Primo viaggio
nell’Africa Sub-Sahariana, forte dell’ospitalità e del supporto indispensabile
di Edmond, un ragazzo camerunese che studia e lavora in Italia, ed estremamente
desideroso di immergermi in questo mondo per me nuovo e che ho sempre sognato.
Già solo l’arrivo all’aeroporto di Douala, la capitale economica del paese, è un
vero e proprio shock. Ma andiamo con ordine. Io, Jacopo e Valentina partiamo
dall’aeroporto di Malpensa la mattina di Natale e facendo scalo a Bruxelles
arriviamo a Douala alle 18 circa con un volo assai caro, più di 1.000 euro.
L’aeroporto di Douala è piccolo, fatiscente, poco illuminato, con dei feticci
tradizionali che ci spiano dalle travi del soffitto. Ci troviamo catapultati
dall’inverno europeo alla stagione secca africana; il caldo è a dir poco
soffocante e di fronte all’aeroporto intravediamo centinaia di persone
accalcate, venute ad assistere all’atterraggio.
Il recupero bagagli, nella sala d’ingresso dell’aeroporto è un vero e proprio
delirio. Le valigie di tutti i voli della giornata arrivano su soli tre nastri
trasportatori, senza nessuna distinzione e la gente si accalca e litiga per
prenderli. Lo zaino di Valentina non si trova ed allora andiamo a compilare il
modulo per la denuncia di smarrimento con l’aiuto (non richiesto) di due tizi
che poi ovviamente ci chiederanno una mancia. Potremo dar loro solo un paio di
euro, dato che l’ufficio di cambio dell’aeroporto è chiuso per il giorno di
Natale.
Nel caos generale riusciamo ad incontrare Edmond e con lui ed il suo amico Tomas
prendiamo un taxi che ci condurrà a Mangrove, il quartiere di Douala dove vive
la famiglia di Edmond. Sul taxi siamo in 6, cosa normalissima da queste parti e
facciamo conoscenza con uno degli aspetti più peculiari di questo paese: lo
stile di guida. Il nostro tassista, che non guida meno peggio di nessun altro,
si tuffa nel traffico ignorando assolutamente le precedenze e schivando le
migliaia di motorini che spuntano da tutti i lati. Ripeto, tutto normalissimo.
Arriviamo a casa di Edmond dove la mamma ci offre del taro, il piatto tipico
delle feste costituito da purè di un particolare tubero che si serve con una
salsa gialla speziata e che accompagna carne o pesce, come in questo caso.
Appena finito di mangiare, di corsa a casa di Tomas, attenti a non farci vedere
da nessuno, l’arrivo di 3 “blancs” farebbe gola a molti ladri. Dormiamo quindi
nel piccolo ma accogliente appartamento di Tomas e nella notte ci faranno
compagnia un gigantesco scarafaggio (ribattezzato Gina) ed un topastro che
scorrazza allegro sulle travi che sostengono il tetto di lamiera della casa.
Occhio, stiamo parlando di Douala, un posto che deve considerarsi solo come un
punto di arrivo e di partenza, niente a che vedere con quello che amo definire
“il vero Camerun”.
Il giorno seguente partiamo alla volta di Yaounde, la capitale amministrativa
del paese, dove alloggeremo presso la famiglia di una zia di Edmond.
Ci sono pullman a tutte le ore che collegano i due principali centri del
Camerun, quindi lo spostamento non è affatto difficoltoso e anzi il viaggio è
piacevole. Arrivati a Yaounde, ci accorgiamo che tira già un’altra aria, nel
vero senso della parola…La città, che si estende su 7 colli (vi ricorda
qualcosa?) gode di un clima decisamente migliore rispetto a quello di Douala,
molto più ventilato e fresco.
La famiglia ci accoglie a braccia aperte e cominciamo a capire come funzionano i
legami famigliari. In Camerun ci si scambia i figli. Mi spiego meglio; è usanza
trascorrere parte della propria vita presso zii, parenti o persone a cui la
propria famiglia è legata per fortificare i legami tra la comunità e permettere
ai giovani di ampliare il proprio bagaglio di esperienze.
Infatti la famiglia presso cui siamo ospitati a Yaounde è così composta: Padre,
lo zio farmacista, Madre, la zia, i figli di 13, 6 e 1 anno (il più piccolo è
terribilmente spaventato dai noi “blancs”). In più ci sono il fratello naturale
di Ed e un altro bimbo di 10 anni, figlio di un fratello dello zio. Completa la
famiglia la “grand-mere”, un’anziana signora, elegantissima nei suoi abiti
tradizionali che parla poco francese ed è sempre accompagnata da un’altra
“tante” (zia) non meglio identificata. Dimenticavo, il quadretto si completa con
Billi, fratello dello zio, forse.
La casa in cui abita questa numerosa famiglia è molto grande, composta da un
piano inferiore dove abitano i padroni di casa e che gode di un ampio cortile
dove si svolgono tutte le attività principali (cucinare, lavare o semplicemente
trascorrere il tempo insieme). Al piano superiore si trovano due appartamenti,
uno in cui vive una ragazza con la sua famiglia e l’altro sfitto e senza mobili
che verrà dato a noi.
La giornata si conclude con una lauta cena, che ci introduce alla magnifica
varietà della cucina del sud del Camerun. Si possono infatti assaporare banane
cucinate in ogni modo (sto parlando dei “plantain”, non delle “banane” che sono
dolci), baton di manioca (odorosissimi bastoncini di manioca avvolti in foglia
di banano), koki (una torta di fagioli piccante), n’dole (una salsa di verdure
amarognole con arachidi che accompagna carne e pesce), legumes (le stesse
verdure di prima fatte saltare con aglio e spezie), patate dolci (con cui si fa
un impasto che comprende anche i fagioli), igname e manioca, ecc…Per non parlare
della meravigliosa frutta tropicale: papaia, mango, ananas, banane, mandarini e
pompelmi profumatissimi, carasol, frutto della passione, ecc…
A differenza di molti altri paese africani in Camerun il cibo non manca; la
terra è fertile (soprattutto all’ovest), il mare è pescoso e al nord si allevano
zebu, capre, maiali, asini e polli.
Il giorno seguente andiamo a visitare la città, il quartiere in cui ci troviamo
(Mendon) dista qualche kilometro dal centro. Circola qualche pullman (veramente
pochi a dir la verità) ma pare che non li utilizzi quasi nessuno, considerando
il numero di taxi che si aggirano a Yaounde.
La città è caotica e confusionaria, ma ha un suo fascino. Infatti l’architettura
post-moderna tipica degli anni ‘70 degli edifici governativi del centro è
comunque piacevole e i grandi viali danno un senso di maestosità. E’ comunque
bene ricordare che il tasso di inquinamento è altissimo e l’aria è spesso
irrespirabile, per non parlare del traffico e della confusione che regnano
sovrani, ma è possibile trovare ristoro in un giardino pubblico posto su una
collinetta che sovrasta la fermata principale dei taxi nel centro.
La giornata scorre tranquilla ed al nostro ritorno ci accoglie tutta la famiglia
e dopo innumerevoli foto ci si siede a tavola per la ricca cena. Ad un certo
punto la nonna si alza e comincia ad improvvisare un ballo cantando una sorta di
litania. Veniamo incoraggiati ad accompagnarla battendo le mani e ripetendo le
parole incomprensibili del canto. Poi si alza Edmond e mette una banconota da
1000 franchi sulla fronte della nonna. Tutto si conclude con una applauso
generale ed una risata. Ma cosa è successo? Ci chiediamo noi tre.
Ci viene spiegato che in questo periodo la nonna ha dei problemi con l’altra
moglie del suo defunto marito (la poligamia esiste eccome allora!!) ma è
contenta che noi siamo lì e non ci sta pensando (allora canta e balla) e una
persona della famiglia a cui è indirizzato il canto di ringraziamento deve
ricambiarle il favore, facendole un dono che tutti possano vedere (i soldi sulla
fronte).
Questo paese dove le tradizioni contano più delle istituzioni che sono arrivate
con gli europei comincia a svelarsi.
Trascorriamo un paio di giorni a Yaoundè e poi lo zio porta noi tre, Edmond e la
sua fidanzata Euphrasie a Kribi, una delle località marittime più in voga del
Camerun, che dista circa 300 km da Yaounde a cui è collegata da una strada ben
asfaltata terminata di recente.
Vi sono moltissimi minibus che collegano le due città in caso non si disponesse
di mezzi propri.
Dopo diverse ore di viaggio e diversi caselli per il pagamento del pedaggio dove
i bambini circondano l’auto cercando di venderci ogni tipo di frutta
raggiungiamo Kribi.
Alla nostra vista si aprono lunghissime spiagge di sabbia bianca con palme
altissime. Qui si svolge l’andirivieni incessante dei pescatori che ritornano
dal mare con le loro canoe cariche di pesce che venderanno immediatamente a
chiassose signore che a loro volta rivenderanno sul ciglio della strada che
costeggia la spiaggia. E’ infatti possibile comprare il pesce e farselo poi
cucinare alla brace in una delle baracchette lungo la spiaggia, come faremo noi
e devo ammettere che mangiare con le mani un grosso pesce gustoso all’ombra di
un grande albero mentre si guarda il mare è proprio piacevole.
Dopo pranzo ci spostiamo in un’altra spiaggia dove io e Vale ci concediamo un
bagno mentre tutti i locali se la ridono di gusto – fare il bagno è una cosa da
turisti non certo da camerunesi.
Si ritorna a casa la sera con molto pesce nel bagagliaio, “gustandosi” la guida
non proprio prudente dello zio. A quanto pare qui è la consuetudine, tanto che
le strade sono costellate di sagome di omini che ricordano quante persone siano
morte in quel tratto di strada.
Il giorno dopo ci informiamo per partire verso Nord, le opzioni sono due:
prendere un volo per Maroua (la maggiore città dell’“Extreme Nord”) impiegandoci
circa due ore ma al costo di circa 85.000 CFA (Franchi Camerunesi) oppure
prendere il treno (15.00 CFA) fino a Ngaoundéré e poi in autobus (7.000 CFA)
fino a Maroua. Ovviamente opteremo per la seconda ipotesi ma purtroppo dovremmo
rinunciare alle cuccette, tutte prenotate.
Dopo un viaggio in treno non proprio comodo ma comunque piacevole tra venditori
di improbabili unguenti cinesi che risolvono ogni problema e cartellette porta
documenti arriviamo finalmente a Ngaoundéré verso mezzogiorno e prendiamo subito
l’autobus. La cosa non è poi così semplice (come prendere qualsiasi mezzo
pubblico da queste parti, d’altronde) ma grazie all’aiuto del nostro nuovo
amico, Jean-Yves, un topografo che si sta recando al nord per lavoro, tutto si
fa più semplice.
Siamo quindi stipati in un minibus, abbastanza confortevole dopo tutto, e
partiamo per Maroua, il viaggiò è lunghissimo ma non privo di emozioni: il
paesaggio è completamente diverso ora, fatto di rocce, erbe alte e villaggetti
di case di fango sparsi qua e là, siamo nel Sahel, la savana ai limiti del
deserto.
Arriviamo in serata a Maroua che si rivela essere un’antica e affascinante
città, abitata da diverse etnie che piano piano riusciremo a riconoscere, tra
cui i Peul o Fulani (alti e nilotici) e i Bororo (dai tratti più negroidi). La
città è bagnata da un fiume che in realtà è asciutto per sei mesi l’anno e gode
di una costante brezza che porta con sé il profumo degli alberi di neem che
costeggiano i viali, all’ombra dei quali si accovacciano le persone, cordiali e
sorridenti.
Dato che Edmond non ha assolutamente voluto lasciarci a noi stessi ha contattato
un prete di sua conoscenza che ci ospiterà nella sua missione e ci farà da
cicerone.
Lo conosciamo appena giunti a Maroua, Padre Victor, che ci viene a prendere alla
stazione degli autobus e ci porta immediatamente alla festa di compleanno di un
farmacista che offre vino e birra in quantità e che ha fatto uccidere ed
arrostire una capra per l’occasione (per la gioia di Valentina e Jacopo che non
mangiano carne…).
Noi siamo distrutti e vorremmo solo riposarci ma il padre ci mette un po’ per
accompagnarci alla missione in cui saremo alloggiati.
Il giorno dopo ci viene promesso un giro per la città ma in realtà veniamo
accompagnati in tutte le missioni gestite da italiani che si trovano nell’arco
di trenta kilometri. Noi abbiamo pochi giorni da trascorrere al Nord e vorremmo
assolutamente passarne almeno due al parco di Waza, il più bel parco dell’Africa
Occidentale, dove si possono avvistare leoni, elefanti, giraffe e molte altre
specie di animali.
Quindi, capendo che il padre sta un po’ tergiversando chiediamo di poterci
informare ad una agenzia turistica ma questo non ci viene permesso; siamo
prigionieri di Mon Pere che ci vuole evangelizzare! A seguito di una giornata
sconvolgente riusciamo a strappare al padre la promessa di un viaggio nel parco
il giorno dopo con partenza alle 5 del mattino perché è all’alba che si vedono
gli animali. Ma l’indomani nulla: la macchina che dovrebbe portarci non arriva,
noi vorremmo organizzarci per i fatti nostri ma ecco che arriva a prenderci il
padre e ci porta nella canonica da cui non ci permette di uscire. Seguono liti
furiose finché non arriva Dominique, un parrocchiano alla guida di un pick-up
che ci accompagnerà al parco. Sono ormai le 14 del pomeriggio.
Lungo la strada che separa Morua e Waza l’ambiente si fa sempre più aspro e
scorgiamo molti uomini che procedono in bicicletta carichi di taniche. Ci verrà
spiegato che queste persone vanno a prendere la benzina in Nigeria (il confine è
vicinissimo) e poi la rivendono in Camerun.
Pensate di attraversare la savana lungo una strada a dir poco dissestata,
carichi di taniche piene di benzina sotto un sole che non risparmia…
Branchi di scimmie attraversano la strada mentre le garzette sorvolano il pick
up, ci stiamo avvicinando a Waza. Una volta arrivati a destinazione ci
informiamo per trascorrere una notte nell’accogliente campement che si
trova alle porte del parco per poi trovare qualcuno che ci riaccompagni
l’indomani nel parco con una jeep, per poi tornare a Maroua e ripartire per
Yaounde. Peccato che il nostro programma non sia realizzabile, si deve per forza
avere un mezzo proprio dato che non ci sono autobus che collegano Maroua a Waza,
né jeep a noleggio nei pressi del parco.
Un po’ demoralizzati ci avventuriamo nel parco pagando l’ingesso giornaliero per
noi, per il padre e per l’autista (5000 franchi a persona), il passaggio della
vettura (2000 franchi) la guida obbligatoria (3000 CFA) e una quota per l’uso
della macchina fotografica (CFA 2000), però lo spettacolo è impagabile,
soprattutto per uno che come me è cresciuto a pane e quark. Non avvistiamo
elefanti o leoni ma le giraffe si fermano a guardarci curiose e poi corrono via
come se procedessero al rallentatore. Possiamo scorgere struzzi, facoceri,
tantissime gazzelle e antilopi e molti, moltissimi uccelli (gru coronate,
cicogne, pellicani e piccoli uccelli colorati che si abbeverano nelle pozze). La
terra è arsa con grandi spaccature e lo sguardo si perde tra le acacie rosse e
un orizzonte sconfinato. Facciamo ritorno un paio di ore dopo. Peccato, sarebbe
stato bello passarci un po’ più di tempo.
Poi, colpo di scena, sulla strada del ritorno il padre ci chiede scusa per
averci frainteso ma credeva che fossimo studenti squattrinati e invece
disponiamo di mezzi, tant’è che appena arrivati alla casa parrocchiale
ripartiremo subito con lo stesso autista e con un ragazzo che ci farà da guida
per Roumsiki, l’altra tappa turistica obbligatoria nella zona.
Ci mettiamo in viaggio per Roumsiki di notte dopo aver salutato i nostri nuovi
amici della parrocchia e ci accorgiamo subito che dopo il paese di Moloko, che
si trova a metà del cammino, la strada è veramente terribile e il nostro autista
ha il suo bel daffare a cercare di schivare le buche con il solo aiuto della
luna piena.
Arrivati a tarda notte riusciamo, con l’aiuto degli amici della nostra guida
Vindigt (originario di Roumsiki) a trovare un albergo che peraltro consiglio,
essendosi dimostrato molto confortevole e fondamentalmente economico (Tour D’Argent
telefono 986.19.80). Il giorno dopo Roumsiki si rivela in tutta la sua bellezza:
il villaggio si trova in una valle circondata da picchi di roccia che sembrano
veri e propri giganti di pietra.
E’ domenica, quindi giorno di mercato e Vindigt ci accompagna per il tour
classico, seguiti a poca distanza da un gruppo di bambini che ci sorridono e
aspettano un piccolo regalo. Ma veniamo al giro turistico classico di Roumsiki:
la prima tappa consiste in una visita al Sorcier de Crab, lo sciamano del
villaggio, vecchissimo e regale che legge il futuro del nostro viaggio tramite
alcune pietre posate in un secchio e un granchio di fiume. Ovviamente ci viene
predetto che il nostro andrà sicuramente benissimo.
Dopodiché alcuni ragazzi ci spiegano minuziosamente come si fabbricano monili e
ciotole di argilla e qui partono gli acquisti pazzi. Si prosegue poi per l’arbe
de palabre (l’albero della parola) dove si riunisce gli abitanti del
villaggio si radunano per discutere e infine ci rilassiamo nel fresco delle
grotte dove si svolgono i riti comunitari.
A conclusione della giornata un bel giro al mercato, coloratissimo e caotico
come tutti i mercati africani e dove una cugina di Vindigt ci offre il vino di
fagiolo, torbido e molto alcolico.
Si torna poi verso Maroua contenti per la bella giornata e pagando 15.000 CFA
l’autista e 15.000 la guida (devo dire obbligatoria per visitare Roumsiki).
Arrivati a Maroua decidiamo di pernottare in un confortevole albergo (Le Sahel,
tel 229.29.60) che si trova a fianco alla stazione degli autobus da cui
partiremo alle 6 del giorno dopo.
Dopo una cena di gala in nostro onore presso la casa parrocchiale con tutte le
personalità cittadine presentateci da Padre Victor quest’ultimo ci riporta in
albergo e ci promette che ci accompagnerà a prendere l’autobus l’indomani, noi
gli diciamo di non disturbarsi ma lui il giorno dopo è davanti al nostro
albergo, inesorabile.
Prendere l’autobus è una lotta…strano! Come se non bastasse poi, una volta
saliti il padre dice alla gente di spostare le borse con cui hanno occupato i
posti perché “i bianchi si devono sedere”. Rischiamo il linciaggio, ma dopo un
po’ la gente dell’autobus capisce che anche noi siamo vittime involontarie di
quel bizzarro personaggio e alcuni ragazzi ci lasciano il posto in cui ci
siederemo a turno fino a Morua. Quando il padre scende dall’autobus già in moto
viene salutato dall’applauso di tutti i presenti.
Padre Victor…magari con il suo fare invadente voleva difenderci e proteggerci,
chi lo sa? Ne conservo un ricordo contraddittorio, un misto di risentimento e
compassione.
Il ritorno è piacevole anche perché godiamo della compagnia di Jean.Yves che
torna a Yaounde per cambiare uno strumento che si è rotto.
Rimaniamo un paio di giorni nella capitale, giusto il tempo per salutare Edmond
ed Euphrasie (la sua fidanzata e futura sposa) che stanno per partire per Douala
e poi per l’Italia, e per imparare i balli più in voga grazie all’insegnamento
dei piccoli di casa. Quindi, si riparte. Questa volta verso l’ovest, terra
d’origine della famiglia di Edmond e parte anglofona del paese, la terra dei
Bamileke.
Le tappe saranno Foumban, Bamenda e infine Limbè, sul mare.
Dopo una giornata di viaggio tra le colline verdeggianti della zona che è la più
fertile del Camerun raggiungiamo Foumban capitale del regno di Bamoun. Il
palazzo in cui soggiorna il re (in realtà un sultano-lamido dopo la conversione
all’Islam) è in parte visitabile e ospita un museo in cui viene presentata la
storia dei sovrani e delle sovrane del regno tramite la collezione di oggetti a
loro appartenuti. Il biglietto d’ingresso costa 2000 CFA e si è accompagnati da
una guida preparatissima. Al termine della visita si assiste ad una esibizione
musicale e poi ci si reca alla vicina moschea dal cui minareto si gode un
paesaggio stupendo della valle circostante. Per darvi un’idea della leggerezza
con cui viene interpretata la legge coranica, noi entriamo tranquillamente nella
moschea in pantaloncini corti (anche Vale!) e ci arrampichiamo sul minareto come
niente fosse. Come dicevo, contano più le antiche tradizioni che l’impianto
religioso arrivato con gli europei (il cristianesimo) o con i cavalieri
mussulmani a nord del sahara (l’islam).
Dopo aver comprato un paio di souvenir in un negozietto di artigianato locale
(le stesse identiche cose le troveremo all’aeroporto) cerchiamo una sistemazione
per la notte mentre Jacopo è febbricitante. Troviamo un albergo a ore nel centro
della vicina Bafoussam, definirlo squallido è dir poco…
Il giorno dopo partiamo diretti a Bamenda, il capoluogo della regione,
attraversando un paesaggio collinare tra cui si intravedono le guglie delle
chefferie, residenze del capo villaggio e “tribunali” in cui si risolvono le
dispute locali. Dopo un paio d’ore avvistiamo la città completamente coperta
dalla nebbia mattutina, lo spettacolo toglie il fiato.
Dopo un bel giro nel grande mercato di Bamenda dove compriamo stoffe a non
finire con cui realizzeremo camicie, pantaloni e abiti vari, decidiamo di
dirigerci direttamente a Limbè, la strada però è ancora molta.
Ora che ci avviciniamo sempre più al mare le colline lasciano il posto a grandi
piantagioni di ananas e caffè e attraversare i piccoli villaggetti che sorgono
ai loro margini dove la vita prosegue placida e sempre uguale crea un senso di
pace e di rilassatezza… Ahimé l’idillio dura poco infatti l’auto si rompe,
problemi con la coppa dell’olio.
Ci fermiamo da un meccanico lungo la strada ma non c’è molto da fare, dovremo
procedere ancora un po’ e poi il giorno dopo nei pressi di Douala lo zio farà
venire un suo meccanico di fiducia, indovinate chi pagherà?
Insomma passiamo la notte in un albergo che si propone di essere lussuoso ma in
realtà non lo è affatto, se non per il prezzo, e il giorno dopo pronti via!
Eccoci allora alla periferia di Douala, che tanto avevamo provato ad evitare,
dove consumiamo la nostra colazione a base di pane e caffè in un
chiosco-macelleria dove i nostri vicini di tavolo mangiano vacca bollita e dove
le zampe tagliate delle bestie penzolano sulle nostre teste. Uno a ripensarci
quasi non ci crede ma erano gli ultimi giorni di vacanza, ormai siamo abituati a
questo tipo di contrasti dove noi blancs ricerchiamo disperatamente il
nostro angolo di mondo quando tutto attorno è lontanissimo dal nostro stile di
vita.
Dopo un po’ arriva il meccanico e dopo essersi prodigato nella riparazione che
richiede svariate ore ci rimettiamo in viaggio e dopo un paio d’ore siamo a
Limbè.
Il clima umido di Douala si fa sentire anche qui e la città è molto più
organizzata di quanto non fosse Kribi, le cui spiagge però sono più belle.
Crediamo di trascorrere un paio di giorni da soli in albergo per poi prendere
l’autobus da Limbè che ci riaccompagnerà all’aeroporto per tornare a casa, ma lo
zio ha altri programmi per noi, infatti occupa la camera a fianco alla nostra in
un piccolo alberghetto accogliente ed economico (Victoria Guest House
333.24.46).
Dopo una doccia rinfrescante eccoci pronti a scoprire Limbè e subito ci
imbattiamo in una festa dove uomini e donne che indossano le sgargianti vesti
tipiche dei Bamileke si lanciano in danze sfrenate in un grande prato. Sarà un
qualche tipo di festival dico io, e invece no, trattasi di un funerale.
Però! Passeggiamo lungo la spiaggia fino a raggiungere il villaggio dei
pescatori da dove dovremmo attraversare un tratto di mare per raggiungere il
luogo dove viene affumicato il pesce ma le contrattazioni con il nostro
traghettatore non vanno a buon fine. Rimediamo con una birra bevuta in un bar i
cui tavolini si trovano a ridosso della spiaggia. Osservare il tramonto in
questa baia baciata da una vegetazione lussureggiante è un vero spettacolo.
Mangiamo pesce cotto alla brace e torniamo in albergo, i grandi alberi che si
trovano al centro delle rotonde della città sono illuminati con delle lucine
rosse e arancio che creano un effetto pittoresco.
Il giorno dopo cerchiamo di passare una giornata in spiaggia ma il caldo umido
ci costringe ad una ritirata strategica, non dopo aver saltellato sulle rocce
che la secca mattutina ha fatto emergere. Trascorriamo la giornata a
sonnecchiare in albergo e la sera mangiamo nel migliore ristorante del nostro
viaggio (dopo la baracchetta di Kribi) per servizio e qualità del cibo
(purtroppo non saprei dire il nome, ma si trova proprio di fronte all’hotel in
cui alloggiavamo) e consumiamo un paio degli immancabili birrozzi (a dire il
vero birroni) nel bar di fronte ascoltando la onnipresente bakossa, una
commistione di ritmi tribali e funky,connubio quanto mai riuscito.
L’indomani ci spingiamo alle pendici del monte Camerun che si trova nelle
vicinanze, per osservare questo vulcano gigantesco, alto più di 3.000 metri.
Ahimé le nuvole che quasi sempre lo circondano lo nascondono alla nostra vista,
anche se ci troviamo ai suoi piedi. Il tasso di umidità in questa zona del paese
deve essere del 200%!
Dopo questa tappa ci dirigiamo a Douala e attraversiamo il completo caos del
centro città per ritornare dal luogo in cui siamo partiti: la casa dei genitori
di Edmond. Noi vorremmo arrivare all’aeroporto con largo anticipo ma
trascorriamo a casa tutta la giornata in attesa dell’arrivo del padre di Edmond
che ci porta in regalo graziose collane di legno e consuma con noi la nostra
ultima cena camerunese: pesce alla brace con le immancabili plantain e batou.
Partiamo alla volta dell’aeroporto all’ultimo minuto e l’auto con sei persone a
bordo più i nostri zaini perde la marmitta in una delle gigantesche buche di
Mangrove (il quartiere dove vive la famiglia di Edmond). Panico! Come faremo ad
arrivare in tempo per il check-in? Pas de probleme, il papà di Edmond si
carica la marmitta in moto e ci segue mentre noi, scoppiettando, arriviamo a
destinazione.
Il delirio è totale e nella calca si intrufola anche una ragazza completamente
nuda che i poliziotti accompagnano fuori diverse volte, dato che riapparirà
spesso nascondendosi dietro i passeggeri che intanto litigano con le hostess e
gli stewart di terra che li costringono ad abbandonare i mastodontici bagagli
che cercano di imbarcare. Espletate gli ultimi doveri doganali usciamo per
salutare tutti, dare gli ultimi soldi rimasti allo zio (un po’ deluso per la
misera cifra) e ci rituffiamo poi nel caos dell’aeroporto per raggiungere a
l’imbarco. Ricordatevi di serbare 10.000 CFA per pagare la tassa di espatrio,
noi l’abbiamo pagata in Euro e il cambio non è stato esattamente a nostro
favore.
Così l’aereo che parte con 2 ore di ritardo e decolla lasciandosi alle spalle
l’impenetrabile notte camerunese.
Che dire di questo paese con enormi potenzialità turistiche ma ancora un po’
disorganizzato... un miscuglio di sensazioni forti che prendono allo stomaco e
fanno gioire o disperare ma che indubbiamente lasciano un traccia indelebile nel
nostro animo. Non ci sono conflitti etnici, come nella vicina Nigeria, non si
patisce la fame disperata che attanaglia altri paesi africani ma il lusso delle
dimore dei ricchi e dei corrotti funzionari politici stride ancora troppo con la
miseria in cui la maggior parte della popolazione è costretta a vivere. I posti
di controllo dei militari sono infiniti e devo dire che noi non abbiamo avuto
nessun problema mentre molti ci avevano messo in guardia.
Comunque sicuramente: VIVE LE CAMEROUN, un paese che riunisce i più diversi
paesaggi africani: dalle foreste pluviali, alla savana, dalle alte montagne ai
bianchi litorali. Dove la gente può presentarsi a volte scontrosa verso gli
“intrusi” ma i sorrisi dei bambini e di tante, tante persone disponibili e
gentili rincuorano e ci fanno amare questa terra a cui sempre tornerà il nostro
pensiero.