parte prima: Armenia
parte seconda: Georgia
Parte terza: Turchia
PARTE PRIMA
ARMENIA
Erevan, 9 agosto 2006
Sono arrivato in Armenia questa
mattina con un volo da Praga; adesso sono seduto su una dura panca di legno in
un atrio che non merita l’appellativo di “hall”, osservando la cameriera del
piccolo bar rigovernare tavoli e sedie mentre aspetto che faccia giorno per
uscire dall’aeroporto e raggiungere il centro. Già ieri sera, all’aeroporto di
Praga, guardavo incuriosito gli altri passeggeri, ascoltando la loro
incomprensibile lingua, osservando i lineamenti dei genitori che controllavano
gli scatenati bambini, studiando i vestiti, gli sguardi, i volti di questo
popolo per noi così misterioso. Come sempre, l’idea di andare in un paese
pressoché sconosciuto, anche se non lontano, mi affascinava moltissimo. Durante
il mio viaggio, ai tanti che mi hanno chiesto: “Why Armenia?”, ho risposto: “Why
not?”. Sono sempre stato attratto dai paesi che non conosco. Non attratto
turisticamente, nel senso di voler visitare musei o monumenti importanti; quanto
dalle persone, dai popoli, dai volti, ognuno con la propria storia, le proprie
idee, il proprio modo di vestire, di parlare, di comportarsi. Quando vado in un
posto, cerco sempre di osservare la gente, capire come viva, quali problemi
incontri, con quale spirito e con quali mezzi li affronti.
Viaggio sempre solo, ma mai impreparato. Questa notte alle quattro, quando
l’aereo è atterrato in questo assurdo aeroporto rotondo che fa sembrare quello
di Mosca l’ultimo ritrovato della tecnologia, sono stato subito assaltato dai
taxisti che si offrivano di portarmi in città. Ma io volevo prendere l’autobus,
e sapevo che il primo partiva alle otto, così mi sono armato di pazienza e mi
sono seduto nella sala d’aspetto, facendo lentamente passare le ore e osservando
la vita intorno a me: la cameriera del bar che serve i clienti buttando ogni
tanto un occhio alla telenovela sul piccolo televisore appeso ad una parete; le
donne delle pulizie che lavano il pavimento, un gruppo di ragazzi che aspettano
l’arrivo dei loro amici, gli altri tassisti che ogni tanto si fanno avanti con
me, che rifiuto gentilmente ma fermamente nel mio russo stentato (come mi
aspettavo, sono pochissime le persone che parlano inglese) le loro insistenti
offerte.
E non sono rimasto sorpreso quando ho scoperto che non c’erano indicazioni per
la fermata dell’autobus, perché tanto questo non passava, e così ho dovuto
improvvisare e salire su un taxi collettivo spiegando a gesti che volevo essere
lasciato al capolinea della metropolitana.
Devo dire, però, che una cosa mi ha molto colpito in positivo: quando sono
andato a ritirare il mio bagaglio, alcuni addetti hanno confrontato l’etichetta
sulla borsa con quella sul mio biglietto, per essere sicuri che non mi stessi
portando via la valigia di un altro. Questo sì che è un controllo utile, e che
in nessun aeroporto, nemmeno nella tanto organizzata Europa occidentale, mi
avevano mai fatto! E’ proprio vero che in ogni luogo c’è sempre qualcosa da
imparare.
Qui tutto è così vero, genuino, ordinatamente disorganizzato. Questo posto così
lontano, almeno nell’immaginario, ed ancora immune al turismo di massa, che io
mi accingo a visitare in solitario, senza conoscere nessuno né aver prenotato
niente è davvero ciò che ci vuole per vivere un’avventura di quelle con la A
maiuscola, e non vedo l’ora di cominciare a vivere e a raccontare le mille e
mille difficoltà, persone, finestre sulla vita quotidiana che mi stanno
aspettando in questo incredibile viaggio.
La prima cosa che colpisce qui
a Erevan, capitale dell’Armenia, è il caldo. Un caldo asfissiante, soffocante,
che impedisce di respirare e spinge a cercare riparo nei molti parchi e giardini
che si trovano ovunque in città, e che almeno proteggono dal sole, ma non certo
dall’afa.
In mezzo a uno di questi parchi c’è un bar con dei tavolini, quasi tutti
occupati. Mi siedo per riprendere fiato e per mangiare qualcosa, mentre mi
guardo attorno per osservare meglio gli armeni, popolo pressoché sconosciuto da
noi. Le cameriere dai lunghi capelli scuri, prosperose e scollate, fanno
svogliatamente la spola tra i tavoli e la cucina; anch’esse sembrano patire la
calura. Quella che mi serve non capisce l’inglese, ma non è difficile ordinare
un hamburger; poi, provo ad abbozzare un “grazie” in armeno (che ho avuto
l’accuratezza di studiare prima di partire) sperando di generare un sorriso; ma
non ottengo grandi risultati.
L’afa è soffocante: nel piccolo laghetto tra gli alberi alcuni bambini stanno
facendo allegramente il bagno. Agli altri tavoli intorno a me, gruppi di
famiglie chiacchierano svogliatamente, bevendo una coca o un te freddo e stando
bene attenti a non uscire dall’ombra.
Forse è per via del caldo che Erevan è una città d’acqua: in ogni angolo ci sono
fontane che rinfrescano l’aria e permettono di dissetarsi. Piazza della
Repubblica, in centro, ne è l’emblema: due grandi getti d’acqua riempiono una
grande vasca che occupa tutto lo spazio disponibile, riflettendo i possenti
edifici che la circondano: la Galleria Nazionale, il Ministero degli Affari
Esteri, il Marriott Hotel, l’ufficio postale. Tutti costruiti intorno a questa
specie di lago per creare una vista spettacolare.
Ci sono anche delle fontanelle da cui bere; io all’inizio sono un po’ timoroso,
non so se fidarmi; ma poi, vedendo che tutti bevono senza problemi e decidendo
che non posso spendere un capitale in acqua, decido di approfittarne, tanto che
verrò qui ogni giorno a riempire le bottiglie vuote.
Dopo mangiato mi rifugio presso l’ostello, dove non c’è l’aria condizionata ma
le volonterose ragazze che lo gestiscono hanno installato dei ventilatori; dopo
qualche ora di meritato riposo, alla sera, torno in piazza a fare due passi.
Resto a bocca aperta: tutti le costruzioni sono illuminate a giorno e si
riflettono sull’acqua creando un effetto davvero magico. Potrei stare qui delle
ore ad osservare lo spettacolo, e anche gli abitanti del posto non sono
indifferenti: c’è un’incredibile affollamento di persone, soprattutto giovani,
che vengono qui a passeggiare, si siedono sulle panchine, guardano la piazza
illuminata mangiando un gelato: sembra di essere in una capitale europea tanta è
la vita notturna che ruota intorno a questa piazza. Mi piace la gente, mi piace
vedere tante persone che escono, si divertono, parlano, rendono vivo un luogo
già esteticamente bello di suo.
Anch’io mi siedo, voglio farmi un’idea di questo popolo tanto lontano, e resto a
guardare la gente che passa, soprattutto le ragazze, tutte vestite
all’occidentale con borsette eleganti e gli immancabili cellulari. Quelle più
giovani camminano a gruppi, schiamazzando allegramente; le trentenni, invece, si
accompagnano a giovani alti e robusti, con capelli cortissimi e profondi occhi
scuri.
Anche i lineamenti delle donne sono orientaleggianti, anche se non propriamente
arabici: pelle leggermente scura, grandi occhi neri ed infossati, naso appena
adunco, ed un generoso fisico che minigonne e vestiti attillati rendono molto
attraente. Ma, forse, si tratta semplicemente di essere attratti dal diverso, da
tutto ciò a cui non siamo abituati e che quindi stuzzica, a ragione o a torto,
il nostro interesse.
Proseguo
nell’esplorazione di questa città dove vivono oltre un milione di abitanti, così
a tarda sera scopro un’altra fantastica sorpresa: l’Opera. Non tanto per
l’edificio in sé (pure notevole), ma per l’enorme piazza antistante, interamente
pedonale, affollata da centinaia di giovani che passeggiano, si siedono sulle
panchine, ascoltano musica. Il retro della piazza è occupato da un altro enorme
giardino, nel quale sono stati ricavati decine di bar, ristoranti, pizzerie,
tutti all’aperto e tutti affollatissimi di ragazzi. In nessuna città avevo mai
visto un simile centro di aggregazione: camminando per i sentieri del parco
passo accanto ai vari locali stracolmi di clienti, con tavolini, fontane, musica
dal vivo, uno addirittura attrezzato con tavoli da biliardo all’aperto. E poi
gente, gente giovane: davvero incredibile la quantità di persone che vengono qui
alla sera a svagarsi, ad ascoltare musica, a baciarsi sulle panchine. Sembra che
l’intera Erevan si dia appuntamento qui alla sera, e noterò poi che ciò avviene
ogni giorno, anche nelle serate da noi più “vuote” come la domenica o il lunedì.
E’ fantastico stare in mezzo alla folla, una folla comunque ordinata, senza
risse, senza scippi, senza ubriachi, formata solo da tanti giovani che hanno
voglia di uscire di casa. Questo significa anche che, comunque, i soldi da
spendere ci sono: tutti questi ragazzi e ragazze vestiti bene, col cellulare,
che escono a divertirsi sono sicuramente sintomo di un paese con un futuro.
Certo, per strada si vedono anche mendicanti, o comunque gente che non ha niente
da fare, soprattutto donne di una certa età; ma vedere tutta questa folla di
gente serena, sorridente, fiduciosa per il presente e speranzosa nel futuro mi
rallegra. Significa che le difficoltà del passato, legate soprattutto
all’indipendenza da Mosca, sono in fase di superamento e che gli armeni hanno
davanti a loro giorni migliori di quelli che si sono lasciati alle spalle.
Erevan,
10 agosto 2006
Oggi sono andato in giro per la
città, e ne sono stato piacevolmente sorpreso. La prima cosa che colpisce è la
quantità di verde: ovunque, in centro come in periferia, ci sono parchi e
giardini dove la gente può ripararsi dal caldo, sedersi ad un tavolino, bagnarsi
nelle fontane. E per fortuna, perché dopo aver percorso un breve tratto esposto
al sole, ho dovuto sedermi a riprendere fiato, quasi spossato dalla calura che
io soffro particolarmente. Ho notato, però, che nonostante il caldo gli uomini
indossano sempre pantaloni lunghi: io, con la mia canottiera scollata e i
calzoncini cortissimi, sono continuo oggetto di sguardi curiosi. Mi sento un po’
a disagio ed inquieto, ma Ani, la graziosa receptionist del modernissimo ostello
a due passi dal centro, mi ha assicurato che la città è sicura e che non corro
alcun pericolo: ed io non ho motivo per non crederle (un minimo di incoscienza
ci vuole sempre…).
Raggiungo quindi la Cascata dove, a dispetto del nome, non si trova acqua ma
un’imponente scalinata che sale in cima ad una collina da cui si vede tutta la
città e sulla cui sommità è stato posto un glorioso monumento alla libertà. Alla
base della salita c’è un altro giardino, decorato dall’allegra statua di un
gatto gigante.
Per chi non ama faticare ci sono le scale mobili, ma io non mi perdo certo
l’occasione di farmela a piedi finché, superato da poco il cinquecentesimo
gradino, un inserviente mi ferma e mi dice che non posso proseguire: la cima si
può raggiungere solo dall’interno! Potevano dirlo subito; ma non mi arrabbio, so
che in questi paesi bisogna avere tanta pazienza…
* * *
Cerco di stare lontano dall’ostello, dove si è stabilito un gruppo di americani
chiassosi che di notte schiamazzano per i corridoi ad alta voce, mentre di
giorno occupano la sala ricreazione collegando il lettore DVD al televisore per
guardare disgustosi film dell’orrore così cammino moltissimo, a dispetto del
sole inclemente.
Passeggiando osservo che, per strada, ci sono molti poliziotti, la cui presenza
però non è asfissiante, ma tranquillizzante. Si limitano a guardarsi intorno,
soprattutto nei luoghi affollati, controllando la situazione come una madre
affettuosa controllerebbe il figlioletto che gioca nel parco. Ogni tanto si
fermano a chiacchierare con qualcuno, ma in generale non li si nota nemmeno. A
differenza dell’Italia, dove la polizia serve solo a dare le multe, qui le
persone si sentono protette, vigilate ma non sorvegliate.
In compenso, il traffico è assurdo e caotico: qui a Erevan l’unico vero pericolo
è quello di essere investiti, perché le auto fanno quello che vogliono. Cambiano
direzione all’improvviso, passano col rosso, non rispettano minimamente i pedoni
che, a loro volta, se ne infischiano del traffico attraversando come e quando
vogliono. E’ una specie di caos organizzato, in cui ognuno fa quello che vuole
ma, nonostante tutto, non succedono mai incidenti seri (almeno, io non ne ho mai
visti). Anche perché le auto non sono tante: quasi nessuno può permettersi di
comprarne una, e così il mezzo di trasporto più usato è il mashrutka: un
pulmino con una decina di posti che gira per la città caricando e scaricando le
persone, più o meno come un autobus (di cui ho visto pochissimi, sgangherati
esemplari). Non esistono fermate: ognuno sale dove vuole, semplicemente
allungando un braccio all’arrivo del mezzo; paga una tariffa bassissima, e
quando vuole scendere lancia un grido al conducente. Esistono decine di linee
diverse, ognuna col proprio percorso e un cartello esposto sul parabrezza; gli
autisti non sono proprietari dei mezzi, ma si riuniscono in cooperative con cui
possono dividersi lavoro, ricavi e costi senza farsi concorrenza. E se da un
lato questi pulmini che si fermano e ripartono all’improvviso ad ogni angolo di
strada creano non poca confusione, dall’altro aiutano sensibilmente a ridurre il
traffico, perchè con essi una persona può raggiungere qualsiasi angolo della
città, anche il più periferico, e senza dover aspettare molto poiché i
mashrutka arrivano a getto continuo. Mezzi come questi, sebbene con nomi
diversi (in generale vengono indicati come taxi collettivi), ne ho visti
dovunque, in Asia come in Africa, e non ho mai capito perché non abbiano preso
piede in Europa occidentale, dove aiuterebbero di sicuro a ridurre buona parte
del traffico urbano ed anche interurbano, dato che esistono linee dirette verso
le altre città. Forse qui la gente ha minore esigenza di spostarsi rispetto a
noi? Può essere in parte vero per le strade extraurbane, dato che quasi tutti
vivono e lavorano in città, ma per quanto riguarda la copertura urbana sarebbero
sicuramente utilissimi, veloci e comodi. Non posso fare a meno di pensare che
ciò accade perché le case automobilistiche sarebbero molto poco contente di
questa innovazione, così come la lobby dei taxisti “ufficiali”, pure anche qui
presenti, ma ai quali io evito assolutamente di rivolgermi.
* * *
In giornata mi
telefona Nana, una ragazza di Erevan che avevo conosciuto su Internet qualche
settimana prima di partire e alla quale avevo lasciato il mio numero sperando di
organizzare un incontro. Decidiamo di vederci per la cena: le lascio l’indirizzo
dell’ostello e mi preparo come si deve. Ho visto molte belle ragazze in giro per
la città, e spero che lei non sia da meno. Purtroppo resto un po’ deluso quando
la vedo: non è certo uno schianto, ma non importa: non sono venuto in Armenia in
cerca di avventure galanti, e comunque passare una sera in compagnia di una
ragazza del posto sarà sicuramente piacevole.
Passeggiamo un po’ in centro, verso Piazza della Repubblica che è il posto
migliore per rinfrescarsi. Nana non è certo una camminatrice, e coi suoi tacchi
alti procede lentamente, tanto che devo stare attento a non lasciarla indietro.
Il centro geografico della città è un grande cantiere: ci sono moltissimi
edifici in costruzione, che, come la mia amica mi spiega, sono destinati a
diventare uffici e centri commerciali. Dunque il progresso è in arrivo anche qui
a Erevan; peccato che tutti questi lavori in corso, con tanto di gru, polverose
impalcature e strade rovinate dai martelli pneumatici diano alla città un’aria
di degrado che non merita.
Dopo aver fatto rifornimento di acqua, andiamo a cena nella zona dell’opera;
nonostante siano quasi le otto, l’afa è ancora opprimente, così ci sediamo ad un
tavolo vicino ad una fontana sul cui bordo sonnecchia una tartaruga.
Nana, che parla benissimo l’inglese, mi racconta un po’ di lei: figlia di padre
russo e di madre armena, è nata a Erevan ma si considera russa a tutti gli
effetti.
“Io parlo solo in russo, – mi spiega – leggo libri russi e i miei amici sono
tutti russi. Non mi sento affatto armena, è solo il luogo dove sono nata, ma non
mi ci sento legata. La mia cultura è russa.” Di lavoro fa la traduttrice, manco
a dirlo, dall’armeno al russo.
Le chiedo cosa pensa dell’Armenia, se anche lei, come me, ritiene che il futuro
sarà positivo.
“Non so, ci sono molti problemi”. Mi dice che la disoccupazione è alta, e che i
giovani fanno fatica a trovare un impiego stabile. Ribatto di aver visto molti
ragazzi vestiti bene, con il cellulare: significa che hanno soldi da spendere.
“Il cellulare da noi è praticamente obbligatorio – mi dice lei, sorridendo –
perché i telefoni fissi non funzionano. Qui non funziona niente. La benzina
scarseggia, e per molti anni dopo l’indipendenza, non avevamo nemmeno il gas per
scaldarci d’inverno.”
Resto un po’ sorpreso: “Ma come, se ci saranno quaranta gradi!”
“In agosto sì, ma d’inverno cade un metro di neve”. Con questo caldo, mi sono
dimenticato che Erevan si trova a quasi mille metri d’altezza.
Scherzi a parte, Nana mi racconta di come l’Armenia abbia effettivamente pagato
un caro prezzo per l’indipendenza dall’Unione Sovietica. Con la sua svolta ad
occidente si è attirata da subito le antipatie di Mosca, che per prima cosa ha
chiuso tutti i gasdotti che portavano il metano dal Mar Caspio, costringendo il
paese a passare gli inverni senza riscaldamento e senza nemmeno poter scaldare
l’acqua per cucinare. Lei era una bambina allora, ma si ricorda benissimo i
tempi duri che la sua famiglia ha dovuto affrontare.
“Mio padre voleva anche andarsene, tornare in Russia, ma non poteva perché le
frontiere erano chiuse. Così siamo rimasti.” Dopo questo racconto, comincio a
guardare lei e gli altri armeni con occhi diversi.
“Non sei arrabbiata per questo? – la incalzo – Non dovresti odiare i russi?”
Nana ci pensa un po’ su, poi risponde:
“No, io non mi interesso di politica, come quasi tutti i giovani qui. Il passato
è alle spalle, ora tutti guardano al futuro”.
“E tu, come russa, sei mai stata discriminata, o trattata male dagli armeni?”
“No, - sorride – nessuno qui fa delle generalizzazioni. Certo, molti armeni non
vedono i russi di buon occhio, ma io sono sempre stata trattata come una di
loro. In fondo sono nata qui, vivo con loro, mangio con loro, solo le miei
origini sono russe, ma nessuno mi hai mai disprezzata per questo”.
Nana si accende una
sigaretta dietro l’altra mentre parla, cosa che ho visto fare a molti giovani;
un pacchetto di sigarette russe costa mezzo euro, pochissimo per noi, molto in
relazione allo stipendio medio locale.
La conversazione scivola su binari più leggeri; mostro alla mia amica la guida
Lonely Planet del Caucaso, scritta in italiano, che lei prova a leggere e a
tradurre con un discreto successo, avendo studiato anche il nostro idioma, oltre
all’inglese e allo spagnolo. Nana rimane sorpresa da come io riesca a leggere
l’armeno, una lingua indoeuropea molto particolare, che certo pochi stranieri si
preoccupano di imparare. E’ una lingua molto strana: possiede sette casi, ma un
solo genere. Il suo alfabeto, unico al mondo e completamente diverso da
qualunque altro, è stato codificato dal monaco Mesrop Mashtots agli inizi del V
secolo, principalmente allo scopo di tradurre i testi religiosi. Molti termini
derivano dal persiano, o addirittura dal sumero, quindi l’armeno è pressoché
incomprensibile per gli stranieri. Io, però, mi sono preoccupato di studiarlo un
po’, almeno per saperlo leggere, perché è sempre molto utile sapersi orientare
nelle stazioni o leggere i nomi delle strade.
Nana mi spiega che in realtà esistono due tipi di armeno: quello occidentale,
più moderno, parlato dagli armeni che vivono all’estero, nei vari paesi del
medio oriente; e quello orientale, più simile all’armeno classico, parlato nella
madrepatria. Per me, naturalmente, è impossibile cogliere la differenza, anche
se la mia amica dice che le due pronunce sono molto diverse, qualche volta
persino incomprensibili tra loro. La divisione è nata quando l’Armenia era una
nazione molto più vasta di quella attuale, e occupava buona parte di quella che
oggi è l’Anatolia turca; in seguito alle varie guerre ed occupazioni, con la
conseguente diaspora, i vari gruppi etnici si sono allontanati tra di loro e nel
tempo anche la lingua è cambiata.
Le racconto dei miei propositi di andare a sud, dove però lei non è mai stata.
Conosce solo i dintorni di Erevan, soprattutto il lago Sevan, dove in estate
moltissimi abitanti della capitale vanno a cercare un po’ di refrigerio.
“Andrai anche al lago? Sì sta bene là.” mi domanda.
“Penso di sì, ma più avanti, anche se non ho un programma dettagliato. Prima
andrò a sud, poi girerò per le montagne qui a nord”.
E’ stata anche lei sulle montagne, ma non ne sa molto. La sua vita si svolge
quasi interamente qui, nella capitale.
La mia amica ha finito le sigarette, e anche la tartaruga ha completato il suo
giro intorno alla fontana. E’ ora di andare. Arriva il cameriere, che scambia
due parole con Nana, che lo conosce bene (allora la scelta del locale non è
stata casuale!), e mi presenta il conto: dieci euro per una cena in due persone,
comprese un paio di birre a testa! Ah, Dio benedica l’Armenia…
Erevan, 11 agosto 2006
Echmiadzin è la sede della
Chiesa Apostolica Armena (l’equivalente armeno, anche se molto più in piccolo,
del nostro Vaticano). In questo luogo, nel IV secolo d.C., San Gregorio
Illuminatore fece erigere la prima Chiesa Madre dell’Armenia (Mayr Tachar),
scegliendo il posto perché gli era stato indicato da Gesù in una visione. Qui
Papa Giovanni Paolo II celebrò una messa nel 2001, e sembra che il tesoro,
custodito nel retro della Chiesa principale, contenga la punta della lancia
usata per trafiggere il costato di Gesù, che però non è visibile al pubblico.
Oltre a questa, vi sarebbero custoditi alcuni frammenti della Santa Croce e
dell’Arca di Noè.
L’Armenia è stato il primo paese al mondo ad adottare il Cristianesimo come
religione di stato, e gli Armeni sono tuttora molto credenti. In tutte le chiese
che ho visitato ho visto molte donne, anche giovani, coprirsi la testa con uno
scialle prima di entrare in Chiesa, farsi il segno della Croce a ripetizione e
uscirne poi camminando all’indietro, per non voltare le spalle all’altare.
Echmiadzin, in particolare, è un luogo fondamentale per tutto il popolo armeno
che vi si reca spesso in visita, se non in pellegrinaggio. Avendo le spalle
scoperte ed i pantaloncini corti, non mi è permesso entrare nella Chiesa
principale, così mi aggiro nel cortile reso afoso dal gran caldo mentre i
monaci, incappucciati nei loro lunghi abiti scuri e dotati di una lunga, folta,
barba si aggirano silenziosamente tra i diversi edifici. Raggiungo anche il
Monumento al Genocidio, un grande arco intarsiato costruito per ricordare il
recente passato di questo tormentato popolo.
Il complesso è molto interessante, anche se il caldo si fa sentire
costringendomi a diverse soste sulle panchine. Durate una di queste pause, mi si
avvicina una vecchietta chiedendomi la carità, dalla quale non posso esimermi:
mezzo euro per me non è niente, mentre qui una persona ci può mangiare.
Ho voluto spingermi fino ad un’altra chiesetta, quella di Santa Gayane, dove si
trova la tomba di uno dei personaggi più celebri dell’agiografia armena, che fu
ucciso insieme ad altre trentacinque ragazze per non essersi convertite al
paganesimo. La storia è questa: nell’anno 306 d.C. l’imperatore romano
Massenzio, preso il potere grazie ad una rivolta, aveva cercato una
riconciliazione verso i Cristiani, brutalmente perseguitati dal suo predecessore
Diocleziano, al punto da restituire alla Chiesa molti tesori precedentemente
confiscati. Dietro questa facciata benevola, però, si nascondeva un animo molto
meno nobile, tanto che egli faceva rapire spesso le nobildonne cristiane per
abusarne. Una di queste, Hripsime (probabile alterazione di Crispina), dotata di
straordinaria bellezza ma che conduceva vita monastica, decise di fuggire
insieme ad altre trentatré fanciulle ed alla superiora, di nome Gayane (forse
diminutivo di Gaia). Dopo varie peregrinazioni, le giovani donne giunsero nella
cristiana Armenia, dove speravano di essere al sicuro. La bellezza della giovane
Hripsime non sfuggì però all’attenzione del sovrano Tiridate, il quale fattala
venire al palazzo, la invitò a diventare sua moglie; ma la giovane, essendo
consacrata a Dio, rifiutò resistendo a tutte le offerte. Secondo la leggenda fu
ingaggiata fra i due una lotta accanita, ma Tiridate, pur essendo noto per la
sua straordinaria forza, si dovette arrendere. Egli parlò allora con Gayane,
chiedendole di convincere Hrispime a sposarlo; la superiora dapprima finse di
accettare, poi invece esortò la sua protetta a restare fedele a Cristo. Alcuni
presenti, che parlavano latino, fecero la spia col re e Gayane fu imprigionata.
Tiridate, arrabbiatissimo, ordinò quindi di ucciderla ma il boia, per un
equivoco, fece invece lapidare proprio Hripsime insieme alle sue compagne.
Quando il re lo venne a sapere, decise di far uccidere anche Gayane, intorno
alla cui tomba fu costruita una cappella poi trasformata in chiesa. Il martirio
di Hripsime, Gayane e delle altre giovani fece tanto scalpore tra la popolazione
che gran parte di essa, ancora vicina al paganesimo, decise di convertirsi alla
nuova religione.
Proprio in questa chiesa mi imbatto in un battesimo: una grande famiglia è
vestita a festa, e mentre gli anziani restano seduti fuori, nel giardino,
circondati da bambini che giocano e schiamazzano allegramente, all’interno i
genitori del battezzato osservano commossi la cerimonia, molto simile alla
nostra, che osservo da lontano senza disturbare.
Fuori dal complesso,
la solita passeggiata sotto gli alberi mi ha rinvigorito, al punto da
invogliarmi a telefonare a casa. Vedo un grande ufficio postale, e decido di
fare un tentativo. Non ho altra scelta: col mio cellulare non riesco a chiamare
verso l’estero (è la prima volta che mi succede), nonostante la rete mobile qui
sia molto efficiente, anche se un po’ cara; in Armenia, infatti, c’è un solo
gestore che, di conseguenza, può imporre i prezzi che vuole senza che gli utenti
abbiano molta scelta.
Nel grande atrio cadente c’è una vecchietta seduta pigramente ad un bancone: nel
mio russo stentato le spiego di voler chiamare l’Italia, le scrivo il numero, e
lei mi indica una scassatissima cabina dove mi dice di entrare ed attendere. Mi
ci infilo dentro, e quando il telefono squilla alzo la cornetta ma la linea
cade. Dopo diversi tentativi finalmente riesco a parlare con mia madre, anche se
la voce impiega molti secondi ad arrivare a destinazione, da una parte e
dall’altra, rendendo la conversazione molto difficile. Alla fine vado a pagare,
scoprendo che, nonostante la telefonata sia stata brevissima, esiste una tariffa
minima da sborsare.
D’ora in poi manderò solo e-mail, anche se nemmeno questo è semplice: l’accesso
Internet dell’ostello è sempre rotto, e trovare un altro Internet point
funzionante è veramente un’impresa!
* * *
Nel pomeriggio sono andato alla
stazione ferroviaria, per informarmi sugli orari e le destinazioni dei treni;
quando possibile, preferisco sempre usare questo mezzo di trasporto che mi piace
molto per la comodità, la tranquillità con cui posso guardare il panorama, la
possibilità di venire a contatto con persone con cui parlare, scambiandosi
chiacchiere, informazioni e cibarie. Inoltre è l’unico mezzo sul quale non
soffro di chinetosi, mentre ho spesso problemi di stomaco quando uso pullman,
auto e navi.
L’edificio si trova nella periferia meridionale, di fronte ad un piazzale in cui
si tiene uno dei principali mercati cittadini. Per quanto grande, la costruzione
era assolutamente deserta: biglietteria chiusa, atrio vuoto, binari
inutilizzati. Nessun passeggero, nessun treno, nessun orario. Solo un’anziana
donna delle pulizie che lavava il pavimento con uno spazzolone mi ha appena
adocchiato, quasi seccata dalla mia intrusione; per il resto, mi sembrava di
stare in un vecchio museo privato di tutti gli oggetti in mostra.
Dopo aver girovagato un po’, dando qualche occhiata agli incomprensibili annunci
esposti qua e là, destinati a chissà quali utenti, ho finalmente trovato
l’orario ufficiale: un pannello appeso sopra l’uscita che dà sui binari,
composto da quattro righe scritte a mano, divise tra partenze e arrivi. Per me
nessun treno utile: solo una connessione a giorni alterni per la Georgia, e un
paio di treni locali diretti a nord, tutti ad orari per me impossibili. Dalle
otto del mattino fino alla cinque di sera, niente. Speravo di trovare
connessioni per Sevan: negli anni dell’Unione Sovietica era stata costruita una
ferrovia che raggiungeva il grande lago e lo oltrepassava aggirandolo e
spingendosi a sud fin quasi in Azerbaijan; oggi però è stata chiusa. Dovrò
trovare un altro modo per andarci. In effetti, in Armenia (ma anche in molti
altri paesi non occidentali), il treno è un mezzo usato molto scarsamente; le
gente preferisce prendere i mashrutka, che partono a tutte le ore e ti fanno
salire e scendere dove vuoi. Oltre a ciò, la manutenzione dei binari e dei
vagoni è molto costosa, e lo stato non ha le finanze per accollarsi queste
spese; in attesa di tempi migliori, i pochi investimenti vengono fatti per il
trasporto su gomma, dove comunque i pulmini sono a carico delle cooperative, e
una strada è molto più economica da mantenere piuttosto che una ferrovia.
Ricopio comunque l’orario in caso possa tornarmi utile più avanti; mi viene un
dubbio, perché invece della parola “partenze” ce n’è una che credo significhi
“destinazioni”. Lascio la donna delle pulizie al suo lavoro e torno in ostello,
dove chiedo ad Ani una conferma sulle informazioni che ho raccolto. Quale
sorpresa mi coglie quando scopro che la ragazza non capisce il russo! E io che
mi illudevo che qui lo parlassero tutti… I giovani invece non lo studiano più,
preferendo l’inglese. Come dargli torto? Peccato però che per gli adulti sia
vero il contrario, e mettere insieme i vari pezzi in questa babele di lingue ed
alfabeti diversi sta diventando ogni giorno più difficile.
* * *
Questa sera a cena
ho incontrato dei ragazzi francesi molto gentili, con cui ho fatto subito
amicizia.
Ero andato a curiosare in una strada chiamata “strada dei barbecue” per via dei
numerosi (o presunti tali) ristoranti specializzati in khoravats, un
piatto tipico consistente appunto in una generosa grigliata di carne,
soprattutto di maiale, ma anche di manzo, vitello, o pesce.
La mia guida ne parlava bene, invece sono rimasto molto deluso: più che una
“strada dei barbecue” mi è sembrata una polverosa via periferica, soffocata dal
traffico, sulla quale si affacciano semplici (e poco puliti) baracchini che
offrono spiedini a basso costo da portar via o da mangiare in piedi, gestiti da
loschi figuri che capiscono (o fingono di capire) soltanto l’armeno. Ho scoperto
però che, non distante, anche se in un altro quartiere, c’era un localino molto
interessante che ho raggiunto a piedi passando attraverso i soliti parchi,
onnipresenti anche nei quartieri periferici: a Erevan, ovunque voi abitiate, non
sarete mai a più di cento metri da un accogliente giardino con tanto di fontane
e caffè all’aperto.
Anche il mio ristorante aveva i tavoli all’aperto, e seduti a uno di questi ho
rivisto tre ragazzi francesi (una ragazza e due maschi) che avevo già notato
qualche ora prima nell’ufficio turistico, locale semplice ma accogliente (e con
l’aria condizionata!) dove ero andato per chiedere alle attraenti ma distratte
addette alcune informazioni su possibili alloggi nel resto del paese.
Vado al loro tavolo a salutarli, e i gentili ragazzi mi invitano subito a
sedermi con loro. Dev’essere quella particolare complicità che si crea tra
backpackers, quel bisogno di trovare alleati in un paese sconosciuto, a far
sì che ogni incontro, per quanto casuale, si trasformi subito in una possibile
amicizia.
La ragazza, Corinne, è alta e magra, capelli neri a caschetto e due occhi
azzurri che ti passano da parte a parte. I ragazzi, invece, si chiamano entrambi
Jerome, il che semplifica le cose perché devo ricordarmi un solo nome. Lavorano
tutti nel settore dell’urbanistica, così approfitto subito per chieder loro cosa
pensano dell’architettura di Erevan; anch’essi, come me, approvano la presenza
del verde in ogni angolo della città. Dove abitano loro, nei sobborghi di
Parigi, tutto lo spazio disponibile è stato edificato, senza lasciare posto ad
angoli verdi; mi viene in mente come, nelle nostre città italiane, la situazione
non sia molto diversa.
Mi raccontano di aver girato l’Armenia per due settimane e di aver scoperto un
paese bellissimo, con montagne, foreste, laghi, dove la gente riesce ad essere
molto ospitale nonostante le barriere linguistiche, che costituiscono l’ostacolo
principale nell’esplorazione del paese. Mi dicono che, fuori Erevan, nessuno
parla inglese; loro non parlano russo e quindi i dialoghi spesso si sono svolti
a gesti. Ma, ovviamente, quando c’è la buona volontà tutti gli ostacoli si
possono superare, tanto che loro sono stati invitati più volte a mangiare in
case private, presso gente del posto che non incontra spesso stranieri e che
forse per questo li tratta sempre con molta ospitalità. Non vedo l’ora di
verificare quanto ciò risponda a verità.
In seguito la conversazione si sposta sui paesi che abbiamo visitato. Uno degli
Jerome ha viaggiato molto, è stato in molte parti dell’Africa e dell’Asia, e ha
anche percorso la Transiberiana fino a Pechino, attraverso la Mongolia. Per
conto mio gli spiego, senza mentire, che la Francia è il paese straniero che
preferisco, dove mi sono sempre trovato molto bene sotto ogni punto di vista:
accoglienza, paesaggi, persone. Ma quando comincio a parlare dell’Islanda subito
Corinne si agita, incalzandomi: “Racconta, racconta” mi sprona sgranando quegli
occhioni blu che mettono paura, tanto sono belli. Le racconto dei paesaggi
meravigliosi, molto selvaggi ma assolutamente incantevoli; dei fiumi guadati in
fuoristrada; dei vulcani nel cui cratere si può camminare; delle notti trascorse
negli ostelli dopo aver nuotato nelle pozze d’acqua calda; non smetterei mai di
parlare e di descrivere le mie avventure di fronte a quello sguardo magnetico,
che mi sforzo di non guardare troppo perché ho timore che non riuscirei più a
smettere di fissarlo.
La seconda birra comincia a farsi sentire, così il mio arrugginito francese si
mescola troppo spesso con l’inglese costringendomi qualche volta a delle pause
di silenzio mentre cerco le parole giuste. In una di queste pause si intromette
nella conversazione un tale, seduto con la moglie al tavolo accanto: si tratta
di Hamid, un armeno emigrato trent’anni prima in Siria dove ha imparato il
francese. La conversazione si incanala presto nei binari della politica,
argomento che per me non è di alcun interesse, per cui vengo a poco a poco
escluso dal consesso.
Hamid si sofferma molto a lungo sulla questione della diaspora armena, iniziata
nel 1915 in seguito al genocidio di massa compiuto dai turchi, i quali avevano
per gli armeni la stessa considerazione che i nazisti provavano verso gli ebrei.
Oggi sono oltre dieci i milioni di armeni che vivono all’estero, a fronte dei
circa tre rimasti in patria. Il siriano ci spiega come i paesi medio-orientali
attuino politiche molto diverse nei confronti del paese caucasico, alcune
amichevoli, altre ostili. La conversazione si è trasformata ormai in un
monologo, ma i miei amici sembrano molto interessati, soprattutto (sigh!)
Corinne che ha una nonna armena e che quindi si sente coinvolta dai fatti
narrati, intervenendo nella discussione e raccontando la propria esperienza. La
situazione mi sta sfuggendo di mano, proprio quando avevo conquistato
l’attenzione della ragazza! Dopo una buona mezz’ora di noia sono tentato di
salutare e andarmene: capisco poco di quello che dicono (parlano in un francese
molto fluente), e quel poco non mi interessa affatto, così mi limito a
sonnecchiare, sorseggiando il vino e consolandomi notando che anche la moglie di
Hamid, lasciata in disparte, sia ben poco entusiasta della piega presa dalla
serata. Decido comunque di restare: un po’ per educazione, un po’ per non
rinunciare a Corinne, un po’ perché il buon uomo ha avuto la gentilezza di
offrirci da bere (oggi cade il suo anniversario di matrimonio); così rimango
seduto ad ascoltare quello che ormai è diventato un barbosissimo monologo fino
all’ora di chiusura, quando la stremata cameriera ci porta il tanto agognato
conto. Dopo un lungo congedo di Hamid con tanto di scambio di indirizzi e-mail
(non certo il mio), finalmente riesco a riappropriarmi dei miei amici
(soprattutto dell’amica), con i quali faccio un ultima passeggiata. Uno dei
ragazzi partirà dopodomani, mentre Corinne e l’altro resteranno ancora qualche
giorno. Mi chiedono se domani sarò ancora in città, ma ho già in programma di
partire, e nemmeno lo sguardo più magnetico del mondo può vincere la mia natura
di nomade. La serata si chiude in Piazza della Repubblica, dove saluto
affettuosamente Corinne sullo sfondo dei palazzi illuminati che si specchiano
nel laghetto con un effetto che nemmeno Piazza di Spagna o Campo dei Miracoli
possono vantare.
Goris, 12 agosto 2006
“Welcome to Armenia!” mi dice
ridendo il mio vicino di posto sul mashrutka che, in teoria, dovrebbe portarci a
Goris ma che in realtà sembra non volerne proprio sapere. Il ragazzone si chiama
Armen e mastica un po’ di inglese, un aiuto prezioso in questi luoghi ed in
questo genere di situazioni. E mai come adesso ho bisogno di un appoggio.
Goris è una verde cittadina dell’Armenia meridionale, costruita intorno ad
un’oasi sperduta in mezzo ad un deserto roccioso. La città costituisce un’ottima
base per esplorare la regione, ed in particolare per visitare il monastero di
Tatev, che mi hanno detto essere magnifico e situato in una posizione davvero
spettacolare. Ma poiché la città è lontana dai principali (si fa per dire)
percorsi turistici, è visitata da pochi viaggiatori: per me, questo è certamente
un motivo in più per andarci.
Quando il mashrutka arriva alla stazione di Erevan, viene preso d’assalto dai
locali ancora prima che si fermi. Anch’io mi butto nella ressa, e riesco a
trovare posto di fianco all’autista; e accanto a me ecco sedersi Armen, con cui
faccio subito amicizia. Come tanti armeni ha i capelli scuri, tagliati corti, lo
sguardo penetrante e l’aria simpatica. Ci sistemiamo tra i piedi i bagagli e
quando il pulmino parte, alle dieci, sono molto eccitato. Fino ad ora il viaggio
è stato facile, con ostello prenotato e tutte le comodità di una città; ma ora
viene il bello. Un americano che ho conosciuto nei giorni scorsi, che vive nel
paese da alcuni anni e lavora nei corpi della pace, mi ha detto che la vera
Armenia non è Erevan, ma la provincia, la parte rurale; e io non vedo l’ora di
scoprirla, andando all’avventura (ma non allo sbaraglio). Dopo pochi chilometri
sono subito accontentato: l’autista sembra poco convinto riguardo ad alcuni
strani rumori provenienti dal motore, così decide di fermarsi in un’officina per
far controllare il mezzo. Si ferma in un cortile dove io scendo per fare due
passi, ma poco dopo il mezzo riparte con a bordo i miei bagagli e tutti i
passeggeri, lasciandomi a terra. Lo inseguo, ma per fortuna vedo che sta solo
facendo manovra per entrare in un garage. Ne approfitto per fare un giro nei
dintorni; subito dopo mi viene in mente che nella mia borsa incustodita ci sono
il passaporto e tutti i miei soldi, ma non mi preoccupo più di tanto: mi sono
bastati tre giorni per rendermi conto di come questo paese sia senza dubbio un
luogo sicuro, dove uno straniero viene guardato come un amico da conoscere e non
come un portatore di soldi da truffare o derubare. Gli armeni sono onestissimi,
ed infatti quando il mashrutka riparte, dopo quasi due ore di sosta, verifico
che nessuno dei passeggeri, che pure sono rimasti a bordo tutto il tempo mentre
i meccanici riparavano il guasto, ha toccato niente.
Percorriamo altri quattro o cinque chilometri, quindi l’autista si ferma di
nuovo. Non è convinto del mezzo, e non se la sente di imbarcarsi in un lungo
viaggio (Armen dice che ci vogliono cinque ore per arrivare); così, armeggiando
col cellulare, chiama la centrale affinché ci mandino un altro mezzo in
sostituzione. Aspettiamo quasi un’ora, sotto il sole di mezzogiorno, che arrivi
il nuovo pulmino, mentre io sono tentato di rinunciare e tornare indietro a
piedi. Ma Armen, col suo sorriso gioviale, mi convince a restare. “L’altra
macchina sta arrivando”, continua a ripetermi sorridendo, mentre gli altri
passeggeri sonnecchiano pazienti.
Finalmente arriva un nuovo mashrutka sul quale traslochiamo armi e bagagli. Il
veicolo a prima vista non sembra più affidabile del precedente, ed infatti, dopo
una sosta per fare benzina, non riparte più. Il benzinaio spinge da dietro
mentre l’autista cerca continuamente di mettere in moto, ma senza successo.
Mentre sto riflettendo su come in Italia le persone avrebbero cominciato a
protestare vivacemente e ad inveire contro l’autista, qui incredibilmente la
gente… si mette a ridere! Evidentemente sono abituati a problemi di questo
genere… E mentre mi guardo intorno, perplesso, ma sempre più contagiato da
quest’aria di serena rassegnazione, Armen mi dice: “Welcome to Armenia!”. Ma sì,
viva l’Armenia e tutti i suoi abitanti.
La strada bella, asfaltata, con
due corsie per parte è un lungo nastro d’asfalto che corre dritto in mezzo ad
una pianura verdeggiante. Raggiungiamo la città di Areni, famosa per i suoi
vigneti, i migliori del paese, e per le annesse aziende vinicole. Poi, dopo una
brusca curva, la strada improvvisamente si restringe e comincia a salire ripida.
Il mashrutka, stracarico, rallenta vistosamente e arranca a fatica mentre, tutto
intorno, il paesaggio diventa pietroso, brullo, desertico. Ora capisco perché il
viaggio richieda così tanto tempo. Anche il traffico, prima molto intenso,
diventa sempre più scarso; l’impressione di smarrimento, di isolamento nel nulla
intorno a noi è forte, e sembra davvero di dirigersi verso la fine del mondo.
Arrivati in cima ad un passo la strada scende altrettanto ripida e subito il
pulmino accelera, tuffandosi in una picchiata vertiginosa verso la valle
sottostante, tagliando curve strettissime e sorpassando alla cieca vecchi
carretti che troviamo ogni tanto sulla strada. Il viaggio procede così,
alternando faticose salite a spericolate discese, fino a quando, dopo quasi tre
ore dalla partenza, ci fermiamo in un piccolo ristorante per il pranzo.
Non so quanto resteremo fermi, così decido di non allontanarmi troppo, tenendo
sempre d’occhio il mashrutka dopo aver preso nota della targa: nel cortile,
infatti, ce ne sono molti altri uguali al mio e non vorrei ripartire su quello
sbagliato…
Il locale è piccolo ma confortevole, e soprattutto fornisce un ottimo riparo dal
sole. Vedo molti passeggeri ordinare enormi spiedini che grondano grasso da ogni
angolo, innaffiati con grossi boccali di birra. Personalmente, la corsa
mozzafiato e il caldo opprimente non mi invogliano a mangiare, così prendo solo
un succo di frutta, per poi sedermi ad un tavolo insieme ad Armen, che non parla
molto ma mangia voracemente.
Esco a fare un giro nel cortile. Alcune donne vendono frutta e verdura esposte
su cassette di legno rovesciate; accanto, una fontana da cui sgorga invitante
acqua fresca è presa d’assalto da viaggiatori che riempiono bottiglie vuote:
anch’io decido di farne scorta, liberandomi dell’acqua che avevo preso a Erevan
e che ormai è diventata brodo. Più oltre, alcune siepi molto alte sono state
ricoperte con delle frasche creando delle specie di camerette ombreggiate, dove
alcune famiglie mangiano al riparo dal sole su dei tavoli installati
appositamente.
Dopo circa un’ora di sosta ripartiamo, e il paesaggio intorno a noi diventa, se
possibile, ancora più brullo. Ogni tanto attraversiamo qualche sperduto
villaggio, costruito nei pressi delle oasi che crescono ai margini delle
pietrose montagne. Superiamo il passo Vorotan, a 2.344 metri di quota, entrando
nella regione di Syunik, al confine con l’Iran. Questa strada, l’unica della
zona, ha origine da una diramazione dell’antica Via della Seta che da Tabriz,
nell’Azerbaijan iraniano, portava verso il Mar Nero; ancora oggi si incontrano
alcuni Caravanserragli, come quello di Selim, risalenti al quattordicesimo
secolo e tuttora intatti. L’intera regione è costellata di antiche fortezze e
monasteri fortificati, costruiti intorno a minuscoli villaggi di montagna le cui
origini sembrano risalire alla notte dei tempi, e che oggi sono raggiungibili
solo in fuoristrada.
Arriviamo a Goris verso le
sette di sera. Non appena passiamo davanti alle prime case, comincia
un’interminabile serie di soste: ogni tanto qualche passeggero scende, facendo
spostare tutti per poter scaricare i bagagli; qualcun altro sale, approfittando
di un passaggio per raggiungere il centro; altre volte ancora ci fermiamo perché
l’autista deve consegnare dei pacchi ai relativi destinatari, oppure degli
scatoloni di cibo a qualche negoziante. Il mashrutka infatti funziona anche da
autobus, postino, corriere, messaggero delle ultime novità dalla capitale, e il
suo arrivo rappresenta sempre un momento di agitazione, di curiosità, quasi di
festa in un luogo tanto remoto e sonnolento.
Quando finalmente arriviamo alla stazione Anton, un quarantenne del posto che ho
conosciuto durante la sosta, si offre di accompagnarmi a cercare un albergo, ma
poi mi propone di fermarmi a dormire da certi suoi parenti che abitano in città.
Accetto molto volentieri: sono curioso di vedere da vicino come si svolge la
vita quotidiana in questo paese remoto. Anton mi accompagna in una casa antica,
molto bella, con un grande cortile interno ed una veranda al primo piano, dove
si svolge tutta la vita domestica. Vi abitano solo donne: la padrona di casa,
Pendjk, è sui quarantacinque anni, coi capelli rossi tagliati corti e uno
sguardo molto intelligente. Insieme a lei vivono l’anziana madre, la figlia Anja,
una vicina molto simpatica di nome Djanna ed una ragazza stupenda, con capelli
nerissimi, due occhi grigi da far gelare il sangue ed un nome impronunciabile
che aveva viaggiato sul mio stesso mashrutka da Erevan. Sono tutti molto
gentili, anche se non parlano inglese e mi è difficile farmi capire col mio
russo molto stentato. Mi offrono una stanzetta in parte alla veranda, con un
letto comodissimo, un tavolino ed una piccola finestra da cui la vista spazia su
un ampio pergolato da cui pendono succosi grappoli di uva bianca.
Subito mi portano da mangiare, soprattutto verdura: cetrioli, pomodori,
fagiolini, e pane accompagnato da un formaggio simile alla feta, ma molto
piccante. Da bere, l’immancabile bottiglia di vodka: questa in particolare è
stata prodotta in casa distillando la mora di gelso, frutto tipico della
regione.
Queste donne sono molto semplici e gentili, e anche curiose (penso che non
abbiano mai incontrato un italiano prima d’ora): mi fanno domande sulla mia
vita, sulla mia famiglia, su cosa ho visto dell’Armenia, se mi è piaciuto e dove
andrò in seguito. Quando chiedo il costo del soggiorno dapprima si guardano
imbarazzate, senza sapere cosa rispondere; poi mi propongono un prezzo
irrisorio, che ho quasi vergogna a pagare. Espongo anche la mia intenzione di
andare l’indomani al monastero di Tatev; la signora mi dice che c’è un pullman
ogni mattina, e che sarà lieta di accompagnarmi a prenderlo. Sono molto contento
di come stanno andando le cose: ho trovato una bella famiglia, accogliente, con
cui posso parlare e capire molto riguardo alla vita quotidiana di questa gente.
Nonostante siamo in mezzo al deserto, il clima non è caldo come a Erevan;
trovandosi in un’oasi, la zona è molto ventilata e stare seduti a parlare, al
fresco della veranda, mangiando in compagnia è davvero piacevole: le mie ospiti
mi insegnano un po’ di armeno, io condivido con loro qualche parola d’italiano.
Certo, mancano molte comodità: al mio arrivo ho potuto solo sciacquarmi la
faccia in un catino, ed il water non ha l’acqua corrente, ma bisogna riempire
una brocca nella vasca da bagno e poi versarla nella tazza; ma nonostante la
semplicità (o forse proprio grazie ad essa), questa famiglia è così gentile ed
accogliente che sono sicuro ne verrà fuori una bellissima esperienza.
Goris, 13 agosto 2006
Il monastero di
Tatev è certamente uno dei più spettacolari dell’Armenia, tanto da essere
raffigurato su tutte le cartoline illustrate e sui vari dépliant turistici. La
strada che lo raggiunge, in compenso, è terribile: non asfaltata, piena di buche
e si avvolge in stretti tornanti su cui transita una quantità di traffico forse
eccessiva per le sue capacità; sono tantissimi infatti i viaggiatori ed i gruppi
di turisti che visitano il complesso per la sua spettacolare posizione
abbarbicata in cima ad una montagna, da cui la vista spazia per chilometri sul
paesaggio sottostante. In particolare si vede benissimo la stradina che si
arrampica sulle pendici intorno alla gola del Vorotan, sulla quale arrancano
faticosamente le vecchie auto che cercano di raggiungere questo posto tanto
isolato. Ci sono arrivato in taxi, dopo aver scoperto che alla domenica non ci
sono mezzi di trasporto pubblici e avendo contrattato con l’autista un prezzo
comunque esorbitante (più di quello che pago per mangiare e dormire due notti in
casa di Pendjk).
Il complesso, risalente al IX secolo, è formato da due chiese principali
realizzate in pietra, molto semplici, ed una fortificazione in muratura su cui è
possibile camminare ed osservare le montagne intorno a noi. Ci si sente quasi
sospesi nell’aria, a picco sul grande canyon sottostante, che serpeggia a
perdita d’occhio tra le alte montagne.
Anche qui trovo una messa al mio arrivo, così non posso aggirarmi molto a lungo
dentro la chiesa. Non importa: questi monasteri sono tutti molto semplici, e
spesso la parte più interessante non è l’interno degli edifici ma loro
posizione; peccato solo per la grande gru da costruzione, piazzata proprio in
mezzo al cortile, che rovina l’atmosfera.
In compenso posso ammirare una quantità incredibile di belle ragazze, tutte
armene, che sono in gita qui e che valgono da sole questo viaggio. I tratti
somatici sono quelli già visti a Erevan: lunghi capelli neri corvini, occhi
penetranti, lineamenti severi ma che possono addolcirsi in un ampio sorriso,
fisico asciutto e prestante. Ne vedo diverse, una più bella dell’altra,
aggirarsi tra gli edifici scattandosi reciproche fotografie sul muro di cinta o
acquistare souvenir dall’immancabile chiosco gestito dai monaci. Devo dire che
la bellezza degli armeni (e delle armene) è pari alla loro cortesia, e anche se
non riesco a comunicare molto sono contento di guardarli e di osservare la
spensieratezza e l’ottimismo stampato sui loro volti, anche in questi tempi
difficili.
Al pomeriggio ritorno a Goris, dove posso comodamente chiacchierare con Pendjk
per saperne di più sulla sua vita e su quella degli innumerevoli ospiti che
vanno e vengono dalla casa a getto continuo, forse anche incuriositi dalla mia
presenza. In particolare l’onnipresente Djanna, una simpatica signora sulla
sessantina, con folti capelli rossi e occhialini da maestra, mi racconta la sua
storia: ha insegnato lingua e letteratura farsi all’università di Erevan per
trentotto anni insieme a suo marito, docente di tedesco. Ha fatto anche la
redattrice, così mi sembra di capire, in un giornale locale scritto anch’esso in
farsi. Questa lingua è piuttosto diffusa qui: in effetti la frontiera con l’Iran
è a soli 60 km in linea d’aria, anche se la tortuosa strada ne impiega quasi 200
per raggiungerla.
Mentre parliamo, Djanna mi offre delle zucchine che ha preparato lei stessa,
molto più buone di quelle a cui sono abituato in Italia (che non mi piacciono
affatto) e delle quali mi spiega la ricetta: prepara un pesto di aglio, aceto e
nocciole, poi lo versa sulle zucchine tagliate a fette sottili e cotte alla
griglia. E’ quasi ammirevole la pazienza che mette nel cercare sul mio
dizionario tascabile i nomi di tutti gli ingredienti, in modo che io possa
comprenderli.
Nell’arco della
giornata, seduto al tavolo in veranda, posso osservare scene d’altri tempi: la
figlia maggiore (che avrà una ventina d’anni) fa il bucato, china su di un
catino appoggiato in terra: insapona i panni, li risciacqua, infine li appende
al filo steso sul cortile. L’altra ragazza (quella mora, bellissima ma molto
scontrosa, e con cui non sono mai riuscito a parlare) prima ripara una tenda che
si era strappata dal sostegno, poi (incredibile!) cambia una lampadina: non
avevo mai visto una donna farlo. Nel frattempo l’anziana nonna, seduta su una
sedia a dondolo, ripara una scarpa a cui si era staccata la suola. Mi sembra di
essere tornato indietro nel tempo di almeno cinquant’anni. Faccio notare a
Pendjk come in Italia le ragazze (almeno quelle che conosco io) siano molto
diverse: sono capaci solo di parlare al cellulare e di fare shopping nei centri
commerciali.
Mostro alle donne le foto che ho scattato finora, facendole scorrere sul display
della mia macchina fotografica digitale. Ci soffermiamo a parlare di Nana, della
quale vogliono sapere tutto; poi guardiamo insieme le immagini di Erevan, di
Echmiadzin, e della riserva naturale di Spendaryan che ho attraversato durante
il viaggio di andata. Alla fine chiedo di poterne scattare qualcuna insieme a
loro: accettano volentieri, anche se la nonna scherza, fingendo di lamentarsi
perché non ha il tempo di acconciarsi i capelli a dovere… Mi faccio dare anche
il loro indirizzo, con la promessa di spedir loro dall’Italia le foto una volta
sviluppate. E alla fine del pasto, di nuovo a base di pane, formaggio, verdura e
vodka, mentre le ragazze sparecchiano, Pendjk mi offre degli strani semi, simili
a pistacchi, che tutti mangiano avidamente dopo averli sbucciati uno per uno,
con molta pazienza. Notando il mio sguardo perplesso, la signora cerca a lungo
di spiegarmi di cosa si tratti, poi va in cucina e torna mostrandomi una
bottiglia di olio di semi. Ora capisco: sono semi di girasole tostati,
specialità che io non conoscevo ma di cui gli armeni sembrano andare ghiotti.
Nel pomeriggio vado
a fare un giro in città. Non è particolarmente interessante: una griglia di
strade orizzontali e verticali, tutte in saliscendi, ai cui bordi ci sono basse
costruzioni silenziose, all’apparenza disabitate. Il traffico è scarsissimo, e
anche le vie sono deserte; vedo solo un gruppo di bambini intenti a giocare a
pallone nell’immancabile parco, che al mio passaggio mi salutano con un gesto
della mano. Camminando, incontro due ragazze che mi chiedono il nome e si
fermano a chiacchierare qualche minuto. Ne approfitto per chiedere loro se in
città ci sia un Internet point, dato che quelli segnalati sulla LP non esistono
più. Mi dicono di sì, e mi spiegano la strada per trovarlo. Prima di andarci, mi
spingo alla periferia orientale, dove in lontananza si possono vedere alcune
grotte scavate nelle formazioni rocciose circostanti: si tratta della vecchia
Goris, i cui abitanti già nel V secolo vi si rifugiavano a depositare le scorte
di cibo o a nascondersi dagli invasori. Mi riporta alla mente le case troglodite
di Matmata, in Tunisia, forse più spettacolari ma altrettanto affascinanti.
Vorrei visitarle da vicino, ma il sentiero che le raggiunge è lungo e ho paura
che nel frattempo diventi buio, così rinuncio.
Visto che a tavola si beve solo vodka, sulla via di casa mi fermo in un
negozietto a comprare un paio di bottiglie d’acqua. Quella gasata è molto buona:
si chiama Djermuk, dal nome del paese, non lontano da qui, dove si trova la
fonte principale dell’Armenia, a oltre duemila metri d’altezza. Me le vende una
ragazza molto carina: sembra che la città sia abitata solo da donne.
Dopo cena, nella
tranquillità della sera, i bambini giocano per strada (!), e si sentono
addirittura le voci dei passanti: qui il transito di un’automobile rappresenta
quasi un evento, tanto che la gente si sporge dal terrazzo per guardarla
passare…
Erevan, 14 agosto 2006
A causa della mia natura
romantica non mi sono mai piaciuti gli addii, perché tendo a commuovermi troppo,
e faccio di tutto per renderli il più brevi e sbrigativi possibile. Così, al
mattino presto, cerco di dileguarmi zaino in spalla, ma la nonna è così lesta da
intercettarmi e da chiedermi di restare a colazione. Cerco di rifiutare, perché
il mashrutka per tornare a Erevan parte tra poco e non posso permettermi di
perderlo, ma l’insistenza della signora è tale che mi convince a trattenermi.
Mangio qualcosa velocemente, quindi schizzo alla stazione preparandomi alla
solita lotta corpo a corpo per accaparrarmi un posto; invece, scopro con stupore
che esiste una biglietteria dove rivolgersi (l’uso di un mezzo pubblico presenta
ogni volta delle sorprese!). Bene, penso: non dovrò lottare per avere un posto;
ma quando entro per comprare il biglietto, scopro che il pulmino è già al
completo. Quello successivo partirà alle 10, quindi (in teoria) dovrebbe
arrivare a Erevan alle 15: un po’ tardi per andare direttamente al lago Sevan,
la mia prossima destinazione; mi hanno detto che in agosto le sistemazioni
intorno al lago sono piene, quindi decido che, giunto a Erevan, telefonerò a
qualche residence per sapere se hanno posto. Alla peggio passerò la notte in
città.
In ogni proverbio c’è sempre un
fondo di verità. Uno dei miei preferiti recita: “Non tutto il male vien per
nuocere”, e calza a pennello con la mia tranquilla natura di ottimista,
indispensabile ad ogni viaggiatore indipendente. E infatti anche questa volta si
concretizza: mentre aspetto il mashrutka successivo vedo avvicinarsi una coppia
di backpackers, chiaramente occidentali, con i quali vado subito a fare
amicizia. Sarà un altro viaggio in buona compagnia.
Erik e la moglie Trish vengono da Amsterdam, e stanno girando l’Armenia già da
tre settimane. Il fratello di lei ha sposato una ragazza armena (come dargli
torto?), e loro due sono stati invitati a partecipare al matrimonio, i cui
festeggiamenti sono durati una settimana. In seguito sono ripartiti per visitare
il paese, e ora stanno tornando a Erevan per trascorrere con la nuova famiglia
gli ultimi giorni prima del ritorno a casa. Ci sediamo vicini, anche se è
difficile parlare tra i continui scossoni, il rumore del motore e la cassetta di
musica araba che l’autista fa andare a palla nell’autoradio. Ho notato che qui
in Armenia questo genere di musica, di probabile provenienza iraniana, è molto
più ascoltata rispetto al rock russo, che io ritenevo più diffuso ma che invece
è molto lontano dalla cultura locale. Comunque, dopo neanche un’ora i due ne
hanno abbastanza della stordente nenia che ci tocca sopportare, così tirano
fuori i loro i-pod nuovi di zecca e cominciano a selezionare canzoni
occidentali, sperando che possano dare un po’ di sollievo ai loro padiglioni
auricolari.
La sosta per il pranzo avviene presso lo stesso ristorante dove il mashrutka si
era fermato anche all’andata. Con i miei nuovi amici mi siedo ad uno dei tavoli
ombreggiati dove ci scambiamo le scorte di cibo e mangiamo della squisita frutta
fresca appena acquistata da una delle venditrici locali.
Ne approfitto per chiedere loro informazioni su Tbilisi, la capitale della
Georgia, che intendo raggiungere tra qualche giorno e che non gode affatto di
una buona reputazione. I due olandesi confermano i miei sospetti:
“Ci siamo stati qualche giorno fa, - mi racconta la ragazza – e l’atmosfera non
è certo tranquillizzante: ovunque ci sono mendicanti, e anche molti zingari,
tanto che quasi tutti i negozi hanno guardie armate all’ingresso.” La guardo un
po’ preoccupato, mentre lei continua: “A noi personalmente non è successo
niente; comunque penso che sia meglio non andare in giro dopo il tramonto”.
A sentire questa descrizione, penso che mi fermerò a Tbilisi il meno possibile.
Solo un’altra volta, nell’arco di tutti i miei viaggi, sono capitato in una
città con le guardie armate fuori dai negozi, ed è stato anche l’unico luogo in
cui sono stato aggredito… ma questa è un’altra storia.
Intanto, il viaggio sul
mashrutka riprende, ed i passeggeri non si annoiano di certo: in salita il
pulmino va pianissimo, ma in discesa l’autista si scatena in sorpassi senza
paura (da parte sua, almeno), curve cieche completamente tagliate invadendo la
corsia opposta, improvvisi zig-zag per evitare le buche; il tutto, ovviamente,
tenendo il cambio in folle per risparmiare benzina (Erik mi confessa che,
durante il viaggio di andata, il loro mashrutka era rimasto a secco e hanno
dovuto stare fermi per ore sotto il sole ad aspettare i rifornimenti). Il mio
nuovo amico concorda con me su come sembri di stare sulle montagne russe, a
parte le trascurabili differenze di non avere binari e di dover continuamente
evitare le auto che arrivano dal senso opposto (o anche trattori, carri trainati
da cavalli, sghangherate autocisterne piene di benzina, e tutto ciò che
l’immaginazione dell’uomo è in grado di mettere su ruote). Nelle curve più
strette, mentre cerchiamo di aggrapparci agli schienali dei sedili di fronte a
noi per non rovinarci addosso l’un l’altro, ci consoliamo contando sul fatto che
l’autista conosca la strada, visto che la percorre tutti i giorni, e che nemmeno
lui, tutto sommato, ci tenga a schiantarsi. Anche i tentativi di Trish di
fotografare il maestoso monte Ararat, che per lunghi tratti possiamo ammirare in
tutta la sua grandezza, con la cima sempre coperta di neve, sono destinati a
fallire miseramente. Tiriamo tutti un gran sospiro di sollievo quando arriviamo
a Erevan sani e salvi; ma la soddisfazione dura poco perché, non appena apriamo
lo sportello per scendere, la terribile afa della capitale ci toglie subito il
fiato facendoci rimpiangere la frescura di Goris.
Saluto i miei amici che, come
tanti altri prima e dopo di loro, hanno fatto parte della mia vita per poche ma
serene ore, e affronto il problema successivo: trovare un posto per la notte.
Faccio diverse telefonate ai resort sul lago, ma sono già tutti al completo:
dovrò restare in città. Purtroppo scopro che anche il mio ostello è pieno; dovrò
arrangiarmi in qualche altro modo. Sembra che ci siano degli affittacamere in
città, dove forse posso trovare un letto a basso prezzo: tenterò questa strada.
Per i viaggiatori indipendenti come me, ogni giorno è una battaglia per la
sopravvivenza: bisogna trovare un letto dove dormire, bisogna mangiare, bisogna
prendere i mezzi pubblici nella giusta direzione, e tutto in luoghi dove
comunicare con la gente può risultare molto difficile, se non impossibile.
Bisogna capire di chi fidarsi e di chi no, distinguere tra quelli che ti
vogliono aiutare e chi ti vuole derubare… Ma senza queste continue battaglie,
senza questa giornaliera lotta per soddisfare i bisogni primari, nella quale
possiamo contare soltanto su noi stessi, la nostra vita non sarebbe affatto
degna di essere vissuta. E quando alla fine torniamo a casa, dove ritroviamo un
letto caldo, l’acqua corrente, il frigorifero pieno, riusciamo ad apprezzare
molto di più tutti questi beni che diamo troppo spesso per scontati, ma che in
realtà non lo sono affatto.
Ijevan, 16 agosto 2006
Dal grande terrazzo della casa
di Gyulnara la vista è spettacolare, e spazia sull’intera valle del fiume
Aghstev. Si vede anche la città vecchia, sull’altra sponda, mentre le verdi
montagne circondano l’intero panorama come la degna cornice di un quadro
naturalistico. Qui al nord la calura di Erevan è un lontano ricordo, ed è molto
piacevole stare seduti a chiacchierare lasciandosi accarezzare dalla brezza
della sera. Sono d’accordo anche Bert e Julia, due olandesi anch’essi ospiti in
questa grande casa costruita su una collina; oggi sono andati a visitare la
locale azienda vinicola, dove hanno comprato una buona bottiglia di vino bianco
che stiamo sorseggiando, mentre il sole pian piano tramonta oltre le cime di
fronte a noi, colorando la valle col classico colore rosso sfumato. Gyulnara,
una signora sulla cinquantina, molto attiva e chiacchierona, ci ha preparato
un’ottima cena a base di pizza gigante, verdure e alcuni pezzi di carne conditi
con una salsa molto piccante. E’ la prima volta che mangio la carne in una casa
privata: qui è un alimento che pochi possono permettersi. Il tutto è
accompagnato da una strana bevanda verde, probabilmente un liquore a base di
erbe, molto forte, quasi imbevibile.
Ijevan è una
sonnolenta cittadina costruita nei boschi dell’Armenia settentrionale, animata
soltanto dal grande mercato coperto intorno al quale ruota la vita quotidiana.
In effetti, il nome stesso della città significa “locanda”, e mostra come questo
luogo sia sempre stato considerato una tappa di sosta per le carovane dirette in
Azerbaijan. Quando sono arrivato, stamattina, mi sono sentito completamente
disperso; ho provato quella bellissima sensazione di smarrimento, di
disorientamento che ti colpisce sempre quando arrivi in un luogo sperduto, dove
non conosci nessuno, nessuno parla la tua lingua, non sai orientarti e fai
appello a tutte le tue energie interiori perché comunque, in un modo o
nell’altro, devi arrivare al giorno dopo. Una sensazione che non cambierei con
niente al mondo.
In Armenia, dopo l’indipendenza, moltissimi nomi delle strade sono stati
cambiati, sostituendo i personaggi dell’epoca sovietica con nomi di patrioti o
di famosi personaggi locali: in ogni città piazza Stalin è diventata piazza
dell’indipendenza; viale della rivoluzione è ora viale Mesrop Mashtots, e così
via. Gli abitanti, però, non hanno percepito queste modifiche, e continuano a
chiamare le vie con i nomi vecchi. Così chiedere a qualcuno dove si trovi una
certa strada è assolutamente inutile, a meno che non se ne conosca anche il nome
precedente, che però le guide non riportano; comunque spesso anche questo
sarebbe uno sforzo vano. E’ molto più semplice dire nome e cognome della persona
cercata: nelle città piccole tutti conoscono tutti, e questo è l’unico modo
sicuro per essere indirizzati nella giusta direzione:
“Dove vive Irina Kosharyan?”
“In fondo alla strada vai a sinistra, prendi la prima a destra dopo il ponte,
quindi cerca la terza casa, quella con le tende rosse”, e così via.
Solo che io non cerco nessuno in particolare, ma soltanto l’ufficio turistico;
vengo così indirizzato all’ufficio postale, classico punto di riferimento per i
forestieri, dove spiego che il posto che cerco si trova accanto al teatro. Per
mia fortuna trovo una signora che sta andando da quella parte ed è così gentile
da accompagnarmi. E’ stato in questo ufficio che una zelante impiegata mi ha
trovato sistemazione presso la casa di Gyulnara, una elegante villa a due piani
costruita sulle pendici di una collina. Al piano superiore, quello per gli
ospiti, c’è un’enorme sala da pranzo su cui si aprono diverse camere da letto,
con un grande balcone che dà sulla valle e anche la TV satellitare; sembra quasi
una sistemazione lussuosa, fino a quando, stanco e sudato, vengo a sapere che in
bagno l’acqua manca del tutto durante il giorno…
Bert insegna inglese
a Rotterdam, mentre Julia è architetto. Lui è decisamente brutto: altissimo e
magrissimo, con folti capelli bianchi che lo fanno sembrare più vecchio di
quanto in realtà non sia, compone decisamente una strana coppia con la moglie,
una ragazza minuta e carina, con due occhi verdi incastonati in un caschetto di
capelli rossi, e un sorriso molto accattivante. Hanno girato il Caucaso per un
mese, e tra pochi giorni ritorneranno in Olanda. Mi confermano come gli Armeni
siano gentili e disponibili, e come anche qui al nord, sebbene sia difficile
muoversi con i mezzi pubblici, abbiano sempre incontrato persone pronte ad
aiutarli senza chiedere soldi. In mattinata hanno visitato alcune antiche chiese
nei dintorni, molto belle ma anche molto isolate, e non hanno avuto alcun
problema nel trovare passaggi in auto. Questa disponibilità disinteressata della
gente è, finora, ciò che più mi è piaciuto di questa nazione. Non ho mai avuto
l’impressione di essere oggetto di attenzioni “particolari”, o tantomeno di
trovarmi in pericolo, nemmeno questo pomeriggio quando ho visitato la squallida
e degradata zona vecchia della città, composta da polverosi edifici
semiabbandonati in cui sembravano abitare più cani che uomini.
Mentre parliamo, chiedo loro qualcosa su Tbilisi, che hanno visitato un paio di
settimane fa; purtroppo le notizie non sono rassicuranti.
“E’ un brutto posto, – mi conferma Bert - pieno di mendicanti, anche se è
migliorata rispetto a tre anni fa, quando le persone andavano in giro armate”.
Non so se sentirmi rassicurato o preoccupato. “A noi non è successo niente di
brutto – aggiunge la moglie – ma abbiamo saputo di un turista che, in piena
mattina, è stato assalito e picchiato da un gruppo di giovani nel parco Vake.
Per fortuna i passanti sono accorsi ad aiutarlo.” Credo che la mia permanenza a
Tbilisi sarà brevissima.
I due olandesi mi
chiedono del lago Sevan, dove sono stato ieri. Si tratta di un enorme bacino, a
1900 metri d’altitudine, posto circa a metà strada tra qui e Erevan. In estate,
e soprattutto la domenica, le sue rive sono molto affollate dagli abitanti della
capitale, che vi si recano a cercare refrigerio dalla opprimente calura. In
effetti l’acqua è molto pulita, ci sono spiagge libere e aree di campeggio. I
bambini, muniti di braccioli e salvagente, nuotano vicino alla riva, sotto
l’occhio vigile dei genitori, mentre più oltre tavole da windsurf si muovono
eleganti all’orizzonte. Mentre passeggiavo, sono stato invitato ad unirmi ad un
succulento barbecue che una famiglia aveva organizzato sulla spiaggia:
l’ennesimo bell’esempio dell’ospitalità locale. Ho rifiutato solo perché avevo
poco tempo, mentre sapevo che, se mi fossi seduto, poi sarebbe stato molto
difficile andare via.
Salendo sulla collina adiacente al lago si trova l’immancabile monastero,
anch’esso meta di carovane di turisti organizzati (ho incontrato perfino degli
italiani, da cui mi sono tenuto bene alla larga) che possono acquistare souvenir
dai venditori locali. La mia attenzione è stata attratta da un anziano signore,
con barba e capelli bianchi, seduto in parte alla scalinata che porta alla
vetta, che vendeva quadretti dipinti a mano raffiguranti il paesaggio lacustre.
Ne ho comprato uno per mia madre (l’unico regalo che porterò a casa), e sono
rimasto un po’ spiazzato quando l’uomo mi ha chiesto venti euro; ma ho deciso di
comprarlo comunque: per me non è una gran cifra, mentre sono convinto che possa
essere di grande aiuto per le persone della generazione passata, che ne hanno
viste fin troppe nella loro vita.
Oltrepassato il monastero, ho camminato fino all’altro versante della collina,
da dove si gode di una splendida vista del lago, che è tanto grande da non
vederne la fine (nel punto più largo misura 80 km). Ho notato che molti alberi
erano completamente ricoperti di fazzoletti o stracci colorati, annodati
fittamente intorno ai rami. Ho chiesto spiegazioni ad una ragazza che vendeva
souvenir accanto al monastero, che mi ha spiegato che questi nodi vengono fatti
dagli zingari del posto, perché secondo loro tale usanza porta fortuna e
fertilità.
Mentre parliamo, a
casa di Gyulnara arrivano altri ospiti. Sono Thomas e Martin, due ragazzoni
austriaci amanti della bicicletta che hanno trasportato i loro mezzi in aereo
fino a Erevan e ora stanno pedalando per tutta l’Armenia. Alla media di
centoventi chilometri al giorno hanno fatto il giro di tutte le province del
nord, e ora stanno ritornando verso la capitale dove tra qualche giorno li
aspetta il volo di ritorno. Resto molto sorpreso dal loro coraggio: finora
infatti non avevo ancora visto, in nessuna città, né biciclette né motorini. A
parte lo stato scadente in cui versano le strade, è lo stile di guida degli
automobilisti ad impensierirmi. Infatti i guidatori armeni considerano i mezzi a
due ruote come “inferiori”, e quindi non li rispettano minimamente. Un’auto non
si sognerebbe mai di fermarsi per dare la precedenza ad una bici,
indipendentemente dalla segnaletica: sarebbe un’umiliazione eccessiva anche per
i tranquilli caucasici. Ripenso al traffico caotico di Erevan, dove le auto
scartano continuamente a destra e sinistra senza guardarsi prima intorno; ai
camioncini col carico che sporge pericolante dai cassoni e che ogni tanto si
rovescia sugli incolpevoli passanti; alle strade di campagna, prive di guardrail
e spesso usate dalle mucche come pascoli improvvisati. Ci vuole davvero un bel
coraggio (e anche un po’ di incoscienza) a decidere di trascorrere una vacanza
pedalando per questi luoghi!
Mentre Thomas, che parla bene il russo, sta contrattando con Gyulnara il prezzo
dell’alloggio e cercando di capire se e quando ci sarà l’acqua per lavarsi,
chiacchieriamo un po’ con Martin, che ci ha raggiunti sul terrazzo. Insegna
matematica in un liceo alla periferia di Vienna, e sono curioso di sapere se
anche lì si sia creata la stessa società multirazziale delle scuole italiane. Il
ragazzo mi conferma che anche nelle sue classi, come in quelle di tutta
l’Austria, ci sono studenti di pelle e religione diversa, ma che tutto sommato
riescono a convivere pacificamente. In molti istituti i viennesi sono ormai una
minoranza, e la presenza di ragazzi africani, asiatici, sudamericani e slavi è
una realtà ormai consolidata, a cui tutti si sono abituati senza problemi. Mi
riesce difficile pensare che una simile babele non crei alcun attrito, così
cerco di approfondire la questione:
“Ma tu come fai a farti capire? Parlano tutti il tedesco?”
“Quasi tutti. Molti ragazzi vengono da famiglie di immigrati che vivono a Vienna
da un paio di generazioni, e quindi hanno dovuto imparare il tedesco per forza,
anche se tra di loro continuano a comunicare nella loro lingua. Gliela insegnano
i genitori, e possono anche studiarla nelle loro scuole serali”.
Ho sempre apprezzato le comunità di immigrati che, pur vivendo in un paese
straniero da diverse generazioni, e rispettandone le leggi, continuano a
tramandare al loro interno la lingua, i costumi, le celebrazioni. Penso sempre
agli italo-americani che ogni tanto si vedono in televisione, magari
intervistati per qualche motivo nei telegiornali, che non capiscono una parola
di italiano. Ritorno a chiedere a Martin:
“In aula non hai mai avuto problemi, casi di razzismo tra gli studenti?”
“No, le comunità sono amalgamate bene, almeno in periferia. Magari in centro,
dove gli austriaci sono ancora la netta maggioranza, può succedere che gli
stranieri siano visti male. Ma nell’hinterland le scuole sono tranquille.”
“Quindi riesci a gestire la classe da solo.”
“Certo che no - mi guarda un po’ sorpreso della domanda, come se gli avessi
chiesto se in Austria sono già atterrati i marziani - . In ogni aula ci sono
sempre due insegnanti: uno principale, che insegna la propria materia, e uno di
sostegno per aiutare gli studenti stranieri, favorire l’integrazione. Un maestro
da solo non ce la farebbe”.
Mi rendo conto che in fondo il suo lavoro non è così facile come sembrava
all’inizio. Mi domando se il suo stipendio sia all’altezza, e quando chiedo a
Martin quanto guadagna, resto sconcertato. Sono sicuro che io, laureato in
Ingegneria delle Telecomunicazioni ed ex capo-progettista presso una grande
multinazionale del settore, non avrei raggiunto la sua paga nemmeno dopo molti
anni e diversi scatti di stipendio. E lui è solo un insegnante di liceo!
L’Europa sarà anche una Comunità, ma la qualità della vita è ancora molto
diversa tra uno stato e l’altro.
Il vino di Bert è
finito; fuori ormai è buio, e mentre raccolgo il bucato che ho steso ad
asciugare mi accomiato dai miei amici, che domani proseguiranno verso ovest.
Chissà, forse ci rivedremo ancora.
Ijevan, 17 agosto 2006
Forse non tutti lo sanno, ma
l’Armenia è un paese in guerra. Da oltre quindici anni combatte una “guerra non
dichiarata” contro lo stato vicino dell’Azerbaijan, un conflitto che ha causato
oltre centomila morti più una quantità incalcolabile di profughi, di senzatetto,
di disperati. L’oggetto della contesa è un piccolo territorio chiamato
Nagorno-Karabakh, nome che significa “giardino nero montagnoso”. Questo giardino
è ancora oggi teatro di scontri tra due eserciti, ma soprattutto tra due
ideologie, che non hanno proprio niente in comune.
In origine la zona era abitata dagli Azeri (così si chiamano gli abitanti dell’Azerbaijan),
i quali la considerano la culla della propria cultura e civiltà. Nel XII e XIII
secolo, però, il Caucaso fu occupato da molti popoli diversi: turchi, arabi,
mongoli si contesero queste terre a furia di assedi, battaglie e distruzioni.
Per scampare a queste continue invasioni, gli armeni fuggirono dalle pianure
dove abitavano e si rifugiarono su questi altopiani poco popolati, diventando
ben presto l’etnia principale. Poi venne l’Unione Sovietica, e Stalin, nel
tentativo di amalgamare i vari popoli caucasici, assegnò il Nagorno-Karabahk, a
stragrande maggioranza armena, all’Azerbaijan; quest’ultimo inviò subito
migliaia di coloni ad occupare i territori riconquistati, dove gli armeni
avevano costruito villaggi, chiese, monasteri.
La convivenza tra i due popoli non fu affatto semplice. L’Armenia va fiera di
essere stata la prima nazione al mondo ad adottare il Cristianesimo come
religione di stato: tale conversione risale, infatti al 301 d.C., dodici anni
prima dell’editto di Milano con cui l’imperatore Costantino adottò la stessa
religione nell’Impero Romano; tanto è vero che questo paese viene anche chiamato
“la culla della cristianesimo”. Gli azeri, invece, sono musulmani sciiti, e, per
quanto moderati, hanno sempre mal tollerato la convivenza forzata con gli
scomodi vicini. La situazione rimase, per così dire, pacifica fino al crollo
dell’Unione Sovietica; in seguito, venuta a mancare un’autorità superiore che
tenesse la situazione sotto controllo, la regione è esplosa come una pentola a
pressione lasciata sul fuoco troppo a lungo. La piccola repubblica del
Nagorno-Karabakh si è subito dichiarata indipendente, cercando però l’amicizia
dell’Armenia. L’esercito azero, appoggiato dalla Russia, intervenne subito a
difesa della propria gente, bombardando senza tregua Stepanakert, la piccola
capitale; il governo di Erevan rispose inviando il proprio esercito, e per
cinque anni, dal 1989 al 1994, questa fu terra di nessuno: città e villaggi
venivano ripetutamente bombardati, occupati e riconquistati ora da una fazione,
ora dall’altra. Fu la ritirata dei russi a decidere le sorti del piccolo paese:
la controffensiva armena costrinse gli azeri a fuggire, e anche la popolazione
civile fu scacciata dalle proprie case e costretta a fare ritorno in Azerbaijan.
Oggi la situazione è più tranquilla, ma non ancora rappacificata: ogni tanto si
registrano scontri armati nella striscia al confine e molte zone sono ancora
off-limits per i civili. Politicamente il Nagorno-Karabakh si ritiene
indipendente, anche se l’Armenia lo considera una parte di sé mentre sugli
atlanti è ancora assegnato all’Azerbaijan. Erik e la moglie, i due olandesi che
avevo conosciuto al ritorno da Goris, lo avevano visitato, dicendo che il paese
(almeno nella parte orientale) era sicuro, anche se poverissimo. Io non avevo il
necessario visto (quello armeno non è valido, e anzi bisogna procurarsene uno
nuovo prima di rientrare in Armenia) e ho rinunciato; oltretutto l’Azerbaijan
potrebbe essere una delle mie prossime mete, ma ne è vietato l’ingresso a
chiunque abbia il visto del Nagorno-Karabakh sul passaporto. Ciò nonostante, ho
potuto constatare gli effetti della guerra anche qui al nord.
Lo scontro militare, infatti, si è rapidamente esteso su tutto il lungo confine
tra i due paesi, e se ne trovano ancora segni evidenti anche qui, nella montuosa
regione settentrionale del Tavush. Thomas e Martin mi hanno raccontato di aver
pedalato ieri lungo una strada che passa vicino al confine, una ventina di
chilometri ad est di Ijevan, e di aver visto dovunque case distrutte e resti di
villaggi in rovina. Così questa mattina ho chiesto alla padrona di casa, che ha
molte conoscenze tra i tassisti del posto, se fosse stato possibile fare un giro
in quelle zone. La signora, naturalmente, non ci ha messo molto a procurarmi una
macchina, anche se ad un prezzo non proprio economico.
Lo scenario lungo il confine è davvero impressionante: ovunque si vedono case
devastate, resti bruciati di steccati e di fienili, interi villaggi
completamente abbandonati, scheletri di costruzioni: sono questi i monumenti che
la guerra erige a sé stessa. Anche la strada è semidistrutta e Armen, il mio
autista (sembra che in Armenia si chiamino tutti così), deve fare lo slalom tra
le buche e le crepe nell’asfalto. Tre o quattro volte veniamo fermati dai
militari, che ci chiedono i documenti e ci fanno un po’ di domande prima di
ripartire. Li osservo bene: sono tutti ragazzi, alcuni appena maggiorenni, molto
fieri della divisa che indossano; cercano di assumere un’espressione dura, ma
negli occhi hanno quella luce stanca di chi ha dovuto crescere troppo in fretta.
Lungo la strada provo a scattare delle foto, ma Armen subito mi ferma con un
deciso gesto del braccio: la mia macchina fotografica, da lontano, potrebbe
essere scambiata per un’arma, e i cecchini potrebbero spararci. Perché qui, nel
nord, la guerra non è ancora finita e si combatte sempre, metro dopo metro,
albero dopo albero. Ufficialmente non è mai stato firmato nessun trattato di
pace. La mia guida mi spiega che in Armenia il servizio militare è obbligatorio
per tutti gli uomini e dura due anni. I soldati alternano quindici giorni di
permanenza al fronte con altrettanti di licenza a casa.
“Ma non tutti tornano”, aggiunge tristemente l’uomo. Ogni giorno qualcuno viene
ferito o ucciso. Dall’inizio della guerra si sono contati, solo dalla parte
armena, trentamila morti, oltre ad un numero incalcolabile di profughi che hanno
dovuto abbandonare tutto ciò che possedevano. Ma questi sono figli di una guerra
minore, di quelle che non vanno in televisione, di cui non si parla sui
giornali. Qui non ci sono inviati dei telegiornali che si collegano durante
l’edizione serale per mostrare filmati sui combattimenti; non si vedono
giornalisti col giubbotto fosforescente e la scritta PRESS che corrono ad
inquadrare i feriti. Questa è una guerra poco importante, che non interessa a
nessuno straniero, combattuta tra due stati tanto lontani, tanto sconosciuti da
far sembrare tutto “ovattato”, insonorizzato, trascurabile. Ricordo che, pochi
giorni prima di partire, avevo ascoltato da casa il notiziario di un canale
satellitare azero, che aveva dato notizia di scontri al confine, in cui una
ventina di soldati erano rimasti feriti. In Italia la notizia non era comparsa
su nessun telegiornale, nemmeno sul televideo.
Chiedo ad Armen se sia pericoloso girare in macchina, ma lui scuote la testa.
“Se ci fosse pericolo, i soldati non ci farebbero passare”, risponde con aria
tranquilla. Anche quando non se ne vedono, so per certo che ci sono, nascosti da
qualche parte, e che ci osservano con attenzione.
Mi piacerebbe scendere e girare tra le rovine, ma il mio tassista è
irremovibile: “Nessuno cammina qui: tutta la zona è minata, soltanto la strada è
sicura”.
Nonostante il lavoro di una compagnia britannica specializzata nella rimozione
di mine antiuomo che, durante gli sporadici “cessate il fuoco”, porta avanti un
lunghissimo lavoro di bonifica, avventurarsi per i villaggi è rigidamente
vietato. Ancora adesso, ogni tanto, si sente in televisione di una mucca o di un
contadino saltati in aria sopra una mina antiuomo. Sulla televisione armena,
naturalmente.
Dilijan, 18 agosto 2006
Nina mi chiama con un cenno,
gridando “Mister! Mister!” mentre mi aggiro, incerto, per una polverosa strada
di Dilijan, altra località del nord circondata da una verdeggiante foresta. Col
mio zaino voluminoso e il mio sguardo incerto, la mia natura di viaggiatore è
evidente a tutti; mi fermo allora davanti ad una casa col semplice cartello “B&B
Nina”, dove la padrona di casa mi invita ad entrare e mi offre una stanza
semplice ma pulita, come tutte quelle dove ho vissuto finora. Mentre Nina porta
lenzuola pulite e comincia a rifare il letto, mi chiede di me e mi dà
informazioni sui luoghi da visitare. Come molte altre città dell’Armenia,
Dilijan non è interessante di per sé, ma rappresenta un ottimo punto di appoggio
per visitare i vari laghi e monasteri situati un po’ dovunque, e molto diffusi
qui nel nord. Nina parla, ovviamente, in russo, lingua che tutti usano con me
subito dopo aver udito il mio “Zdrastvuitye!” (Buongiorno!), e alla quale ormai
mi sto abituando. Come al solito non capisco quasi niente di ciò che mi dice, e
mi limito ad assentire con la testa buttando qua e là un “Horosciò!” (Bene!),
che fa sempre una buona impressione sui miei interlocutori. La casa di Nina è
grande, ha un ampio cortile ed un piano rialzato con un bel soggiorno, cucina
(che posso usare), un bel bagno grande (con l’acqua!), e una stanza da letto
accogliente. Nei dintorni ci sono alcuni monasteri molto interessanti, ed anche
un paio di laghi alpini che meritano una visita. Prima, però, decido di
guardarmi un po’ intorno.
La stanza dev’essere
appartenuta ad una ragazza: sulle pareti ci sono poster di Leonardo Di Caprio,
segno inconfutabile che qui abbia vissuto un’ammiratrice. La parete di fronte al
letto, invece, è tappezzata con foto di ragazzi e ragazze, tutti messi bene in
posa per apparire il più possibile accattivanti. Le immagini sono prese da un
programma televisivo russo, “Fabrika Zvezd”, la Fabbrica delle Stelle. E’
analogo al nostro “Amici di Maria”, dove giovani dotati di vari talenti cercando
di farsi strada ballando o cantando. Tra le tante, mi colpiscono le foto di due
ragazze: Aleksa, immortalata nel gesto di passarsi una mano tra i lunghi capelli
castani; e Mascia Weber, una graziosa brunetta ritratta in una classica posa da
copertina: in piedi, mani in tasca, sorriso rivolto all’obiettivo. Tutto
intorno, altre foto di ragazzi e di gruppi musicali.
Non ho alcuna idea riguardo al successo che abbiano (o non abbiano) avuto questi
giovani, ma tutto ciò mi fa riflettere su un particolare aspetto della
globalizzazione: quello mediatico. Mi domando se, ai tempi dell’Unione
Sovietica, nazione tanto isolata e chiusa a tutto ciò che provenisse
dall’estero, fossero ammessi programmi come questo. La risposta che mi do è,
ovviamente, negativa. Non ho avuto modo di conoscere personalmente quel paese di
allora, perché fino a quando è esistito il turismo indipendente ne era bandito.
Ma mi sono sempre immaginato una nazione in cui i giovani venivano spinti a
eccellere nello sport, nella ginnastica, nella danza classica; e non solo per
sviluppare un fisico allenato e prestante, ma soprattutto per mostrare al resto
del mondo, durante le manifestazioni internazionali, la potenza e la superiorità
del popolo sovietico e quindi dell’ideologia comunista.
Oggi, invece, la Russia non esporta più niente, non ha nulla da mostrare agli
altri. Al contrario: anch’essa importa, copia, prende ad esempio ciò che viene
realizzato negli altri paesi, specie quelli occidentali. Sono stato diverse
volta a Mosca. Quiz, telefilm e programmi come “La Fabbrica delle Stelle” oggi
riempiono i televisori delle case russe, laddove un tempo si potevano guardare
solo documentari sulla storia del comunismo e telegiornali approvati dalla
censura. A quei tempi era meglio o peggio? Non lo so, ma di sicuro era
diverso: era un mondo con una mentalità alternativa alla nostra, buona o
cattiva che fosse. Nel duemila, invece, tutto il mondo è uguale, e nei
televisori di Mosca, Calcutta, Tokyo o Buenos Aires si vedono gli stessi
programmi, gli stessi quiz, gli stessi attori. Ricorderò sempre quel giorno, in
Cambogia, in cui alla televisione vidi un episodio di Alias appartenente ad una
serie che in Italia dovevano ancora trasmettere. Come afferma il grande Tiziano
Terzani, a cui cerco sempre di ispirarmi durante i miei viaggi, la
“globalizzazione” è in realtà una “occidentalizzazione”, in cui tutti copiano
l’Occidente, nelle cose buone come in quelle cattive, come se questa fosse
l’unica via possibile per crescere, per porsi nei confronti del futuro.
D’altra parte si può obiettare come, vent’anni fa, Aleksa e Mascia Weber
avrebbero trascorso la loro vita in qualche cotonificio, oppure montando bulloni
in una fabbrica di Trabant, mentre oggi hanno l’opportunità di essere stelline
della TV. Di più, hanno una possibilità ancora più grande: quella di diventare
ciò che vogliono, di poter seguire liberamente le proprie aspirazioni, i propri
sogni. Aleksa e Mascia diverranno belle, ricche e famose? O saranno soltanto
meteore che transitano sullo schermo, destinate al dimenticatoio e al
marciapiede di una strada? Dipende da loro: il destino è nelle loro mani, cosa
assolutamente impensabile, prima, in un paese comunista, dove lo stato
controllava ed indirizzava la vita di ogni singolo individuo secondo le esigenze
del momento (coltivare cotone o costruire auto), dove (almeno in teoria) non
esistevano né ricchi né poveri, perché c’era lo Stato pronto ad intervenire per
evitare che ciò accadesse. E’ un bene? E’ un male? Non lo so; mentre ci penso,
mi sintonizzo sul secondo canale russo e guardo “La Fabbrica delle Stelle”.
* * *
Nina mi procura un taxi per andare a visitare Haghartsin, uno dei più famosi
monasteri armeni. Il suo nome significa “danza delle aquile”, e secondo la guida
si trova in una splendida posizione, nascosto da una lussureggiante foresta. In
Armenia non esiste montagna senza un monastero sulla vetta; dopo averne visti
alcuni, devo ammettere che, per quanto belli, si assomigliano un po’ tutti:
molto semplici e spogli, costruiti con mattoni resi scuri dal tempo e
dall’umidità, attraggono molto più per la loro posizione che per gli edifici
stessi.
L’autista, amico di Nina la quale lo chiama sempre quando ci sono turisti da
scarrozzare in giro, sembra molto simpatico e cerca subito di fare amicizia. Si
chiama Ararat.
“Come la montagna” dico io.
“Come il cognac” risponde lui, sorridendo. L’Armenia è molto famosa per questo
liquore, prodotto nazionale esportato dovunque e delle cui bottiglie sono pieni
tutti i negozi per turisti; anche se qui molti, erroneamente, lo chiamano
brandy. La marca principale prende il nome dalla montagna che domina su tutta la
regione; in realtà l’Ararat si trova in Turchia, ma dall’alto dei suoi 5.165
metri è visibile da molte zone dell’Armenia, tanto che la sua vetta perennemente
innevata compare sulle etichette di tutti i prodotti locali.
Ararat (il tassista) parla senza freno, facendomi molte domande che io non
capisco bene: vuole sapere del mio lavoro, di quanto si guadagna in Italia, e
così via. Io cerco di capire e di farmi capire, anche se non amo molto parlare
di me con gli sconosciuti. Lungo la strada vediamo due turisti occidentali che,
zaino in spalla, camminano sotto il sole cocente, probabilmente diretti
anch’essi ad Haghartsin. Ararat subito si ferma, invitandoli ad unirsi a noi.
Così devo anche improvvisarmi traduttore tra l’estroverso autista e la simpatica
coppia di belgi che declina l’invito, preferendo scarpinare sotto il sole per
quindici chilometri. Ripartiamo, ma quasi subito Ararat si ferma di nuovo,
chiedendosi se magari i due abbiano bisogno di una sistemazione; eventualmente
li può portare al B&B Nina (i miei sospetti di connivenza si stanno rivelando
fondati…). Sono più che sicuro che i due ragazzi siano già sistemati, ma i miei
tentativi di convincere l’uomo sono inutili: prontamente inverte la marcia
tornando alla ricerca della coppia. Quando li raggiungiamo, cerco più di
scusarmi con loro per la rinnovata seccatura che di spiegargliene il motivo, ma
loro molto gentilmente sorridono: evidentemente sono già avvezzi a questa
procedura. In tutto il mio giro dell’Armenia Dilijan è stata l’unica città in
cui ho trovato un minimo di “aggressività”, intesa ovviamente in senso buono,
nei confronti dei turisti. In tutte le altre città nessuno si era mai fatto
avanti a propormi alberghi, ristoranti, escursioni o altro; segno evidente di
come questo paese sia (per fortuna!) ancora poco avvezzo al turismo di massa.
Quando anche Erevan sarà diventata come Marrakech o Il Cairo, dove non puoi fare
un passo senza essere tormentato da venditori poliglotti che quasi ti
costringono a comprare collanine o fare foto sui cammelli (e non ho dubbi che
prima o poi accadrà), allora avremo perso per sempre un altro piccolo pezzo di
quel mondo semplice e genuino, ancora incontaminato, come oggi se ne trovano ben
pochi.
Ad ogni buon conto, i due belgi mi confermano di avere già una sistemazione per
le prossime due notti, così Ararat riparte a mani vuote, senza nascondere un po’
di delusione. Io, in fondo, lo capisco: in un paese dal passato difficile e dal
futuro incerto, ognuno sopravvive come può. I turisti qui si vedono solo per tre
mesi all’anno, e non arrivano certo a frotte: è normale che persone come Ararat
e Nina facciano di tutto per accaparrarseli. Finché questo modo di fare resterà
limitato a poche persone e a delle maniere cortesi, non farà male a nessuno e
potrà rappresentare, forse, anche un modo per entrare in contatto con la vita
locale di questa gente.
Immerso in un fitto bosco, il
monastero è bello anche se, come sospettavo, uguale a molti altri. E’ formato
da due chiese molto ravvicinate, con cupole a pianta ottagonale dal tipico tetto
rosso scuro, e una piccola cappella. L’interno è molto disadorno, con semplici
ritratti di Gesù appesi vicino all’altare, e qualche candela accesa da
pellegrini di passaggio. E’ molto più interessante camminare lungo un sentiero
che, partendo dal monastero, risale una collina fino a raggiungere i resti di
antiche costruzioni. Da lì si gode di una splendida vista sul piccolo complesso,
con i tetti rossi che risaltano tra i fitti alberi. A differenza del sud, arido
e desertico, queste regioni settentrionali sono molto verdi: le colline sono
ricoperte di boschi a perdita d’occhio, e qua e là si intravede la strada che
serpeggia attraverso i vari rilievi. Più oltre, in lontananza, la grande mole
rocciosa delle montagne caucasiche si staglia contro il cielo azzurro,
incorniciando il paesaggio con un effetto molto spettacolare. E non fa nemmeno
troppo caldo, tanto che alla sera una maglietta con le maniche lunghe è
d’obbligo.
Dopo aver scattato le foto di rito riparto con Ararat, salutando lungo la via
del ritorno la coppia di belgi che ormai è quasi arrivata alla meta. Tutto
sommato è stata una buona escursione, ma il meglio della giornata deve ancora
arrivare. Ararat, infatti, mi dice di avere un figlia, Martina, che usa molto il
computer; mi invita a passare la serata a casa sua: “così puoi insegnarle
qualcosa”, mi incoraggia. Fissiamo un appuntamento per il dopo cena, quando il
mio nuovo amico verrà a prendermi per portarmi da lui. Sono contento di poter
vedere un’altra famiglia nella realtà quotidiana, così accetto volentieri.
* * *
Da Nina alloggia anche Hamir,
un israeliano fidanzato ad una georgiana con cui ha trascorso due settimane nel
suo paese. Ora sta girando da solo l’Armenia per una decina di giorni, deciso ad
andare anche nel sud. Così gli do l’indirizzo di Pendjk, spiegandogli bene come
arrivarci, come orientarsi a Goris e quali cambiamenti ho trovato rispetto alle
cose scritte sulla LP. Quando si incontrano altri viaggiatori è sempre utile
scambiarsi informazioni di viaggio: “Cosa hai visto?” “Era bello?” “Dove hai
dormito?” “Quanto hai speso?” Sono tutte domande che ci si fa sempre a vicenda,
in modo da poter imparare ognuno qualcosa di prezioso dalle esperienze
dell’altro. In questi posti sperduti, l’unica fonte sicura di informazioni è
costituita da persone che sono già state nei posti dove devi andare, e che ti
possono dare pratiche “dritte” preziosissime, aggiornate e sicuramente
imparziali.
Nina mi ha preparato una cena fin troppo abbondante, così invito il ragazzo a
condividerla con me per chiacchierare un po’. Vorrei chiedergli della guerra che
è da poco scoppiata nel suo paese, ma preferisco evitare argomenti scottanti,
che potrebbero metterlo in imbarazzo. Così gli chiedo informazioni sulla
Georgia, ed in particolare su Tbilisi. A differenza degli altri viaggiatori,
Hamir è incoraggiante: la città gli è sembrata tranquilla e sicura, e non ha
avuto problemi di nessun tipo.
“Tu, però, l’hai girata con la tua ragazza; – lo incalzo – magari lei sapeva
dove portarti e dove non andare”.
“No, abbiamo girato tutta la città, e anche il paese, e non ho mai avuto
problemi. Tbilisi è una bella città, non c’è nessun pericolo”. Un po’
rinfrancato da queste notizie, gli chiedo informazioni su altre città della
Georgia, in particolare Kazbegi e Batumi, dove lui è già stato ed io intendo
recarmi. Alla fine il buio cala sulla villa, e terminiamo la cena con della
frutta fresca che abbiamo comprato insieme nel piccolo mercatino vicino al
centro.
* * *
La casa di Ararat è piccola ma
dignitosa: alcune porte si affacciano sul corridoio che percorriamo fino al
piccolo soggiorno, dove l’uomo mi fa accomodare su un comodo divanetto. Nella
stanza ci sono alcuni mobili con libri e oggetti vari: piatti, fotografie dei
familiari, soprammobili. Un piccolo televisore trasmette una puntata de La
Piovra in russo, mentre in fondo alla stanza vedo anche un pianoforte.
Ararat mi presenta la moglie, Julia, una graziosa signora sulla quarantina con
capelli rossicci portati corti, un fisico minuto e un timido sorriso impacciato.
La donna mi stringe la mano quasi con timore, forse non è abituata ad avere
sconosciuti in casa; il marito, invece, prende subito in pugno la situazione,
mandandola a preparare il tè mentre mi offre della frutta: alcune fette di
anguria, del melone e qualche grappolo d’uva, che però lui non può mangiare
poiché mi dice di essere diabetico. Della presunta figlia nessuna traccia.
Ararat mi fa parlare un po’ di me, spiegando alla moglie che insegno informatica
ed inglese; mi chiede dove sono stato, cosa ho visto, dove andrò in seguito, e
così via. Parla un russo molto veloce e colloquiale, tanto che spesso devo
ricorrere al dizionario (che ho avuto l’accortezza di portarmi dietro) per
capire cosa mi sta dicendo. A poco a poco l’oggetto delle sue domande si sposta
in modo sospetto sulla mia vita: si informa sul mio lavoro, su quanto guadagno,
su come si vive in Italia. Non mi piace parlare di me con gli sconosciuti,
quindi resto molto sul vago evitando di rispondere direttamente alle domande.
Fingo anche di non capire, cercando sul dizionario parole che già conosco per
prendere tempo e pensare ad una risposta adatta. Mi dice che gli piacerebbe
molto venire a vivere in Italia, che alcuni suoi amici lo hanno fatto e lui
vorrebbe raggiungerli. Mi domanda quanto guadagna un tassista da noi.
“Tre, quattrocento euro al mese” rispondo io, stando molto basso per cercare di
scoraggiarlo. Ma a lui anche una cifra simile deve sembrare altissima.
“Ma anche la vita costa molto”, aggiungo io. “E ci sono molte tasse da pagare”.
Su questo non ho certo bisogno di mentire. L’uomo, pensieroso, continua ad
assentire con decisi cenni del capo, mentre la moglie lo guarda con un’aria un
po’ preoccupata.
“Come si fa per venire in Italia?” mi chiede infine. “Potrei abitare con i miei
amici?”
Sento che stiamo venendo al nocciolo della questione. “Non lo so, è difficile.
Ci vogliono molti documenti”. Cerco ancora di scoraggiarlo, ma Ararat sembra
molto deciso.
“Ci sono tanti armeni in Italia, a Milano, e a Venezia. Potrei vivere con loro,
lavorare lì.”
“Non lo so, io non ne conosco nessuno”.
“Mi serve una lettera d’invito”. Ecco la parola magica: priglaschenye,
lettera d’invito. Una lettera che serve agli stranieri per ottenere il permesso
di soggiorno. Dev’essere scritta da un italiano, che invita la persona a venire
in Italia per un certo periodo di tempo, in modo che questa possa trovarsi un
lavoro stabile e prolungare poi la permanenza. A questo punto la prossima
domanda di Ararat è scontata:
“Puoi scrivere una lettera per me?”
Adesso mi è chiaro il motivo dell’invito e tutto il resto. Altro che figlia da
farmi conoscere! Mi dispiace per lui, ma non ho intenzione di scrivere nessuna
lettera. Ararat mi sembra una persona onesta, ma non voglio essere coinvolto in
questioni legali che possono solo ripercuotersi a mio sfavore. Se io lo invito,
e poi lui viene in Italia e commette qualche reato, chi ne sarà responsabile?
Come posso fornire delle garanzie per una persona che conosco appena? Cerco di
tirarmi indietro, con più tatto possibile.
“No, io non so come si scrive un priglaschenye. Non ho idea di come sia
fatto”.
Lui insiste: “All’ambasciata ci sono i moduli. Ne chiedo uno, puoi compilarlo
per me”.
“No”, ribadisco fermo. “Non posso farlo, non so come si fa”.
“Va bene”. Ararat capisce che da me non otterrà niente, così tenta un’altra
carta.
“Mia figlia usa il computer. Tu puoi scrivere qualcosa con lei”.
“Scrivere cosa?” Comincio a sentirmi a disagio, spero che la cosa finisca
presto.
“Le persone vengono qui. Tu scrivi su Internet, loro vengono”.
Non capisco bene cosa Ararat intenda dire, ma noto che mentre parla, sta
cominciando a sudare. Sempre più spesso toglie un fazzoletto dalla tasca e se lo
passa sulla fronte.
“Quando torni a casa, tu scrivi su Internet: le persone dormono qui.”
“Dove?”
“Di sotto c’è una grande stanza, loro dormono lì. Julia fa da mangiare”. Indica
la donna, che assente decisa.
Credo di capire: Ararat mi sta chiedendo di creare un sito, o qualcosa del
genere, dove scrivo informazioni su casa sua per informare i viaggiatori che
possono dormire lì. Questo posso farlo: se non creare un sito, almeno scrivere
su qualche bacheca che conosco.
“Quando torni a casa?” mi chiede l’uomo.
“Tra un mese”
“Tra un mese?”
“Sì. Dopo l’Armenia, vado in Georgia e poi in Turchia”.
“Tra un mese”, ripete Ararat tra sé e sé. Sembra perplesso; riprende ad
asciugarsi la fronte, poi dice qualcosa alla moglie, che si alza ed esce dalla
stanza. Dopo un paio di minuti torna con uno sfigmomanometro che subito stringe
intorno al braccio del marito.
“E’ per la pressione”, mi dice. “Il caldo, mi fa male”, cerca di giustificarsi
mentre lo vedo sempre più affaticato. La donna gli misura la pressione, poi lo
tranquillizza. Ararat riprende un po’ di colore, poi mi chiede:
“Puoi scrivere su Internet? Mia figlia ti darà il suo indirizzo, tu le puoi
scrivere.”
La figura della figlia non mi è ancora chiara. In ogni modo, anche volendo
aiutarlo mi servono un po’ di informazioni.
“Quante persone puoi ospitare?”
Ararat si consulta con la moglie. “Dieci”.
Mi sembrano un po’ tante per una stanza sola, comunque proseguo.
“Quanto costerà?”
“Quindicimila dram”.
Sono trenta euro, decisamente troppi per condividere una stanza. Ma non voglio
contraddire l’uomo per non farlo stancare oltre, così dico che si può fare.
“Sì, quando torno a casa posso scrivere. Dammi il tuo indirizzo preciso”.
Ararat chiede alla moglie di portargli carta e penna, poi mi detta il suo
indirizzo di casa. Prendo nota. L’uomo sembra molto sollevato.
“Grazie, grazie mille. Tu hai un indirizzo su Internet?”
Penso che si riferisca alla posta elettronica. “Sì”.
“Scrivi qui, per favore”. Mi porge un pezzo di carta ed una biro. “Io lo do a
mia figlia, poi lei ti scrive. Lei parla inglese. Quando ti può scrivere?”.
“A metà settembre”, rispondo mentre scarabocchio la mia e-mail su un foglietto
spiegazzato.
Sono quasi le undici quando
Ararat chiede alla moglie di misurargli ancora la pressione, poi si alza. “Bene,
è ora di andare”, annuncia, con sollievo mio e un po’ di tutti.
Saluto la gentile moglie e scendo con lui in cortile, dove chiama la figlia, che
era rimasta di sotto con gli amici. Allora esiste davvero! Arriva una ragazza
molto carina, sui vent’anni, fisico slanciato, profondi occhi scuri e lunghi
capelli che le nascondono parzialmente il viso. Il padre le chiede di scrivere
la propria e-mail; lei corre in casa, e dopo qualche minuto torna con un
bigliettino che mi porge sorridendo. La saluto velocemente, poi salgo sulla
macchina di Ararat che mi deve riportare da Nina. L’uomo mette in moto, poi di
nuovo prende il fazzoletto e si asciuga la fronte.
“Fa molto caldo”, si giustifica. Per un attimo penso: se questo si sente male
durante il percorso, io che faccio? Per fortuna tutto finisce bene. Quando
arriviamo a destinazione, Ararat mi chiede dove andrò domani.
“A Vanadzor”, dico io.
“Se vuoi, ti posso portare con la mia macchina”.
Non ci penso nemmeno! “No, grazie, vado con l’autobus”, rispondo gentilmente.
Prima di salutarmi, l’uomo è così gentile da indicarmi il punto da cui parte il
pullman, piuttosto spostato dal piazzale della stazione. Poi parcheggia l’auto
nel cortile di Nina che ci viene subito incontro, quasi sollevata di vedermi
tornare sano e salvo. Mentre Ararat si siede al tavolo con lei a bere un tè, io
mi congedo da entrambi. Tutto sommato è stata una buona esperienza, che mi ha
permesso di conoscere un altro pezzo di questo paese e di questa gente venendone
fuori senza danni; sono molto contento di come si sta mettendo il mio viaggio.
Ma domani si riparte.
Vanadzor, 19 agosto 2006
La maggior parte dei cognomi
armeni finisce in –yan, che equivale al nostro “di”, o “de”, in modo del tutto
simile al tedesco von o all’irlandese o’ , prefissi che indicano
quasi sempre l’origine di una persona. In Italia questo modo di creare cognomi
nacque verso la fine ‘800, quando, in seguito all’unità d’Italia, tutti i
cittadini vennero chiamati all’anagrafe per registrarsi. Moltissimi, però, non
avevano un vero cognome (o non sapevano di averlo): si trattava per lo più di
contadini, pastori, mercanti che non erano mai andati a scuola, magari avevano
trascorso tutta la vita in una valle isolata sulle montagne, senza conoscere
nessun altro mondo al di fuori del loro paesino. Al nord come al sud, questi
uomini, analfabeti, che spesso non capivano nemmeno l’italiano, quando si
presentavano all’ufficio comunale per registrarsi si guardavano intorno
spauriti, senza sapere cosa rispondere alle domande dell’addetto al censimento.
Questi, che pure doveva scrivere qualcosa alla voce “cognome”, chiedeva loro:
“Come ti chiami?”
“Giuseppe”
“Di chi sei figlio?”
“Di Pietro”
E così il timido pastorello da un giorno all’altro si chiamava Giuseppe di
Pietro. Oppure veniva indicata la professione:
“Di chi sei figlio?”
“Del pescatore”
E allora il ragazzino coi vestiti lisi, indossati e rigirati mille volte,
diventava “Antonio del Pescatore”. Ancora, in caso il padre fosse ignoto, si
usava il nome della madre: “Lucio della Giovanna”, e simili.
Un discorso molto simile si applica ai cognomi armeni: Davidyan significa
“figlio di David”; Najaryan “figlio del carpentiere”, Melikyan “figlio del re”.
Oppure può essere indicata la città d’origine: Vanetsyan vuol dire “proveniente
da Van”, e così via. Nell’armeno occidentale poi, caratterizzato da suoni più
morbidi, -yan diventa -ian (la differenza nella pronuncia è incomprensibile per
noi), ma il significato rimane inalterato.
Non fa eccezione la mia padrona di casa, Natasha Grigoryan: un suo antenato,
evidentemente, era “figlio di Grigor”. La casa di Natasha è molto bella,
nonostante dall’esterno sembri solo un casermone di cemento e l’entrata dia
direttamente nel garage. Da qui si attraversa un cortile che dà su un giardino
interno, dove una grande tenda ripara dal sole alcuni tavoli preparati, sembra,
per un imminente banchetto. Poi si arriva in un atrio su cui si affacciano la
cucina, piccola ma completa di tutto, ed un ampio salone, arredato con gusto,
che non manca di nulla: televisore, telefono cordless, libreria. Superata
un’elegante scala a chiocciola, tutta in legno, che porta al piano superiore,
ecco la porta della mia stanza. Anche questa è molto grande: c’è un letto, un
grande divano con un tavolino, un paio di librerie, e perfino un televisore in
bianco e nero che riceve un paio di canali locali.
La figlia di Natasha, Kristine, con cui ho parlato al telefono per stabilire il
prezzo del soggiorno, parla benissimo l’inglese, così mi sono sistemato per
altri due giorni. Vanadzor, capoluogo della montagnosa regione di Lori, è
un’ottima base per visitare i dintorni, ed essendo vicina al confine georgiano,
sarà (spero) la mia ultima tappa in Armenia.
Sono arrivato qui
con l’unico autobus giornaliero da Dilijan, che ho preso per miracolo dopo aver
lottato nella calca per una mezz’ora buona alla biglietteria della stazione,
scoprendo alla fine che l’autobus per Vanadzor partiva da un’altra parte e che i
biglietti si compravano direttamente in vettura. Questo non è un mashrutka, ma
un vero pullman di linea (si fa per dire); la folla, però, è sempre formata dal
solito colorato, caotico, assurdo campionario di persone che si possono
osservare soltanto su un mezzo di trasporto pubblico. Un anziano signore siede
accanto alla grassissima moglie, che occupa da sola due posti; una famiglia,
padre, madre e figlio piccolo vorrebbero sedersi vicini, ma non ci sono posti
liberi a sufficienza, così il papà tiene il figlio in braccio, mentre in fondo
all’autobus la mamma custodisce i bagagli. Sono soprattutto persone anziane ad
usare il pullman, tutte col viso affaticato ma molto orgoglioso; indossano
vestiti semplici, cercando però di darsi un tono con uno scialle o un fazzoletto
colorato. Accigliate comari, perse nei loro chiacchiericci, indossano ampie
gonne con motivi a fiori sopra lunghi calzettoni scuri, mentre con le braccia
stringono al petto sporte lacere colme di verdure o di altre cibarie, i cui
odori si spargono presto per tutto il veicolo. Tutti indistintamente sono
stracarichi di bagagli: nei volti dalla pelle bruciata dal sole gli occhi si
muovono continuamente in tutte le direzioni, controllando che gli enormi borsoni
riempiti di chissà quale mercanzia non si rovescino sul pavimento in seguito ai
mille scossoni cui sono soggetti.
Il pullman è partito quasi vuoto ma, durante il tragitto, come è consuetudine in
molti paesi, si ferma continuamente per far salire persone che a fatica si
tirano dietro borse, valigie, sacchi di vettovaglie forse destinati ai mercati
dei villaggi regionali. E ad un certo punto, quando sembra impossibile che sul
mezzo strapieno possa starci ancora qualcuno, ecco l’ennesima fermata: sale un
vecchietto, vestito di tutto punto, che si fa largo sul predellino (l’unico
posto rimasto libero), cercando poi di issare accanto a sé un enorme macchinario
metallico, dall’aspetto alquanto misterioso (assomiglia un po’ alla batteria di
un autotreno). Alcuni uomini, scavalcando gambe e borse, scendono dal mezzo per
aiutare il vecchio a sollevare la pesantissima attrezzatura, che viene
appoggiata in qualche modo sui gradini. Essendo seduto lì accanto, vorrei
alzarmi per cedere il mio posto all’uomo, ma è davvero impossibile muoversi
nella calca, così rimango sul mio sedile ad osservare per un po’ la folla
pigiata, quindi mi dedico al panorama esterno.
E’ davvero rilassante: mentre l’autobus, stracarico, arranca in salita, intorno
a me vedo soltanto boschi che si estendono a perdita d’occhio sulle montagne
circostanti. Di quando in quando, un villaggio di poche case fa capolino nel
verde, ma dopo pochi minuti scompare all’orizzonte lasciando nuovamente la scena
alla natura, che in questa parte del mondo la fa da assoluta padrona. Più a sud,
le imponenti vette dei monti Maymekh e Tekhenik, entrambe al di sopra dei 3000
metri, segnano il confine fisico della regione, che gode di un clima molto più
fresco e ventilato rispetto ai caldi altopiani centrali.
Su uno dei pendii paralleli alla strada corre la ferrovia, costruita dai
sovietici per collegare Erevan a Baku e chiusa in seguito alla guerra. I binari
e i cavi dell’elettricità sono ancora integri, e infatti il governo sta pensando
di riaprila, ovviamente solo nel tratto armeno, fino a Ijevan. Per il momento,
però, il trasporto su gomma rimane l’unico possibile, anche se in queste zone
poco abitate il traffico non rappresenta certo un problema. Addirittura,
incontriamo un gruppo di mucche che camminano beatamente in mezzo alla strada, e
il conducente deve fare rapide e precise manovre per non investirle, mentre
passeggeri e borsoni vengono sballottati a destra e sinistra.
* * *
Trovare un
ristorante a Vanadzor non è semplice; ci sono tantissimi negozi, piccoli
supermercati, chioschi e bar dover acquistare del cibo, ma sembra che non ci sia
alcun luogo per mangiare fuori. Il ristorante indicato sulla LP non esiste più,
come altri suoi simili che, insieme a stazioni, uffici postali, Internet point,
compaiono, scompaiono, si spostano vorticosamente senza lasciare scampo alle
guide che inutilmente cercano di aggiornarsi: le informazioni riportate, per
quanto recenti grazie ai continui feedback dei viaggiatori, dopo pochi mesi
diventano già vecchie. Mentre mi aggiro per le vie del centro noto un gran
trambusto. Vedo alcuni poliziotti deviare il traffico ai lati della strada
principale, che è stata chiusa alle auto ed è affollatissima di persone che la
percorrono a piedi, dirette verso la piazza principale. Dapprima penso ad una
manifestazione, un corteo; mi unisco alla folla, e scopro invece un grande palco
sul quale si sta per esibire una famosa cantante rock armena. La folla diventa
sempre più numerosa, e mi sorprendo nel vedere così tante persone, quasi tutte
giovanissime, in una città che invece fino a poche ore prima mi sembrava quasi
deserta. Scopro una piccola pizzeria dove decido di fare uno spuntino veloce, in
attesa dello spettacolo. Ordino e mi siedo ad un tavolino, ma mentre aspetto
noto che la clientela aumenta continuamente, fino a quando tutte le sedie
vengono occupate e si crea persino una ressa di persone in piedi, sempre più
accalcate ad aspettare che si liberi un posto. Io, che per una volta mangio da
solo (è la seconda volta che mi succede da quando sono partito), mi sento quasi
in imbarazzo ad occupare un intero tavolo. Per fortuna, però, vedo due ragazzi
alzarsi dai loro posti e sedersi accanto a me, per bere una birra in compagnia.
A causa della mia “deformazione da occidentale” sono subito allarmato dal
pensiero che stiano cercando di farsi offrire da bere, ma presto mi accorgo che
non è così: queste gente genuina è semplicemente curiosa di conoscere i pochi
stranieri che arrivano da queste parti.
Marcus parla bene l’inglese, a differenza del suo amico Artur che invece si
limita per lo più a sorridere ed annuire. E’ ben vestito, porta i capelli biondi
tagliati corti ed ha due occhi molto sinceri. Quando scopre che sono italiano,
subito il suo volto si illumina: dice di amare l’Italia, anche se non c’è mai
stato, ma di sapere tutto su di essa al punto di prendere lezioni private della
nostra lingua. Gli mostro la mia guida, che lui cerca di leggere con un discreto
successo, poi gli chiedo di lui. E’ un ingegnere e lavora nell’impresa edile di
suo padre. Gli chiedo se sia facile trovare lavoro da queste parti.
“Non ci lamentiamo, anche se le cose potrebbero andare meglio. Negli ultimi
anni, i ragazzi hanno potuto riprendere a studiare, così per loro diventa più
facile trovare loro. Anche se non siamo ricchi come voi italiani”, ma lo dice
sorridendo, quasi scherzando. E’ molto curioso dell’Italia: vuole sapere dove
abito, qual è il mio lavoro, e non evita di affrontare l’argomento più popolare
all’estero:
“Per quale squadra di calcio fai il tifo?”
“Atalanta.”
“Sì, la conosco. Giocherà in serie A l’anno prossimo!”
“Sei molto informato.”
“Sì, e la Juventus sarà in serie B”. Questa è una cosa che ormai sa tutto il
mondo; sono sicuro che se mi trovassi presso una tribù indigena della Papuasia,
che non conosce il telefono, l’energia elettrica e l’acqua corrente, la
conversazione finirebbe sempre e comunque sulla Juventus e sul calcio italiano.
Marcus mi chiede se sono fidanzato. Quando gli dico di no, stranamente non mi
chiede il perchè, come di solito fanno gli uomini adulti, sempre sorpresi
dall’incontro con un single.
“E tu lo sei?” gli domando a mia volta.
“No”, risponde, gonfiando leggermente il petto in un gesto che potrebbe sembrare
di vanto. Ma nei suoi occhi vedo una luce di malinconia. Voglio capire.
“Perché no? Con tutte le belle ragazze che ci sono!” Indico la folla di
ragazzine che stipano il locale, molte vestite con magliette scollate e
minigonne.
“Io sto bene da solo, non voglio una moglie. Anche se da noi è un problema, alla
mia età”.
Questa non l’avevo ancora sentita. “Cosa intendi dire?”
“Io ho trent’anni, e sono considerato vecchio. Qui in Armenia, è d’abitudine che
gli uomini si sposino al massimo a 27 anni.”
“E le ragazze?”
“Oh, loro si sposano molto più giovani, a venti, ventidue anni”.
Marcus mi spiega che per le donne è ancora molto importante arrivare vergini al
matrimonio. Danno molto valore alla verginità, e nella società armena è raro (e
difficile) per gli uomini essere dei “farfalloni”. Il sesso è un tabù di cui si
parla poco e che si pratica ancora meno, prima delle nozze.
Quando i due ragazzi
fanno per congedarsi, chiedo loro il motivo di tanta ressa.
“Sta piovendo”, mi rispondono.
Resto un attimo sorpreso. E’ la prima volta che piove da quando sono in Armenia,
e sembra che questo abbia preso alla sprovvista anche i locali: in effetti
osservo che tutti i ragazzi sono vestiti molto leggeri, senza niente per
ripararsi dalla pioggia, e intuisco che si sono rifugiati al coperto non per
mangiare, ma in attesa che smetta.
Quando esco dal locale sta letteralmente diluviando; cammino in fretta fino alla
piazza, facendomi largo tra la folla zuppa e pressata contro le pareti delle
case, o sotto le tettoie dei negozi. Gli eleganti porticati intorno alla grande
rotonda sono gremiti di ragazzi e ragazze che si riparano dall’acqua, in attesa
di sviluppi. Di nuovo, sono sorpreso dalla quantità di gente che mi circonda:
sembra quasi che tutti gli adolescenti armeni si siano dati appuntamento qui
come per un raduno epocale. Mi fermo anch’io sotto un portico, ad aspettare che
la pioggia smetta o quanto meno si riduca; voglio vedere se il concerto
riprenderà, e poi la casa di Natasha è lontana dal centro e non mi va di farmela
a piedi sotto l’acqua. Dopo un altro quarto d’ora di diluvio, avendo delle
cartoline da spedire, raggiungo l’ufficio postale il cui atrio è stato aperto
per accogliere un’altra massa di ragazzi fradici che si strizzano letteralmente
i vestiti di dosso. Imbuco le cartoline, quindi resto a guardarmi intorno. La
pioggia non smette, anzi se possibile aumenta ancora di intensità; quando è
chiaro che il concerto è stato annullato, i poliziotti riaprono la strada al
traffico, ma le poche auto avanzano a fatica sotto il diluvio mentre l’asfalto
si è ormai ridotto ad un’unica, immensa pozzanghera. Di quando in quando compare
qualche taxi che subito viene preso d’assalto da uno sciame di ragazzine in
minigonna alla ricerca di un mezzo per ritornare a casa. Alla fine anch’io devo
rassegnarmi e, stretto nella mia giacca a vento, cammino lentamente per la lunga
strada periferica, non illuminata e piena di buche, che porta verso il mio
alloggio. E mentre inciampo nei marciapiedi, finisco nelle pozzanghere fino al
ginocchio e sento in lontananza un sinistro latrato di cani, per scacciare il
disappunto comincio a cantare a squarciagola la mia canzone preferita. Ed è
sulle note di Io, vagabondo che mi convinco sempre di più di come
l’avventura, il disagio, gli incontri, le esperienze da vivere e da raccontare
mi facciano sentire vivo, felice, arricchito. Questa è la mia strada.
Vanadzor, 20 agosto 2006
Oggi è il mio ultimo giorno in
Armenia, o almeno così spero. Comincio ad essere stanco di questo paese che, pur
semplice e genuino, ha ben poco da offrire al viaggiatore. E’ ora di cambiare
aria, di andare in Georgia, ma prima ho ancora qualcosa da fare. Il mio
programma di oggi prevede di prendere il treno fino ad Alaverdi, una piccola
località di montagna, visitare i vicini monasteri di Sanahin e Haghpat, quindi
ritornare col treno della sera. Poi, avrò due possibilità: partire per Tbilisi
già questa sera, col treno notturno che arriva da Erevan, oppure battermi per
trovare un posto sul mashrutka di domani mattina. Deciderò col tempo.
Il treno per Alaverdi è formato da due sole carrozze, che vengono subito prese
d’assalto da centinaia di viaggiatori ognuno col proprio seguito di bambini
schiamazzanti, bagagli ingombranti, perfino qualche animale. D’altronde questo è
l’unico treno che, ogni giorno, attraversa le montagne fino al confine con la
Georgia per poi fare ritorno alla sera; essendo poi domenica, è naturale che
molta gente abbia deciso di fare una gita fuori porta.
Definire il treno “scassato” significa fargli un complimento. Le porte non si
chiudono, e rimarranno aperte per tutto il viaggio; molti sedili sono rotti,
hanno l’imbottitura strappata o mancano del tutto; i serramenti sono arrugginiti
da far paura, tanto che io cerco in tutti i modi di non toccarli, per paura di
prendermi qualche strana malattia; i finestrini, dove esistono ancora, sono
talmente lerci da impedire di guardare il panorama, che invece dovrebbe essere
magnifico poiché il treno attraversa la profonda gola del fiume Debed, in uno
degli scenari naturali più belli dell’Armenia; riguardo al gabinetto, infine, è
meglio non esprimersi. In Italia molta gente si rifiuterebbe di salire su un
mezzo simile, ma qui la gente non si formalizza più di tanto: in fondo, è già
bello che un treno ci sia.
Faccio il viaggio insieme a Karl, un olandese di 36 anni che avevo visto di
sfuggita già a casa di Natasha. Lui va fino ad Ayrum, il capolinea della corsa,
da dove spera di prendere un autobus (o qualsiasi altro mezzo) fino a Tbilisi.
Nella vita fa il giornalista free-lance per alcune riviste di elettronica, e,
ogni volta che può, parte ad esplorare il mondo. Per dirla con parole sue: “When
I have money, I go” (mi ricorda qualcuno che conosco…). Chiacchierando, mi rendo
conto di avere di fronte un vero viaggiatore: Karl ha solo tre anni più di me ma
ha già visitato ottanta paesi. Come ogni vero esploratore, cerca sempre si
spostarsi via terra, o via mare, evitando il più possibile di prendere l’aereo,
questa specie di macchina dello spazio-tempo che ti trasporta da un punto A ad
un punto B privandoti del fascino di raggiungere la tua meta un po’ alla volta,
di godere della soddisfazione per aver conquistato il sudato traguardo. Karl mi
racconta che una volta ha fatto un viaggio via terra di due mesi dall’Olanda
attraverso l’Europa orientale e tutta la Turchia fino in Siria, Giordania,
Egitto, Israele, per concludere poi la sua avventura su mare con destinazione la
parte turca di Cipro, dove è stato arrestato per essere entrato nel paese
illegalmente. In un’altra avventura, ancora più incredibile, è arrivato, sempre
via terra, fino in Indonesia, attraversando tutta l’Asia per quattro mesi su
pullman, treni, battelli, mezzi di fortuna, e qualunque altro mezzo gli
permettesse di muoversi tra la gente osservando man mano l’alternarsi dei
paesaggi, dei volti, degli abiti, delle pietanze. Gli chiedo se abbia mai
scritto articoli o libri sui suoi viaggi ma lui scuote la testa, sorridendo:
“Devo già scrivere quando lavoro; – mi dice – quando viaggio, non ci voglio
pensare”. E’ giusto così, penso io: unicuique suum.
Ne approfitto anche per chiedergli di Tbilisi, dove lui è già stato; non mi
stancherò mai di informarmi su quel luogo tanto affascinante quanto ambiguo.
Karl mi rassicura: secondo lui è una città tranquilla e non pericolosa, anzi
anche un po’ noiosa. Bene, un altro punto a favore degli “ottimisti”. Tra
l’altro Karl mi informa che in Georgia c’è un’ora in meno, perché di recente
hanno abolito l’ora legale; queste informazioni pratiche (spesso non riportate
sulle guide), sono davvero preziose per i viaggiatori indipendenti come noi, la
cui sorte può spesso dipendere da dettagli all’apparenza insignificanti.
Mentre parliamo, alcuni ragazzi si avvicinano a noi per fare amicizia. Sono
curiosissimi, vogliono sapere tutto: da dove veniamo, dove siamo diretti, perché
siamo venuti in Armenia, e così via. Questo aspetto è senza dubbio quello che mi
ha colpito più piacevolmente di questa nazione: la curiosità della gente nei
confronti degli stranieri. Non una curiosità morbosa, finalizzata alla richiesta
di soldi; bensì un interesse genuino, spontaneo verso chi viene da fuori, da un
mondo lontano e sconosciuto che probabilmente questi ragazzi non visiteranno
mai. Il nostro semplice dialogo è tutto un susseguirsi di domande, di
espressioni stupite, di sorrisi che ognuno qui elargisce in abbondanza ai
forestieri, e rappresenta di certo il bagaglio più importante che riporterò con
me nel ritorno verso casa.
Quando il treno arriva ad
Alaverdi saluto Karl e mi preparo ad accogliere ciò che la giornata avrà da
offrirmi. Nel piazzale di fronte alla stazione vedo i soliti giovanotti oziosi
seduti a chiacchierare e a guardarmi incuriositi, ma ormai non ci faccio più
caso, e comincio a guardarmi intorno. Il paesaggio è stupendo: mi trovo nella
stretta valle del fiume Debed, che scorre placido di fronte a me, sormontato da
un piccolo e traballante ponte pedonale. Tutto intorno, sui due lati del fiume,
si elevano alte montagne granitiche, dipinte di colori verdi e marroni dalle
mille sfumature. Purtroppo lo scenario è rovinato da un’altissima ciminiera che
si staglia netta tra il paese e le montagne, dalla quale una colonna di fumo si
alza fino ad oscurare la vetta. Questo paradiso naturale è stato massacrato in
un modo che non avevo ancora visto, almeno in Asia: di fianco alla stazione la
mole enorme di una fabbrica abbandonata si estende a perdita d’occhio lungo la
strada che porta in centro. L’enorme scheletro di acciaio arrugginito, le sue
finestre infrante, i suoi portoni corrosi e divelti sono un perfetto simbolo
della rovina che l’uomo può recare alla natura, e quindi anche a se stesso.
Tutte queste strutture (compresa la stazione) furono costruite quando i
sovietici aprirono delle miniere di rame nella zona; e, per poter accogliere
tutti i minatori improvvisati che conversero qui in cerca di lavoro, edificarono
anche un intero villaggio sull’altro lato della valle. Dopo qualche anno, però,
le miniere si esaurirono e furono chiuse e, a parte il piccolo stabilimento
collegato alla ciminiera, tutto è stato abbandonato senza riguardo. La stradina
che dalla stazione conduce in paese scorre di fronte alle rovine, consentendo al
passante di “ammirarle” in tutto il loro degrado. Gli armeni sono da sempre
allevatori, frutticoltori, piccoli artigiani. A cosa mai è potuto servire un
simile complesso industriale? A creare, sul momento, l’illusione di un lavoro
sicuro e di stabilità economica e persone che l’avevano già (anche se sotto
altre forme), per poi abbandonarle a loro stesse e alla loro disoccupazione
quando gli impianti hanno chiuso? E l’aria che adesso respirano? E le falde
acquifere inquinate? Coloro che hanno creato questo degrado avrebbero quanto
meno dovuto “rimettere a posto” prima di andarsene, o mi sbaglio?
Per raggiungere il
villaggio di Sanahin, abbarbicato su di un plateau sull’altro versante della
valle, bisogna prendere una piccola funivia che da Alaverdi porta alle montagne
di fronte. La prospettiva non mi attira molto: prima di tutto perché soffro di
vertigini, secondo perché la manutenzione della cabina ha poco da invidiare a
quella del treno. Però, come amo sempre ripetere, non penso che il manovratore
ci tenga a schiantarsi al suolo, quindi se sale lui, posso farlo anch’io; in
fondo il tragitto è molto breve. Acquistato il biglietto da una ragazza dallo
sguardo magnetico mi decido a fare il grande passo.
Dopo tre o quattro minuti arriviamo con sollievo all’altro capolinea, da dove
una strada in salita conduce attraverso un villaggio deturpato dall’edilizia
selvaggia. Su entrambi i lati incombono enormi casermoni in stile sovietico che
nulla hanno a che vedere con l’architettura tipica armena. Dai grigi balconi
delimitati da ringhiere arrugginite, massaie di mezza età si sporgono per
appendere il bucato su cavi improvvisati e pericolanti, o più semplicemente per
stare a guardare la gente che passa per la via. Questi condomini, forse un tempo
funzionali ma che ormai da anni non sono soggetti ad alcuna manutenzione, sono
il classico esempio dell’edilizia comunista, secondo cui un edifico non deve
essere bello, ma soltanto efficiente. Mi torna alla mente il giorno in cui,
uscito da un parco alla periferia di Mosca, avevo preso un autobus per
raggiungere una fermata della metro. Per tutto il viaggio non avevo visto altro
che anonimi palazzoni tutti uguali, alti cinque o sei piani, edificati come un
classico quartiere dormitorio, senza la minima attenzione per il senso estetico
o l’impatto ambientale. Le case dovevano essere case, e basta. L’importante era
che servissero al loro scopo, che ospitassero più famiglie possibile in uno
spazio ristretto. Questo è sempre stato l’unico criterio seguito dagli
architetti sovietici; ma questa idea, già deprimente in un quartiere periferico
moscovita, mostra davvero il suo lato peggiore quando viene esportata in luoghi
come l’Armenia settentrionale, un tempo paradiso incontaminato, abitato
solamente da pastori e monaci.
Dalla cima della
collina parte una stradina che porta al monastero. Come tante altre che ho già
visto è abbandonata, dissestata, piena di buche e, come al solito, affiancata da
mucchi di spazzatura abbandonati. Cani randagi frugano tra i rifiuti azzannando
qualche sacchetto qua e là e trascinandolo in mezzo alla carreggiata; con questo
caldo, poi, il fetore emanato dagli scarti in decomposizione è davvero
nauseante. Nessuno però sembra curarsene, nessuno sembra essere responsabile
della pulizia o della manutenzione delle strade: si comportano tutti come se
l’inquinamento non li riguardasse, come se una persona potesse gettare sotto un
albero una lattina vuota, o una bottiglia di plastica, o un qualsiasi altro
rifiuto, e dopo di quella un’altra persona, e poi un’altra ancora, e così via,
senza che questa catena di eventi avesse un’influenza negativa sulla loro vita e
su quella dei loro figli. Mi chiedo cosa succederà quando comincerà a piovere,
quando tutta questa immondizia scorrerà per le strade e poi giù per il pendio
senza controllo. Dove giocheranno i bambini? Dove pascoleranno gli animali?
Sinceramente, comincio ad essere stanco di questo paese così abbandonato a sé
stesso.
Il monastero di
Sanahin, dichiarato Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO, occupa la
copertina della Lonely Planet; anche se, a dirla tutta, non è diverso dagli
altri monasteri che ho visto in Armenia tanto che, se non ci fosse la didascalia
col nome, sarebbe impossibile dire di quale si tratti. Oltretutto Sanahin,
nascosto com’è dal bosco, non offre di sé quelle vedute particolari tipiche
degli altri suoi simili, e l’unico vantaggio del visitarlo sta nel riparo che
gli alberi offrono dal solleone. Pur essendo uno dei monasteri più antichi del
paese, risalente all’anno 928, oggi rimane ben poco delle antiche tombe, delle
gallerie sotterranee usate dai monaci per nascondersi durante le invasioni,
della grande biblioteca e della famosa scuola di medicina realizzate nel corso
degli anni. Sanahin è stata anche sede di un arcivescovado, ma oggi la chiesa
principale, la cappella secondaria e l’ampio porticato sono come gli altri privi
di qualsiasi tesoro o reliquia, e appaiono desolatamente tristi e spogli in
questo luogo tanto sperduto.
Qualche altro visitatore si aggira tra gli edifici: un paio di ragazze, una
famiglia con bambini, un solitario anziano. Consumo un pasto frugale, poi mi
preparo all’ultima visita armena: si tratta di un altro monastero, quello di
Haghpat, situato nelle vicinanze ma comunque troppo lontano per andarci a piedi.
Decido di tornare ad Alaverdi e cercare un mezzo di trasporto, probabilmente un
taxi. E anche in questo caso, il meglio della giornata deve ancora venire.
Ridiscendo a valle con la funivia (sic!), e appena scendo dalla cabina vengo
avvicinato da un ragazzone del posto che cerca di fare amicizia e si offre di
accompagnarmi al posteggio dei taxi. Non parla inglese, quindi cerchiamo di
capirci in russo. Mi sembra, però, che questa persona sia diversa dalle altre
che ho incontrato: il sorriso a mezza bocca del furbetto, i suoi tentativi di
prendermi per un braccio, gli occhi in cui intravedo una luce che non mi piace,
un’ombra di malizia, o di bramosia. Tutti segnali che mi suggeriscono di stare
all’erta. Armen, dapprima, mi pone le solite domande: da dove vengo, perché sono
venuto in Armenia, ecc. Ma quando gli dico che le ragazze qui sono molto carine,
mi prende per un braccio con aria compiaciuta e, ammiccando in modo molto
malizioso, mi propone un incontro “particolare”. A questo punto non ci sono più
dubbi: si tratta del primo “cacciatore” che incontro dalla mia partenza, e devo
spostare il mio atteggiamento sulla difensiva. Siamo soli per la strada, non
passa nessuno: in questa situazione comincio sempre a guardarmi bene intorno,
pronto a veder sbucare all’improvviso, da dietro a qualche angolo, i compari
della volpe che ha fiutato la preda. Mi libero della presa e riprendo a
camminare affrettando il passo, e rispondendo alle sue insistenti proposte con
semplici monosillabi. Finalmente arriviamo in centro, ma ancora non vedo nessuno
in giro. Armen mi dice di sapere dove si trovano i taxi, e l’idea migliore mi
sembra quella di seguirlo, pur con molta prudenza. Certo, se mi dovesse invitare
in una casa o in un negozio, sono già pronto a battermela; ma finché siamo per
strada, non ha senso che io me ne vada girando a caso per un paese che non
conosco, mentre lui può andare a cercare amici. Così lo seguo ancora per un po’,
finché arriviamo davvero ad una piazzola con un taxi parcheggiato all’ombra di
alcuni alberi; di fronte, un gruppo di uomini attempati siede nell’ingresso di
una casetta chiacchierando tranquillamente. Tra l’altro noto che si tratta di un
taxi ufficiale, con tanto di insegne, non uno di quelli improvvisati che ti
caricano e poi non sei mai sicuro di dove ti portano. Armen mi chiede se può
venire con noi; l’idea non mi attira per niente, e so come liberarmi di lui in
modo educato: gli rispondo di sì, che può accompagnarmi tranquillamente a patto
che paghi la sua parte della corsa. Il suo sorriso si spegne subito, ma lui,
tenace, fa un ultimo tentativo:
“Dai i soldi a me, così vado a trattare con l’autista” mi propone, con la
naturalezza di chi mi avesse chiesto l’ora.
“Che c’ho l’anello al naso, io?” sono tentato di rispondergli; ma purtroppo il
mio russo non arriva a tanto, così mi limito a rifiutare sorridendo e mi dirigo
a grandi passi dal tassista con cui voglio intavolare una trattativa lontano da
orecchie indiscrete. Vedo con sollievo che Armen rimane indietro, così’ posso
patteggiare la corsa tranquillamente. Ma non ce n’è bisogno: scopro che il taxi
è talmente serio da avere addirittura una tabella ufficiale dei prezzi! L’uomo
mi indica la tariffa per Haghpat, che tra l’altro è stata cancellata e corretta
più volte, ma è comunque più bassa di quanto mi aspettassi. Il vero sollievo,
però, lo provo quando l’autista mette in moto e parte lasciando nel mio passato
Armen e gli altri uomini che cominciavano ad aggirarsi intorno alla macchina con
troppa curiosità.
A dire il vero, non mi sono mai sentito veramente in pericolo; Armen
probabilmente era solo un ragazzo povero in canna che, trovatosi di fronte ad un
turista solitario (di sicuro una rarità), ci ha provato, cercando di sfruttare
l’occasione. Non è mai apparso minaccioso, anche se non ho mai abbassato la
guardia perché quando si è soli si è sempre vulnerabili. Più che altro mi è
dispiaciuto incontrare proprio l’ultimo giorno una persona invadente ed
approfittatrice che ha molto stonato con la gentilezza realmente disinteressata
di tutti gli altri armeni che ho incontrato sul mio cammino.
Il sito di Haghpat è
davvero splendido, e ha cancellato la delusione che finora mi aveva colpito per
essere arrivato così lontano quasi inutilmente. E’ certamente il più meritevole
di tutti i monasteri armeni, insieme a quello di Tatev, e vale davvero la pena
di visitarlo. La sua magnifica posizione in cima ad una montagna, da cui si gode
una spettacolare vista della valle sottostante, e la sua particolare
composizione architettonica lo rendono molto interessante, tanto che nel
piazzale antistante non mancano i pullman dei viaggi organizzati. Haghpat è più
recente di Sanahin (il cui nome significa, infatti, “più vecchio di quello”);
fondato nel 976 dalla regina Khosrvanuch, il monastero conobbe un periodo di
grande splendore nel XII secolo, quando alla chiesa centrale furono aggiunti una
biblioteca, un refettorio ed una imponente torre campanaria, di certo l’edificio
più mirabile di tutto il complesso. La chiesa principale, dedicata a Santa
Nishan, è circondata da numerose croci di pietra scolpite, e intorno vi sono
delle sale per lo studio. In effetti questo monastero, a differenza degli altri,
appare vivo: alcuni monaci dalla folta barba, vestiti nei loro caratteristici
abiti neri, si spostano da un edificio all’altro tenendo in mando grossi libri
dall’aria antica, mentre i rosari pendono vistosamente dal collo; alcuni si
scambiano qualche parola, e non sembrano affatto seccati dalla presenza dei
turisti che sicuramente portano denaro utile alla manutenzione del complesso.
Nel parcheggio antistante non manca nemmeno il negozio di souvenir, piuttosto
raro a vedersi qui in Armenia, che vende cartoline ad un prezzo doppio dispetto
ai suoi omologhi della capitale.
Mi soffermo volentieri in questo bellissimo sito, sia perché la veduta è davvero
spettacolare, sia perché questa è la mia ultima gita in Armenia, prima di andare
in Georgia, e voglio assaporare ogni attimo che questo paese mi sta offrendo.
Alla fine riprendo il taxi, il cui autista mi ha pazientemente aspettato (ma
dev’esserci abituato), e mi faccio portare alla stazione, dove dovrò far passare
ancora tre ore prima dell’arrivo del treno.
Sulle pareti della
sala d’aspetto spiccano dei coloratissimi mosaici che rappresentano, in perfetto
stile comunista, scene di lotta sociale e di vita operaia. L’edificio è fin
troppo grande per la funzione che svolge, tanto che una sezione è stata chiusa e
transennata. Forse da qui, in passato, transitavano più dei tre treni
giornalieri di adesso, e questa stazione ha vissuto tempi migliori. Anche ora,
comunque, è assolutamente dignitosa; quando esco, mi soffermo a lungo ad
osservare il quadro offerto dal lunghissimo treno merci fermo qui da chissà
quanto tempo, nell’immobilità generale, mentre sullo sfondo l’imponente sagoma
delle montagne svetta sul paese e sulla sua silenziosa valle, offrendo davvero
la sensazione di essere in uno dei luoghi più remoti del pianeta.
Il taxista, al ritorno da Haghpat, mi ha chiesto più di quanto pattuito,
accampando come scusa che la tariffa scritta si riferiva al solo viaggio di
andata. Sono riuscito a tirare un po’ sul prezzo finale, ma ho fatto fuori tutte
le monetine che avevo; in tasca mi resta solo una banconota da 5.000 dram per
comprare il biglietto di ritorno, che costa appena 150 dram (più o meno trenta
centesimi di euro). La biglietteria apre soltanto pochi minuti prima dell’arrivo
del treno e, come temevo, quando tiro fuori la banconota il cassiere mi guarda
sconcertato, rivolgendosi a me con una delle frasi che ho imparato meglio
studiando il russo:
“U vas est’ melochy?” (Ha degli spiccioli?)
“Istvinitie, u menya net melochy” (Mi dispiace, non ne ho)
Io già mi aspettavo che mi restituisse la banconota dicendo di arrangiarmi a
cambiarla; invece l’uomo si precipita di corsa fuori dalla stazione, ritornando
dopo alcuni minuti con un borsellino pieno di monete che rovescia sul tavolo per
contare quelle del mio resto. Penso che sia stato davvero gentile, e la mia
prima impressione su questo popolo è ancora una volta confermata.
Arriva il treno. Il solito assalto di gente stracarica di merci, borse, cassette
di frutta, pesanti attrezzature, ingombranti arnesi, tutto ciò insomma che può
essere trasportato. Il tragitto di ritorno a Vanadzor richiede almeno due ore,
che sfrutto cominciando a studiare l’alfabeto georgiano, diversissimo da quello
armeno. Queste due lingue, infatti, non hanno niente in comune: la seconda
appartiene al ceppo indoeuropeo, mentre la prima è una lingua kartveliana, una
famiglia linguistica che non ha alcun legame con nessun altro idioma conosciuto.
A questo gruppo appartengono anche lo svan e il mingreliano, lingue parlate
soltanto da poche migliaia di persone nelle remote regioni montagnose del
Caucaso settentrionale.
Ho anche deciso di dormire qui a Vanadzor questa notte (la stanza da Natasha è
già pagata) e di prendere un mashrutka per Tbilisi domattina presto (o almeno
provarci). Se non dovessi trovare posto, me ne andrò a Gyumri, un’altra
sonnolenta città del nord che pare avere un interessante centro storico. Questa,
comunque, sarà l’ultima alternativa: sono più che mai convinto che sia ora di
cambiare aria.
Ciao, Armenia, e grazie per ciò che mi hai dato. Sono contento di averti
visitata, di aver aperto una finestra su un paese lontano che, fino a poco tempo
prima, era solo un insieme di scritte e di linee tracciate su un atlante. Ho
scoperto una nazione lontana da noi nel tempo, ho conosciuto un popolo onesto e
gentile, in parte simile a me ed in parte molto diverso. Certo, non ho viaggiato
in ogni angolo, ma penso di essermi creato un’idea piuttosto completa e
sicuramente positiva di una luogo prima sconosciuto e misterioso, adesso più
chiaro e concreto; non mi pento mai di andare in un posto dove non sono mai
stato, perché ogni città, ogni incontro, ogni percorso ha sempre qualcosa da
insegnarmi, qualcosa di diverso dal mondo in cui vivo normalmente e che ogni
volta aggiunge un nuovo tassello al grande puzzle del mondo. Sono contento di
essere stato qui, di aver conosciuto questa realtà. Ma adesso devo andare. Nuove
avventure mi attendono in un nuovo paese.
PARTE SECONDA
GEORGIA
Tbilisi, 21 agosto 2006
“Quando esci devi dirmelo, che chiudo a chiave
la porta. Ci sono molti criminali in giro!”. Così mi sgrida Nasi, la mia padrona
di casa, al mio ritorno da una rapida serie di commissioni. Questa è la prima
cosa che mi colpisce qui a Tbilisi, la famigerata capitale della Georgia, su cui
ne ho sentite di tutti i colori. Quale differenza con l’Armenia, dove la gente
lascia aperta la porta di casa giorno e notte! La città ha un’aria di opulenza e
di miseria insieme, e qui sembrano convivere ricchi giovani con cellulare e
occhiali da sole firmati insieme a vagabondi senza fortuna. La folla è
consistente, il traffico caotico, e si ha in ogni caso l’idea di una città viva,
pulsante, moderna, quasi una metropoli del Caucaso con tutto ciò che, nel bene
come nel male, ne può derivare.
Stamattina sono
riuscito a trovare posto su un mashrutka da Vanadzor; ho viaggiato schiacciato
come sempre tra persone, sacchi, borse, bambini che strillavano, alimenti
dall’aspetto nauseabondo attraverso le montagne fino al posto di frontiera, dove
mi hanno semplicemente timbrato in uscita il visto armeno senza nemmeno
guardarmi in faccia. Dall’altro lato del confine mi hanno invece fatto scendere,
ma solo per comunicarmi che gli italiani non hanno bisogno del visto per entrare
in Georgia, cosa che già sapevo. I poliziotti mi hanno timbrato il passaporto e
mi hanno fatto risalire sul pulmino senza nemmeno controllarmi lo zaino, mentre
altri viaggiatori, soprattutto donne georgiane di ritorno da visite presso i
mariti che vivono in Armenia, sono stati oggetto di controlli molto più
minuziosi. Evidentemente i poliziotti cercavano qualche merce di contrabbando
che a Tbilisi può essere rivenduta a prezzi molto più alti rispetto all’Armenia.
Il peggio, però, è venuto dopo: la strada sul versante georgiano è veramente
scassata, e per ore ho dovuto sopportare i sobbalzi del piccolo pulmino che non
mi hanno permesso di mangiare né di dormire. Arrivare a Tbilisi è stato,
inizialmente, un sollievo; poi alla stazione dei pullman, dopo essermi fatto
strada tra centinaia di persone che mi offrivano biglietti per Erevan, Istanbul,
Baku e altre località della regione, sono riuscito a raggiungere la sala
d’attesa, dove ho cambiato i soldi e ho cercato di telefonare a Nasi, un’anziana
affittacamere molto famosa tra i backpackers. Non avendo ottenuto risposta, non
mi è rimasto che prendere un taxi (ad un prezzo esorbitante) e farmi portare sul
posto di persona. Mentre mi aggiravo per strada, nella calca, cercando
l’ingresso giusto, i passanti mi indicavano a gesti un piccolo cancello che dava
sulla strada: non c’è stato bisogno di chiedere, hanno capito subito chi stavo
cercando.
La grande casa è stata adattata a dormitorio. Ci sono letti dappertutto: in
cucina, nel corridoio, anche fuori dalla porta del bagno. Io sono ancora
fortunato: mi spetta un grosso e scomodo letto nell’anticamera, dove una tenda
pesante pende da una grossa corda appesa a due mobili a mo’ di séparé dal
corridoio. Almeno non devo dividere il mio spazio con nessuno, ma temo che
stanotte, quando gli altri ospiti cominceranno ad uscire ed entrare, ci sarà
molto trambusto.
Nasi prende accuratamente nota dei miei dati personali (in Armenia nessuno mi
aveva mai chiesto nemmeno il nome), poi mi dice che vuole essere pagata in
anticipo. Dopo che l’esoso tassista mi ha prosciugato devo uscire per cambiare
altri soldi, così ne approfitto per mangiare qualcosa in un McDonald’s, il primo
che vedo da quando sono partito (in Armenia non ce ne sono). Il menu è scritto
solo in georgiano, ma le belle inservienti parlano un perfetto inglese così non
ho problemi ad ordinare un sandwich che comunque si chiama allo stesso modo in
tutto il mondo.
Mi siedo vicino alla grande finestra al primo piano, e guardo la gente che
cammina per la strada, sotto di me, osservandone l’atteggiamento. Non mi dà
l’idea di essere un posto pericoloso, ma sono appena arrivato ed è sicuramente
presto per emettere giudizi.
Dopo quello che mi hanno raccontato, e che avevo letto prima di partire, mi
aspettavo una città dove le persone camminano armate mentre scippi e aggressioni
avvengono ad ogni angolo di strada. Niente di tutto ciò: è pieno giorno ed i
marciapiedi sono colmi di persone che camminano tranquillamente; molte ragazze
indossano magliette scollate e corte minigonne, e non hanno paura di portare a
tracolla vistose borsette che certamente attirerebbero l’attenzione di eventuali
scippatori. La gente va e viene: donne con la borsa della spesa si fermano nei
numerosi negozietti che vendono un po’ di tutto; uomini in giacca e cravatta
vanno di fretta parlando al cellulare; ragazzine munire di lettore di mp3
camminano tenendosi per mano fermandosi ogni tanto a guardare le vetrine dei
negozi di moda. Vedo, però, proprio sotto la finestra, un’auto parcheggiata in
doppia fila che ha tutta l’aria di essere stata rubata e poi abbandonata. Un
poliziotto la osserva sospettoso, poi chiama qualcuno al telefono mentre cerca
di regolare il traffico, già molto caotico, che sta impazzendo perché l’auto sta
ostruendo il passaggio. Questa città è tutta da scoprire, e non vedo l’ora di
farlo.
* * *
Camminando per strada, dopo aver schivato le auto presso un’enorme rotonda priva
di qualsiasi segnaletica, mi guardo continuamente intorno, esaminando ogni
persona, ogni sguardo, ogni mano con un’aria eccessivamente nervosa che di
sicuro dà molto nell’occhio. Ad ogni angolo rallento, aspettandomi che salti
fuori qualche brigante armato di randello. E’ assurdo, ma non riesco a farne a
meno; dopo tutte le storie che ho sentito, sono prevenuto verso questa città che
non conosco ma che mi incute timore senza un’apparente ragione. E’ vero che in
giro ci sono tantissimi mendicanti, soprattutto persone anziane, che tendono una
mano speranzosa verso i passanti, o se ne stanno semplicemente appoggiati al
muro con una ciotola tra le gambe; probabilmente molti sono profughi dell’Abkazia,
dalla quale sono fuggiti a causa della guerra. Nessuno però mi importuna, o mi
appare minaccioso.
Vicino alla casa di Nasi c’è una stazione della metropolitana, molto comoda per
muoversi velocemente in questa città dalla forma stretta e molto allungata. Mi
hanno detto che prendere la metro è pericoloso, anche di giorno. Possibile?
Fuori dalla stazione c’è un altro nugolo di questuanti, mescolati tra persone
che cercano di vendere qualsiasi cosa in un mercato raffazzonato: donne dal
volto segnato mostrano tende o tappeti, agitandoli al mio passaggio per
invogliarmi a comprare; uomini anziani siedono dietro a banchetti improvvisati
ricoperti di noccioline, datteri (?), pupazzi, sigarette, bottiglie d’acqua,
qualsiasi cosa possa essere venduta. Alcuni mi offrono giornali dalle
incomprensibili scritte; altri cantano a squarciagola una canzone, stonatissimi,
nella speranza di una ricompensa. Qualcuno semplicemente bighellona senza far
niente, in attesa che succeda qualcosa. Per strada si respira miseria, la si può
vedere e toccare mentre, con un forte contrasto, giovani ragazze con ampie
scollature e vistosi occhiali da sole, borsette eleganti e scarpe firmate,
camminano disinvolte tra i mendicanti con noncuranza, quasi con avversione.
Vorrei dare qualcosa, ma non mi fido a tirare fuori i soldi in mezzo a questa
confusione. E quando arrivo alla cassa dei biglietti, mi guardo bene intorno
prima di estrarre le monete che conservo in una tasca separata da quella delle
banconote.
Percorro a piedi tutto Rustaveli, il lunghissimo viale alberato che unisce la
città nuova a quella vecchia. Anche qui, una interminabile fila di mendicanti
tende la mano; vedo molti vecchi, alcuni storpi. Tra loro passeggia la gente
“normale”, ragazzi e ragazze che hanno avuto la fortuna di non conoscere la
guerra, o almeno quella vera. Nel novembre 2003 anche le strade di questa città
furono teatro di scontri, anche se di breve durata; il presidente uscente Eduard
Shevardnadze fu duramente contestato dalla massa mentre celebrava la vittoria al
termine di elezioni chiaramente falsate. Da una iniziale, piccola folla di
studenti, la sommossa si estese a tutta la città, al punto che lo stesso
parlamento fu letteralmente assediato ed infine invaso dalla moltitudine
rabbiosa finché Shevardnadze, in evidente difficoltà, decise di fuggire evitando
inutili spargimenti di sangue.
Il nuovo presidente, Mikhail Saakashvili, gode ora di un’indiscussa fiducia tra
la gente. Sotto la sua guida la criminalità è notevolmente diminuita (si pensi
che, all’inizio del duemila, molte ambasciate straniere sconsigliavano vivamente
ai loro cittadini di recarsi a Tbilisi), l’economia è ripresa, l’erogazione
dell’energia elettrica e del gas per riscaldamento si interrompe molto più di
rado. L’hanno chiamata “La rivoluzione delle rose” per via del carattere non
violento che la sommossa ha avuto. Di certo il presente è migliore del passato;
ma il futuro? Quello, nessuno può conoscerlo. Mentre faccio queste riflessioni,
vedo due ragazzi dare qualche moneta ad un vecchio stretto intorno ad un logoro
abito scuro, con una foltissima barba bianca che gli conferisce quasi l’aspetto
di un prete ortodosso. Il vecchio intasca i soldi, poi manda dei baci ai suoi
benefattori con ampi gesti della mano. Forse la Georgia può ripartire da questo,
dalla consapevolezza che la generazione giovane deve avere verso i problemi di
oggi ed alle loro cause, e sul fatto che per arrivare a dei risultati buoni ci
vogliono delle persone buone, come molti di questi ragazzi mi sono sembrati.
Come sempre, il futuro è in mano ai giovani, che prima di tutto non devono
ripetere gli errori della generazione precedente.
* * *
Dalla fortezza di Narikala,
costruita dai Persiani nel IV secolo, si gode una splendida panoramica della
città. La profonda gola scavata dal fiume Mktvari, che attraversa la città da
ovest verso est, sembra una ferita inferta alla terra stessa, che taglia
nettamente Tbilisi in due parti ben separate. Si racconta che nel 1552, quando i
persiani riconquistarono la città, costringessero la popolazione a convertirsi
all’islam gettando nel fiume tutti quelli che si rifiutavano. Sull’altra sponda
si stagliano le sagome gialle delle grandi chiese cattoliche costruite in epoche
diverse, ma tutte col tipico tetto ottagonale molto spiovente, a sembrare quasi
una matita rovesciata con la punta appena rifatta.
Una scala permette di raggiungere la sommità delle mura della fortezza, dove
cammino osservando il panorama. Raggiungo una campana appesa a delle travi
collocate a formare un’elegante torretta: un cartello multilingue avvisa che è
proibito suonarla. Dietro di me sopraggiunge un gruppo di chiassose ragazze, che
continuano a ridere e a scherzarsi a vicenda. Una di loro, ovviamente, suona il
batacchio; un’altra subito la rimprovera. Resto fermo per qualche attimo, per
vedere se magari la fortezza crolli improvvisamente in seguito alla profanazione
del divieto. Non succede niente. Deluso, scendo per la ripida strada che mi
riporta verso il fiume.
Raggiungo la Cattedrale di Sameba, la più grande del Caucaso, costruita sulla
sommità di una collina in modo da essere un punto di riferimento per tutta la
città. In realtà l’edificio è recentissimo, terminato appena l’anno scorso con
molte polemiche dei cittadini perché il luogo era, in origine, un cimitero
armeno. Il sito è imponente, e dalla piazza antistante si ha un’altra, diversa,
panoramica della metropoli. Vedo molte ragazze coprirsi il capo con un velo
prima di entrare, e farsi continuamente il segno della Croce all’ingresso come
all’uscita, in modo frenetico, esaltato. Anche qui come in Armenia, dopo tanti
anni di ateo comunismo, il Cristianesimo ha ripreso il posto che per secoli
aveva occupato nel cuore della gente.
Devo fare presto. Non essendoci
l’ora legale, in Georgia viene buio un’ora prima rispetto all’Armenia, e quando
ciò avverrà voglio essere già a casa. Mangio un khachapuri, una focaccia
al formaggio, in un ristorantino all’aperto situato in una piccola piazza
pedonale, confondendo il nome del piatto col khoravats armeno. Quindi
ritorno a casa, affrettando il passo fino alla stazione della metropolitana che
prendo senza timore: in tutte le fermate ho visto poliziotti aggirarsi per i
corridoi, e onestamente mi sono sembrate i luoghi più sicuri della città. Alla
fine la giornata è andata bene, non mi è successo niente; ma quando alla sera
faccio ritorno da Nasi, vedo che la porta-finestra della mia camera, che dà sul
cortile, è chiusa a chiave; una seconda porta, subito dietro, è anch’essa
chiusa; e, per maggiore sicurezza, una pesante spranga di legno è stata messa di
traverso.
Kazbegi, 22 agosto 2006
Dopo alcuni tentennamenti
decido di andare a Kazbegi, l’unica località montana della Georgia che sembra
non essere affetta da banditismo, e dove pare che si possano compiere bellissime
escursioni a piedi. Mi è sempre piaciuta la montagna, e ogni volta che posso
andare a camminare, a scoprire nuovi angoli e villaggi caratteristici non ne
perdo l’occasione.
Sul mashrutka sono quasi tutti turisti: un estone con la fidanzata israeliana,
che però intendono fermarsi un po’ prima, perché hanno sentito che di recente
nella zona ci sono state manovre militari (Kazbegi è a pochissimi chilometri dal
confine con la Russia, un posto non sempre tranquillo); un’attempata coppia di
Hannover, anch’essa intenzionata a scendere prima, perché ha prenotato un comodo
albergo nel villaggio di Gudauri da cui esplorare la regione; ed una famiglia
slovacca ma residente a Vienna composta da madre, due figlie sui vent’anni ed un
ragazzino; con queste persone faccio subito amicizia, ma purtroppo scopro che
hanno intenzione di tornare a Tbilisi già in serata.
Sul pulmino la conversazione cade sulla religione, prendendo spunto dalle
numerose croci, icone e altre immagini religiose che l’autista ha appeso allo
specchietto retrovisore, appiccicato al cruscotto e appoggiato al parabrezza al
punto da ostruire buona parte della visuale. Secondo Corinna, la madre delle
slovacche, la religione qui non è molto sentita come tale, ma piuttosto vissuta
come una moda, qualcosa che soprattutto i giovani seguono perché si sentono dire
che “è giusto farlo”. Durante il periodo sovietico la religione, in tutto
l’impero, è stata fortemente osteggiata: moltissime chiese furono chiuse,
qualunque espressione di culto vietata o comunque scoraggiata, e nelle case le
persone tenevano le immagini sacre ben nascoste, tirandole fuori solo per le
preghiere; ma c’era sempre qualche mattone smosso o qualche materasso svuotato
dove nasconderle in caso di un’ispezione improvvisa, o magari della visita di
qualche vicino ficcanaso. Partendo dalla ben nota frase di Karl Marx secondo cui
la religione è l’oppio dei popoli, i comunisti si opposero fermamente a
qualsiasi culto, dal cristianesimo all’ebraismo, dall’islam ai culti tribali
delle popolazioni siberiane temendo che il nome di qualsiasi dio potesse essere
usato dalla popolazione per raccogliersi e ribellarsi al regime. Così tutte le
religioni vennero proibite, mentre nelle scuole si insegnava che ai bambini che
“Dio non c’è, non esiste. Non dovete credere in qualcosa che non esiste. L’unico
vostro amore dev’essere per il vostro paese”.
“Ora che il comunismo è caduto – continua Corinna – la gente ha di nuovo molta
voglia di religione; ma la sente più come una moda, o come un obbligo imposto
dai genitori, non come una vera credenza. Le ragazze vanno in chiesa ma senza
capirne il significato. Lo fanno solo perché ci vanno anche le loro amiche”. Io
non sono d’accordo, e anche la signora di Hannover la pensa come me. La Georgia,
così come l’Armenia, mi sembra un paese con una profonda cultura religiosa.
Avendo visitato diverse chiese, mi sono fermato ad osservare le persone che le
frequentavano. Ho visto moltissime donne, non solo anziane ma anche ragazze
giovani, entrare in chiesa coprendosi testa e spalle con un velo, simile al
chador musulmano. Le ho viste farsi il segno della Croce ripetute volte, senza
mai smettere, come possedute dal desiderio di grazia, chinandosi e prostrandosi
continuamente davanti ad ogni immagine di Gesù o dei santi, in certi casi
arrivando addirittura a baciare i disegni stessi. Anche al momento di uscire
tutti camminano sempre all’indietro per non voltare mai le spalle all’altare,
quasi Cristo si potesse offendere di un simile gesto. Anche, basta trovarsi su
un mashrutka che passa davanti ad una Chiesa che subito si vedono tutti i
passeggeri cominciare a farsi il segno della Croce a ripetizione, mentre le
labbra si muovono rivolgendo silenziose preghiere a chissà quali santi. Un senso
cristiano tanto insito nelle persone, soprattutto in quelle giovani, non può
essere pensato solo come una moda (le mode sono destinate a passare, e ad essere
sostituite con altre); secondo me si tratta di vera convinzione in ciò che si
onora. E forse è stata proprio la repressione comunista, durante la quale la
brace del credo ha sempre continuato ad ardere sotto la cenere delle credenze
oppresse, a far sì che ora la gente, sentendosi di nuovo libera, abbia voglia di
dare sfogo all’amore verso Dio, a quei sentimenti religiosi di cui ha davvero
bisogno in un periodo incerto e niente affatto semplice da affrontare. In tutte
le guesthouse in cui ho soggiornato in Armenia ogni stanza era arredata con
immagini sacre; dovunque ho visto, appesi alle pareti, fogli con preghiere da
recitare, spesso arricchite da immagini di Cristo con scritto “Gesù ti ama”. Una
simile diffusione del credo non può essere puramente propagandistica; alla base
deve avere radici molto profonde, molto sviluppate nella coscienza delle persone
che vedono nella religione una strada, un aiuto per affrontare questo presente
incerto e per costruire un futuro migliore.
* * *
Kazbegi si
trova al termine di un percorso costruito dai soldati russi all’inizio dell’800
per favorire gli spostamenti degli eserciti attraverso le montagne. Da qui fu
chiamata Strada Militare Georgiana, e oggi rappresenta una delle principali vie
d’accesso alla Russia, anche se il confine è chiuso agli stranieri, che possono
arrivare solo fino a Kazbegi. Per i primi chilometri la strada è bella, e risale
pian piano la valle del fiume Aragvi con curve e controcurve che l’autista
prende a tutta velocità. Arriviamo quindi al lago Zhinvali, un magnifico
specchio d’acqua su cui si riflettono le montagne circostanti, in un paesaggio
idilliaco non ancora deturpato dall’edilizia di massa. E, non appena superato il
lago, ecco sbucare alla nostra destra la bellissima fortezza di Ananuri, un
doppio castello rinascimentale che fu spesso al centro di guerre, insurrezioni e
intrighi di corte. Ci spintoniamo tutti a vicenda nel tentativo di fotografare
una simile meraviglia, ma il mashrutka passa talmente veloce che il castello
dopo pochi attimi scompare dietro ad un curva, lasciandoci un po’ di amaro in
bocca.
Poi la strada comincia a salire, arrampicandosi sulle alte montagne con tornanti
che mettono a dura prova il motore del pulmino. I giri del motore salgono
vertiginosamente mentre il piccolo mezzo affronta i passi a più di duemila metri
su un asfalto ormai diventato sterrato, con qualche buca, molti sassi e alcuni
passeggeri che cominciano a dare segni di malessere, tanto che per due volte
dobbiamo fermarci per permettere a qualcuno di liberare lo stomaco.
Finalmente, dopo
quattro ore di viaggio, arriviamo a destinazione. Per quanto sperduto, Kazbegi è
un paese sorprendentemente grande e popoloso. Quando scendo dal pulmino mi trovo
circondato da montagne maestose: a est si staglia, nettissimo, il monte Kuro,
3250 metri, mentre ad ovest il panorama è ancora più maestoso e culmina nella
vetta del monte Kazbek, a 5047 metri d’altezza. Nel paesaggio spicca anche una
collina (relativamente bassa rispetto alle montagne intorno), su cui si trova la
chiesa di Tsminda Sameba (Santissima Trinità), meta dell’escursione che ho in
programma. Anche le ragazze slovacche restano impressionate, tanto che stanno
considerando l’idea di passare qui la notte, nonostante si siano portate dietro
un bagaglio leggero. L’ultimo mashrutka per Tbilisi parte alla cinque, ed
essendo già l’una dovrebbero fare le cose molto di corsa. Andiamo alla ricerca
della casa di Vano, un affittacamere indicatomi da Nasi che ospita i numerosi
viaggiatori che transitano da queste parti. La sua casa non ha un indirizzo:
basta fare il suo nome ai passanti, e quelli subito ci indicano la strada.
Vano è un personaggio a dir poco bizzarro: vive da solo in una casa grandissima,
dove il disordine regna sovrano. Nella stanza principale, un grande salone
adibito a cucina/soggiorno/dormitorio, spicca un tavolino ricoperto di pentole,
piatti, scatolame, tazzine sporche e tutto ciò che una fervida immaginazione può
collocare in una cucina. In fondo allo stanzone vedo un piccolo televisore in
bianco e nero, che dubito funzioni e che serve più che altro a dare un tono
all’ambiente. Accanto campeggia un enorme ritratto di Stalin, davanti al quale
le ragazze fanno subito a gara a mettersi in posa affinché possa scattare loro
una foto memorabile.
Vano ha trentacinque anni e un’aria bonacciona che lo fa sembrare un bambinone.
Gira sempre a torso nudo, parla bene l’inglese ma ha una pronuncia molto strana,
perché tiene sempre la bocca semichiusa. Con lui c’è una ragazza: dapprima penso
che sia la sua compagna, ma poi scopro che si tratta di una turista israeliana
di nome Mahrit che abita lì da ben tre settimane.
“Così tanto? – le domando sorpreso. - E cosa fai tutto il giorno?”
“Assolutamente niente”, mi risponde col sorriso beato di chi ha capito tutto
della vita.
Mahrit mi spiega che la strana pronuncia di Vano è dovuta ad un’operazione
chirurgica che ha subìto da bambino, quando gli hanno tolto le tonsille.
Purtroppo i medici hanno lesionato alcuni nervi, facendogli perdere parzialmente
l’uso dei muscoli facciali. L’operazione sbagliata ha procurato a Vano anche un
altro curioso problema: ogni volta che beve una bibita gassata oppure un liquido
caldo come tè o caffé, perde l’uso dell’udito per qualche ora. Così a cena, dopo
aranciata e tè, chiacchieriamo a gesti più che a parole. Sembra che esista anche
un rimedio a questo problema: se Vano fuma della marijuana le orecchie gli
tornano subito a funzionare.
“Una volta ne coltivavo un po’ nel giardino sul retro – mi spiega -, ma adesso
non ce l’ho più perché la polizia mi ha fatto storie; e poi ogni tanto i vicini
la rubavano”. Uno come Vano, se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo.
Mahrit mi assicura che non pioverà, nonostante il cielo si stia facendo scuro,
quindi decido di andare subito a visitare la chiesa della Tsminda Sameba,
abbarbicata su un’altura che sembra una collina, ma che in realtà si trova a
quota 2.170. Vano mi disegna una piantina per trovare l’inizio del sentiero, che
parte da un piccolo villaggio sopra il paese. La ragazza ha dei dubbi sulla
precisione del disegno, e aggiunge alcune correzioni di sua mano; prima di
partire faccio anche rifornimento dell’ottima e fresca acqua che scorre da una
fontanella nel giardino del mio ospite.
In effetti la mappa non è precisissima, e giunto ad un bivio alla fine della
strada asfaltata mi guardo intorno spaesato finché alcuni bambini mi indicano un
sentiero che si inerpica tra le semplici case. A metà salita incontro nuovamente
la famiglia slovacca, che si era incamminata prima di me avendo deciso di salire
e scendere in giornata (inoltre, penso che l’arredamento della casa di Vano
abbia influito molto su questa decisone). Anche se la loro andatura è molto
lenta decido di salire insieme alle ragazze, per fare quattro chiacchiere.
Corinna abita a Vienna insieme alla figlia Miriam (sui vent’anni) e all’ultimo
arrivato Beniamino (non più di dodici), mentre l’altra figlia Franka (anche lei
sui vent’anni e nettamente la più carina) abita in Germania, a Baden-Baden, dove
studia medicina alternativa. Sono arrivate in Georgia una settimana fa e hanno
ancora qualche giorno a disposizione così la madre, che conosce bene il paese
essendo questa la sua quarta visita, vuole sfruttare il poco tempo rimasto per
mostrare ai figli più cose possibili. Gli racconto di me, e restano
impressionate quando dico loro di essere arrivato a quota trentanove stati
visitati; anche loro provano a contarli e Corinna rimane imbarazzata quando si
ferma a quota trenta.
Quando la salita si fa più impegnativa Miriam, che negli ultimi giorni ha
accusato dei malori a causa del cibo, rimane indietro; madre e fratellino
restano con lei ad aiutarla, e io posso continuare da solo insieme a Franka, che
ha un ottimo passo e con la quale spero di creare una bella amicizia. Mi dice di
amare molto la montagna, e che non appena può cerca sempre di andare a
camminare, di fare gite in bicicletta, o anche di nuotare, tutte attività che la
tengono in contatto con la natura. Il suo passatempo preferito è quello di
leggere libri stando appoggiata ad un albero in mezzo a un bosco. Ne sono
colpito; vorrei trovare delle ragazze come questa anche nella mia città, mentre
tutte quelle che conosco pensano solo ad andare in discoteca, stordirsi e
tornare a casa alle sei del mattino.
Durante il percorso ci scattiamo molte foto reciproche, e dato che la sua
macchina fotografica sta finendo la memoria, mi viene un’idea brillante… ma è
ancora presto; meglio tenerla per dopo.
La chiesa della
Tsminda Sameba è probabilmente lo spettacolo più bello che io abbia mai visto in
tutti e trentanove gli stati che ho visitato. Compare davanti a noi
all’improvviso, quando arriviamo in cima alla salita, costruita su un piccolo
rilievo a circa un chilometro davanti a noi. La sua magnifica sagoma si staglia
contro l’imponente complesso roccioso del monte Kuro, che la circonda come un
anfiteatro, con la stessa maestosità che una corona ingioiellata conferisce ad
una degna regina. Anche Corinna e gli altri, man mano che arrivano in cima,
restano senza parole. Su questo altopiano battuto dal vento, dove non crescono
alberi né arbusti, dove tutto il paesaggio è brullo e pietroso, il profilo della
pur semplice chiesetta risalta magnificamente, molto più di quanto la Tour
Eiffel possa amplificare la bellezza dello skyline di Parigi. Le foto si
sprecano.
Giunti in cima alla
collinetta finale, lo scenario si presenta ancora più imponente: vette tra i
4.000 ed i 5.000 metri ci circondano da ogni lato, mentre lontano sotto di noi
vediamo il paese col suo piccolo fiume, che ha scavato una impressionante valle
nel corso dei millenni. Si narra che Prometeo, dopo aver rubato il fuoco agli
dei, sia stato incatenato alle pendici del monte Kazbek, dietro di noi rispetto
alla chiesa. La sua prigione sarebbe stata una capanna eretta a oltre 4.000
metri di quota vicino ad una grotta contenente alcune sacre reliquie come la
mangiatoia della stalla dove nacque Gesù, che però gli uomini non potevano
guardare pena l’accecamento. In effetti molti tabù hanno tenuto a lungo gli
abitanti del posto lontani da queste vette, e solo di recente la zona è stata
scoperta da viaggiatori, soprattutto alpinisti, che pernottano in un rifugio
costruito vicino alla grotta per poi scalare il ghiacciaio perenne sulla cima
del Kazbek.
La chiesa trecentesca, molto semplice all’interno, è importante soprattutto per
essere stata costruita in un luogo tanto impervio, proprio per simboleggiare la
fiducia incrollabile di queste genti nella fede cristiana. Durante le invasioni
straniere della Georgia, i tesori più importanti delle varie città venivano
portati qui per essere messi al sicuro, e i governatori locali si riunivano nel
prato sottostante per tenere le riunioni. Mentre visitiamo l’edificio, un monaco
ci rimprovera a causa dei nostri pantaloncini corti, e ci porge una specie di
sottana da legare in vita per coprire le gambe. Le ragazze mi chiedono di
scattare loro molte foto da diverse angolazioni, così posso mettere in pratica
il mio semplice piano: approfitto per chiedere a Franka di scambiarci le e-mail,
in modo da spedirle da casa le immagini nel caso la sua macchina avesse finito
le batterie; lei ringrazia ma gentilmente rifiuta… pazienza, almeno ci ho
provato.
Alla fine della
visita l’intera famiglia riparte di corsa: sono le quattro passate, e non
vogliono perdere l’ultimo mashrutka. Io resto ancora un po’ a guardarmi intorno,
immerso in questo spettacolo impressionante; poi durante la discesa le incontro
ancora perché si sono fermate a riposare. Nell’ultimo tratto Corinna mi parla di
Mtskheta, una cittadina vicino a Tbilisi che rappresenta il centro spirituale
della Georgia. Lì si trovano le chiese più rilevanti della nazione, ed è un
importantissimo luogo di culto e di pellegrinaggio. Vi fu costruita nel IV
secolo la prima chiesa georgiana, dopo che la nazione si convertì al
Cristianesimo in seguito ai miracoli di Santa Nino, la santa più venerata della
Georgia. Costei era una schiava romana, ma di fede cristiana, che viveva in
Cappadocia (il nome originale era forse Nounè); le sue azioni virtuose, sempre
rivolte all’umiltà e alla preghiera, le suscitavano l’ammirazione e il rispetto
di tutti, tanto che la sua fama giunse fino in Iveria (l’antica Georgia, di cui
Mtskheta era la capitale), la cui regina era gravemente malata. La schiava
riuscì a guarirla con le sole preghiere, e la corte rimase tanto impressionata
da convertirsi subito alla nuova religione. Il re ordinò quindi ai suoi operai
più abili di costruire una chiesa sotto le direttive di Nino, che durante i
lavori operò un nuovo miracolo. Il luogo scelto per la costruzione era
particolare: secondo la tradizione, un ebreo georgiano che si trovava a
Gerusalemme durante la Crocifissione di Cristo era tornato a Mtskheta portando
con sé la tunica di Gesù. La sorella, vedendola, l’aveva voluta per sé, ma non
appena l’aveva toccata era morta all’istante. Poiché nessuno era riuscito a
staccare la tunica dal cadavere, la donna era stata sepolta insieme alla veste
in un luogo su cui poi era cresciuto un albero. Questo luogo era stato scelto
appunto per la costruzione della prima chiesa georgiana; ma quando gli operai
tagliarono il tronco a metà questo non cadde, rimanendo fluttuante nell’aria.
Solo in seguito alle preghiere di Santa Nino il tronco tornò a posarsi sul
terreno e rifiorì subito, producendo un olio medicamentoso. Oggi al posto
dell’antica chiesa si trova la cattedrale di Sveti-Tskhoveli, costruita
nell’undicesimo secolo e il cui nome significa appunto “colonna che dà la
vita”.
Non so ancora se visiterò Mtsketa anche se
Corinna, che la conosce bene essendoci stata più volte, me lo consiglia
assolutamente.
Quando la discesa finisce, ci separiamo: loro corrono alla fermata dei mashrutka,
io torno da Vano.
Ciao belle ragazze, e grazie di aver fatto parte della mia vita per qualche ora.
E ciao anche a te, Chiesa della Tsminda Sameba: se mai un giorno io dovessi
vedere qualcosa di altrettanto bello, stai certa che mai cancellerò dal cuore il
tuo bellissimo ricordo.
Tbilisi, 23 agosto 2006
Questa mattina ho avuto uno dei
migliori risvegli della mia vita: aria freschissima, uccellini cinguettanti,
imperiose montagne svettanti nell’azzurro di un cielo che solo a duemila metri
può essere tanto terso. Non si sente il minimo rumore: non un’auto, non una
sirena; solo i suoni di un villaggio che pian piano si risveglia per cominciare
una giornata uguale a tante altre. Qui a Kazbegi non esistono scadenze, orari da
rispettare, tabelle di marcia; qui il ritmo della vita è dettato dalla natura,
dagli animali da nutrire, dai campi da coltivare, dalle stagioni che si
alternano con la loro bellezza ed i loro capricci. Uscendo sul grande terrazzo
che dà sulla vallata sottostante, vedo i bambini scortare le pecore al pascolo,
aiutati dai fedeli cani. Altrove, giovani uomini robusti armati di falce mietono
l’erba alta destinata ai covoni delle cascine. Mi sembra di essere tornato sulle
mie montagne, nelle alte valli bergamasche, dove negli ampi spazi aperti intorno
a piccoli paesini la vita scorre ancora molto simile a cento anni fa.
La mia stanza è molto spartana: due brandine fornite di pesanti coperte (questa
notte ne ho avuto davvero bisogno) occupano un ambiente piccolo, molto semplice.
La finestra non si chiude bene; il parquet è sconnesso; in fondo alla stanza
fanno bella mostra di sé nell’ordine: un lavandino arrugginito dal cui rubinetto
non esce niente, una lavatrice adibita a ripostiglio, un fornello abbandonato il
cui tubo del gas, prima di scomparire nel soffitto, è stato avvolto in una
specie di zanzariera che ogni tanto prende sinistramente vita. All’apparenza il
posto può sembrare squallido; nonostante tutto però, questa è stata sicuramente
una delle notti in cui ho dormito meglio in tutta la mia vita.
Mi alzo a perlustrare la casa, pensando di essere stato il primo ad alzarmi. Non
ci sono molti ospiti: oltre a me, Vano e Mahrit c’è un ragazzo spagnolo, Albert,
che è tornato ieri sera da un’escursione di due giorni fino al ghiacciaio. Il
gabinetto della casa non ha lo sciacquone: dopo aver fatto i propri bisogni si
deve riempire un secchio da una grande tinozza per poi svuotarlo nella tazza.
Sposto il coperchio di legno massiccio della tinozza, ma è così pesante che mi
sfugge di mano cadendo pesantemente a terra con un frastuono assordante; resto
immobile per molti, lunghissimi istanti, aspettandomi che qualcuno arrivi di
corsa incazzato per averlo svegliato; ma non succede niente e posso riprendere
tranquillo le mie operazioni.
Vado nel salone dove trovo Vano già alzato, che mi invita a giocare a scacchi
stracciandomi quasi subito, dopo di che accende il bollitore per preparare il
tè: è bene farlo subito, perché qui la corrente elettrica è alternata nel vero
senso della parola (ogni tanto c’è e ogni tanto manca). Intanto mi racconta di
lui: sua nonna era italiana; era andata in Armenia come missionaria, ma poi, a
causa di una delle tante guerre, aveva dovuto scappare in Russia dove era
rimasta uccisa. Lui ha vissuto a Tbilisi per un po’ di tempo, dove lavorava come
perito chimico.
“Ma il lavoro era duro – mi racconta -, dovevo alzarmi presto alla mattina e
tornavo a casa la sera tardi. Così l’ho lasciato”.
Lo capisco bene, perché è la stessa cosa che ho fatto io. Ora Vano vive così,
solo come un eremita, in questa grande casa di montagna, dove ogni tanto sua
madre viene a trovarlo e gli prepara un po’ di cibo, che lui fa durare per
diversi giorni. Ma qui sostano anche tantissimi viaggiatori, interessati
soprattutto a scalare le montagne dei dintorni, tanto che questa casa è citata
anche sulla Lonely Planet. Per tutto l’anno c’è un continuo viavai di persone.
“Anche d’inverno?” gli chiedo.
“Sì, anche d’inverno. Arrivano turisti dall’Australia, dal Sud Africa e
dall’Iran per fare alpinismo; si fermano qui a dormire e a mangiare, poi
ripartono. La scorsa primavera c’era così tanta gente che tutto il soggiorno era
occupato dai sacchi a pelo”.
Così Vano non è mai realmente solo, e non esita a dividere con chi passa da casa
sua tutto ciò che possiede. La casa, il cibo riscaldato e perennemente
accatastato sul tavolo, le scodelle, l’acqua della sua fontana, ma soprattutto
il calore di una persona aperta e disponibile con tutti. Vano ti accoglie sempre
con un sorriso, ti ripete sempre: “Fai come se fossi a casa tua”, non esita ad
offrirti quel poco che ha, o ad uscire in piena notte per riempirti la bottiglia
con la sua acqua (sempre a torso nudo, naturalmente).
Arrivano altri turisti: sono anche loro israeliani, di ritorno da una tre giorni
sulle montagne, con tenda e sacco a pelo. Ma io sto partendo, devo tornare a
Tbilisi. Mentre scatto le foto di rito, mi fermo a pensare a quante persone,
quante storie sono passate da questa casa rimasta immutata nel tempo da chissà
quanti decenni. Appare quasi un paladino del romanticismo contro la frenesia del
nostro mondo, delle nostre città, dove tutto succede talmente in fretta che non
ci accorgiamo nemmeno che sia successo; dove la mattina è subito seguita dalla
sera, e poi dalla mattina successiva; dove le persone che incontri hanno sempre
addosso un’espressione stanca, stressata, ostile. Vano, invece, è sempre qui,
pronto ad accoglierti con un sorriso senza nemmeno chiederti chi sei; ti da il
suo cibo, ti offre il suo letto perché sa che sei stanco ed affamato, e questo
basta a fare di te un suo amico. Certe volte mi domando se il progresso della
nostra civiltà valga davvero il prezzo che lo paghiamo.
Sfrutto la mattinata per fare una passeggiata nei dintorni; il cielo è
azzurrissimo, e le valli intorno al paese offrono lo scenario a magnifiche
escursioni. Cammino per un’oretta fino a raggiungere una specie di piscina
scavata nella terra, dove alcune famiglie con bambini sono venute a fare il
bagno e a prendere il sole. Scatto molte foto, anche se, purtroppo, quando
riesco a inquadrare la vetta del Kazbek, spesso nascosta dietro altri monti,
alcune nuvole l’hanno già ricoperta impedendomi così di ritrarre uno scenario da
favola.
Mi dispiace dover ripartire; potrei restare qui un’intera estate, ma altre tappe
mi attendono ed è meglio non restare troppo nello stesso posto, perché
l’abitudine e la noia, presto o tardi, ne rovinerebbero di certo il fascino.
Arrivo a Tbilisi nel
pomeriggio, dove l’afa mi assale con i suoi invisibili tentacoli, facendomi
subito rimpiangere di aver lasciato le montagne tanto fresche ed accoglienti. Il
nome stesso della città deriva da tbili, che in un’antica lingua
significa caldo, e mai un toponimo è stato più azzeccato. Nella zona si trovano
infatti numerosi sorgenti sulfuree, che attirano migliaia di visitatori (non
certo me). Secondo la leggenda, la città sarebbe stata fondata nel V secolo dal
re Gorgasali, il quale durante una battuta di caccia stava inseguendo un fagiano
che, caduto in una di queste sorgenti, fu ritrovato cotto a puntino; secondo
un’altra variante, invece, fu un cervo ferito a cadere nella sorgente e ad
uscirne miracolosamente guarito. In ogni caso, l’aria è quasi irrespirabile,
anche peggio che a Erevan.
Non ho voglia di tornare da Nasi. Sono diversi giorni che non mi lavo, e una
volta tanto voglio fare una bella doccia e dormire in un letto decente; così mi
dirigo verso un alberghetto che avevo visto già l’altro ieri, all’apparenza
pulito ed economico. Quando entro mi accoglie una ragazza carina e gentile, che
mi mostra una bella camera spaziosa, con un letto matrimoniale, un tavolino
posto di fronte ad un grande divano dall’aspetto accogliente, ed un bel bagno
arredato di tutti gli accessori. Solo per dormire mi chiede cinquanta lari,
circa venti euro, un prezzo decisamente esagerato (da Vano avevo speso dieci
lari compreso il cibo), ma so che gli altri alberghi mi chiederanno ancora di
più così, per una volta, decido di accettare. La ragazza mi accompagna in fondo
al lungo corridoio, dove mi fa entrare in un cubicolo di pochi metri quadri che
dovrebbe essere la reception, ma che in realtà funge da
abitacolo/cucina/dormitorio: una ragazzo dorme buttato su un divano, un bambino
fa i compiti chino su un piccolo tavolo che gli arriva alle ginocchia, una donna
allatta un neonato. Nella confusione generale, la ragazza annota i dati del mio
passaporto, quindi mi dà la chiave della stanza. Non ho visto altri ospiti, né
penso che ce ne siano. Solo dopo aver pagato scoprirò che c’è solo l’acqua
fredda; per un attimo penso di andare a protestare, poi mi convinco che non
servirebbe.
Oggi devo fare un
po’ di commissioni. Prima di tutto devo riparare gli occhiali: una delle piccole
viti che tengono le asticelle attaccate alla montatura è andata persa, e sono
diversi giorni che continuo a tenere insieme gli occhiali con accrocchi
improvvisati; così decido di approfittare della pausa per escogitare un rimedio
serio. Seduto sul comodo divano, strappo un filo di tessuto che penzolava da
una maglietta cercando di infilarlo nelle crune della montatura per legarvi la
bacchetta; non è così facile come sembra, e mi ci vuole più di un’ora per farlo
passare. Alla fine faccio un paio di piccoli nodi, stringendo più che posso per
non lasciare troppo gioco. Non è un granché, ma almeno per qualche giorno
dovrebbe tenere.
Decido poi di andare alla stazione ferroviaria per studiare l’orario dei treni;
ci sono ancora molte mete che voglio raggiungere, e spero di trovare un
convoglio utile: preferisco sempre usare le ferrovie quando c’è scelta, e so di
un comodo treno notturno che ogni giorno raggiunge Batumi, sul Mar Nero.
La stazione è un edificio enorme, costruito su due piani per dare un’impressione
di grandezza del tutto immeritata. Ovunque ci sono mendicanti, soprattutto
zingari che tendono la mano verso tutti quelli che passano, tenuti d’occhio da
attenti poliziotti in un clima quasi surreale da guardie e ladri. Giro per molto
tempo in lungo e in largo alla ricerca del tabellone con gli orari, e quando
infine mi siedo esausto su una panchina nel grande atrio della biglietteria
scopro che non esiste; l’orario è scritto a mano su alcuni pezzi di carta
appiccicati alle vetrate accanto alle casse. Mi rassegno quindi a trascrivere
sul mio taccuino i nomi delle città e gli orari per guardarli poi con calma in
albergo, imitando al meglio che posso i caratteri georgiani mentre una
zingarella non mi lascia in pace con le sue insistenti richieste di denaro. Alla
fine riesco a liberarmene, ma sono talmente scoraggiato dalla confusione e dalla
mancanza di informazioni che mi rassegno a usare ancora il trasporto su gomma.
Mentre cerco un
locale per cenare, mi accorgo che in tutta la città non esiste un solo posto
dove comprare cartoline. Ci sono molti negozi di souvenir, dove vendono
magliette, portachiavi, bambole o plastici della città, ma da nessuna parte sono
riuscito a trovare una sola cartolina, nonostante i turisti stranieri siano
molto numerosi: ho incontrato perfino dei pisani, ai quali ho tenuto d’occhio la
macchina fotografica mentre si ritraevano con l’autoscatto davanti ad una delle
principali chiese della città.
Passo la serata in un locale all’aperto, dove bevo una fresca birra georgiana
accompagnato da un duo che suona dell’ottimo jazz. In questa città non sono
ancora riuscito a togliermi di dosso la sensazione di allarme, a non abbassare
mai lo sguardo vigile con cui mi scruto sempre intorno alla ricerca di un
pericolo che, oggettivamente, non è mai arrivato. Se prima di partire non avessi
letto tutte quelle brutte storie sulla città, avrei considerato Tbilisi un posto
tranquillo e sicuro come tutti gli altri, e probabilmente l’avrei apprezzata di
più.
Ma la serata, naturalmente, non è ancora finita e non bisogna mai parlare troppo
presto. Quando esco dalla stazione della metropolitana vicina al mio albergo,
scopro che l’intero isolato è al buio. L’energia elettrica è mancata, facendo
precipitare una parte di città nell’oscurità più totale: le finestre di tutti i
palazzi sono buie, ma non solo quelle: le insegne dei negozi, i lampioni,
perfino i semafori sono completamente spenti, abbandonando a sé stesse le auto e
i pedoni che (come me) devono attraversare la strada. Stranamente (o no?), il
McDonald’s è l’unico edificio illuminato, isola felice nell’oscurità del
quartiere. Cammino evitando il marciapiede per non inciamparci, e stando attento
nello stesso tempo a non farmi investire. Quando finalmente raggiungo l’entrata
dell’albergo, trovo ad accogliermi una signora (forse la madre della ragazza di
prima) che è rimasta ad aspettarmi sui gradini munita di una piccola torcia
elettrica. Mentre mi fa strada fino alla mia stanza vorrei chiederle se succede
spesso di restare al buio, ma il mio russo non arriva a tanto. Ci fermiamo di
fronte alla porta, dove la signora illumina la serratura per aiutarmi a
infilarci la chiave; quindi mi domanda: “Dormire?”, e io rispondo meccanicamente
di sì. Rifletterò poi, steso sul letto ad ascoltare i rumori del traffico, su
quali fossero le alternative a mia disposizione.
Sighnaghi, 24 agosto 2006
Sulla Lonely Planet
c’è scritto chiaramente: la gente del Caucaso è molto ospitale, ma bisogna stare
attenti al pericolo numero uno: la cultura del bere. Oggi ho potuto verificare
quanto ciò sia vero.
Sono arrivato a Sighnaghi, antica cittadina nell’est della Georgia, vicino al
confine con l’Azerbaijan. Il viaggio da Tbilisi è stato piuttosto scomodo:
arrivato alla immensa stazione degli autobus di Tbilisi, dove i mashrutka si
confondono tra i banchi del mercato, i venditori ambulanti, i mendicanti, gli
strilloni che vendono biglietti per Istanbul, Mosca o Erevan, le auto private
che arrivano e partono senza sosta, ho chiesto informazioni a decine di persone
che mi hanno indirizzato ogni volta nella direzione da cui arrivavo; mi sono
fatto strada tra le ceste, le casse, il bestiame caricato e scaricato dai
furgoni; ho arrancato sotto il sole, attraversato strade e piazzali a mio
rischio e pericolo finché ho trovato il mashrutka per Signaghi nel momento
stesso in cui stava partendo. Subito uno nuovo ha occupato il posto lasciato
libero, ma ci sono volute due ore prima che si riempisse. Due ore passate ad
aspettare sotto il sole cocente, continuamente importunato da un’anziana signora
che, a turno, faceva il giro di tutti i pulmini mostrando un grande piatto
ricoperto da fette di ananas ormai rinsecchite.
Sono quasi le undici quando il mashrutka si riempie, ma sono arrivate troppe
persone tutte insieme; l’autista non le ha certo mandate via, così ci siamo
stretti in tre su due soli sedili. Nonostante siamo seduti sulla fila anteriore,
ben visibili di fianco all’autista, nessuna delle tante pattuglie di polizia che
vedo lungo la strada ci degna di uno sguardo; mi chiedo cosa succederebbe in
Italia nella stessa situazione.
Avevo programmato di fare qui solo una breve sosta, per poi ripartire e passare
la notte a Telavi, centro principale di questa regione, il Kakheti, nota
soprattutto per le sue zone vinicole. Invece, vista l’ora, la stanchezza dopo il
viaggio, e la scarsità di mezzi di trasporto, decido di fermarmi per la notte.
Nella piazza principale c’è un piccolo ufficio turistico (il primo che vedo in
Georgia), dove mi accolgono molto gentilmente, anche se parlano solo in russo:
mi informano sugli orari dei mashrutka, mi danno dei depliant con la piantina
del villaggio e mi offrono una tazza di tè. Nel frattempo arriva Lali, una
simpatica ragazza che abita in città e che viene spesso chiamata per fare da
interprete con i turisti dato che parla inglese; quando le dico che intendo
trattenermi per la notte mi trova posto presso una famiglia del paese, e mi
accompagna fino a casa loro. Si tratta di una simpatica coppia di mezza età: il
marito, Guram, è alto e magro, con capelli grigi e una faccia simpatica; la
moglie Natalia, detta Nati, è una donna piccola e bruttina, che mi sembra un po’
sottomessa al marito e si sforza di sorridere mentre apparecchia veloce la
tavola per il pranzo. Mi portano subito da mangiare: insalata, pomodori, patate
e anche qualche fetta di carne, segno che se la passano bene. Come al solito mi
fanno molte domande, e anch’io mi informo su di loro chiedendo dei figli, che
vedo ritratti in molte foto e che, come scopro, vivono e lavorano a Tbilisi.
Sighnaghi merita
senz’altro una visita: è un piccolo paese di circa duemila abitanti, ma
costruito sulla sommità di una collina da cui lo sguardo, nelle giornate limpide
come oggi, può spaziare su tutta la campagna circostante, fino all’Azerbaijan e
alla repubblica russa del Dagestan. Il villaggio è circondato da alte mura,
perfettamente intatte, lunghe più di cinque chilometri e intervallate da
ventiquattro torri: secondo la gente del posto (ma io credo che possa essere
vero) si tratta della seconda muraglia più lunga al mondo dopo quella cinese.
Nei tempi antichi, in caso di attacco nemico, la gente dei villaggi vicini si
rifugiava in queste torri, ognuna delle quali porta il nome del villaggio cui
era stata assegnata.
Faccio il giro completo della città, passando sotto gli archi in muratura e
raggiungendo ogni angolo della cinta, da cui si gode di un panorama davvero
eccezionale.
Il centro storico, invece, ha tutto un altro stile: le case sembrano quelle dei
film western americani, tutte disposte sui due lati di una lunga e stretta
strada polverosa. Ai piani alti si aprono ampie balconate color pastello che
poggiano su alti porticati di legno, e ci si aspetta che da un momento all’altro
compaia sul tetto il pistolero di turno il quale, come in ogni sparatoria che si
rispetti, viene immancabilmente colpito per poi cadere rotolando fino a terra.
Mi piacerebbe anche andare a visitare il Monastero di Bodbe, che si trova qui
vicino, dove sono conservate le spoglie di Santa Nino. E’ un luogo molto
venerato, e so che diverse comitive di turisti, sia georgiani sia stranieri, vi
si recano in visita. Il problema è che si sta facendo sera, e non mi è chiaro
quanto sia lontano. La LP dice due chilometri; i depliant turistici che mi hanno
dato all’arrivo parlano di cinque; Guram, a cui ho chiesto prima, mi ha detto
dieci. Sono stanco dopo aver camminato diverse ore sotto il sole, e penso che
rimanderò a domani. Compro dell’acqua fresca e dei biscotti in un negozietto, e
mi siedo a prendere fiato su una panchina nel grande parco costruito nel centro
della piazza principale, dove posso godermi un po’ d’ombra aspettando l’ora di
cena, e pensare alle tappe successive. Le alternative per domani sono di andare
a Telavi o tornare a Tbilisi per poi proseguire verso l’ovest del paese,
eventualmente dopo aver visitato il monastero. Tra l’altro Lali, prima di
lasciarmi, mi ha avvisato che stasera i miei ospiti andranno ad una festa di
paese qui vicino, e io non potrò rifiutarmi; quindi molto dipenderà dall’esito
della serata.
La sera, aspettando che anche Guram torni dal lavoro, mi siedo nel soggiorno con
Nati, che guarda con intenso coinvolgimento una telenovela brasiliana, in cui la
protagonista sembra essere una signora di mezza età che organizza intrighi a non
finire. Come da noi, ogni volta che un situazione raggiunge il pathos viene
trasmessa la pubblicità, e Natalia si scoccia vistosamente per l’interruzione.
E’ la classica donna di casa, che si occupa dei lavori domestici regolando i
propri orari in base a quelli del marito, che lavora e porta a casa l’unico
stipendio.
A cena viene il bello. La tavola è stata preparata all’aperto, su una terrazza
da cui si vede tutta la valle. Ci sono molti piatti, anche di carne, e vedo con
piacere due fresche bottiglie di birra; subito dopo, però, Guram fa comparire
dal nulla un’ampolla dall’aspetto esotico: secondo lui contiene un liquore molto
forte che noi italiani chiamiamo “grappa”. Dubito dell’autenticità del prodotto,
e comincio ad insospettirmi. Per noi due, oltre ai bicchieri per la birra, ci
sono due bicchierini mignon che l’uomo subito riempie di “grappa”, quindi subito
vuota il suo tutto d’un fiato invitandomi a fare altrettanto. Essendo ancora a
stomaco vuoto, decido di assaggiarne solo un goccio, e lo sguardo di Guram
diventa scuro quando si accorge che il mio bicchiere è ancora pieno. So bene
quanto nei paesi caucasici l’ospitalità sia sacra, e quanto sia offensivo verso
il padrone di casa rifiutare ciò che ci viene offerto; d’altra parte non voglio
passare la notte sul cesso dopo una gara a “bevi di più” (che tra l’altro
sarebbe sicuramente impari). Così decido di respingere gentilmente, ma
fermamente, ogni sua insistenza a darci dentro. Per tutta la durata della cena
l’uomo continua a riempirsi il bicchiere, proponendo un brindisi dopo l’altro: a
mia madre, agli amici che mi aspettano a casa, alla fidanzata che un giorno
spero di trovare. Ogni volta, regolarmente, svuota il bicchiere tutto d’un
fiato, mentre io mi limito a fingere o al limite ad assaggiare un goccio, giusto
per farlo contento. Dopo il terzo bicchiere la voce di Guram si fa impastata;
dopo il settimo perdo il conto, mentre Natalia comincia a fissarlo con uno
sguardo che non promette niente di buono. Intanto, dopo aver ascoltato allo
stereo “Caruso”, cantata da Andrea Bocelli, il mio ospite mette un CD di musica
classica, sfidandomi a riconoscere i brani. Ma la gara, tra me che non sono
certo un intenditore e lui che ad ogni incipit cerca di richiamare al cervello
brandelli di lucidità, perde subito di significato. Alla fine esco sconfitto, ma
ho portato a termine il mio intento di non bere.
Per fortuna sembra che la fantomatica festa di paese di cui mi aveva parlato
Lali non si faccia più. In compenso, dopo mangiato Guram mi invita a fare una
passeggiata per il paese, e io decido di seguirlo con prudenza; la mia curiosità
di vedere persone è sempre insaziabile, e in casa poi non saprei proprio cosa
fare. Prima di uscire però, lo sento litigare animatamente con la moglie: non
capisco una parola, ma non mi è difficile immaginare i motivi della lite.
La strada, appena usciti dal cortile, si fa buia e dissestata, e Guram, che a
mala pena si regge in piedi, mi prende a braccetto indicandomi uno per uno i
vari edifici e spiegandomene la storia col suo alito non esattamente profumato.
La piazza è una piacevole sorpresa: tutti i palazzi attorno sono illuminati, ed
è piena di giovani che passeggiano nel piccolo parco ricavato all’interno.
Questa è una grande differenza con l’Armenia, dove, a parte Erevan, le altre
città sembravano disabitate; in questo semplice paese di campagna, privo di
locali o di qualsiasi attività ricreativa, vedo una quantità incredibile di
ragazzi e ragazze che cercano di dare un senso alla serata, chiacchierando sulle
panchine, passeggiando mano nella mano, e creando una mini vita notturna
semplice ma molto allegra e coinvolgente. Su un lato del parco c’è un grande
muro dove è stata incisa una lunga serie di nomi. Guram mi spiega che sono i
nomi delle 4.301 persone originarie della provincia di Sighnaghi che sono state
deportare da Stalin in quanto dissidenti o presunti tali. A quanto pare il
grande dittatore, che pure era nato a Gori, qui in Georgia, non fece particolari
favoritismi nemmeno per i suoi conterranei. Più avanti incontro un ragazzo turco
che avevo già conosciuto alcuni giorni prima a Tbilisi, nella casa di Nasi. E’
in compagnia di due belle ragazze, due sorelle presso cui alloggia. Una delle
due parla un po’ di italiano, e si ferma a chiacchierare con me della sua
città, lodandone i monumenti e la storia. Si offre anche di accompagnarmi
l’indomani a vedere il monastero di Bodbe, dove tra l’altro il giorno prima
aveva trovato una comitiva di italiani. Io però ho già deciso di ripartire, così
il trio si congeda prima che io riesca a chiedere al turco come ha fatto a
trovare una simile sistemazione, mentre io sono stato appioppato a questo
vecchio ubriacone. Mentre ci rifletto, ecco che Guram prontamente mi afferra per
un braccio e mi trascina via, chiedendomi se voglio andare a bere qualcosa con
lui. Rifiuto cercando di essere il più gentile possibile, e invitandolo a
dirigerci verso casa. Sulla via del ritorno, ci imbattiamo in un gruppo di
uomini anziani uno dei quali, visibilmente alticcio, sta tentando di cantare a
squarciagola O Sole Mio, senza azzeccare neanche una parola. Mentre
trascino via il mio accompagnatore, che già mi invitava a sedermi con loro,
arriva Nati, che squadra il marito con un’occhiataccia di quelle che solo le
mogli furenti sanno scoccare, per poi proseguire a testa alta nella direzione
opposta. Comincio a chiedermi se la Georgia sia un paese di ubriaconi; forse no,
ma se l’unico svago dopo il lavoro è quello di intontirsi con l’alcol, temo che
per le ragazze di Sighnaghi ci sia un futuro difficile dopo il matrimonio.
Borjomi, 26 agosto 2006
Borjomi rappresenta
per la Georgia quello che San Pellegrino rappresenta per l’Italia: il paese
dell’acqua minerale. Nei supermercati di tutta la nazione si trovano bottiglie
d’acqua di marca Borjomi: quella naturale, di qualità discreta, e quella
gassata, ripugnante col suo fortissimo sapore di zolfo.
Sono giunto qui ieri sera dopo un lunghissimo viaggio da Sighnaghi, cambiando
mashrutka a Tbilisi. Durante il tragitto ho osservato con dispiacere l’ennesimo
segno di incuria ambientale. Spesso, seduto sul pulmino, sentivo degli scoppi,
dei suoni sordi simili a botti, che le prime volte mi avevano fatto temere una
foratura. In realtà questi scoppi erano troppo frequenti per essere dei guasti
meccanici, e infatti dopo un po’ ho capito di cosa si trattava: bottiglie di
plastica vuote, che i passeggeri buttano tranquillamente fuori dal finestrino
dopo averne bevuto il contenuto. Giorno dopo giorno, mashrutka dopo mashrutka, i
bordi delle strade si riempiono di questi rifiuti abbandonati, che
inevitabilmente finiscono sotto le route degli automezzi con un continuo
stillicidio. PUM! PUM! PUM! è la incessante colonna sonora di ogni spostamento,
suonata da un’orchestra di centinaia di bottiglie che esplodono sotto le route.
Nessuno, però, sembra preoccuparsene, e anche i passeggeri del mio pulmino, dopo
essersi scolati la coca-cola o l’acqua minerale di turno, abbassano il
finestrino e buttano fuori la bottiglia, come se la strada non fosse di nessuno,
e quindi tutti fossero autorizzati a sporcarla quanto vogliono; senza contare
poi il rischio di incidenti che aumenta esponenzialmente con tutti questi
ostacoli, i quali magari ogni tanto qualche gomma la fanno scoppiare davvero.
Anche qui nel Caucaso, come in quasi tutti i paesi del mondo, le bottiglie di
plastica rappresentano un problema ben lungi dall’essere risolto, o anche sono
affrontato seriamente.
Questa cittadina è
molto rinomata tra i georgiani, per i quali è una meta di villeggiatura tra le
più gettonate; non soltanto per le sorgenti di acqua e per i centri termali, ma
anche per il parco nazionale che si estende sulle montagne dei dintorni. Borjomi
ricorda (a parte il mare, che ovviamente non c’è) le classiche località
turistiche della riviera romagnola, costruite intorno ad una lunghissima strada
su cui affacciano due ali di casette basse, molte delle quali adattate ad
alberghetti o con il cartello “camere in affitto” esposto all’esterno; qualche
negozietto di souvenir, un supermercato, e di fronte alla stazione dei pullman
vedo perfino un casinò in bella mostra, affacciato sulla piazza principale.
La LP consiglia un buon albergo molto economico, ma purtroppo non c’è la cartina
della città, e orientarsi è come sempre difficile perché gli abitanti conoscono
i nomi vecchi delle strade, mentre le indicazioni sono fornite usando quelli
nuovi e quindi sono del tutto inutili. Quando chiedo a una passante dove si
trovi uliza Kostava (la strada dell’albergo che cerco), mi fissa allibita come
se le avessi domandato la strada per Marte. Per fortuna incontro Sasha, un
giovane del posto che parla francese, avendo vissuto per alcuni anni nei pressi
di Parigi, e che mi offre un passaggio sulla sua auto. Non sa dove si trovi
l’albergo, però comincia a chiedere in giro fin quando mi porta di fronte
all’ingresso. Naturalmente scopro che si trova a un centinaio di metri dal punto
di partenza, ma in questa cittadina collinare, con le stradine che sono tutte un
saliscendi e priva di ogni segnaletica, orientarsi è veramente difficile. Non ho
dubbi sul fatto che Sasha non mi chiederà soldi per il passaggio, e infatti si
accontenta di una stretta di mano.
L’albergo, come tutti quelli di Borjomi, è un ex-sanatorio. In epoca zarista
prima, e in quella sovietica poi, la città è sempre stata meta di villeggianti,
soprattutto ricchi esponenti dell’aristocrazia russa (o, più tardi, del partito
comunista) ed ha conosciuto un periodo molto florido; oggi è un po’ depressa, ma
molti alberghi funzionano ancora, e sono gestiti nello stile dei vecchi impianti
termali. Ad ogni piano un’anziana babushka ti accompagna alla tua stanza,
ti viene a prendere quando ne esci, ti informa sugli orari di funzionamento
delle docce e della sauna. Infatti, dopo pochi minuti che sono entrato in
possesso della mia camera, sento bussare alla porta; apro e vedo entrare una
donna sulla quarantina, vestita come una cameriera, che scopro essere una delle
proprietarie. Mi chiede quando partirò, e mi informa che, ogni volta che lascio
l’albergo, devo consegnarle la chiave della stanza. Le chiedo se abbia una
piantina del paese, e lei scompare verso la reception per tornare poco dopo con
un depliant che dovrò riconsegnare alla mia partenza. I modi decisi, lo sguardo
serio ed i corti capelli rosso fuoco la rendono molto affascinante; sul momento
ricambio i suoi modi spicci, ma dentro di me spero di rivederla più avanti.
Nonostante il tempo si stia mettendo al peggio, vado a visitare il Parco delle
Acque Minerali, dove passeggio tra le sorgenti di acqua calda mentre premurose
addette mi riempiono la tazza che mi è stata fornita all’ingresso. Qui si può
camminare per ore, lungo i sentieri acciottolati che si inerpicano su per le
colline, tra i gruppi di ragazzi, le famiglie coi bambini, gli anziani che
passano qui le serate, comprando da mangiare nei numerosi chioschi di dolci e di
spiedini e sedendosi ai numerosi tavolini, curatissimi nella loro pulizia ed
eleganza. Mi ricorda un po’ la località di Karlovy Vary, in Boemia, anch’essa
nota per le sorgenti d’acqua che sgorga calda (fino a 70 gradi) dai muri o dal
marciapiede, e che si può raccogliere in una tazza per poi berla con tutta
tranquillità. Vorrei stare qui più a lungo, ma il temporale che temevo arriva e
mi costringe a tornare di corsa in albergo, dove i miei affannosi tentativi di
chiudere una finestra rotta non impediscono al pavimento di trasformarsi in un
lago.
In albergo ritrovo anche Albert, il ragazzo spagnolo che avevo conosciuto a casa
di Vano, a cui è stata assegnata la camera in parte alla mia. Ogni tanto capita
di rivedere le stesse persone anche senza darsi appuntamento: i viaggiatori
indipendenti usano quasi sempre la Lonely Planet, e di conseguenza vanno a
visitare gli stessi luoghi, dormono negli stessi alberghi, mangiano negli stessi
ristoranti, e si finisce col reincontrarsi sempre qua e là. Troviamo un piccolo
ristorante dove mangiamo insieme, e mi faccio dire qualcosa di lui. Viene da
Barcellona, dove studia architettura e si mantiene gli studi dipingendo dei
semplici quadri che poi rivende ai turisti. Sta viaggiando nel Caucaso da una
settimana, e tra pochi giorni ripartirà alla volta della Turchia dove lo aspetta
il volo verso casa. Vuole anche fermarsi a Vardzia, un’imponente città rupestre
risalente al XII secolo composta da decine di case ricavate nella roccia, alcune
anche di diversi piani. Sembra che nel suo periodo di massimo splendore
ospitasse cinquantamila abitanti, e vi fossero anche una caserma ed un
monastero, tutti ricavati in grotte scavate nella nuda roccia. Ne ho sentito
parlare, ma non so se ci andrò perché si tratta di un posto molto isolato,
lontano dai percorsi che vorrei seguire. Invece mi faccio raccontare di Batumi,
la mia prossima meta, dove Albert è già stato e che mi conferma essere davvero
un bel posto. Questa Georgia mi sorprende ogni giorno di più, e le difficoltà
che i viaggiatori incontrano in questo paese così poco organizzato per
accogliere turisti sono davvero ripagate dalla vista di meraviglie della natura
e dell’uomo. Anche la cena è squisita: uno shashlik, succulento spiedino
di carne e verdure grigliate in un letto di cipolle, straborda dal mio piatto
mentre il mio amico ha ordinato i khinkali, delle squisite polpette
ripiene di carne, formaggio, uova e qualsiasi altro ingrediente che possa
rimpinzare uno stomaco a dovere. Alla fine della cena, quando chiediamo il
conto, non riesco a credere ai miei occhi: la padrona sta facendo i conti usando
un abaco! Per chi non lo sapesse si tratta di una piccola tavoletta con un
pallottoliere, che veniva utilizzata dai nostri antenati quando le calcolatrici
non esistevano. La donna usa l’attrezzo con disinvoltura, spostando rapidamente
a destra e a sinistra le piccole palline e riportando su un pezzo di carta i
risultati parziali, seguendo movimenti che da noi sono andati dimenticati nella
notte dei tempi. Resto a fissare la signora mentre usa quello strumento tanto
antico con la stessa bravura con cui un ragazzino italiano saprebbe inviare foto
digitali con un telefonino… Dopo alcuni minuti, scarabocchia il totale su un
pezzo di carta che ci porge con gentilezza; mentre paghiamo mi sorprendo a
pensare a come nella vita non si finisca mai di stupirsi.
* * *
Oggi ho visitato il
Parco Nazionale Borjomi-Kharagauli, una riserva protetta che occupa l’uno per
cento dell’intero territorio nazionale. Il Parco comprende una decina di
sentieri ben segnalati che si snodano attraverso le foreste della zona, dove è
possibile incontrare animali selvatici che vivono in assoluta libertà:
scoiattoli, castori, ma anche cervi, stambecchi e perfino piccoli orsi. I
sentieri più lunghi si arrampicano per diversi chilometri fino a raggiungere
rifugi di montagna costruiti fin sopra i tremila metri di quota, dove,
prenotando in anticipo, è possibile mangiare e dormire. Io mi accontento di un
semplice giro sul sentiero numero uno, quello più breve, che partendo dagli
uffici centrali del parco, costruiti qui a Borjomi, compie un giro ad anello
percorribile in un paio d’ore. Il percorso sale in cima ad una collina, da cui
si gode di un bellissimo panorama dell’intera regione, con la piccola città
chiusa tra le montagne circostanti, ed il fiume che la taglia in due
serpeggiando sinuoso sotto i numerosi ponti. Il tracciato è ben segnalato, e
spesso incontro dei cartelli multilingue che descrivono la fauna e la flora
locale; ogni tanto si vedono anche delle panchine, o addirittura dei tavolini da
pic-nic con annesso cestino dei rifiuti. E’ un peccato, però, che tutto questo
patrimonio naturale sia poco utilizzato; in tutto il mio giro, durato diverse
ore, ho incontrato solo un’anziana signora a passeggio con la nipotina, che mi
ha indicato un sentiero secondario diretto ad una piccola cappella costruita tra
gli alberi; per il resto, ho camminato in solitudine nel silenzio più assoluto.
Verso le undici, quando il mio giro è finito e sto uscendo dal parco, incontro
Albert che, fatta scorta di acqua e cibo, sta entrando negli uffici a chiedere
informazioni. Lo accompagno; troviamo un’impiegata molto gentile che, parlando
inglese, ci dà una cartina molto dettagliata dei percorsi e ci spiega come
raggiungerli. Il mio amico vuole percorrere il sentiero numero quattro, uno dei
più lunghi, raggiungere il rifugio al centro del parco e poi ritornare in
serata. Scopriamo però che il sentiero non comincia a Borjomi, ma in un paese ad
alcuni chilometri di distanza, quindi Albert dovrà prima trovare un mezzo che lo
porti lì, quindi cercare l’inizio del percorso, raggiungere il rifugio, tornare
indietro per un altro sentiero (si può fare un giro ad anello), quindi trovare
un mezzo per ritornare a Borjomi. Questi imprevisti complicano i suoi piani, ma
non si lascia scoraggiare e, zaino in spalla, mi dà l’arrivederci e comincia a
camminare lungo la strada, sperando in qualche mashrutka di passaggio.
Nel pomeriggio, dopo il solito improvviso acquazzone (penso ad Albert che se lo
sarà sorbito tutto), devo prelevare un po’ di soldi. Ci sono voluti quindici
giorni, ma alla fine i 350 euro che avevo con me quando sono partito dall’Italia
sono terminati, e ho bisogno di contanti. Entro in una banca, dove trovo uno
sportello che fornisce contanti dietro presentazione di una carta di credito.
Dall’altra parte del vetro, una vecchietta dall’aspetto arcigno mi guarda male,
poi si mette a fare altro. Deposito la mia carta nel carrello, ma quando lo
faccio scorrere dall’altro lato del separè la vecchia prima prende in mano la
carta, esaminandola con disprezzo, poi la rimette nel vassoio spingendolo verso
di me con un secco gesto di disprezzo, quasi di odio, blaterando alcune parole
che non capisco. Rimango un attimo perplesso, mentre un impiegato di passaggio
le chiede spiegazioni, quindi mi dice che l’orario di chiusura è passato da
quattro minuti. Questo certo non giustifica la maleducazione dell’impiegata!
Rifletto, comunque, su come vivano gli abitanti di questo paese, che sono
soggetti a questo modo di fare ogni giorno della loro vita. D’altronde i
cittadini che abitano in un paese comunista, ogni volta che entrano in un
ufficio statale (banche comprese), si trovano di fronte a tristi impiegati che
lavorano poco e male, poiché il loro magro stipendio non dipende in alcun modo
dal loro rendimento.
Trovo una seconda banca, non lontano dalla prima, dotata di uno sportello
bancomat all’esterno. Mi avvicino, ma quando sto per inserire la carta sento
picchiettare sul vetro, e vedo un signore che, dall’interno della banca, mi fa
cenno di no con un dito spiegandomi poi, sempre a gesti, di ritornare alle
quattro.
Non avendo altro da fare decido di fare un giretto per il paese. Lungo il
cammino assisto alla scena sicuramente più triste e deprimente di tutto il mio
viaggio: alcune mucche “randagie” hanno vagato senza padrone né guida per la
strada, fino a raggiungere un cassonetto dei rifiuti dal quale stanno “brucando”
tutto ciò che trovano. Coi loro lunghi musi sollevano i sacchetti di immondizia
dal cassone per poi rovesciarli sull’asfalto e mangiarne il contenuto. Sono
passato diverse volte da quella strada, tra l’altro una delle principali, e ogni
volta ho ritrovato le mucche sempre lì a mangiare. Nessuno, né i passanti né i
poliziotti sembrano interessarsene minimamente; e davvero non so se provare più
pena per quei poveri bovini abbandonati a loro stessi, e ridotti a cibarsi di
rifiuti pur di sopravvivere, o per un paese che sprofonda ogni giorno di più in
un degrado ambientale che prima o poi darà i suoi frutti amari a tutti coloro
che lo popolano.
Alle quattro ritorno
in banca. Non faccio nemmeno in tempo a salire i gradini di fronte all’ingresso,
che l’omino di prima mi si fa incontro, facendomi nuovamente segno di no e
dicendomi di tornare alle cinque. Ho capito che sarà meglio prendersela comoda,
così faccio ritorno in albergo.
Scopro che Albert è stato spostato nella mia stanza, perché la sua era già
prenotata e deve liberarla. Io non ho problemi: nella mia c’è un letto singolo,
che uso io, più uno matrimoniale che lascio tutto a lui. Inoltre, è sempre
piacevole avere un compagno di camera con cui scambiare quattro chiacchiere. Lo
spagnolo, invece, non è tanto contento: non tanto per la nuova sistemazione ma
perché, dopo essere tornato fradicio dalla sua camminata (ha preso in pieno il
temporale), ha scoperto che l’orario della doccia è terminato e che dovrà
aspettare due ore prima di potersi lavare.
Scendo nella piccola cucina del seminterrato, nel cui frigorifero ho lasciato un
po’ di cibarie che avevo comprato ieri. Un uomo sulla quarantina si sta
preparando da mangiare sul grande tavolo, e mi invita a fargli compagnia. Si
chiama Anton e viene dallo Svaneti, la regione più remota, arretrata e
affascinante della Georgia. Non ci sono strade che la raggiungono, ma soltanto
mulattiere; i suoi piccoli villaggi distano ore e ore di fuoristrada l’uno
dall’altro, e sono caratterizzati da alte torri di guardia, costruite
interamente in pietra, la cui facciata è interrotta solo da qualche feritoia
costruita subito sotto il tetto. Ce n’è una per ogni casa; sono usate per
avvistare i nemici e per offrire rifugio agli abitanti in caso di attacco
nemico, oppure per ripararsi in caso di faide tribali, avvenimenti molto comuni
in questa terra priva di leggi scritte, dove la vita è regolata da un codice
d’onore basato sui legami di sangue e sulla giustizia sommaria. Anche Ella
Maillart, famosa viaggiatrice del Novecento, ci era passata in una delle sue
interminabili peregrinazioni, descrivendone gli abitanti come poverissimi ma
estremamente ospitali. Chiedo al mio nuovo amico di parlarmene, perché le
informazioni che possiedo sono molto scarse. Gli uomini vanno a caccia calzando
i caratteristici mocassini, che vengono riempiti d’erba per attutire il rumore
dei passi; le donne, vestite sempre di nero, si occupano della casa con grande
dignità, e cuociono la carne procacciata dai mariti. Molte case però non hanno
il camino, e il fumo esce passando tra le assi di legno e le pietre, dando
l’impressione, guardando dall’esterno, che l’intera casa stia andando a fuoco.
Mi piacerebbe molto visitare lo Svaneti, ma la sua posizione tanto remota e la
presenza del banditismo mi scoraggiano. Mentre racconta, Anton stappa un fiasco
di vino e ne riempie due grossi bicchieri da acqua, uno per me e uno per lui;
come al solito, scola il suo tutto d’un fiato invitandomi a fare altrettanto. Ne
bevo alcuni sorsi, mangiandoci sopra alcune fette del buon formaggio che Anton
mi offre, insieme a pezzi d’anguria. L’uomo lavora al parco delle acque
minerali, dove è una specie di factotum: guardiano, addetto alle pulizie,
gestore della distribuzione d’acqua, giostraio (?). Parla anche un po’ di
italiano, perché certi suoi zii vivono in Sicilia e ogni tanto lo vengono a
trovare, portandogli dei dolci e altri prodotti tipici. Intanto il suo bicchiere
continua a riempirsi e a svuotarsi ritmicamente, e, dietro le sue insistenze, il
mio lo imita anche se ad un ritmo più blando. Comincio a temere che dovremo
finire l’intero fiasco per fare contento Anton, quando finalmente l’uomo lo
richiude e si alza per andare a lavorare. Ne ha bevuto da solo una buona metà,
ma sembra che non gli abbia fatto alcun effetto. Raccoglie le sue cose, mi
saluta e comincia a salire le scale senza la minima esitazione.
Quando mi volto vedo la signora di ieri, quella dai capelli rossi, che, senza
che me ne accorgessi, è scesa in cucina a lavare i piatti. Qualcosa si risveglia
dentro di me; mi offro di aiutarla, e cominciamo a parlare. Si chiama Irina, è
di chiare origini russe e vive a Borjomi da sempre, dove fin da bambina si è
occupata di gestire sanatori. Si ricorda di quando gli alti dirigenti del PCUS
venivano a soggiornare negli alberghi di lusso, e lei era incaricata di far
entrare e uscire di nascosto le altissime bionde che andavano a visitare le
stanze ogni notte. Mi domando se anche lei sia stata una prostituta, anche se
non ne ha affatto l’aria. Questi pensieri cominciano a farmi girare la testa:
non so se sia conseguenza del vino, o di quello sguardo così severo ed allo
stesso tempo eccitante, o di quei capelli che fanno venir voglia di accarezzarli
per ore, o il fatto che mi piacciano le donne più grandi di me, così mature,
così esperte…
mentre asciuga gli ultimi piatti, fingendo di aiutarla chiudo le mie mani sulle
sue… lei mi guarda, sorpresa, io la fisso intensamente; le tolgo dolcemente di
mano il piatto poggiandolo nel lavello, le accarezzo il viso meraviglioso, la
sua freddezza si scioglie, io la stringo e avvicino le mie labbra alle sue…
Batumi, 27 agosto 2006
Quando viaggio da solo, cioè
quasi sempre, ci sono due cose che mi spaventano: gli incidenti d’auto e le
malattie degli organi interni; e in questo viaggio mi sono capitate entrambe. Ma
andiamo con ordine.
La mia ultima tappa in Georgia è Batumi, nota località turistica sul mar Nero,
molto frequentata dai giovani. Mi fermerò qui qualche giorno, per poi proseguire
in Turchia.
A Borjomi trovo subito il mashrutka giusto ma, quando infilo lo zaino nel solito
scompartimento sotto i sedili posteriori, l’autista me lo fa togliere e lo
carica sul tetto. Questa nuova posizione non mi convince molto: il bagaglio non
è assicurato al portapacchi, e col suo volume ha tutta l’aria di cadere giù alla
prima curva; come già altre volte, devo sperare che l’autista sappia quello che
fa (forse da noi siamo semplicemente abituati troppo bene). Quando partiamo,
fortunatamente, il portapacchi sul tetto è strapieno di valigie e sacchi vari,
tutti ben legati ed assicurati (almeno spero). Non mi sento molto tranquillo, ma
non posso ancora immaginare che questa sistemazione sarebbe stata invece la
salvezza per il mio zaino!
Il mashrutka parte per un viaggio che, nelle previsioni, dovrebbe durare circa
quattro ore. Come sempre procediamo a velocità folle zigzagando tra gli altri
veicoli e facendo strage delle solite bottigliette di plastica. Percorriamo il
principale asse stradale del paese, la direttrice Tbilisi-Kutaisi-Batumi, che
sulle carte stradali sembra una grande autostrada; invece si tratta di una
normalissima strada a due corsie, dove il pulmino fa un continuo slalom fra tir
stracarichi di qualsiasi cosa, carretti trainati da cavalli, buche che compaiono
all’improvviso nel manto stradale, e tutto evitando di scontrarsi con i mezzi
che arrivano dall’altra direzione, i quali ovviamente compiono le nostre stesse
spericolate manovre. Dopo un paio d’ore il mashrutka deve svoltare a sinistra,
dove una stradina conduce ad uno spiazzo con annesso ristorante. Dovendo dare la
precedenza alle auto che arrivano dall’altra parte, il pulmino si ferma in mezzo
alla strada, in un punto che non mi piace per niente: siamo nel bel mezzo di un
lunghissimo rettilineo, dove tutti vanno sparati come pazzi, e ho una brutta
sensazione. Dopo pochi istanti sento dietro di noi l’inconfondibile stridio di
una frenata disperata: qualcuno ci sta venendo addosso. Mi faccio piccolo
piccolo, staccando la schiena dal sedile e aggrappandomi a quello di fronte a
me, nella speranza di attutire l’urto; per alcuni, interminabili, secondi prego
che tutto vada bene, finché arriva l’inevitabile schianto, così forte che il
mashrutka, carico di quindici persone e relativi bagagli, viene proiettato in
avanti di un paio di metri fin nella corsia opposta, dove, per grazia di Dio,
non stava arrivando nessuno. Mentre tutti gridano spaventati, l’autista riesce a
guidare il mezzo fuori dallo stradone, parcheggiando in un prato. Io e gli altri
passeggeri ci guardiamo in faccia, pallidissimi: siamo tutti interi, anche se
una donna grassa, seduta sull’ultima fila (quella colpita direttamente) si sente
male dallo spavento e viene sollevata di forza per farla uscire dal veicolo. Uno
alla volta scendiamo tutti, facendoci ognuno un sommario check-up. Sul momento
sto bene, non ho alcun dolore, ma nutro un certo timore per i prossimi giorni;
spesso i postumi degli incidenti stradali si avvertono non subito, ma a distanza
di alcuni giorni. Sto pensando che forse a Batumi farò bene a farmi visitare in
un ospedale, ammesso che ce ne siano di affidabili: mi converrà chiamare
l’assicurazione in Italia e sentire cosa mi dicono. Per ora, comunque,
l’importante è che stiamo tutti bene; lo stesso vale per i nostri tamponatori,
che incredibilmente scendono illesi da un’auto completamente distrutta, e subito
cominciano a litigare furiosamente col nostro autista. Io non capisco una
parola, e sinceramente non vedo quali ragioni possano accampare a loro favore,
ma assisto ad una lite furiosa che temo possa degenerare in una scazzottata. Gli
autisti degli altri mashrutka, che hanno assistito alla scena, arrivano a dar
man forte al nostro, e la discussione diventa sempre più animata finché arriva
un’auto della polizia a sedare gli animi. Mentre il guidatore compila le carte
burocratiche, gli altri tizi spingono quel che resta della loro auto verso una
carrozzeria nei paraggi.
Nel frattempo io e gli altri passeggeri controlliamo i danni al nostro veicolo:
niente di irreparabile, soltanto una gran botta nel portellone posteriore,
proprio nel punto in cui avevo inizialmente sistemato il mio zaino… come diceva
sempre mio padre, non bisogna mai opporsi al destino quando sembra schierarsi
contro di te (se ne convinse quando da giovane, durante la guerra, aveva cercato
di imbarcarsi clandestinamente su una nave diretta in Italia ma per ben due
volte era stato scoperto e rispedito a terra; deluso ed arrabbiato, aveva saputo
poi che la nave era stata silurata durante il viaggio e che tutti quelli a bordo
erano morti).
Dopo oltre due ore di sosta, ripartiamo. Mancano alcuni passeggeri, come la
donna che era stata male, che si sono fatti venire a prendere da parenti o
amici; resto io e un gruppo di ragazzi diretti sulla costa del mar Nero.
Arriviamo a Kobuleti, ridente località di villeggiatura dove per la prima volta
nel mio viaggio vedo il mare, a pomeriggio inoltrato. La strada corre parallela
alla costa, ed i trenta chilometri che la separano da Batumi sono un continua
sequenza di basse casette da spiaggia, ognuna col proprio giardinetto, le sedie
a sdraio, i costumi da bagno stesi ad asciugare al sole. Ovunque passeggiano
ragazzi in costume, bambini con i classici ciambelloni a forma di anatra,
anziani con la pelle abbronzata su cui contrastano molto i candidi capelli.
In ogni paese qualcuno scende, andando a raggiungere amici o parenti che hanno
la casa al mare, e quando il mashrutka arriva alla sua destinazione finale io
sono rimasto l’unico passeggero. Quando scendo, mi ritrovo in una grande piazza
il cui traffico caotico quasi intimidisce. Ma, non appena mi volto, il mar Nero
(che, a dispetto del nome, qui è di un blu molto acceso) mi appare in tutto il
suo fascino, costeggiato da un elegante lungomare arredato da panchine,
lampioni, siepi, tutti ben tenuti e curati. La passeggiata finisce alla
capitaneria del porto, un elegante edifico bianco col tetto blu, la cui entrata
è nascosta dietro un altissimo porticato che rivela alte finestre retrostanti.
Più a sud, le alte cime delle ultime propaggini delle catene caucasiche
incorniciano più che degnamente lo scenario con loro vette immerse nelle nuvole
o nella nebbia.
Trovo un piccolo albergo dove mi danno una stanza con l’aria condizionata, una
cosa che io non amo molto ma che con questa afa è davvero la benvenuta. C’è
anche una doccia funzionante, mentre nella grande hall un bar ed un televisore
sono a disposizione degli ospiti (non molti, peraltro).
In seguito alla
secessione dell’Abkazia, la città di Batumi, ufficialmente capitale della
repubblica dell’Adjara, è diventata la principale località balneare della
Georgia. Per noi cittadini del mondo questi confini artificiali e queste beghe
infantili non hanno alcuna importanza; ciò che conta sono il mare, il sole (che,
a dirla tutta, va e viene da dietro le nuvole), i bar all’aperto e le ragazze in
costume. Ogni giorno mi convinco che la Georgia sia molto più interessante
dell’Armenia, anche se le armene sono sicuramente più carine.
La cosa che più mi colpisce è la quantità di giovani che si vedono in giro,
giorno e notte. Il lungomare è in realtà una scacchiera di stradine parallele e
perpendicolari alla spiaggia, tutte rigorosamente pedonali, sulle quali di sera
si riversa una quantità incredibile di persone: molte famiglie, ma soprattutto
ragazzi e ragazze che passeggiano magari con un gelato in mano, ascoltando la
musica che proviene dai locali all’aperto, dove alcuni complessi suonano senza
interruzione. Le piazze sono gremite di gente all’inverosimile, ovunque ci sono
chioschi di panini, o semplici locali dove si possono mangiare spiedini e
khoravats. Passeggio pigramente lasciandomi trascinare dalla folla, finché
raggiungo un immenso parco a sud della città, le cui luci si vedevano già da
lontano, e nel cui centro gira una grande ruota panoramica, tutta illuminata a
giorno. E’ bello vedere così tanta gente in giro, dopo le desolanti serate
armene. Ritorno verso il porto per non perdere l’orientamento, quindi decido di
lasciarmi alle spalle luci e musica e mi dirigo verso la spiaggia, camminando
sulla sabbia finissima e sdraiandomi ad un paio di metri dal mare. Resto a lungo
disteso nell’oscurità, completamente rilassato, ascoltando il suono delle onde
che muoiono sulla riva… lascio scorrere liberamente i pensieri, mi sento parte
del mondo, della natura, di una semplicità disarmante per il suo fascino. Di
fronte a me, a mille chilometri di distanza, ci sono le spiagge della Bulgaria;
forse anche là in questo momento c’è qualcuno che sta meditando sulle stesse
cose. Penso a Daniela, la mia amica siciliana verso cui provo da sempre
sentimenti contrastanti: in certi momenti mi sento fatalmente attratto, ma un
attimo dopo la detesto con tutti i miei sensi. Lei ama moltissimo il mare, e se
sapesse dove sono mi invidierebbe da morire; so che sta ancora lavorando (in
Italia ci sono due ore in meno) così cedo alla tentazione di mandarle un
messaggio fintamente malinconico, giusto per farle un po’ rabbia.
Dopo un po’ mi rialzo e mi rituffo nella calca. Mi torna alla mente un’estate di
molti anni fa, l’estate dopo l’esame di maturità, quella in cui ti senti libero
di fare tutto quello che ti passa per la testa. Ero a Rimini con alcuni amici, e
la sera passeggiavamo per viale Regina Margherita dove c’era la stessa folla, la
stessa vita notturna. Solo fino al quindici agosto, però, perché ricordo
benissimo come la sera del giorno sedici le strade si fossero improvvisamente
svuotate: molti negozi erano già chiusi, un silenzio ed una calma irreali erano
calati all’improvviso sulla città. Qui no, invece: siamo quasi a settembre,
eppure la vita è sempre attiva, la folla infinita, la voglia di vivere senza
calendario.
Raggiungo Eras Moedani, la grande piazza che fa da spartiacque tra la zona del
lungomare e la città vera, quella con auto e traffico, che adesso sta già
dormendo. Sul lato ovest, quello vicino al mare, è stato allestito un palco dove
tra poco comincerà un concerto, mentre a est, verso la città, un maxischermo
replica le immagini riprese in diretta. Più avanti ecco un’altra piazza, dal cui
pavimento escono, a ritmo di musica, alti getti d’acqua sotto cui i bambini si
divertono un mondo a schizzarsi ed a rinfrescarsi per combattere l’afa che,
nonostante sia quasi notte, è ancora asfissiante.
Ritorno in albergo con il cuore pieno di quelle emozioni che solo il mondo,
quello con la M maiuscola, è capace di elargire; a patto, naturalmente, di
essere pronti a riceverle.
Batumi, 28 agosto
2006
Per i pochi occidentali che
conoscono l’esistenza dei paesi caucasici, Armenia, Gerorgia ed Azerbaijan sono
più o meno la stessa cosa. Non si distinguono bene i confini, la storia, i
popoli; molti litigano perfino se collocarli in Europa o in Asia. La realtà,
invece, è ben diversa: questi tre stati hanno storia, popoli e tradizioni molto
diverse, e solo l’occupazione russa li ha accomunati, imponendo a tutti la
stessa lingua ufficiale e le stesse leggi.
L’Armenia, per esempio, è un paese con un radicato senso di unità nazionale:
ovunque io sia stato, dalla boscose montagne del nord ai desertici altipiani del
sud, ho sempre incontrato persone molto fiere della propria “armenicità”. Tutti
gli armeni si identificano in uno stato ed in un popolo armeno, e sono
orgogliosi di essersi sempre liberati dai vari conquistatori (mongoli, turchi,
russi) che nel corso dei millenni hanno occupato il loro territorio. Questo non
significa che siano razzisti, o xenofobi, tutt’altro: tutti sono sempre stati
molto gentili e disponibili con me e con gli altri viaggiatori. Semplicemente,
gli armeni sono un popolo molto fiero della propria identità e della propria
cultura.
Il discorso, invece, è molto diverso per la Georgia. Questo stato è più che
altro un puzzle di varie nazioni, di vari popoli molto diversi tra loro, che un
bel giorno si sono trovati costretti a vivere insieme nella Repubblica
Socialista Sovietica di Georgia. I veri georgiani sono gli abitanti della
capitale e degli altopiani centro-orientali; per il resto, il paese comprende
diverse mini-repubbliche più o meno autonome, ognuna con la propria bandiera, la
propri lingua e, com’è il caso dell’Adjara, anche la propria dogana. Nelle
montagne del nord, per esempio, le remote regioni dello Svaneti e del Racha sono
abitate da popolazioni che parlano una lingua completamente diversa dal
georgiano, e sulle quali l’autorità centrale ha ben poco potere. In queste
lande, la costituzione georgiana è carta straccia, e le sole leggi che contano
sono quelle dettate dai codici d’onore e dai vincoli di sangue; la gente, dedita
soprattutto alla caccia e alla pastorizia (e anche al banditismo), vive ancora
in un modo che molti definirebbero “medioevale”. Le autorità di Tbilisi laggiù
non hanno alcuna influenza (come non ne avevano prima quelle di Mosca), anche se
per loro ciò non rappresenta un problema data la povertà e la scarsa importanza
di quei territori.
Diverso è il caso di un’altra zone di montagna, la repubblica autonoma dell’Ossezia
meridionale che, forse nel tentativo di abbattere la fiera autonomia degli
osseti, Stalin separò dall’Ossezia settentrionale assegnata invece alla Russia.
Questa regione ricopre un’altissima funzione strategica, poiché vi passano le
principali vie di comunicazione tra la Georgia, la Russia e le sue instabili
repubbliche caucasiche dell’Inguscezia e della Cecenia. L’esercito di Tbilisi
qui è presente in quantità massicce, sempre pronto a sopprimere qualsiasi
velleità di autonomia della fiera popolazione locale, gli osseti appunto, che a
più riprese ha manifestato violentemente chiedendo l’indipendenza e la
riunificazione coi fratelli del nord. Qui si parla il russo, si usa il rublo e
gli “immigrati” georgiani devono tenere gli occhi bene aperti quando girano per
strada. L’Ossezia meridionale ufficialmente è aperta al turismo, ma molti
georgiani che ho incontrato mi hanno “sconsigliato” di andarci.
La repubblica, poi, che ha causato maggiori problemi al governo centrale è
quella dell’Abkazia, che si trova nel nord-ovest del paese e contiene la maggior
parte della costa sul mar Nero. Abitata per secoli da un popolo musulmano fiero
ed indipendente, non ha mai sopportato la forzata convivenza con i vicini
georgiani, la cui lingua e religione (ortodossa) è stata loro imposta con la
forza dai russi. Approfittando dei disordini scoppiati a Tbilisi subito dopo il
crollo dell’impero sovietico, il presidente abkazo Vladislav Adrzinba prese la
situazione di petto e ordino al proprio esercito di distruggere tutti i ponti
stradali e ferroviari tra l’Abkazia e la Georgia (il confine corre lungo un
fiume). Nel giro di una sola notte i due paesi si ritrovarono fisicamente
divisi, secondo la regola che "“chi è di qua, è di qua; chi è di là, è di là”.
Questa situazione, però, non poteva essere tollerata dall’allora presidente
georgiano Shevardnadze il quale, ristabilito l’ordine a Tbilisi, cominciò subito
ad occuparsi della questione. L’Abkazia, infatti, è strategicamente troppo
importante per la Georgia, per almeno tre motivi. Prima di tutto, costituisce (o
almeno, costituiva) la più importante zona balneare e turistica di tutto il mar
Nero orientale, con tutti i profitti che ne derivano; in secondo luogo è
attraversata dalla strada più importante e più veloce che corre fra Tbilisi e
Mosca; infine, il suo sottosuolo ospita gli oleodotti e i gasdotti in cui
viaggia il petrolio estratto nel mar Caspio e diretto verso la Turchia e
l’Europa. Shevardnadze inviò l’esercito avio-trasportato ad occupare la capitale
del nuovo stato, Sokhumi, costringendo gli abkazi a rifugiarsi sulle montagne e
ricostruendo i collegamenti terrestri interrotti. A questo punto, però,
intervenne la Russia, che non vedeva certo di buon occhio la preziosa Abkazia
occupata da una Georgia filo-americana. L’esercito russo aiutò gli abkazi a
riconquistare i territori perduti, ricacciando le truppe di Shevardnadze oltre
il fiume. La rappresaglia fu terribile, e costrinse decine di migliaia di civili
georgiani ad abbandonare le loro case e a ritornare disordinatamente nella terra
d'origine. Secondo molti abitanti di Tbilisi, fu proprio questa ondata di
profughi ad aumentare il livello di criminalità nella capitale. Si calcola che
almeno centocinquantamila persone prive di casa e lavoro si riversarono per le
strade della città, aggiungendo ovviamente molti problemi ad un paese appena
uscito dalla guerra civile.
Ora la situazione è più tranquilla, e non si combatte più. Il confine tra
Georgia ed Abkazia è ovviamente chiuso, e i soldati fermano chiunque si
avvicini, perquisendoti ed interrogandoti a lungo. Nella regione di frontiera
del Samegrelo, appartenente alla Georgia, una delle più povere all’interno di un
paese non certo ricco, sono insediati altri centomila profughi, e la autorità
locali possono fare ben poco per sistemare tutte queste persone. Molti alberghi
e sanatori sono stati requisiti per ospitare questi rifugiati, ed è davvero
triste aggirarsi per le località di questa zona, dove le strade sono abitate da
migliaia di persone che tirano a campare, chiedendo l’elemosina e vendendo merci
improvvisate ai pochissimi stranieri.
Tecnicamente anche Batumi non va considerata Georgia, perché è la capitale della
Repubblica dell’Adjara (chiamata anche Adjaristan), un’altra che col governo
centrale di Tbilisi ha ben poco da spartire. Quando, nel gennaio 2004, il
neo-eletto presidente Mihkail Saakashvili tento di entrarvi col suo corteo di
auto, le truppe adjare lo fermarono al confine costringendolo a tornare
indietro. Tutt’ora i rapporti tra i due governi sono molto tesi, anche se
Tbilisi ha fatto alcune concessioni per non perdere anche il controllo di questa
zona, che rappresenta ora l’unico sbocco sul mare della Georgia, nonché la sua
principale zona balneare e turistica. Sugli edifici pubblici sventolano le
bandiere di entrambi gli stati, e prima di uscire verso la Turchia bisogna
attraversare due dogane.
* * *
Oggi, probabilmente,
è stato il mio ultimo giorno in Georgia. Stamattina ho passeggiato sul
lungomare, dove pochi bagnanti alternavano nuotate nell’acqua tiepida a momenti
rilassanti sulla sabbia, mentre il sole andava e veniva tra le nuvole. Mi sono
fermato a bere una coca in uno dei tanti barettini, seduto ad osservare il mare
mentre alla radio andavano le canzoni italiane degli autori più classici:
Celentano, Cotugno, i Pooh. Ho trovato alloggio presso l’hotel Bebo, in realtà
una casa privata gestita da una signora molto grassa e molto pigra, che gira
sempre vestita di nero e passa le sue giornate a guardare la televisione. La
casa è al completo (mentre tratto sul prezzo, osservo alcune ragazze dal marcato
accento australiano uscire in bikini dirette alla spiaggia), così la padrona mi
dà una stanza esterna, in una dependance che si raggiunge salendo una scala in
legno a cui mancano alcuni gradini. La stanza è molto semplice: due materassi
cigolanti senza lenzuola né biancheria, un tavolino, un lucchetto per chiudere
la porta quando esco. E’ decisamente un posto squallido, ma il prezzo basso mi
evita di cambiare i dollari che infine sono riuscito a prelevare a Borjomi, e in
fin dei conti qui devo solo dormirci.
Nel pomeriggio vado in un internet point per cercare un ostello a Istanbul, la
mia prossima tappa dove conto di giungere tra un paio di giorni. Il locale è
gestito da una bionda stupenda, uno schianto di ragazza che sa installare sui PC
le ultime patch di explorer e gli antivirus più aggiornati con la stessa
nonchalance con cui, in Italia, una ragazza di uguale bellezza saprebbe
scegliere le scarpe più intonate alla mise da discoteca più alla moda. Scopro
che parla un ottimo inglese e così, con la scusa che il mio computer è lento,
comincio ad attaccare bottone fino a quando arriva il fidanzato a darle il
cambio… è davvero destino che tutte le ragazze che valgono qualcosa siano sempre
impegnate. Comunque, prenoto un ostello nel quartiere più turistico di Istanbul
a nove euro a notte, una cifra più che ragionevole considerata la città. L’unica
mia preoccupazione è la salute: come temevo, il collo e la schiena hanno
cominciato a farmi male in seguito all’incidente di ieri, anche se il dolore è
contenuto. Per ora aspetto: se domani il dolore dovesse aumentare, chiamerò
l’assicurazione in Italia, anche se certo preferirei essere visitato ad Istanbul
piuttosto che in questa città dove, spiaggia e divertimenti a parte, i servizi
sono molto arretrati. Mi piace stare qui, ma per noi viaggiatori l’unico
imperativo è: partire e non fermarsi mai, perché magari il prossimo posto ti
piacerà ancora più di questo, ma non potrai mai saperlo se non ci vai.
Alla sera, dopo una cena luculliana a base di spiedini e verdura servita da una
bionda molto carina ma che non parla inglese (questo è, purtroppo, il principale
limite della popolazione locale), torno a rilassarmi sulla spiaggia, nuovamente
sdraiato ad ascoltare le onde nel buio.
Passo la mia ultima notte sul sacco a pelo che svolto, aperto, sopra il
materasso. L’afa è soffocante, ma cerco di resistere alla tentazione di
attaccarmi alla bottiglia dell’acqua che ho deposto accanto a me, perché bere
vorrebbe dire solo sudare ancora di più, creando un circolo vizioso da cui
sarebbe sempre più difficile uscire.
La stanza è illuminata a giorno dalle luci della grande Chiesa della Vergine
Maria, la cui facciata risplende in maniera davvero magnifica. Lo spettacolo è
grandioso; e anche se non riesco a dormire, non mi dispiace restare sveglio a
riflettere sul mio viaggio, ripercorrendo con la mente e con il cuore le varie
tappe. Ora che la mia avventura è quasi al termine, ho tante esperienze su cui
riflettere, tanti ricordi da far riaffiorare.
Domani c’è la Turchia, ma per questa notte voglio fermarmi a pensare.
Buona notte, Georgia.
PARTE TERZA
TURCHIA
Hopa, 29 agosto 2006
E’ sempre emozionante
attraversare un confine a piedi: ti procura un netto senso di cambiamento, ti fa
capire che stai lasciando un paese, una nazione, una cultura, e stai entrando in
un nuovo paese, dove troverai una nuova nazione e una nuova cultura. Cambiano le
uniformi, cambiano le bandiere, cambiano le scritte e la lingua; hai quella
sensazione di passaggio, di transito, che premette sempre a nuove scoperte, come
se cominciasse un nuovo viaggio. Questo posto di frontiera, poi, è molto
particolare: con il mare e la sabbia a pochi metri dalle barriere che luccicano
al sole, ti appare meno brutto dei soliti; e mentre lo oltrepassi ecco i
gabbiani che, con i loro versi, sembrano venire a salutarti festosamente.
Lasciare la Georgia è stato facile; entrare in Turchia un po’ meno. Al controllo
passaporti mi hanno detto che dovevo procurarmi il visto all’apposito ufficio,
dove mi hanno indirizzato. Dopo avermi appiccicato il pezzetto di carta sul
passaporto, non mi hanno detto che dovevo tornare indietro a farlo timbrare, e
io stupidamente non ci ho pensato; quindi ho camminato sotto il sole già
bollente del mattino per un lunghissimo marciapiede che collega le due caserme,
osservando accanto a me l’interminabile fila di TIR in attesa di entrare in
Georgia. Ai tempi dell’Unione Sovietica questo confine era blindatissimo: i due
imperi non si andavano affatto simpatici, e spesso truppe di soldati venivano
stanziate minacciosamente presso il confine da una parte e dall’altra, con la
solita scusa di effettuare esercitazioni. Nessun viaggiatore poteva sognarsi di
oltrepassare questa frontiera. Oggi, invece, tutto è cambiato, e il confine di
Sarpi-Gonio è la principale porta fra Turchia e Caucaso. Di qui passano
autocarri, autobus carichi di frontalieri, e anche molti viaggiatori (quelli
veri, che si muovono via terra). Buona parte di questo traffico di persone e di
merci è diretto in Armenia; essendo ovviamente chiusa la frontiera che collega
direttamente i due stati, l’unica strada percorribile passa di qui.
Quando arrivo al posto di confine turco trovo due gentili soldati che esaminano
il mio passaporto, quindi mi fanno notare che il visto non è timbrato; devo
ritornare alla dogana e farmelo timbrare, altrimenti non potrò entrare in
Turchia. Così, armato di pazienza, ripercorro tutta la strada a ritroso (sarà
almeno un chilometro) fino al gabbiotto della polizia, dove nel frattempo c’è
stato il cambio di turno e il nuovo poliziotto turco pensa che io stia
uscendo dal suo paese, dato che sono arrivato da ovest; non capisce perché
dovrebbe timbrarmi il visto in entrata anziché in uscita, e io ho il mio bel da
fare a spiegargli la situazione. Quando, infine, riesco a ottenere il tanto
desiderato timbro, mi incammino per la terza volta lungo l’interminabile
stradina di collegamento, mentre il sole e lo zaino mi stanno già facendo sudare
abbondantemente.
Alla fine passo il confine ed entro ufficialmente in Turchia dove, dopo aver
chiesto conferma ai due soldati, tiro indietro l’orologio di un’altra ora. E’
strano dover abituarsi a un nuovo orario mentre il sole dall’alto ti guarda con
la stessa intensità e la stessa brillantezza, ridendo di queste buffe
convenzioni che separano i confini tracciati dagli uomini, che a lui devono
sembrare tanto piccoli.
* * *
Non appena arrivo a Hopa, la
prima cittadina turca oltre il confine, noto subito tre grandi differenze
rispetto ai paesi caucasici che ho appena lasciato.
Prima di tutto, le scritte sono in caratteri latini. Non che questo semplifichi
molto le cose, perché per me il turco è incomprensibile; ma, almeno, è
incoraggiante riuscire a leggere le scritte, ci si sente più vicini a casa. E
poi, alla stazione dei pullman, orari e destinazioni dei mezzi sono subito
chiari, e questo rappresenta sempre un prezioso aiuto.
Secondo: tutti i negozi, anche quelli più piccoli, espongono gli adesivi di
accettazione delle carte di credito, queste piccole tessere plastificate che nel
Caucaso sono del tutto prive di valore.
Terzo: tutte le donne indossano la kefiah. Non soltanto quelle avanti con gli
anni, ma anche le più giovani, compresa la cassiera del supermercato dove vado a
fare un po’ di spesa (mi aspettano ventuno ore di pullman fino ad Istanbul).
Sono veli colorati, allegri, spesso in tinta col vestito, ben diversi da quelli
scuri, quasi tetri, che ho visto in altri paesi musulmani; ma in ogni caso
spiccano intorno al volto di ogni persona di sesso femminile. In Turchia non è
certo un obbligo: nel 1923 Ataturk, fondatore della Repubblica Turca, il cui
volto serio e dallo sguardo fiero fa bella mostra di sé in ogni negozio,
edificio pubblico e anche sulle fiancate dei pullman, abolì la costrizione di
portare il velo; e in seguito lo stesso è stato fatto in molti altri paesi di
fede islamica. Moltissime donne, però, non si sognerebbero mai di toglierselo:
per loro è qualcosa di molto sentito, senza cui non riuscirebbero a stare. A noi
occidentali, abituati a vestirci (e soprattutto a svestirci) come vogliamo, una
donna con la kefiah sembra una prigioniera; per loro, invece, è un indumento
fondamentale, senza il quale si sentirebbero nude. Questo concetto mi è stato
ben spiegato da una ragazza marocchina, molto carina, che tempo fa avevo
incontrato in Tunisia. Chiacchierando, le avevo domandato:
“Ma perché porti il velo? Non ti senti a disagio?”
La sua risposta era stata prontissima e, per me, sorprendente.
“Le donne italiane mostrano la loro vagina in pubblico?”, mi aveva chiesto a sua
volta.
“Certo che no!”
“Vedi, per noi la testa è come vagina. Non possiamo stare senza coprirla”.
E questo è quanto.
Istanbul, 31 agosto 2006
Nella mia immaginazione la
parola “Istanbul” ha sempre evocato un po’ di magia, con quella sua posizione a
cavallo tra due continenti, mentre i battelli attraversano i mari che la
circondano e le cupole delle moschee svettano alte sull’orizzonte, riflettendo
la luce rossastra del tramonto. E’ un posto in cui ho sempre voluto venire, e
adesso che ci sono me lo sto godendo appieno.
Certo, rispetto a prima qui tutto è più facile: le persone parlano inglese (e
molte anche l’italiano); ovunque ci sono ristoranti aperti fino a notte fonda,
con i procacciatori di clienti che fanno di tutto per tirarti dentro; tutti i
luoghi turistici alla sera vengono illuminati da riflettori di vari colori,
mentre una voce registrata, diffusa dagli altoparlanti in varie lingue, rievoca
antiche vicende che si sono svolte nelle varie moschee, o nei cortili, o nelle
torri.
Qui tutto è moderno, o almeno cerca di esserlo: da un lato c’è il lussuoso tram
che attraversa la parte europea della città, con le grandi vetrate e
l’altoparlante che annuncia le fermate; dall’altra parte del corno d’Oro, nel
quartiere (che fu costruito dai genovesi) di Galata, sulle strette viuzze
acciottolate che vanno su e giù per la collina si affacciano antiche botteghe:
macellai, tappezzieri, maniscalchi, ceramisti, tutti partecipano alla vita del
quartiere picchiando su attrezzi da noi dimenticati, diffondendo ovunque i
suoni, gli odori, le grida rivolte ai garzoni, mentre moderni furgoni (che
stonano notevolmente con l’ambiente) restano intrappolati negli stretti passaggi
bloccando il traffico.
A Sultanhamet, il quartiere più turistico della città, dove si trovano le
moschee più famose, ci sono moltissimi ostelli della gioventù che, anche in
questa stagione, pullulano di backpackers provenienti da ogni angolo di mondo.
Nel mio incontro biondissime ragazze neozelandesi già in procinto di tornare a
casa; giovani americani, poco più che ragazzini, che già si informano sui treni
diretti in Bulgaria; la coppia di londinesi partita ieri per un viaggio di nozze
di un mese attraverso tutta la Turchia. Questo ostello, come tanti altri, è
dotato di una grande terrazza panoramica da cui si può ammirare l’intera città:
le moschee della parte europea, l’alta torre di Galata, le navi che percorrono
il Mar di Marmara dirette a oriente. In estate, ogni sera organizzano una
grigliata all’aperto, che diventano delle grandi feste a cui tutti gli ospiti
sono invitati. Adesso, però, la sera comincia a fare fresco, tanto che dopo il
tramonto è bene mettersi un bel maglione per andare in giro; spesso poi il cielo
si rannuvola improvvisamente, e rapidi acquazzoni sorprendono gli incauti
turisti in maniche corte.
A Istanbul ci sono tantissime cose da vedere, ma è difficile osservare il vero
spirito della città. Nel remoto Caucaso, ogni occidentale che incontravo per
strada era un potenziale alleato, un amico con cui affrontare le mille
difficoltà quotidiane; qui, invece, ci sono talmente tanti stranieri che diventa
impossibile essere viaggiatori, e ci si abbassa al rango di semplici turisti.
Ogni edifici di interesse è indicato da cartelli stradali multilingue; molti di
questi sono comunque inutili perché ad ogni angolo di strada trovi qualcuno che
si offre di accompagnarti. In questa città non ci sono cose da “scoprire”: tutto
è già pronto e confezionato per il turista, che può vedere tutti i monumenti
principali seguendo semplicemente i percorsi già riportati sugli opuscoli, ed il
suo ingegno viene messo alla prova solo quando viene il momento di cercare
l’angolazione migliore per scattare una fotografia.
Andando alla ricerca di qualcosa di genuino, ammesso che esista ancora, mi
avventuro nel quartiere delle Blacherne, un antico dedalo di stradine
dall’atmosfera medievale situato all’estremità occidentale della città, subito
all’interno delle mura teodosiane. Questa zona, poco visitata dai turisti,
conserva ancora un fascino dal sapore antico: qui le strade non hanno un nome, e
per orientarsi bisogna chiedere informazioni ai passanti, molti dei quali non
capiscono nemmeno l’inglese. Gli abitanti, qui, non sono abituati a vedere dei
forestieri camminare da soli, e quando passo mi guardano incuriositi, alcune
donne anche con diffidenza. Questa è la loro città, non ancora contaminata dal
turismo di massa, quindi ci tengono, giustamente, ad avere un po’ di “privacy”.
Questo quartiere fu costruito
nel V secolo dall’allora reggente al trono, Pulcheria, donna molto pia e devota,
che volle erigere un quartiere clericale dove preti, monaci e (ben separate da
quelli) monache potessero vivere e pregare. All’inizio del XII secolo vi fu
costruito un grande palazzo, una vera fortezza dove la corte reale si trasferì,
abbandonando il vecchio palazzo imperiale. Qui si trovavano l’icona più
importante del tempo, la Vergine Odighitria (“che indica la via”), e per un
certo tempo vi sono state conservate alcune fondamentali reliquie, come il velo
di Maria e la Sacra Sindone.
Nella mia guida non c’è una piantina dettagliata del quartiere, così devo
orientarmi a sensazione per raggiungere le antiche mura teodosiane, che
rappresentavano il più esteso (e più solido) baluardo difensivo dell’antica
Costantinopoli. Sto cercando la Porta del Cannone, quella che gli ottomani di
Mehmet II riuscirono a sfondare nel 1453 grazie ad un potentissimo cannone fatto
costruire in Germania. Il cannone era lungo nove metri, aveva un diametro di
venti centimetri e sparava palle da sei quintali a più di un chilometro di
distanza. L’enorme arma poteva sparare solo un colpo ogni tre ore, ma faceva
danni enormi alle mura: tra un colpo e l’altro i difensori uscivano allo
scoperto per ricostruire la breccia, ma dopo ogni colpo diventava sempre più
difficile, mentre gli assedianti prendevano di mira i bizantini che ogni volta
erano sempre di meno. Solo l’arrivo di alcune navi amiche, inviate dal Papa,
permise ai greci di trarre un sospiro di sollievo, mentre queste sconfiggevano
l’armata dei turchi costringendoli alla tregua. Ma il sultano non si arrese:
comprendendo che non avrebbe mai preso la città senza avere prima il predominio
sul mare, nella notte tra il 21 ed il 22 aprile dello stesso anno fece costruire
dai suoi ingegneri una grande strada ferrata che, salendo dal Mar di Marmara,
risaliva la collina alle spalle di Galata per poi ridiscendere nel Corno d’Oro.
Lungo quella strada fece issare da traini buoi le sue navi, accerchiando così il
porto della città senza colpo ferire. Mentre i difensori, atterriti, non
credevano ai loro occhi, Mehmet II trasportò centomila soldati fuori dalle mura
teodosiane preparandosi a sferrare l’attacco finale. In città, l’imperatore
Costantino XI poteva contare solo su settemila uomini. La notte tra il 27 ed il
28 maggio fu quella decisiva: i soldati turchi si lanciarono contro le mura
senza sosta, indifferenti alle frecce che venivano loro tirate contro dall’alto.
Si gettavano contro le palizzate, issavano scale, si lanciavano nella mischia
senza sosta, finché, ad un ordine prestabilito, una schiera si ritirava per fare
posto ad una nuova ondata, fresca, che arrivava a dare il cambio alla
precedente. Così continuarono tutta la notte, schiera dopo schiera, mentre i
difensori non avevano tregua, e per quanto fossero valorosi, era chiaro che non
potevano continuare all’infinito. Ogni tanto alcuni gruppi di coraggiosi
uscivano dalle mura attraverso delle porte secondarie per aggirare gli
assedianti e sterminarli, ma proprio una di queste uscite fu decisiva: gli
ottomani, ormai preponderanti, riuscirono a respingere un gruppo di incursori e
a passare oltre le mura prima che la porta venisse richiusa. All’alba le insegne
turche sventolavano sui torrioni, mentre dalle brecce aperte ormai ovunque la
marea di invasori penetrava inarrestabile nella città. Lo stesso imperatore si
gettò nella mischia e cadde, mentre i pochi uomini sopravvissuti abbandonarono
le mura per correre a difendere le loro case e le famiglie, inutilmente. Già a
mezzogiorno non rimaneva alcun bizantino vivo, e alla sera del primo giorno
Mehmet II pose fine al saccheggio, che di solito durava tre giorni, perché non
era rimasto più niente e nessuno da saccheggiare. Aveva così termine l’Impero
Romano d’Oriente.
Le mura esistono
ancora anche se oggi, nel punto in cui una volta c’era la porta principale, ora
passa una trafficata superstrada che porta diritta in centro; sotto di questa,
corre veloce la metropolitana che collega la città con l’aeroporto. Cerco di
ricostruire con la fantasia quei momenti, di immaginare la scena in cui migliaia
e migliaia di soldati entrano in città avidi di bottino e saccheggi, mentre gli
atterriti cittadini superstiti scappano in ogni direzione, cercando inutilmente
un rifugio dalla furia dei conquistatori. Ma è difficile, nel trambusto dei TIR,
dei taxi, dei clacson e dei semafori, immaginarsi quelle grida, quelle fughe
disperate, la furia, lo sciamare dei soldati per le vie e le case.
Quanto lontani sono oggi quegli eventi, eppure quanto peso hanno avuto nella
storia, e quanto di essi c’è ancora nella realtà odierna!
Istanbul, 3 settembre 2006
Purtroppo non trovo
posto sul volo per Bergamo a prezzi ragionevoli fino a lunedì, quindi dovrò
restare in questa città ancora per qualche giorno. Tanto meglio: potrò esplorare
altri angoli poco conosciuti: l’imponente acquedotto di Adriano, le lontane
fortezze di Kadikoy (con tanto di crociera sul Bosforo), la sponda asiatica
della città, meno turistica e più “turca”.
L’altra sera stavo appunto programmando le prossime giornate in modo da
organizzare al meglio il tempo (in una città tanto grande gli spostamenti
richiedono ore, e per vedere tutto bisogna organizzarsi al meglio), quando mi
capita il secondo incidente, decisamente il peggiore che mi sia mai occorso in
tanti anni di peregrinazioni.
Venerdì sera ho cominciato a sentirmi male: avevo nausea e mi sentivo molto
debole. All’inizio ho pensato ad una indigestione, ma dopo aver rimesso l’intera
cena, i conati di vomito sono continuati tutta la notte, facendomi tirare su
anche una tazza di tè che una gentile impiegata mi aveva preparato alle quattro
di mattina. Evidentemente qualcosa mi ha preso allo stomaco, che è sempre stato
il mio punto debole: continuo ad avere attacchi che mi fanno tirar su bile,
succhi gastrici e non so che altro per tutta la notte, senza lasciarmi un attimo
di tregua. Sabato mattina, stremato, chiamo la mia assicurazione in Italia,
chiedendo che mi mandino un medico. Dopo circa un’ora arriva un’ambulanza con
due paramedici che mi visitano, mentre il ragazzo dell’ostello traduce la
conversazione. Mentre rispondo alle domande, vengo colto da altri attacchi; i
due paramedici allora mi sistemano su una barella, mi attaccano una flebo e mi
caricano su un’ambulanza. Prima che si chiudano le porte, il ragazzo
dell’ostello mi chiede:
“In quale ospedale vuoi andare?”
Rispondo che non ne ho idea, basta che mi curino, allora mi chiede se sono
assicurato e poi dice all’autista di portarmi all’ospedale Internazionale. Le
porte si chiudono, e l’ambulanza con la mezzaluna rossa dipinta sulle fiancate
parte a sirene spiegate, mentre accanto a me i due medici mi osservano, seduti
sulla panca dell’abitacolo. Non sanno una parola d’inglese, ma cercano di
incoraggiarmi con sguardi comprensivi e sorrisi amichevoli. Il viaggio è molto
lungo, ci vorrà più di mezz’ora prima di arrivare a destinazione, e nel
frattempo i pensieri si accavallano nella mia mente, portandomi allo scoramento:
sono solo, malato, su un’ambulanza che mi sta portando in un ospedale di una
città straniera, dove non conosco nessuno, e non so cosa mi accadrà, magari
dovranno operarmi… mi viene da piangere, ma so che devo tenere duro, perché il
peggio forse deve ancora arrivare. Non ho idea di quanto tempo resterò in
ospedale: il mio aereo parte lunedì, e spero di riuscire a prenderlo. Ho
lasciato tutti i miei bagagli all’ostello, ho con me solo il passaporto ed il
cellulare. Non c’è nessuno con me: mai come adesso dovrò contare solo su me
stesso, quindi non è questo il momento di piagnucolare. Le grandi difficoltà si
affrontano con grandi energie, e alla fine il premio sarà una grande crescita
interiore. Qualcosa dentro di me mi dice che, in un modo o nell’altro, alla fine
tutto si sistemerà, e che tra un po’ di tempo guarderò indietro a questa
terribile esperienza come ad un lontano ricordo.
Arriviamo in ospedale. Un medico che per fortuna parla un ottimo inglese mi
visita subito, quindi mi diagnostica una gastro-enterite e mi dice che mi
faranno degli esami. Si allontana, poi arriva un’infermiera che prepara le
provette per gli esami del sangue: le spiego di andarci piano, perché quando
faccio un prelievo ho sempre forti cali di pressione, ma lei non capisce e mi
guarda con un’espressione interrogativa che non promette nulla di buono.
Infatti, proprio nel momento culminante in cui ho una flebo in un braccio e una
siringa da 20 cm. nell’altro, mentre l’infermiera continua a riempire provette e
io comincio ad avere la vista annebbiata, un altro attacco di vomito mi colpisce
all’improvviso, facendomi piegare in due dai conati… la donna lascia in sospeso
il prelievo e mi inietta qualcosa nella flebo, ma io non ho più il controllo del
mio corpo. Sto male, ho la nausea, vedo tutto sfocato, grido di smettere di
togliermi sangue e di iniettarmi roba ma è inutile, non mi capisce… per fortuna
ad un certo punto le luci si spengono e cado nell’oblio.
Non ho capito di
essere svenuto fino a quando non mi sono risvegliato. Davanti ai miei occhi vedo
il volto del medico, chino su di me, che mi chiede: “What’s happened?” mentre io
cerco di ricordarmi chi sono e dove mi trovo. Provo quella strana sensazione di
quando ci si sveglia da un sogno, e ancora si fatica a distinguere la realtà
dalla scena sognata. Poi, un po’ alla volta, la mia mente si fa più lucida. Mi
rendo conto di essere svenuto, e spiego al medico che è accaduto per colpa del
prelievo troppo veloce. Lui si tranquillizza, dà delle istruzioni all’infermiera
e dice che mi farà sapere riguardo all’esito degli esami; dopo di che se ne
vanno tutti, e io resto solo sul mio letto, in una grande stanza dove solo una
pesante tenda mi separa dal resto del mondo. Oltre quella tenda, intravedo che
viene portato un altro letto con un paziente di mezza età. I familiari gli si
fanno subito intorno, cercando di consolarlo. Una signora piange, spaventata,
mentre le infermiere cominciano a visitarlo. La conversazione si anima, poi,
dopo un po’, se ne vanno, lasciando l’uomo da solo.
Anch’io sono solo. Ogni tanto, da dietro la tenda, fa’ capolino un’infermiera
che viene a controllarmi; guarda la flebo, poi se ne va. Sto tremando di freddo;
alla visita successiva chiedo una coperta, ma la donna non capisce. Faccio segno
di tremare, col gesto di strofinarmi le mani sugli avambracci; lei allora
annuisce, scompare e subito ritorna con un termometro, uno di quelli moderni che
si infilano nell’orecchio. Dopo pochi secondi lo estrae, lo guarda, poi mi fissa
preoccupata: “Termometer maximum” mi dice, ed è chiaro che non è una cosa buona.
Poi se ne va di nuovo.
Ritorna il medico. Mi dice che ho una gastro-enterite batterica, e che mi
daranno una flebo di antibiotico. Più tardi, per sicurezza, mi faranno anche
delle lastre all’addome, poi si vedrà.
Il tempo passa. Sono di nuovo solo. A questo punto non posso davvero fare più
niente: la mia parte l’ho fatta, ora sono totalmente nelle mani di queste
persone. Ed e’ proprio in questa fase di attesa, quasi di rilassamento, che mi
lascio andare allo sconforto, e alcune lacrime scorrono sulle mie guance. Erano
anni che non piangevo, ma adesso non riesco più a trattenermi. Non mi sono mai
sentito tanto solo e indifeso come adesso, e mai come ora vorrei avere qualcuno
accanto a me, qualcuno che mi stringa la mano, che mi faccia coraggio. Ma non è
così: me la sono cercata, sono andato all’avventura da solo, e devo cavarmela da
solo. La mia situazione è semplicemente la conseguenza delle mie azioni; non
posso che prendermela con me stesso, ma dentro di me, passato lo sconforto,
trovo la consapevolezza che questa è la vita che mi sono scelto, e che devo
accogliere tutto ciò che mi dà, nel bene come nel male. “Ciò che non uccide,
fortifica” si dice, e questa frase per me non è mai stata tanto vera come
adesso. Mai come ora sto imparando a stare al mondo, a cavarmela da solo; questo
è l’insegnamento che devo trarre, che devo aggiungere al mio bagaglio di
esperienza di viaggiatore e di uomo.
Sono sicuro che, se tornassi indietro, rifarei tutto quello che ho fatto senza
esitazioni, perché questo è il mio destino.
Questa è la mia via.
EPILOGO
Bergamo,
6 settembre 2006
E così eccomi a casa, sano e
salvo dopo tante peripezie, a stilare il bilancio dell’ennesima avventura. Come
speravo, le cose alla fine si sono concluse bene, anche se questa volta me la
sono vista davvero brutta. Adesso sono qui, in casa mia, al caldo e al sicuro,
ma mi sto già annoiando, e sto programmando il mio prossimo viaggio, forse in
Asia, forse in America, forse in Africa. Di sicuro non in Turchia, dopo tutto
quello che mi è successo, prima e dopo il ricovero in ospedale; sì, perché,
anche da guarito, ripartire verso casa è stata un’altra impresa. Ma andiamo con
ordine.
Sono stato dimesso dall’ospedale sabato stesso, nel primo pomeriggio, dopo che
il medico mi ha dato una ricetta con alcune medicine da prendere nei giorni
successivi, e mi ha anche ordinato di mangiare sebbene il solo pensiero del cibo
mi desse la nausea. Il dottore è stato anche tanto gentile da chiamarmi un taxi
che mi riportasse in ostello, ma non l’ho mai preso perché altri problemi si
sono presentati ancora prima di varcare la soglia verso la libertà. La
segretaria dell’ospedale, una ragazza bruna molto affascinante, mi ha trattenuto
dicendomi che non potevo andare finché la mia assicurazione non avesse pagato il
conto. Sul momento sembrava una cosa da poco, ma mi sono ritrovato a dover
aspettare sul divano della hall per quasi due ore, poiché dall’Italia tutto era
bloccato. Ancora debilitato, ho dovuto telefonare io stesso all’agenzia per
sollecitare lo sblocco della situazione, altrimenti sarei rimasto lì chissà
quanto (e per fortuna avevo ancora un po’ di carica nella batteria del
cellulare).
Chiaramente il tassista non aveva aspettato tutto questo tempo, così sono dovuto
uscire a piedi, in camicione e pantofole, a cercare una farmacia dove comprare
le medicine; poi, per fortuna, è arrivato un altro taxi dal quale mi sono fatto
portare in ostello.
Qui sono dovuto rimanere due giorni (sabato e domenica), e non avendo nemmeno la
forza di camminare ho fatto una vita da recluso: un po’ chiacchieravo con gli
altri ospiti, un po’ leggevo, un po’ mandavo e-mail dalla connessione Internet
della hall (l’unica cosa che funzionasse bene); un po’ cercavo di buttar giù
qualcosa da mangiare contro il senso di nausea ancora fortissimo. La sola vista
del cibo mi faceva star male, ma sapevo di dover recuperare le forze e quindi
ogni tanto chiedevo un piatto riso in bianco, o qualche patata lessa. Avevo
anche paura di riammalarmi: non sapevo (e non ho mai capito) quale fosse stata
la sorgente dei batteri che avevo preso, e quindi non mi fidavo di nessun
alimento.
Trascorso un week-end da vecchietto all’ospizio, col rammarico di non aver visto
tutto ciò che avevo in programma, venne il giorno della partenza. Stavo meglio,
ma non ero certo guarito: mi sentivo ancora debole, e riuscivo a mangiare molto
poco. Ero contento di tornare a casa, ma sapevo anche che quello che avevo
davanti sarebbe stato uno dei giorni più lunghi. Il mio aereo partiva infatti
dal piccolo aeroporto di Sabiha, situato addirittura fuori Istanbul, in un paese
a più di 40 km dal centro, sulla sponda asiatica.
L’unico pullman giornaliero che raggiunge Sabiha dal centro parte alle 23,
orario per me inutile visto che il mio volo partiva alle 20. A questo punto mi
restavano due scelte: taxi oppure mezzi pubblici. Il primo sarebbe stato
sicuramente più comodo, ma anche terribilmente costoso. Non volevo prelevare
altri dollari per poi cambiarli, e poi mi sentivo abbastanza in forze da
raggiungere l’aeroporto da solo, con calma. Ho sempre odiato i taxi, e il mio
istinto di conservazione del denaro (che, poco o tanto che sia, mi guadagno
lavorando), mi ha spinto a usare i mezzi. Avevo tutto il giorno a disposizione,
così potevo prendermela comoda e fare un pezzetto alla volta.
Prendere il tram fino all’imbarcadero e quindi il traghetto fino alla sponda
asiatica è stato facile. Lì mi sono ritrovato in una grande piazza, dove mi sono
seduto su una panchina a riflettere. Sapevo che c’era un treno diretto a Pendik,
il paese dove si trova l’aeroporto; ma la stazione era lontana, troppo lontana
per raggiungerla a piedi sotto il sole di mezzogiorno. Mentre riflettevo
mangiando alcuni biscotti secchi, vedo passare un pullman di linea con
destinazione Pendik, e ho pensato che fosse un’ottima alternativa. Così mi metto
in coda alla fermata, e quando arriva il successivo salgo a spintoni tra la
calca, ma l’autista mi fa scendere indicandomi il chiosco dei biglietti. Mi
rifaccio largo nella ressa, questa volta per scendere, poi mi rimetto in coda
alla biglietteria: ma quando arriva il mio turno, l’addetto non ne vuole sapere.
“Pendik! Pendik!” gli grido, indicando l’autobus fermo, ma quello continua a
scuotere la testa. Eppure era questo l’ufficio indicatomi dall’autista! Mi
guardo intorno per vedere se ci sono altre biglietterie, ma non ne vedo, così
devo rinunciare. Sono un po’ scocciato, ma non sorpreso: per esperienza so che
comprare un biglietto dell’autobus in molti paesi è sempre una prova molto
difficile, anche se non ne ho mai capito il motivo. Comunque non ho scelta: pian
piano mi incammino verso la stazione, quando passo accanto a una fermata di
dolmus (l’equivalente turco dei mashrutka), tutti con un cartello con scritto
“Pendik” e in partenza a getto continuo. Colgo l’occasione al volo: salto sul
primo della fila e allungo delle monete al conducente (come si fa di solito),
dicendogli il nome dell’aeroporto. L’uomo, però, non sembra molto sveglio e non
capisce cosa voglio, restituendomi i soldi. Per fortuna un altro passeggero, un
ragazzo che parla inglese, viene ad aiutarmi. Spiega all’autista dove devo
andare, poi mi fa sedere accanto a lui e mi scrive su un pezzo di carta il nome
della destinazione. Si chiama Karim ed è uno studente universitario all’ultimo
anno; per mia fortuna si sta laureando in inglese così possiamo chiacchierare un
po’.
Il mio nuovo amico scende poco dopo, ma io ormai mi sento tranquillo, pensando
che la parte difficile del percorso sia già alle mie spalle. Sono su un mezzo
diretto al paese dove si trova l’aeroporto, quindi non dovrebbero esserci più
intoppi… Quanto mi sbagliavo! Il pulmino, infatti, procede molto a rilento nel
traffico caotico di una città che sembra non finire mai. Per oltre un’ora
attraversiamo una periferia infinita, tutta uguale a sé stessa, con incroci
intasati, casermoni popolari, negozietti scalcinati, e sembra quasi di girare a
vuoto nel traffico, senza arrivare mai da nessuna parte. La guida dell’autista,
poi, peggiora la situazione: le continue accelerazioni e frenate, gli scossoni,
i bruschi spostamenti di corsia mettono il mio già tormentato stomaco a dura
prova, tanto che ho paura di sentirmi di nuovo male. Quando finalmente arriviamo
a Pendik, dopo quasi due ore di tortura, esco stremato dal dolmus e mi siedo in
terra, appoggiato ad una parete, con lo stomaco sconvolto. Resto lì seduto per
una mezz’ora buona, mentre intorno a me gli avventori delle autolinee mi passano
intorno continuamente, senza degnarmi di uno sguardo. Immagino di essere
pallidissimo e di avere un’aria sconvolta, e nessuno sembra accorgersi di me… ma
forse è meglio così.
Sto cominciando ad odiare la Turchia, e non vedo l’ora di andarmene. Rimane
l’ultima tappa: raggiungere l’aeroporto dalla stazione delle autolinee. Mostro
in giro il mio foglietto finché un tizio dall’aria gentile, con indosso il
berretto caratteristico di molti turchi, mi dice che posso prendere un autobus
oppure mi porta lui col suo taxi. Sono stremato, così accetto il taxi ma lui
capisce “autobus” e mi infila su un mezzo in procinto di partire, quasi
spingendomi sopra per paura che lo perda. Ormai sono sopra, e mi devo adattare.
L’autobus, però, mi fa rimpiangere il dolmus: è pieno all’inverosimile, tanto
che devo restare in piedi, schiacciato contro il finestrino, mentre i passeggeri
aumentano sempre di più. Io prego che ogni fermata sia quella buona, che dietro
alla prossima casa spunti una pista d’atterraggio, con una torre di controllo.
E, invece, niente: il pulmino continua ad accelerare e frenare, a fermarsi e
ripartire, e dopo ogni sosta continua a salire gente, gente, gente anche se
ormai non ci sta più nessuno, anche se l’ultimo salito è rimasto aggrappato (da
fuori) alla maniglia del portellone perché questo non si chiude più… eppure
continuano a salire, ed essendo io vicino all’autista molte persone mi allungano
i soldi della corsa dicendomi la loro destinazione affinché io la ripeta al
guidatore… a questo punto non posso fare altro che prenderla con filosofia e
mettermi a ridere! Solo io potevo cacciarmi in una situazione simile, quando
avrei potuto prendere un taxi fin dall’inizio e risparmiarmi tutta questa
tortura! D’altra parte, come potevo pensare che raggiungere un aeroporto
internazionale di una metropoli come Istanbul fosse tanto difficile!
Finalmente l’autobus comincia a svuotarsi, un po’ alla volta, mentre raggiunge
la periferia di questo paese periferico. Dopo un’altra ora buona di
sballottamenti finalmente riesco a sedermi: dell’aeroporto, però, ancora nessuna
traccia. Fino a quando, arrivati ad una grande rotatoria, ecco il gran finale
che incornicia degnamente una giornata perfetta: l’autista fa tre quarti di giro
introno alla rotonda, poi mi indica una superstrada ed un cartello che segnala
l’aeroporto a 1 km. Non mi resta che scendere e… andare a piedi!!!!
Mentre attraverso a piedi la corsia di accelerazione e trovo rifugio nel prato
in parte alla superstrada, guardo l’autobus allontanarsi e comincio a maledire i
turchi e tutta la Turchia per la loro inettitudine: non potevano dirmelo prima
che l’autobus non arrivava all’aeroporto? Sembrava a tutti così ovvio scaricarmi
in mezzo all’autostrada e farmi proseguire a piedi, sotto il sole, con lo zaino
pesante e il mal di stomaco? Possibile che siano tutti così stupidi?
Sconsolato, guardo se per caso, nei paraggi, passa qualche altro taxi, o almeno
qualche auto cui chiedere un passaggio, ma invano. Sembra di essere nel deserto.
Così mi incammino lungo la superstrada, stanco e rassegnato, incerto se sentirmi
più arrabbiato o divertito. Ad un certo punto passa un camion: chiedo un
passaggio, e il ragazzone alla guida si ferma e mi fa salire; purtroppo, però,
non va all’aeroporto, ma uscirà alla prossima uscita della superstrada: va beh,
meglio che niente. Mi porta per un mezzo chilometro, poi mi lascia scendere e
riparto per l’aeroporto. Non vi racconto la faccia del poliziotto di guardia che
mi vede arrivare a piedi, stanco e sudato, con lo zaino in spalla, lungo
l’autostrada…
Alla fine, eccola qui la mia Turchia. Fatta da gente semplice, per la maggior
parte gentile e disponibile, ma anche (e mi dispiace dirlo) decisamente stupida.
Certo, la cosa non vale per tutti, ma i molti che lo sono stati mi hanno creato
davvero forti disagi. E’ anche vero che un po’ me la sono andata a cercare; ma
ho viaggiato da solo, all’avventura, per tre continenti e soltanto in Turchia ho
incontrato tante difficoltà, senza poi contare la malattia. Mi dispiace,
nonostante tutto sono convinto che Istanbul sia un luogo magico, che ti strega e
che ti lascia qualcosa che non trovi da nessun’altra parte del mondo; e
consiglierò di andarci a tutti gli amici e a tutti i viaggiatori che incontrerò.
Ma, per quanto mi riguarda, con quel paese ho chiuso.
In fondo ormai tutto ciò è passato, ed è già ora di pensare ad un nuovo
viaggio.