla finestra del pope di Famagosta), i due santi cavalieri erano molto venerati dai crociati.
Poi andiamo di nuovo al porto di Zigi per restare ad un bar.
Entriamo da “Captain’s Table”, ma il bar è chiuso, allora andiamo da Marko, dove ci riposiamo riparati dietro i vetri guardando il mare un po’ mosso per il sempre più forte vento (che fa girare le pale eoliche che ci sono sopra alle colline retrostanti).
Infine torniamo “da noi” per cena. Ghila prende saganaki di feta calda, e io una vegetarian musaka e una khoriatika salata.

domenica 12 maggio
Facciamo il breakfast sulla terrazza osservando le attività mattutine del paesino che c’è giù.

NIKOKLEIA
Partiamo presto, per tornare verso i dintorni dell’aeroporto. Avendo precedentemente risolto direttamente per telefono (+357.26432211 o 352, opp. 99309279) il problema della prenotazione dell’ultima notte che ci aveva fatto il Tourist Board degli Agriturismi, con date sbagliate, prendiamo l’autostrada e raggiungiamo il nostro nuovo e ultimo agriturismo in campagna. Il paese è Nikokleia, ma noi saremo in un casale fuori dal paese. E’ il posto più vicino all’aeroporto che abbiamo trovato, e ci tenevamo dato che dovremo andarci presto di prima mattina per aver tempo di restituire l’auto, e fare poi il check-in.
Si tratta di Vasilias Nikoklis Inn (www.vasilias.nikoklis.com/), il posto è carino in piena campagna, tranquillo, isolato, è un casale a pietre a vista, che ha più di un secolo ed è stato restaurato benissimo. C’è un giardino, un prato attorno, un pergolato, e anche una piscinetta per l’estate. E’ in pratica un bed&breakfast gestito dalla famiglia Constantinou. Aspettiamo la signora, conversando un po’ con la domestica bulgara, e poi usciamo per usufruire di tutta la giornata.

SOTTO IL SEGNO DI AFRODITE
Ci rechiamo subito a Kuklia (ta Koùklia) per visitare l’antico santuario di Afrodite (to ierò tis Aphroditis), i cui i resti rimontano al XV secolo avanticristo. Afrodite, detta dai latini Venere, era la cipride, appunto perché nata qui (da cui l’epiteto di tanti prodotti di bellezza dell’ antichità, come la famosa polvere di Cipro, la polvere cipria). Il biglietto di ingresso all’area e al museo costa €1,70.
Il sito è vasto ed è sotto a un sole forte (sempre con carenza di ripari all’ombra e senza panchine) ma fortunatamente c’è un bel venticello dal mare vicino, e l’aria salsoiodica è piena di ossigeno. Così lo attraversiamo senza problemi, ma del santuario (Naos) è rimasto men che pochissimo, anche se si comprende che in tutta l’area c’erano templi e costruzioni.
In fondo c’è un edificio medievale che era stato il maniero dei Lusignano, da cui governavano i loro ampi latifondi, e poi fu adibito alla lavorazione del sale marino, e infine ora ospita il museo di Palaipaphos, della Pafos più antica (che dunque non era quella del sito che si visita a Pafos-bassa, che allora si chiamava nea Paphos). Un piccolo museo ma con reperti molto belli e interessantissimi.
Ci sono pezzi di epoca micenea, uno stupendo sarcofago di 25 secoli orsono in pietra calcarea, scoperto sette anni fa, con riferimenti a Omero, portando scolpite (e ancora con i colori) scene di Ulisse e i suoi compagni che nascosti sotto le pecore sfuggono a Polifemo (Odissea), e di Ajace in combattimento (Iliade), molto raro e straordinario (cfr. “Il Messaggero” del 05.09.2008). Poi un grande otre in terracotta, molto ben conservato, con decori tipo onde marine, e con incisioni sui manici di scene di caccia, che è del 1400 circa a.C., e una pietra nera impressionante, antichissima, smussata, liscia e sinuosa, che era in origine sull’altare all’aria aperta nel sito del tempio più antico ad Afrodite, sinché poi gli fu costruito attorno un riparo o cappelletta circolare, di cui si è conservato il modellino in terracotta di epoca romana.
Compriamo qualche souvenir al negozietto (che come abbiamo visto si trova ben raramente nei siti archeologici), tra cui un poster del famosissimo mosaico, ritrovato nelle vicinanze, raffigurante Leda e il cigno, (he Lida kai o kyknos). Leda era la regina di Sparta, che fu madre di Clitennestra e di Elena, ma anche dei due gemelli i Dioscuri, nati dall’innamoramento di Zeus per questa mortale, per la quale si abbassò a manifestarsi sulla Terra come cigno bianco (mio nonno Enrico, scultore bergamasco-milanese, ebbe sempre come obiettivo quello di fare una statua alla Leda, che abbozzò in creta).

PER PAESINI
Poi giriamo per alcuni paesini, come Mandrià e dintorni, carini, per dirigerci infine verso la spiaggia deserta e immensa con pochissime persone o nessuna (ma con due asini al sole), che c’è un po’ più a est.
Infine torniamo giù a Koùklia per pranzare, posteggiamo davanti a un grande pannello pasquale inneggiante al saluto del giorno di Pasqua, Christòs anèsthi, Cristo è risorto, e con davanti due enormi uova pasquali con la scritta kalà Paskha, buona Pasqua. E andiamo in una delle trattorie dietro la chiesa, che ha i tavoli all’aperto sul marciapiede, come tutte le altre, ed è proprio sull’incrocio centrale del paese. Prendiamo le solite salsine con la pità calda: formaggino piccante rosa, lo tsatsiki, e la thinà o tahini, che sono davvero molto buoni, si vede che la crema di sesamo l’hanno appena fatta. Poi io prendo un’ottima insalata dell’orto, e Ghila crocchette vegetali e un piatto di assaggini di verdure cotte, funghi, e del formaggio halloumi caldo. Pane e patatakia al forno buonissimi. Chiacchieriamo un po’ con la romena che è la compagna del giovane proprietario e vive qui da due anni.

PETRA TOU ROMIOU
Torniamo in camera all’agri, e poi nel tardo pomeriggio andiamo a Petra tou Romiou (la roccia era così chiamata in riferimento all’impero romano d’Oriente con capitale Costantinopoli) per ricordare l’eroe bizantino del VII s. d.C. Digenis Akritas. che tenne lontani i saraceni dalle coste cipriote lanciando loro contro quei grandi massi che giacciono ora in acqua.
E la bellezza emerse dalla spuma delle onde nella brezza primaverile, sostenuta su una conchiglia bivalve, è proprio qui che è nata Afrodite secondo il mito.
Ecco una Afrodite alessandrino-tolemaica, dal viso stupendo (del museo del sito):
Si tratta di una costa scoscesa con faraglioni, molto suggestiva e con un panorama veramente grandioso. Ci sono vari slarghi della strada per potersi fermare a prendere fotografie. E un parcheggio che è in assoluto il posto più affollato di pullman di turisti organizzati che abbiamo mai visto da una settimana, ma nonostante ciò merita assolutamente andarci (almeno in bassa stagione come ora). Anche qui comunque si trovano anfratti deserti e stupendi.
In uno spiazzo c’era una chiesetta ortodossa in miniatura (come già ne avevamo viste altre) che è un posto in cui poter lasciare un obolo per opere di beneficenza, o per aiutare la chiesetta suddetta.

FINALE ALL’AGRI
Torniamo all’agriturismo, e ci riposiamo sul prato, poi ci mettiamo a un tavolino a leggere. Poi a un certo punto mi ricordo, chiedo indicazioni al figlio e facciamo un salto dal benzinaio più vicino per lasciare domani l’auto col serbatoio pieno (full tank). Alle 8 la cena è pronta, la signora ci propone il kleftikò, cioè l’agnello al forno, piatto caratteristico per la Pasqua, cucinato nel modo tipico cipriota e io lo assaggio volentieri (ed è morbidissimo, non troppo saporito, e non c’era grasso), mentre Ghila prende delle fette di prosciutto saltate in padella, che erano un po’ troppo salate, e infine dello yogurt col miele e noci.
Poi ci prepara dei tramezzini da portarci via al posto della prima colazione di domattina.

13 maggio lunedì
Ci alziamo alle 5 e mezza, e andiamo a riportare l’auto, e infine saliamo in aereo e il viaggetto a Cipro è finito. Si decolla alle 7 e mezza.
Mi è piaciuto. E’ stata giusta la decisione di girare prevalentemente per paesini di campagna e di pernottare solo in agriturismi e case rustiche restaurate (poi in spiaggia ci si può andare lo stesso…).
ciao isola di Afrodite! sei proprio bella…

carlo_pancera@libero.it

Questo mio diario è presente anche in internet su:
www.viaggiareperculture.blogspot.it


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